Maria Di Lorenzo

scrivere è un destino a cui non ci si abitua mai

La luce e il grido

La poesia era la luce e il pane della sua esistenza. Era uno sguardo (non omologato) levato ogni giorno verso il cielo, quel cielo che noi – tutti noi – abbiamo perso di vista, annegato nei simulacri della modernità. Uno spazio amoroso, trasparente come una fiamma, capace di custodire, dentro il turbine della storia, il semplice segreto della vita, nella lampeggiante incandescenza di un verso. 

Maria Di Lorenzo

La luce e il grido

Introduzione alla poesia di Elio Fiore

(Fara Editore, 2012)

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PERCHE’ QUESTO LIBRO

Ci sono degli uomini che passano attraverso la vita senza difendersi. Uomini che la loro vita la vivono, semplicemente, ma più spesso la patiscono, e qualche volta se ne rallegrano, senza però mai arrivare a possederla, senza mai appropriarsene veramente. Razza di perdenti, di visionari, per alcuni, che giudicano secondo le categorie del mondo; razza di profeti e di mistici, per altri, capaci di leggere attraverso la follia scandalosa della Croce tutta la saggezza che il mondo non è in grado di scorgere.

A quest’ultima tipologia apparteneva il poeta Elio Fiore, morto nella capitale il 20 agosto 2002, all’età di sessantasette anni. Con Fiore è scomparso un poeta, un poeta autentico. Nato a Roma il 12 luglio 1935, bibliotecario al Pontificio Istituto Biblico per oltre un ventennio, dopo molti mestieri, l’esperienza della fabbrica e della malattia discesa come una lunga tenebra nella sua vita per molti anni, Elio Fiore non era un “poeta laureato” e nella moderna babele massmediatica la sua voce di outsider assomigliava a quella della vedetta di cui parla Isaia: “Mi ha detto il mio Signore – Va’ / Sii la Vedetta Notturna / Quello che vedi grida…”(Is 21, 6).

E per oltre un trentennio, dal suo libro d’esordio intitolato Dialoghi per non morire, Elio Fiore ha gridato nei propri versi ciò che ha veduto, ma lo ha veduto lui soltanto, per renderne partecipi tutti gli altri, i “ciechi” dello spirito. Artista delicato e appartato, Fiore godeva dell’amicizia e dell’ammirazione di Eugenio Montale, Giuseppe Ungaretti, Mario Luzi, Carlo Bo. Una voce assolutamente unica e originale nel panorama letterario italiano. Un poeta che ha percorso per tutta la vita una lunga strada solitaria, lontano dalle “conventicole” culturali e dalla grancassa dei mezzi di massa. “Un grande poeta, –  disse di lui una volta, con la sua solita arguzia, mons. Claudio Sorgi – ma si sa: i poeti diventano popolari in vita solo se vincono il Nobel o se fanno scandalo…”.

Battezzato in San Pietro, Fiore aveva abitato per più di vent’anni nel cuore della Roma israelita, al Portico d’Ottavia; una circostanza, questa, che ha avuto una grande influenza nella sua produzione poetica, alimentando il suo immaginario e rendendolo compartecipe della storia e della tradizione giudaica, tanto che la Comunità Ebraica fece dono a lui – “cattolico apostolico romano”, come amava definirsi – dell’elenco dei circa duemila ebrei romani catturati dai nazisti e deportati nelle camere a gas nell’autunno del 1943.

La follia dell’Olocausto, la dura memoria dei morti, la ricerca di Dio non in astratto ma “nel sangue e nel grido della Storia”, la fede nella poesia e nei poeti, il bisogno di guardare e di raccontare, perché la scrittura è un dovere, un imperativo morale, così come un dovere è la memoria. Sono i temi portanti della sua produzione letteraria, insieme alla fede nell’invisibile, il primato della persona, la necessità del canto e della profezia, che esprimono il suo stare religiosamente dentro la Storia, con ogni emblema di bene e con ogni metafora del male. “Ecco, la fede e niente altro è la vita – diceva lui – il resto non conta, è Storia”.

Questo libro che vede la luce a dieci anni dalla sua scomparsa vuole essere non un’opera esaustiva sull’intero corpus della sua produzione letteraria, ma una introduzione ai temi essenziali del suo universo poetico, un avvicinarsi a piccoli passi al mondo di questo autore che merita di uscire dal cono d’ombra a cui storie e antologie letterarie contemporanee sembrano voler relegare tante pur meritevoli voci del nostro Novecento.

Personalmente ho conosciuto il poeta Elio Fiore nell’estate del 1993, quando mi recai da lui per un’intervista che fu poi pubblicata sulla terza pagina di un quotidiano lombardo. Ho voluto perciò porre proprio all’inizio del libro quel nostro lungo colloquio di allora perché non c’è cosa migliore, a mio avviso, del permettere a un poeta di parlare lui stesso, in prima persona, del proprio mondo, della propria vita e delle proprie idee. Chi legge ne può ricavare, io credo, una impressione più viva, una conoscenza diretta, di prima mano, che certamente predispone a introdurlo nel modo più ottimale alla comprensione della sua poesia, a varcare quei penetrali spesso segreti della creazione letteraria, a dare del tu a un autore che oggi non è più tra noi ma che la magia delle parole rende – adesso e per sempre – presente e vivo.

Maria Di Lorenzo

Il mistero svelato dell’Oltre. La poesia di Margherita Faustini

di MARIA DI LORENZO

“Raggiunto il limite del mio tempo / vorrei andarmene / in una notte stellata / simile al cielo del mio presepe”. Sono versi in qualche modo anticipatori questi di Margherita Faustini, la poetessa genovese venuta a mancare nella sua città nella notte tra il 25 e il 26 gennaio 2009, all’età di 78 anni. Una notte fredda e stellata, nel cuore dell’inverno, come lei aveva immaginato scrivendo la lirica Vorrei andarmene, così, nella raccolta Attimo primo.

Nata a Genova il 12 giugno 1930, Margherita Faustini è stata una personalità di spicco della letteratura italiana del secondo Novecento. Scrittrice e poetessa, ha rappresentato un originale modello di intellettuale cattolica impegnata sul versante della cultura: una ricerca intensa e approfondita sui temi della religiosità, del senso dell’etica e della società, della famiglia e in particolare del rapporto filiale, che sentiva profondamente nelle sue corde emotive ed espressive. Aveva cominciato a scrivere versi assai precocemente, quando era ancora sui banchi di scuola. Ed è lei stessa a dircelo in questa poesia: “Compagna di banco, / il viso acceso dall’entusiasmo, / esaltavi le mie prime, / clandestine poesie…” (Ad una compagna di scuola, dalla raccolta Attimo primo, 1998).

Cominciò a pubblicare agli inizi degli anni ‘70, esordendo con due libri di aforismi: Agenda personale (Editrice Liguria, 1973) e Momenti (raccolta di aforismi e poesie, Sabatelli Editore, 1978), inframmezzati da un libro di racconti, Cielo di ardesia (1975), che ha visto la sua seconda edizione nel 2003. A questi testi si sono aggiunte negli anni altre raccolte: Collana dei giorni (Liguria Edizioni Sabatelli, 1980); Porta antica (Microlito Editrice, 1983), Strada del mattino (EMMEE, 1986); Tirassegno (aforismi, ECIG, 1988); Presenze (EMMEE, 1991); Posso giocar (Microart’s, 1994, 2a ed.1998); Attimo primo (Microart’s, 1998), Il sogno e la memoria (Le Mani, 2002), Unico respiro (Il Libraccio Editore, 2005), Opposte preghiere (Le Mani, 2008).

Ha curato, insieme con Marco Delpino, Caro Colombo (1993), una raccolta di lettere indirizzata al grande Ammiraglio da parte dei maggiori rappresentanti della cultura ligure. Con Liana De Luca ha raccolto un’antologia di racconti e riflessioni sul tema Davanti all’ignoto (titolo stesso del libro) in cui si trovano interventi di noti scrittori italiani. Due suoi atti unici, Gli animali lo fanno e Uno sparo, due moventi, tradotti in inglese, sono stati rappresentati in teatro a New York. E le sue poesie sono presenti in alcune antologie italiane e straniere (in Belgio, Grecia, Romania, Spagna, Ucraina, Cile, Turchia, Usa).

Nel corso della sua lunga carriera artistica Margherita Faustini ha ricevuto molti e significativi riconoscimenti per la sua attività letteraria e giornalistica. Non solo scrittrice e poetessa, infatti, aveva lavorato al “Corriere Mercantile” come correttrice di bozze per poi diventarne collaboratrice nelle pagine della cultura, affiancando a quella letteraria una intensa attività pubblicistica su varie testate con articoli di taglio culturale. Ma è il suo universo poetico quello che vogliamo esplorare in questo articolo, un mondo letterario nonché interiore ricco di spiritualità e denso di acute riflessioni sul destino dell’uomo alla luce della fede e della dimensione trascendente dell’esistenza.

Infrangibile silenzio / d’una notte nel deserto. / Vago in spazi sovrapposti, / senza riva. // Non posso avviarmi verso l’Oltre: / appartengo ancora ai vivi. / Grido il mio sgomento. // Tra i compagni di viaggio, / nella solitudine di tutti, / s’attenua la mia”.

A una notte nel deserto, come dice il titolo stesso di questa poesia, somiglia la vita dell’uomo sulla terra. La poetessa ne percepisce il cupo smarrimento, il non poter raggiungere il mistero svelato dell’Oltre, perché si è ancora tra i vivi, ma è tra questi, compagni di viaggio sgomenti come lei, che la solitudine si fa condivisione. E il canto si tramuta in poesia.

La ricerca del Trascendente nella poesia di Margherita Faustini – scrive la studiosa Liliana Porro Andriuoli (autrice del bel volume La ricerca del Trascendente nella poesia di Margherita Faustini, Le Mani,1999) – è il tema che mi sembrava (e mi sembra tuttora) quello fondamentale della sua poesia. Perché per Margherita la fede fu per diversi anni una ricerca, che approdò solo in seguito ad una definitiva conquista: era infatti una persona intimamente religiosa, ma inizialmente lo era più per istinto che per una reale convinzione, possedendo un sentimento cristiano della vita, che poteva definirsi innato. Alla vera fede arrivò gradualmente”.

E a tal proposito la scrittrice Elena Bono ha anche sottolineato come “quel che di caparbio e scontroso con le creature e il Creatore sottende costantemente il senso teologale, ossia il profondo convincimento di una superiore paternità, e di una grazia che dall’alto si dona a chi ricerca e domanda, si ritrova nella creatura della Faustini che chiede illuminazione al Creatore perché la renda capace dell’incontro con Lui e degna della parola rivelata”.

C’è infatti, bisogna dirlo, nei suoi versi una sorta di continuo, connaturato corpo a corpo con il Trascendente, una interrogazione che si fa travaglio costante per una ricerca di fede mai accettata dogmaticamente dall’autrice, ma sempre filtrata attraverso un’emozione, un sentimento. “La mia costante ricerca del trascendente – affermava la poetessa in una delle ultime interviste – è un’irrinunciabile esigenza interiore. Anche se la ragione più volte mi impone degli angoscianti interrogativi, dentro di me avverto un’inspiegabile forza che mi sospinge oltre il contingente per salire verso spazi celesti di incomparabile quiete e bellezza”.

Vergine Maria, madre nella virtù, / al figlio di Dio hai insegnato / i primi passi, / il valore della parola. / Appena giovinetto, / ti lasciava nell’ansia dell’attesa / per restare coi saggi. / È nato da Te, / ma l’intero Suo essere / era proteso al Padre./ Tuo soltanto il travaglio del parto / lo strazio della Sua agonia./ Madre addolorata, / prendi tra le braccia / il bambino torturato e violentato, / il bambino mutilato / dall’odio dell’uomo contro l’uomo. / Battezza il mondo / col Tuo pianto misericordioso / nel segno della Croce / e della speranza.”

Si intitola Vergine Maria ed è sicuramente tra le più belle poesie del Novecento dedicate alla Madonna, compresa nella raccolta Opposte preghiere. Il tema mariano è certamente tra i motivi ispiratori più importanti del multiforme itinerario poetico di Margherita Faustini, strettamente intrecciato a quello degli affetti familiari, all’attenzione per la vita degli emarginati e alla sensibilità per il trascendente, in special modo l’attesa di un oltrevita in cui ricapitolare ogni cosa, in cui trovare approdo e compimento.

Le memorie, ancor dure, dell’infanzia e della guerra, il rimpianto per gli amici scomparsi, sono altri temi assai presenti nella sua creazione letteraria e sono tuttavia dei leit-motiv che la Faustini riesce sempre a decantare e ad elevare dalla sfera puramente personale, contingente, a quella universale, assurgendo a una più alta e profonda significazione. Ma è la questione-Dio l’elemento che tutto riassume e condensa nella passione dei suoi versi, il bisogno di cercarlo e di trovarlo, di sentirlo Padre e come il padre terreno profondamente sollecito verso il dolore di ciascuno dei suoi figli, perché “l’uomo giunge negli spazi dell’Oltre / Portando con sé il misero bagaglio terreno / Inadatto al volo tra le stelle”.

(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved

Articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio – Gennaio 2012

A piedi scalzi nel 2012

Amo la musica, gli scacchi e la buona cucina. Mi diverte sperimentare nuove ricette e mentre le sto preparando mi vengono sempre molte idee di scrittura, per questo ho sempre un taccuino con me mentre traffico coi fornelli… Amo il mare e l’estate perchè si può camminare a piedi nudi… e perchè d’estate ci sono nata io!

Mettendo insieme un po’ tutte queste cose ho creato una pagina su Facebook. Se volete darci un’occhiata e cliccare su “mi piace”… ma solo se vi piace, intesi? :)

L’amore che ci manca

Ieri camminavo per le vie del centro, tutte addobbate e scintillanti, e sentivo più malinconia che allegrezza nel vedere tante luci, tanto sfavillio, tanta pompa esteriore, che si accompagna puntualmente ogni anno quando viene dicembre e torna Natale nelle sue forme più esteriori, consumistiche, che vi confesso non mi piacciono affatto. Pensavo allora tra me e me, camminando assorta, a quei versi di Elio Fiore che dicono così: “Maria era tutta vestita di nero, / stava per terra, ferma, composta, / tra le braccia stringeva Gesù. // Sull’affollato corso i passanti / andavano distratti, senza guardare, / senza dare una lira di elemosina. // Maria aveva gli occhi chiusi, / ma due lacrime scendevano / dal viso. Gesù mi sorrideva, // mentre s’accendevano le luci / sul mercato di lusso, sfavillante / di regali, di stelle e di angeli. // Gesù mi stringeva forte la mano / e in quel sorriso innocente, / sentivo tutto il dolore del mondo.”

Il poeta riconosce la madre di Gesù nei panni di una homeless con figlio al seguito in una strada ricca e scintillante di quella che potrebbe essere una qualsiasi città dell’opulento mondo occidentale, tra l’indifferenza dei passanti e un dolore trattenuto, geloso, ricco di dignità. Spero che anche noi – voi ed io – ci fermiamo almeno in questi giorni a riflettere sul troppo che spesso possediamo (in termini di cibo, vestiario, telefonini, ipad, oggetti di lusso) e sul poco che invece abbiamo veramente (amore, compassione, dialogo, amicizia, merce molto molto rara).

C’è un bel testo di Trilussa, intitolato Il presepe, che dice: “Ve ringrazzio de core, brava gente, pé li presepi che me preparate, ma che li fate a fa’? Si poi v’odiate, si de st’amore nun capite gnente… Pe ‘st’amore so’ nato e ce so’ morto, da secoli lo spargo dalla croce, ma la parola mia pare ‘na voce sperduta ner deserto, senza ascorto. La gente fa er presepe e nun me sente; cerca sempre de fallo più sfarzoso, però cià er core freddo e indiferente e nun capisce che senza l’amore er presepe più ricco e più costoso è cianfrusaja che nun cià valore”.

Senza l’amore, dice il poeta, anche il presepe più ricco è cianfrusaglia di nessun valore. Ma c’è così poco amore nel mondo che la gioia, amici miei, va strappata a viva forza, conquistata con le unghie e con i denti… Vi auguro allora da parte mia un felice Natale e un 2012 ricco di gioia per poter realizzare tutti quei desideri che avete nel vostro cuore.

Maria Di Lorenzo

Blaženi Pier Giorgio Frassati

MARIA DI LORENZO

BLAŽENI PIER GIORGIO FRASSATI

CELJSKA MOHORJEVA DRUŽBA - 2011

http://www.mohorjeva.org/lorenzo-di-maria/blazeni-pier-giorgio-frassatti

Pier Giorgio Frassati, postaven športnik, vedno pripravljen za dobro šalo, je bil karizmatični vodja skupine bučnih prijateljev. Kadil je, užival v ekstremnih športih, pozno v noč zavzeto razpravljal o politiki, obenem pa na skrivaj razdajal svoje bogastvo, da je pomagal ubogim: nepričakovano ovdoveli materi, invalidnemu brezdomcu, dečku brez toplih oblačil in se željno prepuščal močnim izkušnjam evharistične molitve. Navdihujoč življenjepis Blaženi Pier Giorgio Frassati: povsem navaden kristjan predstavi duha, pustolovščine, osebnost in iskreno ljubezen moža, ki mu je uspelo iztrgati svetost iz vsakdanjega življenja.

O avtorici

Maria Di Lorenzo je diplomirala iz sodobnih jezikov in novinarstva. Delala je za dnevnik Il Tempo, RAI in Radio Vatikan. Je strokovnjakinja za duhovnost in verska vprašanja in redno piše v različne katoliške publikacije. Kot urednica spletnih strani se posveča svetnikom in ljudem, ki so vzor v našem času. Napisala je tudi več knjig.

Quella sera di Natale del 1886

di MARIA DI LORENZO

“C’è una cosa, Dio supre­mo, che Tu non puoi fare. / Ed è di impedire che io Ti ami”. L’amore radicale, oseremmo dire bruciante, che il poeta nutre nei confronti di Dio è espresso da due versi fulminanti in cui la supplica si fa assoluta. Paul Claudel nella primavera del 1900, all’età di 32 anni, si era presentato all’abbazia benedettina di Solesmes, e qualche mese più tardi a quella di Ligugé per un ritiro. Ma aveva compreso di non essere fatto per la vita monastica. “Fu un momento molto crudele nella mia vita”, scrive a Louis Massignon nove anni dopo. “Benché non sia piaciuto a Dio di farmi uno dei suoi preti, amo profondamente le anime”, dirà ad André Gide con cui, insieme a Jacques Rivière, fonderà La Nouvelle Revue française (1909).

Da questo momento Claudel decide di praticare la letteratura come una sorta di sacerdozio. Sente che è questa la sua missione. E per guadagnare le anime a Dio mette in scena le questioni morali e spirituali proprie del cattolicesimo testimoniando i piani divini attraverso le realtà terrestri. A tutt’oggi è riconosciuto come uno dei massimi autori francesi del Novecento e le sue opere teatrali sono ancora rappresentate con successo in tutto il mondo.

Era nato a Villeneuve-sur-Fère il 6 agosto 1868 – giorno della Trasfigurazione, come lui stesso noterà anni più tardi -, e alla nascita viene consacrato alla S. Vergine, come primo maschio. A Villeneuve resta solo due anni, poiché il padre, che era conservatore delle ipoteche, è costretto dal suo lavoro a continui trasferimenti, finché nel 1882, a 13 anni, si trasferisce a Parigi con la madre e le sorelle. Al liceo ‘Louis Le Grand’ è un allievo molto brillante: legge Baudelaire, scopre con passione Goethe, ma è verso il poeta Arthur Rimbaud che sente di avere una sorta di “filiazione spirituale”, forse perché percepisce nel precoce genio letterario, sotto le apparenze di una vita da maudit, la sua stessa sete bruciante di assoluto.

Anche Paul è un ribelle. Tutto gli dà noia. Tutto in quei primi anni giovanili, imbevuto di idee positiviste, gli risulta intollerabile, la morte come la vita, la solitudine e la compagnia. Comincia a cercare delle risposte che sazino la sua fame esistenziale. Simpatizza con il movimento anarchico del suo tempo e inizia a frequentare i “martedì letterari” di Mallarmé. Dai quattordici ai vent’anni vive il tempo difficile della crisi adolescenziale. “Chi sono io?”, si chiede il giovanissimo Paul, e non sa trovare risposta. In questo periodo, abbandonate le pratiche religiose dell’infanzia, non ha punti fermi nella sua vita. E’ introverso e solitario. Nessuno, in famiglia come nella cerchia di amici, sospetta la crisi profonda in cui è immerso.

Legge molto, ma confusamente: i romanzi di Hugo, di Zola, “La vie de Jésus” di Renan. Al liceo ‘Louis Le Grand’ imperversa la moda del positivismo materialista di Taine e di Renan che invece di placare acuisce la sua inquietudine interiore. Del mondo ha una visione tanto cupa e disperata che non ha il coraggio di comunicare ad anima viva. La prima luce gli viene dalla lettura dei versi di Rimbaud, poi accadrà quello che sarà l’evento decisivo della sua vita. A diciotto anni, la sera di Natale del 1886, Paul va ad ascoltare i Vespri a Notre-Dame e lì avviene il “giro di boa”, una conversione così potente, che imprimerà un segno fortissimo non solo alla sua anima ma finirà per avvolgere e racchiudere tutta la sua esperienza letteraria. Colpito dal canto del Magnificat durante la funzione dei Vespri, egli avverte il sentimento vivo della presenza di Dio. “In un istante – scrive – il mio cuore fu toccato e io credetti”. Claudel in quell’istante si è sentito chiamato inequivocabilmente alla scrittura. Si può dire che solo ora comincia la sua attività letteraria, che non sarà mai disgiunta dal suo percorso di fede ma costituirà un tutt’uno con esso, divenendone per questo strumento di conoscenza e di espressione artistica.

Tre anni dopo pubblica l’opera teatrale “Testa d’oro”. “Certamente – gli dirà Mallarmé – il teatro è in lei”. Ma Paul in quegli anni decide di impegnarsi soprattutto nel diritto e nelle scienze politiche; superato un concorso comincia a lavorare presso il ministero degli affari esteri. Viene nominato viceconsole e mandato a New York, successivamente a Boston (1893). Lì stabilisce quella che sarà la sua regola di vita: sveglia ogni mattina alle 6 per pregare o recarsi a Messa; lavori personali fino alle 10, il resto del tempo dedicato alla diplomazia. Scrive due nuove pièces, “La città” e “Lo scambio”, in cui esprime la sua scoperta della città e della società del profitto. Sente di aver trovato nel poema e soprattutto nel teatro la sua personale forma espressiva. Il suo stile è impetuoso, passionale, quasi violento, a tratti impenetrabile. Pensiamo per esempio al primo abbozzo del dramma “La giovane Violaine” che nasce da una antitesi potente, e irrisolta, tra cielo e terra, tra l’attaccamento profondo alle cose del mondo e il desiderio ineludibile di Dio, che nessuna brama terrena, appagata o no, può mai riuscire a saziare.

A 27 anni s’imbarca per la Cina. Su consiglio del suo confessore, porta con sé le due “summe” di Tommaso d’Aquino, che leggerà per cinque anni. Qui scrive la prima parte di “Conoscenza dell’Est”, la sua prima opera in prosa, che i contemporanei definiscono come il massimo traguardo raggiunto dalla lingua francese.

Nel 1909 lascia la Cina per andare a Praga: qui termina “L’Annonce faite à Marie”, una delle più belle pièce teatrali di tutti i tempi, che sarà rappresentato per la prima volta al Théátre de l’Oeuvre di Parigi nel 1912, ricevendo un’accoglienza trionfale da un pubblico costituito soprattutto di giovani. La pièce s’incentra su un tema particolarmente caro a Claudel: ogni essere umano vive nel mondo per volontà di Dio che ha affidato a ciascuno una missione specifica sulla terra. E’ un compito unico che ciascuno ha per sé, diverso da tutti gli altri, ma che concorre alla fine all’armonia di tutto il creato. Lo stesso titolo dell’opera ne spiega la portata: l’annuncio dell’angelo a Maria Vergine fu il segno concreto della volontà divina che chiamava la giovane ad una missione nel mondo che avrebbe non solo sconvolto la sua vita ma cambiato radicalmente le sorti dell’intera umanità. E’ stato il manifestarsi, limpido e concreto, di una vocazione. L’Annuncio di Claudel parte da questo dato per porre in luce l’errore che può compiere l’essere umano di fronte a questo, ritenendo che la propria vocazione dipenda in ultima analisi esclusivamente da se stessi.

Dopo la cessazione dall’attività diplomatica avvenuta nel 1935, Claudel si ritira nel suo castello di Brangues per dedicarsi intensamente all’esplorazione dei segreti e dei misteri di quella che per lui è la fonte di ogni poesia e di ogni grazia, la Bibbia, scrivendo numerosi commenti alla Sacra Scrittura: “L’Introduction au Livre de Ruth” (1937), “Un poète regarde la Croix” (1938), “Le Cantique des Cantiques” (1948-1954), “L’Apocalypse” (1952), solo per citare i più noti.

Per il teatro realizza altre pièces, come “La crisi meridiana”, “La scarpina di raso” e l’oratorio drammatico “Il libro di Cristoforo Colombo”. Ma rimane “L’Annuncio a Maria” l’opera che Claudel amava di più. Quando, nel 1955, venne rappresentata alla Comédie-Française, si organizzò la replica nel suo appartamento. La prima ebbe luogo il 17 febbraio, di fronte al presidente della Repubblica. Ma solo cinque giorni più tardi il cuore di Paul Claudel cedette. Morì infatti il 23 febbraio 1955, poco dopo aver ricevuto la comunione. Le ultime parole che il figlio maggiore intese dalla sua bocca furono: “Non ho paura”.

(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved

articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio – dicembre 2011

Il desiderio femminile nel cinema di Kaurismaki

di MARIA DI LORENZO

Iris lavora come operaia in una fabbrica di fiammiferi. Gesti sempre uguali, giornate sempre uguali. Tra l’indifferenza altrui ed il silenzio interiore da riempire con i sogni avidamente “mediati” dai giornali, che legge freneticamente, assaporando il piacere sublimato di chi vive solo per interposta persona. Frustrata da una grigia e opprimente vita di periferia, vessata in famiglia da rozzi e ottusi genitori, Iris sogna di piacere, di potersi specchiare anche lei negli sguardi degli altri e scoprirsi, almeno per un giorno, bella e desiderabile anche lei come le altre. Ma è un “brutto anatroccolo” e non le serve a nulla passare le domeniche alla balera, dove nessuno la nota, nessuno la invita a ballare.

Un giorno, però, acquista un vestito vivace e ritorna nel locale: anche lei ora può mettersi in vetrina (essere è dunque apparire?) e aspettare di vedersi riflessa negli specchi del desiderio maschile. Un uomo le si avvicina, la invita a ballare, e lei si appoggia con fiducia sulla sua spalla, con fiducia totale si abbandona fra le sue braccia, più tardi, in un appartamento. Ma l’uomo, dopo l’amore, la paga come una qualsiasi prostituta e ciò la umilia. A questo si aggiunga che scoprirà ben presto di aspettare un bambino, ma l’uomo che la renderà madre la rifiuta, dandone ancora una volta del denaro. Allora, con lucida determinazione, Iris apparecchia la sua personale vendetta: acquista un potente veleno per topi, quindi con gesti calmi, quasi meccanici, mette in moto la strage, con cui elimina freddamente il seduttore, un occasionale corteggiatore e i genitori aguzzini. Infine, docilmente (com’è nel suo carattere) si lascia condurre in prigione.

“Per la persona che è sotto la campana di vetro, vuota, ed è bloccata lì dentro come un bimbo morto, il mondo è in sé un brutto sogno”, ha efficacemente scritto Sylvia Plath (The Bell Jar, 1963). Ed è precisamente questa la condizione esistenziale, psicologica, della Iris tratteggiata con grande talento introspettivo da Aki Kaurismaki in La fiammiferaia (Finlandia, 1989), affidandola alle corde leggiadre e lievissime di Kati Outinen. Iris è vissuta finora in una “campana di vetro”, coltivando un’attesa liminare che ha ingigantito il desiderio fino a renderlo, negli effetti, mostruoso. La balera è un luogo autre, un magico “altrove” (viatico alla felicità) in cui immaginare, come canta il motivo in sottofondo, “un paese al di là del mare, riva della felicità”, un paese incantato, senza affanni, che probabilmente nell’immaginario della piccola fiammiferaia finlandese è l’America, e che però non ha i connotati della realtà.

La realtà invece è la fabbrica, il lavoro parcellizzato che – marxianamente – massifica e aliena in una robotizzante ripetitività di gesti. Chiusa nel proprio bozzolo, ma accattona di carezze, Iris accumula dentro di sé una miscela altamente esplosiva di rabbia, disillusione, timidezza, repressione, che inevitabilmente farà deflagrare quel grumo oscuro di pulsioni notturne, psichiche, orrificamente compresse per tanto (troppo) tempo in un gesto che si manifesta agli occhi dello spettatore come un atto di risarcimento, una giustizia necessaria per quanto paradossale possa sembrare. Quando si è subito un danno, infatti, quando si è patito il tradimento più alto, quello della fiducia che veicola la chimica degli affetti, non si ha più niente da perdere. E lo spettatore parteggia apertamente con Iris, per quanto comprenda l’efferatezza e la crudele irreversibilità del suo gesto.

“Quando si è dato tutto per restare delusi”, sembra voler spiegare il refrain della canzone in sottofondo, e qui è precisamente il nocciolo del problema: “quando si è dato tutto”, vale a dire amore, fiducia, emozioni, il retromondo degli affetti congelati, per così dire rimossi per tanti anni, in cambio di uno squallido surrogato della vita, dell’amore, ecco che la mite, sottomessa operaia si trasforma, con un crescendo fatale, in uno spietato angelo vendicatore. Costeggiando la lucida follia che si origina tragicamente dal vuoto d’amore, si giunge alla vendetta, allo scatenamento (inteso come liberazione) del proprio lato notturno che, ubbidendo ad una grammatica inconscia (ma perfettamente consequenziale), produce la dinamica di una strage che altro non è se non un vero e proprio “suicidio alla rovescia”.

Non esiste forse un altro film, fra tutti quelli visti ed analizzati, che come La fiammiferaia di Kaurismaki induce noi, studiosi o semplici spettatori, ad interrogarci sul significato della Persona nella nostra epoca e nella nostra cultura che sembra troppo spesso smarrirne il senso. Interrogarci sul valore della Persona in sé, riflettendo sull’immagine che della Persona (intesa soprattutto come genere femminile) viene offerta dalla cinematografia dell’Ovest e dell’Est europeo. I modelli femminili proposti sono, nel bene e nel male, figure significative che mettono a fuoco il problema della dignità (spesso conculcata), della crescita (sempre difficile) della Persona Donna, oggi, in Europa. Un viaggio attraverso la ricerca, affannosa quando non tragica, della propria identità: ferita, espropriata, svenduta, fagocitata dall’esterno.

“Gli esseri umani – secondo Virginia Woolf – non procedono tenendosi per mano per tutto il cammino della vita. C’è una foresta vergine in ciascuno di noi, un campo di neve dove anche l’impronta delle zampe di uccello è sconosciuta. Qui ci addentriamo da soli e preferiamo che sia così. Avere sempre la solidarietà, essere accompagnati, essere sempre compresi sarebbe intollerabile” (On Being Ill, in Collected Essays, vol. I, Hogarth, London 1967). “Un campo di neve dove anche l’impronta delle zampe di uccello è sconosciuta”: un’immagine simbolica che riassume, con acume psicologico estremo, lo sterminato e incorrotto territorio dell’inconscio femminile: intangibile, impercettibile – se non a tratti – come le rifrazioni e le dissolvenze che fugacemente attraversano un prisma toccato dalla luce. Questo perché esiste un aspetto esteriore dell’Io, l’unica parte che riusciamo a conoscere e a penetrare, che come una corteccia si lascia levigare dalle passioni e dalle molteplici vicende familiari e personali, un involucro che si affaccia sull’esperienza umana e sul tempo psichico che, insieme, lo modificano a poco a poco, permettendo al passato e al futuro di interagire sul presente, stratificandolo e rendendolo sempre diverso, pur nella sua apparente immobilità.

L’infanzia, allora, è quel domicilio sgomberato (per dirla con W. Benjamin), che torna ogni volta a premere sul presente, con il suo peso e la sua dignità spesso calpestata e offesa: basti pensare alla piccola Rosetta de Il ladro di bambini del nostro Gianni Amelio (Italia, 1992), sicuramente il regista più attento e più rispettoso della incoercibile dignità della Persona, uomo o donna che sia, ma soprattutto bambino/a (fin da Colpire al cuore, ma anche prima, in quella Fine del gioco che del Ladro di bambini costituisce per così dire l’incunabolo filmico e psicologico).

Il primato dell’amore, il valore immarcescibile della Persona, che sia, appunto, persona e non personaggio e che possa dare voce e ali a quel “flyng attitude” di cui oltre un secolo fa parlava la poetessa Emily Dickinson nel chiuso della sua stanza-grembo amniotico: “l’impeto di fuga”, la tensione verso il volo della Persona (femminile singolare), non più feticcio sessuale, oggetto fallocratico di supremazia e/o di scambio ma soggetto attivo, fuori dal cono d’ombra della Storia, in lotta contro la massificazione ed il conformismo del Potere che – nei secoli – le proponeva solamente una lunga “deviazione addomesticata”.

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(c) MARIA DI LORENZO
[Dal libro: AA.VV, “Donna e cinema nell’Europa 2000”. 1994 - all rights reserved]

El padre de los últimos

Sul sito spagnolo dei guanelliani è stato tradotto un mio articolo dedicato a Luigi Guanella, il padre degli ultimi. La pagina web mi presenta simpaticamente così:

María di Lorenzo es una escritora que ama publicar aquello que le pasa por la cabeza y por el corazón. Dice en su blog, “Soy una escritora y amo compartir con los otros mis pensamientos, convencida de que la escritura nace siempre de itinerarios personales que se vuelven colectivos”. Contactó con nostros a través de nuestro facebook y nos regaló un artículo que hemos traducido para nuestros lectores. Gracias María.

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La Providencia divina conoce los enigmas del mundo, sabe qué hay en el corazón del hombre y qué le reserva el futuro. La Providencia divina existe. Y elige a los más humildes, a los más pobres, a los más abandonados. A menudo se vale de brazos amorosos de hermanos, de corazones generosos dispuestos a darse en nombre de Dios, que es siempre Padre providente y bueno. Y fue así cómo la tarde del 5 abril de 1886, mientras el cielo se tiñó de oscuridad, un pequeño barco con pocos trastos, dos monjas y algunas huérfanas zarpó del embarcadero de Pianello Lario para alcanzar Como. Un cura montañés echó el primer granito de mostaza de una gran obra: aquel cura fue Luis Guanella y la obra fue la Casa de la Divina Providencia, que se convertirá más tarde en la Casa Madre de las dos Congregaciones, la femenina y la masculina, fundadas por él, las Hijas de Santa María de la Providencia y los Siervos de la Caridad.

Sólo un visionario, pero un visionario intensamente enamorado de Dios, hubiera podido creer en unos inicios tan pobres para su actividad apostólica, la cual, a muchos, les parecía locura. Pero de estos locos de Dios está hecha la historia de la Iglesia católica desde los orígenes hasta hoy, y don Guanella – que este mes de octubre sube a la gloria de los altares como santo – se introduce en este río subterráneo y glorioso que se extiende por todo el mundo bajo cualquier cielo y latitud.

Nevaba aquel día en que vino a la luz, el 19 de diciembre de 1842, en  Fraciscio de Campodolcino en el Valle San Giacomo (Sondrio-Italia). En aquella cuenca alpina transcurrió su infancia hasta la edad de doce años, cuando consiguió una plaza gratuita en el colegio Gallio de Como, para continuar luego los estudios en los seminarios diocesanos (1854-1866). Cada vez que regresaba a su pueblo para las vacaciones otoñales el joven seminarista se adentraba en la pobreza de los valles alpinos, pasaba su tiempo preocupándose por los niños y los ancianos y por los enfermos del pueblo. Fue ordenado sacerdote el 26 de mayo de 1866.

Entró con entusiasmo en la vida pastoral en Valchiavenna, Prosto, 1866 y Savogno, 1867-1875, y, después de un trienio salesiano, fue de nuevo a la parroquia en Valtellina (Traona) 1878-1881, unos pocos meses a Olmo y finalmente a Pianello Lario (Como) 1881-1890. Desde los inicios en  Savogno manifestó sus preferencias pastorales: la instrucción de los chicos y los adultos, el enriquecimiento religioso, moral y social de sus feligreses, defendiendo al pueblo de las agresiones del liberalismo y atendiendo preferentemente a los más pobres. No desdeñó intervenciones peleonas, cuando se vio injustamente obstaculizado o refutado por las autoridades civiles en su ministerio, hasta el punto de ser incluido pronto entre los sujetos peligrosos (“ley de sospechosos”). Durante su estancia en Savogno ahondó en el conocimiento de don Bosco y la obra del Cottolengo; invitó a don Bosco a que abriera un colegio en el valle, pero no pudiendo realizar el proyecto, don Guanella obtuvo el permiso para ir un cierto período de tiempo.

Solicitado en diócesis por el Obispo, abrió en Traona un colegio tipo salesiano, pero también aquí fue obstaculizado. Las autoridades políticas no vieron de buen ojo la iniciativa benéfica y consideraron a don Guanella “un cura subversivo llegado a Valtellina de la escuela de don Bosco con la idea de poblar al valle de curas, frailes y monjas”. Por este motivo fue obligado a cerrar el colegio. Fue enviado durante un breve periodo de tiempo a Olmo, una de las parroquias más aisladas de la diócesis donde se pensó que sería menos molesto. Posteriormente en  Pianello pudo dedicarse a la actividad de asistencia a los pobres, llevando adelante el hospicio fundado por el predecesor don Carlos Coppini, con algunas ursulinas que organizó en congregación religiosa (Hijas de Santa María de la Providencia) y con ellas puso en marcha la Casa de la Divina Providenciaen Como (1886), con la colaboración de sor Marcelina Bosatta y de la hermana, la Beata Clara.

Y por fin sonó “la hora de la misericordia”, como la llamaba don Guanella. La Casa tuvo un rápido desarrollo, ampliando la asistencia de la rama femenina a la masculina (Congregación de los Siervos de la Caridad) bendecida y respaldada por el Obispo Beato Andrea Ferrari. Y la obra se extendió bien pronto incluso fuera de la ciudad: a las provincias de Milán (1891), Pavía, Sondrio, Rovigo, Roma (1903), a Cosenza y en otros lugares, en Suiza y en los Estados Unidos de América (1912), bajo la protección y la amistad de San Pío X.

Hombre de Dios, ciudadano del mundo, educador apasionado: éstas son las tres características principales de don Luis Guanella. Su carisma podríamos resumirlo en el anuncio – que en él se hace profunda convicción – de la paternidad de Dios. Dios es padre y es un Padre para todos, que no olvida nunca ni margina a sus hijos, especialmente a los más pobres y abandonados.

“Quien da al pobre, presta a Dios y recibe de Dios”, solía decir don Luis Guanella. De aquí su opción de caridad en favor de los últimos. Don Guanella otorgó dignidad humana a los discapacitados, a los enfermos psíquicos, a los pacientes crónicos, dando confianza, ofreciendo trabajo, evitando tratos inhumanos y humillaciones, adoptando iniciativas avanzadas tanto en el campo pedagógico como médico.

El cura montañés funda colonias rurales, da trabajo a los discapacitados para promoverles, incluso manda a sus monjas a trabajar. Dotado de inteligencia práctica, no teoriza, se guía por sus intuiciones, actuando bajo el impulso de las urgencias, con espíritu místico y profético, fruto de su amor ingenioso por Dios y por los hombres, creados “a Su imagen”.

Y así sus casas se organizan en estructuras adaptadas a las personas, con un espíritu de familia, y adoptando su propio método preventivo (cf. Reglamento de los Siervos de la Caridad, 1905) completamente entregadas a la paternidad de Dios. Un estilo de sencillez, tolerancia, misericordia y esperanza alegre, para que todos juntos puedan sentirse parte de la gran familia de Dios: un vínculo de afecto y comunión, unidos alrededor de Cristo, Hermano mayor, dejándose llevar por la Madre de la Divina Providencia: María, la primera educadora del Hijo, es presentada como quien forma, educa y conduce al Padre.

En el 1903 Don Guanella opta por instalarse en Roma, donde está el corazón de la cristiandad. Sede del Papa, hacia el cual nuestro santo nutre un amor particular, por él denominado la “estrella polar de nuestro viaje” sobre la tierra. Es una elección de universalidad, porque estar en Roma significa para don Guanella abrazar el mundo entero, y hacerse compañero de viaje de los hombres, de los de ayer y de los de hoy. Para él, lo más importante era estar allí, la prioridad de la relación, es decir el ser padre, hermano y madre, familiar de cada uno para que cada uno sintiese en su vida el amor de Dios, engendrar esperanza y promover la dignidad de cada persona.

Don Luis Guanella murió en Como el 24 de octubre de 1915. Proclamado Beato por Pablo VI el 25 de octubre de 1964, declarado solemnemente santo por Benedetto XVI el 23 de octubre de 2011. Su cuerpo es venerado en el Santuario del Sagrado Corazón en Como. Sus hijos espirituales están en numerosas partes del mundo como granos de levadura para difundir y hacer crecer la “buena noticia” vivida y encarnada desde hace más de un siglo por su santo fundador: la de un Dios que es padre cariñoso con todas sus criaturas, pero de modo especial con aquéllos que en la familia humana son los “despojos” es decir, los más pequeños y los más débiles, sobre los cuales la Providencia se inclina cada día al despuntar el sol.

(c) Maria Di Lorenzo – derechos reservados

http://www.guanelianos.org/index.php/component/content/article/49-noticias-portada/667-don-guanella-el-padre-de-los-ultimos.html

La rivoluzione gentile di padre Arija

di MARIA DI LORENZO

Un filo d’erba, da solo, è fragile e lo strappi facilmente. Ma tanti fili, tutti assieme, hanno la forza di un pugno che non è tanto semplice sradicare dalla terra. Deve aver pensato questo padre Juan Manuel Arija insieme alla sua gente in Nueva Santa Rosa, un villaggio del Guatemala in cui il sacerdote spagnolo, guanelliano, lavora da anni a contatto con i poveri e soprattutto i disabili, per restituire loro una dignità e costruire insieme ad essi un futuro.

L’ultima, attuale battaglia che p. Juan Manuel sta portando avanti insieme alla gente del posto, è il boicottaggio della miniera d’oro e argento che una compagnia canadese, la Tahoe Resource, società del gruppo Goldcorp, sta cercando di aprire nella zona. Per realizzare l’estrazione dei metalli preziosi si procede a una deforestazione senza criterio e si versano nei fiumi e nelle falde acquifere arsenico e cianuro che avvelenano la terra, unica fonte di guadagno di quella povera gente. Un danno ambientale senza precedenti. Il lavoro di estrazione con l’utilizzo di veleni, infatti, consente di separare l’oro e l’argento dalla roccia, col risultato però di mandare in pezzi l’ecosistema.

Padre Arija presiede un comitato che ha organizzato la cosiddetta “rivoluzione dei fiori”. Sono cortei pacifici ai quali hanno aderito fino ad oggi molte migliaia di manifestanti, portando ciascuno un fiore davanti al cancello dell’area dove dovrebbe sorgere la miniera. Ma tutto questo disturba, e il guanelliano è il primo a rischiare la pelle per quello che fa. Perchè rappresenta la Chiesa e la Chiesa nel centro America è la sola che alza la voce in difesa dei poveri, l’unico baluardo contro il malaffare. Per questo lo hanno minacciato di morte già più di una volta. Padre Juan Manuel dice: “Non ho paura. Dio provvederà.”

Come si può intuire, gli interessi economici sono tanti e in tanti hanno da guadagnare da questo “affare” perpetrato sulla pelle di chi, purtroppo, non ha voce. E tutto nel silenzio assordante delle istituzioni e del mondo occidentale, opulento e indifferente verso il destino degli olvidados, i dimenticati della terra.

Ma forse qualcosa si muove. Nei mesi scorsi c’è stata una consultazione pubblica contro la miniera alla quale ha votato il 98% della popolazione. Un piccolo segnale di speranza in una terra dove la legalità è un fiore dal profumo sconosciuto, dove la vita umana vale tanto poco da potersi comprare con un po’ di denaro.

In modo pacifico, con una rivoluzione gentile, la gente del luogo ha chiesto di non violentare la propria terra. Ed è il giovane pugno d’erba che cresce, la speranza che non declina.

(c) MARIA DI LORENZO – all rights reserved

pubblicato su “Famiglia Cristiana” (30 ottobre 2011)

http://www.famigliacristiana.it/chiesa/news_1/articolo/gentile_301011124446.aspx

Giacomo Leopardi. Nella lontananza infinita di Dio

di MARIA DI LORENZO

Neopagano, nichilista, mistico senza Dio. Lo hanno definito in molti modi, ma di certo non è possibile racchiudere la sfaccettata personalità umana e letteraria del maggior poeta italiano dell’Ottocento in una rigida nonché univoca gabbia interpretativa.

Tutto in Giacomo Leopardi agisce e si muove secondo la logica degli opposti (vita-morte, Dio-nulla, immaginazione-‘arido vero’) così da non poter assolutamente essere rappresentato dalla parzialità delle riduzioni ideologiche, che si sono via via sovrapposte nel corso di quasi due secoli. Come scrisse il De Sanctis, Leopardi è quell’autore che “odia la vita e però te la fa amare”.

Ma c’è di più. Se accade che “in Dante il cristianesimo è la forma di una civiltà, in Manzoni la visione di un mondo guidato dalla Provvidenza. In Leopardi il mondo – tutto: la storia, la società, il progresso – è scomparso. Non rimane che l’uomo, ma la solitudine dell’uomo è come il segno di una presenza”. Lo scrive assai efficacemente don Divo Barsotti nel suo studio sul poeta recanatese (“La religione di Giacomo Leopardi”, San Paolo, nuova ed. 2008) stabilendo il nesso inequivocabile tra il pessimismo del poeta e la ricerca del trascendente che in questo irriducibile pessimismo si annida.

E’ lecito allora parlare di religione nell’opera di Giacomo Leopardi?

Il poeta è stato sovente dipinto dalla critica ufficiale come l’assertore del nulla e della “infinita vanità del tutto”. Ma il sentimento religioso della vita, lo sappiamo bene, è qualcosa di più della pura e semplice appartenenza a una fede. E in tal senso, seppure Leopardi non fu mai cristiano – giacchè non conobbe mai il vero volto del cristianesimo, ridotto a un vuoto formulario di regole dall’educazione formalistica ricevuta in famiglia – non si può certo ignorare la potente interrogazione metafisica che pervade l’intero corpus delle sue opere.

Nato a Recanati il 29 giugno 1798, Giacomo Leopardi aveva trascorso l’infanzia e la prima giovinezza studiando nella ricca biblioteca del padre, il conte Monaldo, che era un bibliofilo, e in quelli che lui stesso ebbe a definire “sette anni di studio matto e disperatissimo” (dal 1809 al 1816) si era impadronito grandemente della cultura classica, elaborando (tra il 1816 e il 1819) il primo passaggio dall’erudizione al bello, e dal bello al vero, mentre si acuivano i problemi di salute e la sua crescente insofferenza verso l’asfittico luogo natio.

Nel 1819 si ammala agli occhi, malattia che condurrà il suo fisico già debole a soffrire per il resto della vita, e c’è un primo tentativo di fuggire da Recanati, divenutagli insopportabile, tentativo andato a vuoto giacchè il padre scopre e blocca la sua fuga.

Nel 1822 compie un viaggio a Roma, che carica di aspettative presto deluse: la vita in casa di uno zio materno riproduce lo stesso ambiente asfittico da cui era fuggito. Torna allora a Recanati, per poi lasciarla e trasferirsi a Milano, quindi a Bologna, Firenze e Pisa. Nel 1828 torna nuovamente a Recanati, per poi abbandonarla definitivamente nel 1830. Gli ultimi anni della sua vita il poeta li trascorre tra Firenze e Napoli, dove morirà nel 1837, a soli 39 anni di età.

“Giacomo Leopardi mi aveva fatto giurare di chiamargli il prete, se lo vedessi in pericolo; e così ho fatto, ed ebbe il prete, e il Viatico e tutti i sacramenti”. Così avrebbe testimoniato l’amico che a Napoli lo ospitò nell’ultimo scorcio della sua vita, Antonio Ranieri, avvalorando la tesi di una sua dipartita “da cristiano”. Ma, credente oppure no, que­llo che è chiaro è che nell’opera leopardiana c’è una domanda continua che risuona, il senso ineludibile di un’inquietudine me­tafisica.

Uno dei componimenti più significativi della sua produzione poetica è il Canto notturno di un pastore errante per l’Asia: “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi che fai, / Silenziosa luna?/ Sorgi la sera, e vai, / Contemplando i deserti; indi ti posi. / Ancor non sei tu paga / Di riandare i sempiterni calli? / [...] Dimmi [...] a che vale /… la [...] vita mortale? / … ove tende / Questo vagar mio breve / [...] Se la vita è sventura, / Perché da noi si dura? / …Forse in qual forma, in quale / Stato che sia, / dentro covile o cuna, / È funesto a chi nasce il dì natale”.

In esso, come vediamo, si fondono tutte le domande fondamentali dell’esistenza, in una interrogazione cosmica che non trova risposta. Per questo il poeta è stato anche definito un “ateo religioso”, per tale suo costante interrogarsi sulla vita destinato a non avere mai altra risposta che il silenzio.

“Nella lontananza infinita di Dio”, scrive don Barsotti, “il poeta sentì che la sua parola si perdeva soltanto nel silenzio”. E fu così che la sua religione divenne rivolta. Nel pensare leopardiano nessuno prende il posto di Dio, nessun mito di progresso umano, nessuna illusione sulle magnifiche sorti e progressive dell’umanità, nessuna filosofia. Il mondo è vuoto. E in questo vuoto il poeta lancia il suo grido, quasi una bestemmia verso il cielo, ed è il grido di chi non accetta le facili consolazioni del mondo, le sue “illusioni”.

Così il senso religioso si rivela proprio là dove sembrerebbe che sia negato. Leopardi, sostiene il critico P. Ferdinando Castelli, mostra ”l’aspirazione a una realtà trascendente; ciò che la vista provoca, il silenzio indica e il ricordo suscita è l’esistenza di un altro mondo che attrae tutta l’anima a sè e già in qualche modo misteriosamente si fa presente nel cuore”. Di qui il carattere “eminentemente religioso, più che filosofico” del pensiero leopardiano, secondo P. Castelli. Dio resterebbe il soggetto della poesia e del pensiero di Leopardi “perchè tutto in lui rimanda a quello che è oggetto e fine del desiderio, tanto più presente e vivo, dolorosamente, quanto meno è creduto, quanto è più negato”.

Tra il novembre e il dicembre del 1816, Giacomo Leopardi scrive un componimento intitolato L’appressamento della morte, composto in terzine dantesche. Il richiamo a Dante è non solo nell’uso della forma metrica. In maniera sorprendente, infatti, il testo si conclude come la Commedia dantesca con un’invocazione alla Madonna. Scrive: “O Vergin Diva, se prosteso mai/ Caddi in membrarti, a questo mondo basso, / Se mai ti dissi Madre e se t’amai,/ Deh tu soccorri lo spirito lasso/ Quando de l’ore udrà l’ultimo suono, / Deh tu m’aita ne l’orrendo passo”.

Leopardi invoca la Madonna perché possa soccorrerlo nell’ora della morte, e questa invocazione fa il paio con quella contenuta negli abbozzi degli Inni cristiani, progettati e mai attuati da Leopardi nell’estate del 1819. Il critico Giovanni Getto la commenta così: “Sono poche righe, ma di una pienezza e di una sincerità tali da farne una preghiera unica, quale non è dato di trovare facilmente nella letteratura di devozione. Una preghiera che invita a pregare, come non invitano evidentemente, per la loro elaborata natura artistica, le celebri invocazioni di Dante, di Petrarca, Manzoni”.

La Madonna, invocata sotto il titolo di Consolatrice degli afflitti, era venerata nella cappella gentilizia dei conti Leopardi, in un dipinto eseguito nel 1737 a Vienna e portato a Recanati dal cappuccino P. Giovanni Biscia. Era questa l’immagine davanti a cui aveva pregato tante volte Giacomo bambino. A lei, dunque, il poeta poteva rivolgersi con fiducioso abbandono: “A Maria. È vero che siamo tutti malvagi, ma non ne godiamo, siamo tanto infelici. È vero che questa vita e questi mali sono brevi e nulli, ma noi pure siam piccoli e ci riescono lunghissimi e insopportabili. Tu che sei già grande e sicura, abbi pietà di tante miserie.”

(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved

Articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio – novembre 2011

L’amica degli straccivendoli

La chiamavano “la Madre Teresa del Cairo”, e lei si schermiva, dicendo di non essere affatto una santa, descrivendosi anzi come “vendicativa”, “collerica”, “un po’ femminista”. Nel 2006 era stata eletta da un sondaggio commissionato dalla rivista “Elle” come la donna più amata e rappresentativa di Francia.  Madaleine Cinquin, colei che sarebbe diventata per tutti suor Emmanuelle del Cairo, era nata a Bruxelles nel 1908. Nel ’31, a ventitré anni di età, aveva preso i voti nella Congregazione Nostra Signora di Sion. Si era laureata in filosofia alla Sorbona, e poi aveva insegnato letteratura e filosofia a Istanbul, Tunisi, Il Cairo e Alessandria. Anni proficui e intensi, densi di progetti e di idee. Anni preparati da un grande dolore. Un dolore senza fondo, che l’aveva straziata ma non inebetita al punto di non farle individuare il senso di svolta della sua vita e, con esso, la sua incredibile rinascita…[continua]

Stasera Anna dorme presto

di MARIA DI LORENZO

Anna la sera non va mai a letto presto. Legge in cucina, abbarbicata sullo sgabello, sotto una luce pallida, e i libri la tengono sveglia fino all’alba. Una “mania” che Carlo, suo marito, non le ha mai perdonato. Non va mai a letto presto perché lei di notte allestisce un mondo, quello che avrebbe voluto abitare. E per farlo ha bisogno delle stelle. Di notte si va ad sidera, alle stelle che sono i desideri. Anna un giorno ha chiuso i suoi sogni in un cassetto per sposare un brillante avvocato, che la tradisce con una collega volitiva e rampante. Ma i desideri a casa di Anna si presentano puntuali ogni notte, vestiti di parole fruscianti, tra i gatti che si appisolano sui fogli e il disordine di quell’attico a due passi da piazza San Pietro dove i rumori giungono ovattati, come protetti da un alta barriera, e che – almeno finchè Carlo vi abiterà, ma solo con il corpo, perchè la sua mente è già altrove da tempo – sarà il regno della perfezione e del nitore esteriore, “il terrazzo con le piante alte e curate”, gli arredi di lusso, i quadri d’autore, i pavimenti incerati senza neanche una graffiatura, “le pentole della cucina specchianti il lindore delle mattonelle bianche”, il frigo ben diviso in reparti: un ambiente così perfetto da sembrare asettico come una sala chirurgica, nel quale Anna invece finisce per covare dentro di sè, un giorno dopo l’altro, un senso di crescente, dolorosa estraneità. Da quando ha capito, cioè, proprio ascoltando le voci che salgono dalla notte verso di lei, che è l’imperfezione che attira la vita e che questa “si afferra solo scrivendo”. [continua]

Don Guanella, il padre degli ultimi

di MARIA DI LORENZO

La Provvidenza divina conosce gli enigmi del mondo, sa che cosa c’è nel cuore dell’uomo e che cosa gli riserva l’avvenire. La Provvidenza divina esiste. E sceglie i più umili, i più poveri, i più abbandonati. Spesso si serve di braccia amorose di fratelli, di cuori generosi pronti a spendersi nel nome di Dio, che è sempre Padre provvidente e buono. E fu così che la sera del 5 aprile del 1886, mentre il cielo si tingeva di scuro, una piccola barca con poche masserizie, due suore e alcune orfanelle salpò dall’imbarcadero di Pianello Lario per raggiungere Como. Un prete montanaro gettava il primo granellino di senapa di una grande opera: quel prete era Luigi Guanella e l’opera era la Casa della divina Provvidenza, che poi diventerà la Casa Madre delle due Congregazioni, quella femminile e quella maschile, da lui fondate, le Figlie di S. Maria della Provvidenza e i Servi della Carità.

Solo un visionario, ma un visionario profondamente innamorato di Dio, poteva credere a un inizio così povero per la sua attività apostolica che a taluni poteva sembrare pazzia. Ma di questi pazzi di Dio è fatta la storia della Chiesa cattolica dalle origini fino ad oggi, e don Guanella – che questo mese di ottobre sale alla gloria degli altari come santo – si inserisce in questo fiume sotterraneo e glorioso che innerva il mondo sotto ogni cielo e latitudine.

Nevicava quel giorno che venne alla luce, il 19 dicembre 1842, a Fraciscio di Campodolcino in Val San Giacomo (Sondrio). In quella conca alpina trascorse l’infanzia fino all’età di dodici anni, quando ottenne un posto gratuito nel collegio Gallio di Como, per poi proseguire gli studi nei seminari diocesani (1854-1866). Ogni volta che tornava al suo paese per le vacanze autunnali il giovane seminarista si immergeva nella povertà delle valli alpine, passava il suo tempo libero a interessarsi dei bambini e degli anziani e ammalati del paese. Fu ordinato sacerdote il 26 maggio 1866.

Entrò con entusiasmo nella vita pastorale in Valchiavenna (Prosto, 1866 e Savogno, 1867-1875) e, dopo un triennio salesiano, fu di nuovo in parrocchia in Valtellina (Traona, 1878-1881), per pochi mesi a Olmo e infine a Pianello Lario (Como, 1881-1890). Fin dagli inizi a Savogno rivelò i suoi interessi pastorali: l’istruzione dei ragazzi e degli adulti, l’elevazione religiosa, morale e sociale dei suoi parrocchiani, con la difesa del popolo dagli assalti del liberalismo e con l’attenzione privilegiata ai più poveri. Non disdegnava interventi battaglieri, quando si vedeva ingiustamente frenato o contraddetto dalle autorità civili nel suo ministero, così che venne presto segnato fra i soggetti pericolosi (“legge dei sospetti”). Nel frattempo a Savogno approfondiva la conoscenza di don Bosco e dell’opera del Cottolengo; invitò don Bosco ad aprire un collegio in valle, ma non potendo realizzare il progetto, don Guanella ottenne di andare da lui per un certo periodo.

Richiamato in diocesi dal Vescovo, aprì in Traona un collegio di tipo salesiano, ma anche qui venne ostacolato. Le autorità politiche non vedevano di buon occhio l’iniziativa benefica e consideravano don Guanella “un prete sovversivo venuto in Valtellina dalla scuola di don Bosco con l’idea di popolare la valle di preti, frati e monache”. Così gli fu imposto di chiudere il collegio. Fu mandato per un po’ di tempo ad Olmo, una delle parrocchie più isolate della diocesi dove si pensava che potesse dare meno noia. Successivamente a Pianello poté dedicarsi all’attività di assistenza ai poveri, rilevando l’Ospizio fondato dal predecessore don Carlo Coppini, con alcune orsoline che organizzò in congregazione religiosa (Figlie di S. Maria della Provvidenza) e con queste avviò la Casa della Divina Provvidenza in Como (1886), con la collaborazione di suor Marcellina Bosatta e della sorella, la Beata Chiara.

“L’ora della misericordia”, come la chiamava don Guanella, era finalmente scoccata. La Casa ebbe subito un rapido sviluppo, allargando l’assistenza dal ramo femminile a quello maschile (congregazione dei Servi della Carità), benedetta e sostenuta dal Vescovo B. Andrea Ferrari. E l’opera si estese ben presto anche fuori città: nelle province di Milano (1891), Pavia, Sondrio, Rovigo, Roma (1903), a Cosenza e altrove, in Svizzera e negli Stati Uniti d’America (1912), sotto la protezione e l’amicizia di S. Pio X.

Uomo di Dio, cittadino del mondo, educatore appassionato: queste sono le tre caratteristiche principali di don Luigi Guanella. Il suo carisma potremmo riassumerlo nell’annuncio – che in lui si fa profonda convinzione – della paternità di Dio. Dio è padre ed è un Padre per tutti, che non dimentica mai né emargina i suoi figli, specie i più poveri e abbandonati.

“Chi dona al povero, presta a Dio e riceve da Dio”, soleva dire don Luigi Guanella. Da qui la sua scelta di carità a favore degli ultimi. Don Guanella conferì dignità umana ai disabili, ai malati psichici, agli infermi cronici, dando fiducia, offrendo lavoro, evitando trattamenti disumani e umiliazioni, abbracciando iniziative precorritrici sia sul piano pedagogico che medico.

Il prete montanaro fonda colonie rurali, dà lavoro ai disabili per riscattarli, manda pure le sue suore a lavorare. Dotato di intelligenza pratica, non teorizza, procede per intuizioni, agendo sotto la spinta delle urgenze, con spirito mistico e profetico, frutto del suo amore ingegnoso per Dio e per gli uomini, che sono creati “a Sua immagine”.

E così le sue case si organizzano in strutture a misura d’uomo, con uno spirito di famiglia, e adattano un proprio metodo preventivo (cf. Regolamento dei Servi della Carità, l905), completamente affidate alla paternità di Dio. Uno stile di semplicità, tolleranza, misericordia e speranza gioiosa, perchè tutti insieme possano sentirsi parte della grande famiglia di Dio: una fraternità di stima e di comunione, uniti intorno a Cristo, Fratello maggiore, che si lascia guidare dalla Madre della divina Provvidenza: Maria, la prima educatrice del Figlio, è data come colei che forma, educa e conduce al Padre.

Nel 1903 Don Guanella sceglie di radicarsi a Roma, dove è il cuore della cristianità. Sede del Papa, verso cui il nostro santo nutre un amore particolare, da lui definito la “stella polare del nostro viaggio” sulla terra. È una scelta di universalità, perché stare a Roma significa per don Guanella abbracciare il mondo intero, e farsi compagno di viaggio degli uomini, quelli di ieri e quelli di oggi. Per lui infatti valeva prima di ogni altra cosa l’esserci, la priorità della relazione, l’essere cioè padre, fratello e madre, familiare di ciascuno perchè poi ciascuno sentisse nella sua vita l’amore di Dio, generare speranza e promuovere la dignità di ogni persona.

Don Luigi Guanella morì a Como il 24 ottobre 1915. Proclamato Beato da Paolo VI il 25 ottobre 1964, da Benedetto XVI solennemente dichiarato santo il 23 ottobre 2011. Il suo corpo è venerato nel Santuario del S. Cuore in Como. I suoi figli spirituali sono in numerose parti del mondo, come granelli di senapa per diffondere e far crescere la “buona novella” vissuta e incarnata oltre un secolo fa dal loro santo fondatore: quella di un Dio che è padre amorevole di tutte le sue creature, ma in modo speciale di quelle che nella famiglia umana sono gli “scarti”, ovvero i più piccoli e i più deboli, su cui la Provvidenza si china ogni giorno allo spuntar del sole.

(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved

pubblicato sul mensile “Milizia Mariana” – ottobre 2011

Le due vite di Elsa

Isteria, sentenziano. E con questa parola pensano di aver detto tutto. Di aver circoscritto la natura di Elsa. E, mettendola in una nicchia precisa, di aver neutralizzato la forza eversiva che cova dentro di lei. Che non è certo ‘matta’, ma più semplicemente è una ‘donna’. Una giovane donna timida e graziosa abitata da un “mondo sanguigno e rovente” che gli altri non comprendono e che rigettano bollandola nell’unico modo che sanno… [continua]

Gertrud von Le Fort: scrittura e trascendenza

di MARIA DI LORENZO


Quando Edith Stein decise di lasciare il mondo per entrare nel Carmelo di Colonia furono in molti a stupirsi di quella scelta: lei che era stata una filosofa, un’intellettuale, con il suo grande bagaglio culturale e un passato di brillante studiosa, abbandonava ogni cosa per inabissarsi in una vita totalmente povera, oscura, senza privilegi. Una vita nascosta, fatta di immolazione e di sacrificio. Tante persone allora le scrivevano e cominciarono a farle visita, secondo le possibilità e gli orari del Carmelo, e tra queste la scrittrice tedesca Gertrud von Le Fort, una aristocratica protestante che a Roma si era convertita al cattolicesimo, autrice di romanzi assai famosi, fra cui L’ultima al patibolo. Un giorno Gertrud andò a trovare la Stein al convento per vedere con i propri occhi se Edith fosse davvero felice al Carmelo: davanti a sé trovò una creatura radiosa, trasfigurata dalla gioia.

Gertrud von Le Fort, la “più grande poetessa trascendentale contemporanea“, ed Edith Stein, “la più grande donna nel cielo dei filosofi tedeschi” del Novecento, come le definirono i loro contemporanei, divennero amiche. Erano due convertite: l’una dal protestantesimo, l’altra dall’ebraismo. Fu il padre gesuita Erich Przywara il mediatore, per così dire, di questa singolare amicizia umana ed intellettuale. La scrittrice tedesca ebbe a dire: “Nella mia vita ho visto solo due volte un volto umano che mi travolgesse: suor Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, e Papa Pio X”.

Gertrud von Le Fort nacque nel 1876 in Westfalia. Il padre era un ufficiale prussiano, e lei potè studiare privatamente fino all’età di 14 anni in casa per poi intraprendere alcuni viaggi. Studiò Teologia evangelica, filosofia e storia, ma senza immatricolarsi perché priva del titolo statale per accedere all’Università. Nel 1914 frequentò ad Heidelberg un seminario del giovane C. Jaspers dedicato a Kierkegaard e la definì “la tappa più importante e decisiva della mia vita”.

Allieva prediletta del celebre filosofo delle religioni Ernst Troeltsch, del quale nel 1925 curò la pubblicazione del libro Dottrina della fede (Glaubenslehre), la coltissima baronessa tedesca di confessione protestante abbracciò la fede cattolica durante un viaggio a Roma quando era alla soglia dei cinquant’anni. Evento misterioso e segreto, come ogni conversione che si rispetti, ma di cui abbiamo una lieve traccia in uno dei suoi testi: “Quel vecchio, rigido crocefisso a metà cancellato, quel crocefisso della più cadente basilica di Roma, vuota di preghiere improvvisamente mi aperse le braccia e mi costrinse a inginocchiarmi. Mi sembrò che qualcuno alzasse una tenda sul fondo della mia anima, in cui riconobbi, simile a stigmata d’amore, la stessa immagine dinanzi alla quale mi trovavo inginocchiata: ricevuta, rinnegata, dimenticata eppure intatta, perché quell’amore si era conservato per me”.

E ancora lei scrive: “Sapevo che né in cielo né in terra né fino alla fine dei tempi né nell’eternità, mai vi potrebbe essere cosa alcuna capace di eguagliare quell’amore in forza e dolcezza. Avviluppata ad esso, strappata a me stessa, e già quasi immersa nella sua immensità, credetti di morire. Ma lo stesso infinito mi teneva in vita con un comando dolce e commovente: amami ancora“.

Soltanto un anno prima della sua conversione, e forse non a caso, Gertrud von Le Fort aveva pubblicato gli Inni alla Chiesa (Hymnen an die Kirche), versi solenni come Salmi, che della Chiesa cantavano nascita e natura, missione e santità, amore e destino. Esaltandone l’eterna, universale e soprannaturale potenza ordinatrice, l’autrice intendeva riconoscere alla Chiesa il fatto di aver raccolto e purificato in sé ogni pensiero e fermento religioso della storia millenaria del mondo. Pagano o profano, ateo o agnostico fosse stato il passato contesto dell’intera umana avventura, da Cristo in poi tutto è stato posto sotto il segno della Redenzione del mondo.

“Poetessa della trascendenza”, l’ha definita il critico P. Ferdinando Castelli SJ. Per la forte tensione metafisica che pervade tutta la sua opera, per il rigore della ricostruzione storica che molto spesso le fa da sfondo, per il vigore dell’ideale cristiano cui questa si ispira nonché dei personaggi in cui si incarna, oltre che per la profondità dell’analisi psicologica, la Von Le Fort è senza dubbio una delle figure più interessanti della cultura cattolica tedesca del secolo scorso. La sua opera narrativa forse più importante, L’ultima al patibolo (1931), su una vicenda di suore ghigliottinate durante la rivoluzione francese, da cui successivamente lo scrittore francese Georges Bernanos trasse ispirazione per I dialoghi delle carmelitane, la rese celebre in tutto il mondo.

Le sue pagine vengono accostate senza esitazioni a quelle di Claudel, Bernanos, Mauriac, Dostoevskij, Péguy. Prolifica e raffinata, Gertrud von Le Fort fu autrice di oltre venti libri, raccolte di poesie, romanzi e racconti che, tra l’altro, sembra abbiano contato molto anche nella formazione culturale di Joseph Ratzinger. Nel 1949 Hermann Hesse, insieme con Martin Buber, la propose per il premio Nobel. Prima della conversione aveva scritto gli Inni alla Chiesa. Dopo scriverà molti romanzi, fra i quali: La fontana di Roma (in due riprese: Il lino della Veronica, 1928 e La corona degli angeli, 1946), Il Papa del Ghetto (1930), Le nozze di Magdeburgo (1938), La donna eterna (1934), L’estasi di suor von Barby (1940), La Consolata (1947), La figlia di Farinata (1950).

Il fascino delle opere della scrittrice è quello di seminare elementi biografici nei suoi scritti, ma di non lasciare traccia autobiografica, tanto che i critici hanno a lungo cercato ed indagato, e chiesto a contemporanei che la conobbero di persona, e perlustrato archivi ed articoli alla ricerca di elementi biografici. Rimane a nostro avviso una lettera assai significativa, vergata di pugno della stessa Gertrud, e datata 27 dicembre 1947, in cui rivolgendosi ad una studentessa laureanda sulle sue opere, la scrittrice spiega che “di autobiografico esiste poco, perché io credo che l’autore sia responsabile di fronte al pubblico con la sua opera e non con la sua persona… Del resto – lei dice – questo mio modo di comportarmi è in stretta relazione con il mio libro “La donna eterna” e cioè non si può esigere che caratteristica della missione della donna sia il velo senza che essa lo porti”.

La scrittrice pensava alla donna come al canale dei grandi misteri del cristianesimo nel mondo: la nascita di Cristo, l’annuncio della Pasqua, la discesa dello Spirito Santo che “mostra l’uomo nell’atteggiamento femminile di chi riceve”, e che è la “cellula primogenita della Chiesa”. Il femminile che innerva tutta la creazione, come viene bene espresso in “La donna eterna”.

E a buon ragione allora Bonaventura Tecchi potè parlare di un “velo” che si stende su tutta l’opera dell’autrice tedesca: caratteristica e compito della donna è di conservare cioè un velo, qualcosa di misterioso, non solo nel suo corpo ma anche nella sua anima, nell’abbandono e nella dedizione, nell’amore totale, come accadde a Maria quando pronunciò il suo Fiat. Maria, la Donna per eccellenza, da Gertrud tanto amata e che aveva celebrato nei suoi splendidi versi: “Rallegrati, vergine Maria,/ figlia della mia terra,/ sorella dell’anima mia,/ rallegrati, gioia della mia gioia./ Sono come un vagabondo nella notte,/ ma tu sei un tetto sotto il firmamento./ Sono una coppa assetata,/ ma tu sei il mare aperto del Signore./ Rallegrati Vergine Maria,/ ala della mia terra,/ corona dell’anima mia;/ rallegrati, gioia della mia gioia:/ felici coloro che ti proclamano felice!”.

(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved

Articolo pubblicato sul mensile “Madre di Dio” – ottobre 2011

Successo

Non so per voi ma per me e’ stato abbastanza faticoso nei giorni scorsi dover riprendere le varie attivita’ in cui sono impegnata andando a iniziare il nuovo anno sociale. Come sempre, si fa fatica a ingranare subito la marcia, soprattutto perche’ bisogna imboccare una direzione che spesso e’ nuova e sconosciuta e come tutte le cose che non si conoscono porta con se’ anche un po’ di mistero e di batticuore. E’ come affacciarsi su un nuovo inizio, e forse sara’ cosi’ anche per tanti di voi…

Settembre e’ stato per me tempo di bilanci e di ripartenze. Con qualche novita’. A cominciare dalla piu’ recente: pochi giorni fa ho firmato un nuovo contratto e, tempo qualche mese, uscira’ un mio libro in sloveno: con lo sloveno diventano sette le lingue attraverso cui le mie parole girano per il mondo (dopo l’inglese, il portoghese, il polacco, il turco, il ceco, e naturalmente l’italiano). Provo ogni volta una grande emozione, ma che non nasce dal vedere il mio nome stampato bello grande sulle copertine dei libri. Quello che mi emoziona e’ ricevere le mail dei miei lettori, sentire le loro impressioni, entrare nel loro mondo. Alcuni infatti continuano a scrivermi anche a distanza di anni, mi fanno partecipe in qualche modo delle loro vite.

L’emozione e’ precisamente questo: sentire l’affetto di chi mi legge. Non e’ forse per loro che accendo il “forno” della scrittura ogni giorno, vincendo il mal di schiena che a volte mi inchioda alla sedia e i passeggeri malumori che mi assalgono? Non c’e’ fama o (vana)gloria che tenga, almeno per me, di fronte al mistero delle anime che si schiudono di fronte alle tue parole, quando riesci non si sa come a raggiungere e toccare il loro cuore. Quanto al successo, parola astratta ma che sembra essere un must della nostra epoca, e che tutti inseguono a tutti i costi, io la penso esattamente come lo scrittore Erri De Luca: ‘successo’ è soltanto il participio passato del verbo succedere e, messa la cosa in questi termini, dice saggiamente il buon Erri, ne sono successe di cose piu’ importanti delle mie a questo mondo!

Thérèse e la moneta del santo bevitore

di MARIA DI LORENZO

Parigi, aprile 1934. E’ freddo sotto i ponti della Senna e Andreas, un vagabondo senza tetto né legge, cerca riparo, come ogni sera, sotto un mucchio di giornali per proteggersi dal gelo pungente della notte. E’ ancora giovane, ma vivacchia come può tra lavoretti precari, piuttosto rari, e grandi bevute di vino.

Perché vive così? E qual è il suo passato?

Un giorno, un distinto signore lo avvicina sul lungosenna per offrirgli la somma di duecento franchi. Andreas ha fame, ma fa fatica ad accettare il denaro dello sconosciuto, proprio non vuole, e alla fine acconsente ad un patto, quello di riconsegnare i duecento franchi nella Chiesa di Santa Maria di Batignolles, come offerta alla statua di santa Teresa di Lisieux. Un patto davvero singolare, ma Andreas, che è un uomo d’onore, pur senza indirizzo, lo assume come un impegno assoluto. Vivrà solo per questo, per riportare i soldi alla “signorina Thérèse“.

La cosa è assai più facile a dirsi che a farsi. Da questo momento, infatti, gli succedono tante e tante di quelle vicende, strampalate e incredibili, che ritardano ogni volta l’esecuzione della promessa solenne da lui fatta all’anziano benefattore.

Poco alla volta veniamo a scoprire il suo passato.

Andreas Kartak aveva abbandonato la Slesia polacca, nella quale era nato e faceva il minatore, per andare in Francia. Qui era stato ospitato da una famiglia di connazionali, i coniugi Schebiec, che gli avevano offerto un alloggio mentre lavorava in miniera. Si era però innamorato di Caroline Schebiec e, per evitare che il marito, venuto a conoscenza del tradimento, la massacrasse a legnate, l’aveva colpito a sua volta, uccidendolo.

Dalla galera era uscito un uomo distrutto e senza progetti: solo, senza la prospettiva di un lavoro, Andreas aveva finito col fare la vita del clochard, dormendo sotto i ponti della Senna.

Ora, dopo l’incontro col misterioso benefattore, il vagabondo in cuor suo si sente “ricco” e per prima cosa, l’indomani, decide di radersi e di comprare un giornale per sapere che giorno fosse quello. Mentre fa colazione viene avvicinato da un signore che gli chiede se può aiutarlo nel trasloco, venendo pagato immediatamente con cento franchi e con altri cento dopo aver completato il lavoro. Questo lavoro dura due giorni e al termine, la domenica, Andreas decide che è ora di andare a pagare il suo debito alla cappella di Santa Teresa. Ma mentre si dirige verso la chiesa incontra Caroline, la sua vecchia “fiamma”, e passa la giornata con lei dimenticandosi completamente del debito da saldare. Il giorno dopo se ne torna a dormire sotto i ponti.

Una notte, però, Andreas sogna santa Teresina che gli chiede i duecento franchi del debito: destandosi dal sonno s’accorge di avere nel portafoglio l’incredibile cifra di mille franchi. Nella tabaccheria in cui corre a farsi cambiare i soldi gli sembra di riconoscere un suo vecchio compagno di scuola, ora ritratto in vesti di calciatore famoso. Decide così di andare al cinema, e poi di cercare il suo vecchio amico, Kanjack: lo trova in un albergo di lusso dove il suo compagno alla fine della giornata gli affitterà una stanza.

Il debito con santa Teresina è ancora una volta dimenticato. Infatti, dopo essersi lavato, Andreas incontra fuori dalla sua camera una bella ragazza di cui s’invaghisce all’istante, passando la notte con lei, ed anche il giorno seguente. L’indomani però è domenica e lui se ne va, con l’intenzione di raggiungere finalmente la chiesa dove Teresina lo aspetta. Sulla strada, però, incontra Woitech, un suo compagno di miniera: va da sé che mollerà i suoi buoni propositi per andare a sbronzarsi con lui nel bar proprio vicino alla chiesa. Woitech gli chiede dei soldi e lui gli dà tutti quelli che aveva messo da parte, così alla fine non gli resta che tornare sotto i ponti. Ma un signore, saputo che lui è molto devoto a santa Teresa, gli consegna duecento franchi perché Andreas possa pagare il suo debito.

Il lupo, però, come si dice, perde il pelo, ma non il vizio: Andreas passa le notti seguenti al Tari-Bari, un locale sulla Senna, dove la domenica mattina, al momento di saldare il conto, non gli resta più uno spicciolo per il suo debito.

A questo punto, che fare?

Il clochard, a cui non fa certo difetto la fiducia nella Provvidenza, una fiducia pari quasi alla sua sventatezza, si presenta ugualmente nella chiesa di Santa Maria di Batignolles, speranzoso di riuscire in qualche modo a trovare i duecento franchi che gli occorrono. E, infatti, un poliziotto lo ferma e gli consegna un portafoglio non suo, dicendogli che l’aveva appena perso.

La circostanza, come le altre del resto, sa proprio di miracolo, ma l’incorreggibile Andreas Kartak viene distratto ancora una volta dall’amico Woitech, con il quale va ad ubriacarsi in un bar. Qui c’è una bimba di nome Thérèse che, ormai brillo, gli ricorda la santa e il suo debito d’onore.

Andreas è ormai allo stremo delle forze, il suo cuore malandato non regge più l’alcol e il vagabondo, a un certo punto, crolla a terra svenuto. Non essendoci neppure un medico nelle vicinanze, il barbone viene portato nella cappella di santa Teresa di Gesù Bambino dove, prima di spirare, si tocca i soldi nella tasca dicendo “Signorina Thérèse!”.

Ha pagato il suo debito, finalmente.

La leggenda del santo bevitore è un romanzo poetico e molto suggestivo, che ha il suo cuore narrativo nel mistero della grazia e della gratuità dell’amore. E’ testo narrativo che lo scrittore ebreo austriaco Joseph Roth lasciò come testamento spirituale, morendo pochi giorni dopo averlo composto, a Parigi nel maggio del 1939, consumato dall’alcol e dalla disperazione per l’ondata di odio, di antisemitismo e di furore autodistruttivo che stava avvolgendo l’Europa alla vigilia della seconda guerra mondiale con la tragica ascesa al potere di Hitler.

Una vicenda, quella del santo bevitore, dall’intenso sapore autobiografico, nella quale Joseph Roth, uno dei più grandi autori del Novecento, ebreo di nascita ma fortemente affascinato dal cattolicesimo, affida al personaggio di santa Teresina il ruolo sicuramente più importante della storia: è lei il demiurgo, quella specie di nocchiero invisibile che traghetta l’anima di Andreas sulla sponda dell’eternità, nell’abbraccio con Dio.

Ma perchè proprio Teresina?

Forse per l’esperienza, certamente singolare, vissuta dalla santa di Lisieux nel suo farsi compagna di strada e sorella di tanti uomini e donne privi di Dio, per aver vissuto come loro, e insieme a loro, sentinella dell’invisibile, la terribile esperienza di vuoto che nasce dal buio della fede, dentro le viscere segrete dei loro giovani anni indecisi.

Perchè un giorno Teresina aveva accettato di sedere a “quella tavola colma di amarezza alla quale mangiano i poveri peccatori”, condividendo con tanti uomini del suo (e nostro) tempo “i ragionamenti dei peggiori materialisti”, e potendo proprio per questo testimoniare, dall’interno del dramma dell’ateismo contemporaneo, il miracolo della solidarietà e dell’intercessione.

Andreas, il “santo bevitore”, nella sua cocciuta determinazione di riconsegnare il denaro ricevuto in dono alla statua della santa di Lisieux, sembra svelarci, alla fine della storia, il più misterioso dei segreti dell’esistenza umana, che è poi l’essenza stessa, la radice del cristianesimo: Dio è un amore mendicante.

Dio è quell’amore, senza “se” e senza “ma”, che sempre aspetta, che sempre accoglie, e non si stanca mai, e mai si rifiuta di aprire le braccia ai figli peccatori, a questa umanità fragile e dolente, che gli trafigge il cuore con le sue infedeltà, con l’incoerenza della propria vita, dono incommensurabile eppure sciupato spesso con giovanile noncuranza in mille cose futili, di questo tempo da lui donato a piene mani, dono prezioso anch’esso, eppure anch’esso buttato via, tante volte, come oro di scarso valore, moneta falsa.

Come Andreas, il vagabondo che dopo aver sperperato con disperata allegria la sua esistenza fra bistrot e bordelli, muore col nome di Thérèse sulle labbra. Il suo desiderio di riscatto lo fa più forte della sua incoerenza: la vita lo ha travolto senza togliergli l’originaria innocenza, che neppure l’alcol e la miseria hanno oscurato. Confusamente, infatti, egli sa che una luce c’è per lui, da qualche parte. Un amore più grande che lo attende. Che ci attende.

Come si fa allora a vivere senza il mistero?

*

(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved – tratto dal volume: “Nasconditi dentro il mio cuore” (2009)

Così si uccide un magistrato giusto

La mattina del 21 settembre 1990 era una giornata ancora calda di inizio autunno, frequentavo a Urbino uno stage con il mitico Corso Bovio. Per me era un giorno come tutti gli altri, il giorno spensierato di una studentessa, ma a molti chilometri da li’ si consumava proprio in quegli istanti il sacrificio di un giovane magistrato, Rosario Livatino. Un giovane cresciuto in una terra, la Sicilia, dove ognuno appena viene al mondo deve deciderlo subito da che parte vuole stare, con la legge oppure contro, se vuole essere picciotto oppure sbirro… Rosario Livatino era un ragazzo normale, che aveva respirato aria di mafia fin da bambino, pero’ in lui il richiamo della giustizia era stato più forte di tutto.

Fu ucciso mentre si recava al lavoro presso il Tribunale di Agrigento. Non aveva ancora compiuto 38 anni. L’Italia scopriva con la sua morte l’eroico sacrificio di un giovane servitore dello Stato che aveva vissuto tutta la propria vita alla luce del Vangelo. Mi appassionai anch’io alla figura di questo giovane magistrato, alla sua purezza, alla sua coraggiosa testimonianza. Ero solo una studentessa universitaria allora, ma gia’ sapevo che scrivere sarebbe stato il mio destino e cosi’ decisi in cuor mio che un giorno avrei scritto un libro su di lui, come poi e’ stato: Rosario Livatino – Martire della giustizia e’ il volume che ho realizzato in occasione del decennale della sua morte, e che è tornato nelle librerie in una nuova edizione. Per tenere alta la fiaccola della memoria su questo giudice e cristiano autentico per cui la Diocesi di Agrigento ha deciso di recente di aprire il processo di canonizzazione.

Non domerà la bestia chi ne imita il verso

Racconto di MARIA DI LORENZO

*

Cara Milena,

ti scrivo questa lettera sul treno mentre raggiungo di notte la frontiera, perciò non fare caso alla mia calligrafia se questa volta non è delle migliori. Da quando sei partita è già trascorso un anno ormai… ricordi l’ultima volta che c’incontrammo? Fu all’università, mi sembra; tu stavi uscendo dalla biblioteca dove avevi mostrato a tutti con orgoglio il tuo passaporto nuovo di zecca, mentre io raggiungevo trafelata (come sempre!) la lezione pomeridiana del professore, e così finimmo per scontrarci proprio sulla porta. Ti ricordi?

E’ già passato un anno. Il tempo ha travolto ogni cosa nella sua corsa cieca, selvaggia, e nella velocità del crollo le distanze si sono fatte così spaventose, così inarrestabili. L’hai notato anche tu? La cenere dei giorni si deposita poco alla volta sui nostri occhi, ci fa pesanti le palpebre; poco alla volta scava solchi sopra le nostre facce: di dolore, di sottile inquietudine, a cui non sappiamo neppure dare un nome… [continua]

Settembre

Foto: Luigi La Rosa - all rights reserved

Settembre comincia con la leggerezza di un vetro soffiato, come se mi affacciassi su un nuovo inizio… e certamente lo è, per me e forse per tanti di voi: si riprende il cammino interrotto, oppure si cambia direzione, percorso, ci si inoltra su strade prima mai battute, col fiato sospeso contro l’ignoto ma anche con un granello di gioia nel cuore che vuole mettere radici e germogliare. Finalmente.

Una cattedrale fatta di versi

di MARIA DI LORENZO

Nella sua stanza, appesa sulla porta, in bella evidenza, teneva la stupenda preghiera di San Bernardo alla Vergine tratta dal Paradiso di Dante (canto 33°, vv. 1-21) che lui stesso aveva ricopiato a mano con cura, in bella calligrafia, per poterla avere sempre davanti agli occhi. Pier Giorgio Frassati la recitava spesso, ad alta voce com’era solito fare, e con la Salve Regina questa era la preghiera mariana che amava di più. Pier Giorgio era un vero appassionato di Dante Alighieri, il sommo poeta della Divina Commedia che voleva una Chiesa santa e che amava, anche lui, la Madre di Dio, Colei, scriveva, il cui volto “a Cristo / più si somiglia” (cfr. Paradiso, canto 32°, vv. 85-86).

Ma Frassati non era e non è certamente l’unico ad aver nutrito questa venerazione tutta speciale per il padre della nostra letteratura, veramente un gigante delle patrie lettere che ha saputo infiammare con i suoi versi i cuori e le menti di generazioni e generazioni di lettori, in Italia e nel mondo, con il suo capolavoro immortale, la “Divina Commedia”.

La Commedia di Dante Alighieri è una “cattedrale” poetica, affidata alla bellezza dei versi, in cui egli traccia il proprio itinerario personale di liberazione e di ascensione a Dio. Come ha scritto a tal proposito Romano Guardini, “l’opera di Dante, come le cattedrali del medioevo e le somme dei filosofi scolastici, si prefigge il gigantesco compito di costruire quel mondo strutturato, in cui la ricchezza dell’esistenza perviene all’unità”.

E il grande Hans Urs von Balthasar ha ribadito il medesimo concetto affermando che Dante “sembra farsi posto fra i grandi costruttori di cattedrali medievali nei quali, per un’ultima volta, estetica ed etica coabitano in modo così indivisibile, si postulano e si promuovono a vicenda”.

Il sommo poeta era nato a Firenze il 29 maggio 1265 da una famiglia della piccola nobiltà. A 20 anni aveva sposato Gemma Di Manetto Donati, appartenente a un ramo secondario di una grande famiglia nobile, dalla quale avrà quattro figli, Jacopo, Pietro, Giovanni e Antonia. Si era consacrato assai presto e completamente alla poesia studiando anche filosofia e teologia, in modo particolare Aristotele e Tommaso d’Aquino. A partire dal 1304, per vicende politiche legate alla sua città, era iniziato per Dante il lungo e doloroso esilio, che l’avrebbe portato a vagare di città in città e di corte in corte per guadagnarsi da vivere, scoprendo come “sa di sale lo pane altrui”.

Invitato a Ravenna da Guido Novello da Polenta, signore della città, nel 1319, due anni più tardi era stato inviato da questi a Venezia come ambasciatore. Fu proprio rientrando dal viaggio a Venezia che Dante venne colpito da un attacco di malaria: morì all’età di 56 anni nella notte tra il 23 e il 24 settembre 1321 a Ravenna, dove oggi si trova ancora la sua tomba.

Nell’anno 1306 l’Alighieri aveva intrapreso la redazione della “Divina Commedia”, opera gigantesca alla quale avrebbe lavorato praticamente per tutto il resto della sua vita. Una grande opera mariana, è stata definita da qualcuno, perché Maria vi ha un posto assolutamente unico, presente in primo luogo nel cuore di Dante e da lui pienamente inserita nel disegno della Redenzione. L’assunto del capolavoro dantesco, nei suoi molteplici piani di lettura, da quello descrittivo a quello simbolico, allegorico e metaforico, è l’esaltazione del ruolo di mediazione della Vergine: si va a Dio per Cristo, ma a Cristo per Maria.

La prova di questa tesi è costituita dal viaggio di Dante, che è anche la parabola del pellegrinaggio terreno dell’uomo verso il Cielo. E’ una storia di cadute e di purificazione, di peccato e di grazia, sigillata dalla più bella preghiera alla Vergine Madre, che tutto orienta, protegge, anima con la sua presenza attiva di mediatrice. La sua iniziale discesa agli inferi, dove il poeta scopre tutto il male di cui il mondo è capace e di cui ogni uomo può macchiarsi, arriva poi alle sponde del Purgatorio dove Dante vede la bellezza della comunione e della condivisione delle anime purganti, che procedono tutte insieme per “ire a farsi belle”, anticamera del Paradiso, dove sono le anime felici dei santi.

Per salire fino alla visio Dei il poeta dovrà essere aiutato e poiché neppure Beatrice, che è già santa e in cielo, può farlo, ecco che entra in scena la figura di San Bernardo, grande santo e mistico del Duecento, autore di quel Memorare che rappresenta il vertice della fiducia nella Madonna come soccorritrice dell’umanità sofferente. San Bernardo in Paradiso rivolge alla Vergine Maria una delle preghiere più belle che mai le siano state dedicate.

«Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio,

tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ‘l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore.

Qui se’ a noi meridïana face
di caritate, e giuso, intra ‘ mortali,
se’ di speranza fontana vivace.

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar sanz’ ali.

La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fïate
liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s’aduna
quantunque in creatura è di bontate.»

*

La sua celebre orazione si colloca significativamente in apertura al XXXIII canto del Paradiso, l’ultimo della Commedia, il canto nel quale si realizza l’evento che costituisce la meta del cammino di salvezza del poeta: la visione di Dio, il “sommo piacer” (v.33) e il “fine di tutti i disii” (v.46). Il viaggio ultraterreno di Dante verso il Cielo, che è l’ultima salute, per la visione beatifica di Dio, è un cammino che avviene per Maria e con Maria.

Maria è fonte di salvezza per l’umanità, perché in lei storicamente si è compiuto il mistero dell’Incarnazione. Così Maria diventa “termine fisso d’etterno consiglio” (v.3), punto stabilito nel tempo dal disegno di Dio, perché si compia l’umana salvezza. Maria, giovane e umile donna di Nazareth è, nel fluire della Storia, quel punto fermo a cui Dio affida fin dall’eternità il cambiamento del mondo con l’ingresso del Figlio nel Tempo. La grandezza della Vergine (“umile e alta più che creatura”, v. 2) è tutta nella sua umiltà, riflesso dell’obbedienza a Dio. Maria è grande perché quaggiù è per noi “meridiana face” (v.10), cioè volto visibile della bontà invisibile di Dio. In lei infatti si rispecchia il volto della misericordia di Dio, quell’amore gratuito, traboccante, materno, che “non pur soccorre / a chi domanda, ma molte fiate / liberamente al dimandar precorre (vs. 16-18).

Ciò significa che la Madonna è per noi continua fonte di speranza, a cui poter guardare sempre, anche nei momenti di grande difficoltà. E se qualcuno, sostiene Dante, volesse una grazia e non ricorresse a lei, sarebbe come se un essere vivente fosse sprovvisto di ali e pur volesse a ogni costo volare. Perché in definitiva Maria è la madre di Cristo, certo, ma è anche madre nostra, e in quanto tale, ella non può non ascoltare i suoi figli in cammino nel mondo e non venire in loro soccorso nelle tenebre e nelle tribolazioni di questa vita terrena.

(c) Maria Di Lorenzo – pubblicato sul mensile Madre di Dio – agosto/settembre 2011 – all rights reserved

Vailankanni, una piccola Lourdes nel cuore dell’Asia

di MARIA DI LORENZO

L’India è una terra che ti lascia senza fiato. Scenari di ineguagliabile bellezza, in cui coesistono gli aspetti più selvaggi con quelli più struggenti, soffusi di pacata dolcezza, si schiudono davanti agli occhi dei suoi visitatori, fra colori accesi e profumi così intensi che impregnano l’aria fino a stordire, in una sarabanda di luci e di voci assordanti. L’immenso subcontinente indiano è anche una terra dai mille contrasti, abitata da molteplici contraddizioni. Per dirla con le parole del celebre scrittore Rudyard Kipling, è un luogo dove “palazzi e topaie, miseria e orgoglio, fianco a fianco, si ignorano”.

Due secoli di colonizzazione inglese vi hanno lasciato in maniera indelebile la loro impronta. Infatti, al tempo dell’Impero Britannico, che raggiunse il suo apogeo sotto la regina Vittoria, alla fine del XIX secolo, allorché poteva estendersi su un quarto della superficie terrestre, l’India era considerata il “gioiello della Corona”. Due culture, l’indiana e l’anglosassone, modellavano il suo volto millenario, in una fusione irripetibile di Oriente e Occidente. Ma, accanto ai segni del fasto e della scintillante mondanità, c’erano quelli assai più dolorosi e lancinanti della povertà e del degrado.

Calcutta, la capitale del Bengala resa celebre dall’opera missionaria della Beata Madre Teresa, era una delle città più splendenti al tempo della Corona, e conserva ancora oggi alcuni tratti di quella metropoli, monumentale e magnifica, che era stata un giorno sotto l’Impero Britannico.

Sulla costa del Golfo del Bengala, 250 km a sud della città di Madras, c’è un luogo assai singolare, un piccolo paese di appena cinquemila abitanti che oltre venti milioni di pellegrini, da ogni angolo dell’India e da altri Paesi della terra, vengono ogni anno devotamente a visitare. Questo ridente paesino indiano ricco di palmizi si chiama Vailankanni e a noi occidentali il suo nome probabilmente non dice molto, ma nell’immaginario religioso dell’immenso Continente asiatico è conosciuto e venerato come la “Lourdes d’Oriente”.

La Madonna, secondo la tradizione, avrebbe scelto proprio questo sperduto paese del Bengala per mostrare la sua sollecitudine materna, operando miracoli e apparendovi diverse volte. Una tradizione orale ben fondata parla di tre apparizioni di Maria. La prima risalirebbe al sedicesimo secolo. Un ragazzo indù stava andando a consegnare il latte a un cliente; mentre riposava sotto un albero, vicino a un laghetto, gli apparve la Madonna, chiedendogli un po’ di latte per il suo Bambino. Il ragazzo acconsentì prontamente per poi rimettersi in cammino.

Arrivato alla casa del cliente, chiese scusa del ritardo e anche per il latte che mancava. Controllando però il recipiente del latte si accorse che non mancava niente. Lo stesso signore, anche lui un indù, incuriosito dal racconto del ragazzo, si recò al laghetto insieme al ragazzo. E qui la Madonna apparve di nuovo. Il fatto si diffuse tra la comunità cattolica vicina che chiamò quel laghetto Matha Kalum, cioè il Laghetto di Nostra Signora.

Alcuni anni più tardi la Madonna apparve di nuovo, questa volta a un ragazzo disabile che vendeva burro in una piazza dello stesso villaggio di Vailankanni. A lui la Vergine domandò un po’ di burro per il suo Bambino. Il ragazzo glielo diede. Poi la Madonna gli disse di parlare dell’accaduto ad un facoltoso cattolico di una città vicina. Il ragazzo non si accorse subito di essere guarito alla sua gamba. Si alzò immediatamente e si recò da quel signore per eseguire la commissione. Anche lui, il giorno prima, aveva avuto una visione, in cui la Madonna gli chiedeva di edificarle una cappella. Subito dopo, insieme, si recarono al luogo dove Nostra Signora era apparsa. E proprio qui fu costruita una piccola cappella (poco più che una capanna), che ben presto divenne un luogo di culto alla Madonna, chiamata “Arokia Matha” cioè “Madre della Buona Salute“.

Il terzo miracolo riguarda invece dei mercanti portoghesi che, per intercessione della Vergine Maria, furono salvati dal naufragio. Essi furono poi condotti dai pescatori del luogo alla capanna-cappella. Questi mercanti, tornati dal loro viaggio, fecero costruire una vera cappella, dedicandola a Nostra Signora nel giorno della sua natività. Era l’8 settembre. In questo modo volevano ricordare il giorno del loro prodigioso salvataggio dalla tempesta al largo di Vailankanni.

Come sappiamo, da alcuni anni l’11 Febbraio, giorno in cui la Chiesa commemora l’Apparizione di Nostra Signora a Lourdes, è stato significativamente associato a un evento importante: la celebrazione della “Giornata Mondiale del Malato”. Nell’anno 2002, in cui se n’è celebrato il decimo appuntamento, la Giornata ha avuto luogo proprio presso questo noto Centro di pellegrinaggio mariano dell’India meridionale, il Santuario della “Madonna della Salute” di Vailankanni. E, di certo, non a caso. Da diversi secoli, infatti, con fiducia e profonda devozione, milioni di uomini e donne raggiungono il Santuario situato sulle coste del Golfo del Bengala, certi dell’aiuto celeste della Madre di Dio per tutte le loro necessità, soprattutto guarigioni dalle sofferenze corporali che li affliggono.

Come ha scritto il S. Padre Giovanni Paolo II nel Messaggio per tale “X Giornata Mondiale del Malato”, svoltasi per l’appunto a Vailankanni, “la sofferenza rimane un fatto fondamentale della vita umana. In un certo senso essa è profonda quanto l’uomo stesso e tocca la sua stessa essenza (cfr. Salvifici doloris, n. 3). Nella sua profondità e nelle sue molte forme, essa va considerata da un punto di vista che trascende l’aspetto meramente fisico. Sebbene la Chiesa ritenga che nelle interpretazioni non cristiane della sofferenza siano presenti molti elementi validi e nobili, la sua comprensione del grande mistero umano è unica. Per scoprire il significato fondamentale e definitivo della sofferenza “dobbiamo volgere il nostro sguardo verso la rivelazione dell’amore divino, fonte ultima del senso di tutto ciò che esiste” (ibid., n. 13). La risposta alla domanda sul significato della sofferenza è stata “data da Dio all’uomo nella Croce di Gesù Cristo” (ibid.). La sofferenza, conseguenza del peccato originale, assume un nuovo significato: diviene partecipazione all’opera salvifica di Gesù Cristo (cfr.Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1521). Attraverso la sofferenza sulla Croce, Cristo ha prevalso sul male e permette anche a noi di vincerlo. Le nostre sofferenze acquistano significato e valore se unite alle sue. In quanto Dio e uomo, Cristo ha assunto su di sé le sofferenze dell’umanità e in Lui – scrive ancora Giovanni Paolo II – la sofferenza umana stessa assume un significato di redenzione. In questa unione fra l’umano e il divino, la sofferenza manifesta il bene e supera il male.”

Ci sono molte chiese in diverse parti dell’India dedicate alla Madonna, venerata sotto vari titoli, uno dei quali, molto amato dalla gente, è proprio quello di Nostra Signora della Salute, che si venera a Vailankanni. Nel settembre del 1771, Vailankanni – che era stata fino ad allora parte della Parrocchia di Nagapattinam – viene elevata al rango di parrocchia. Attorno alla piccola cappella viene costruita una grande chiesa, consacrata nel 1933, che Papa Giovanni XXIII, il 3 novembre 1962, ha elevato alla dignità di Basilica, sotto la giurisdizione della diocesi di Thanjavur. Questo Santuario dedicato a “Nostra Signora della Salute”, un vero gioiello dell’India che merita certamente di essere visitato, attira molti più pellegrini di ogni altro Santuario dell’India cattolica.

Ancora oggi, a distanza di secoli, si celebra con grande partecipazione la sua festa annuale, la quale dura ben nove giorni, dal 29 agosto all’8 settembre, richiamando centinaia di migliaia di pellegrini. Per significare la protezione della “Madonna della Buona Salute” su tutta l’India, durante i nove giorni di questo Pellegrinaggio annuale, vengono celebrate Messe nelle varie lingue regionali indiane. La statua-simbolo del Santuario di “Nostra Signora della Buona Salute” mostra la Madonna vestita nel caratteristico sari indiano, per farla sentire proprio “indiana”, nei tratti somatici come nel vestiario.

In una terra dall’antica e profonda religiosità come l’India, questo Santuario dedicato alla Madre di Dio è veramente un punto di incontro per fedeli appartenenti alle più diverse confessioni religiose; ed è un magnifico esempio di possibile armonia e concordia fra popoli di differenti fedi religiose del mondo. Vailankanni, infatti, non attira soltanto i pellegrini indiani di fede cattolica, ma anche tantissimi seguaci di altre religioni, in particolare indù, che vedono nella “Madonna della Salute” la Madre premurosa e compassionevole dell’umanità sofferente.

Vailankanni è perciò conosciuta affettuosamente come ‘la Lourdes d’Oriente’ perché, proprio come accade a Lourdes in Francia, tanti pellegrini visitano il Santuario durante l’anno, pregano “Nostra Signora della Salute” per i loro più svariati bisogni, e poi vengono a ringraziarla per i favori strappati dalla sua materna intercessione a Gesù, il Divino Taumaturgo, che è venuto perché tutti “abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10, 10).

(c) Maria Di Lorenzo – pubblicato sul mensile Madre di Dio – novembre 2004 – all rights reserved

Il lungo silenzio

di MARIA DI LORENZO

“Non posso dimenticare le mie lunghe albe popolate di fantasmi. Non posso dimenticare quello che c’era e non c’è più, quello che il governo non ha fatto, e la nostra solitudine nel dolore. Siamo stati espropriati di tante cose, dei nostri ideali, ma anche della civile convivenza”.

Rita Costa, vedova di mafia. E come lei, Giovanna Terranova, Saveria Antiochia, Gina Saetta, Agnese Borsellino, Rosaria Schifani: le donne silenziose e schive (mogli, madri, sorelle, compagne) degli uomini impegnati in prima linea nella lotta contro la mafia. Donne nell’ombra che non assurgono mai agli onori della cronaca se non in quel momento terribile in cui acquistano lo status di vedove: vedove della mafia.

A loro, a queste donne coraggiose e forti, la regista Margarethe von Trotta ha voluto dedicare Il lungo silenzio, misurandosi, lei cineasta tedesca trapiantata da qualche anno in Italia, con un tema così complesso, nonché doloroso, da far tremare i polsi a molti registi di casa nostra.

Il lungo silenzio racconta la storia paradigmatica di Carla (Carla Gravina), moglie di un magistrato in prima linea (Jacques Perrin), abituata a condurre, per amore del suo uomo, una vita blindata: poca libertà, un senso di oppressione costante, la paura che si annida in ogni gesto quotidiano, la solitudine e l’attesa.

Ma Carla Aldovrandi è una donna tenace, forte nella sua umana fragilità e, soprattutto, fedele ai suoi sentimenti: quando la mafia le fa saltare in aria il marito con una carica di tritolo (come non ricordare Falcone e Paolo Borsellino?), lei non ci pensa due volte a raccoglierne l’eredità, continua la lotta, non si arrende e spinge altre donne a lottare in nome della speranza, rompendo il lungo silenzio nel quale hanno vissuto per omertà o per quel senso di inazione che il dolore produce e che paralizza la volontà.

Bellissimo, quindi, il finale del film: lo schermo diviso in tanti quadri, tanti volti di donne, come istantanee di una carta d’identità collettiva, che cominciano a parlare, a voce sempre più alta e tutte insieme, a spezzare quel silenzio che troppo a lungo ha pesato sulle loro esistenze.

In questo modo affiorano alla mente alcuni versi, profetici e dolenti, di Ungaretti: “E’ nei vivi la strada dei defunti / siamo noi la fiumana d’ombre / sono esse il grano che ci scoppia in sogno / loro è la lontananza che ci resta / e loro è l’ombra che dà peso ai nomi”. Questo a significare che c’è un tributo di morti e di sangue che non potrà mai essere rimosso, che il dovere della memoria non si elude ma va osservato ogni giorno, con occhi asciutti, per vivere il presente.

Ed è straordinario il pudore e il raro equilibrio con cui c’è riuscita Margarethe von Trotta, adottando un altro e più discreto punto di vista: uno sguardo al femminile in cui la parola cuore fa rima con intelligenza, senza mai scivolare sul piano inclinato della querimonia e dell’effetto spettacolare (non ci sono scene di violenza, non ci sono macchine che saltano in aria né spargimenti di sangue, che fanno tanto fiction televisiva), ma conservando la luce di quella forte tensione civile che attraversa l’intera cinematografia della regista tedesca (Anni di piombo, Lucida follia, Paura e amore) e in cui, miracolosamente, l’ottimismo della speranza riesce a coniugarsi con il pessimismo di una intelligenza sempre vigile.

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(c) MARIA DI LORENZO – pubblicato su “Oggi e Domani” – Anno XXI – N. 9 – Settembre 1993 – all rights reserved

Il grande cocomero

di MARIA DI LORENZO

“Quello che c’è di emozionante negli adolescenti – affermava Francois Truffaut – è che tutto quello che fanno, lo fanno per la prima volta”. Ma chi l’ha detto che “il tempo delle mele” conosce solo spensieratezze? Probabilmente è proprio in questa unicità del vissuto adolescenziale, è in tale condizione aurorale dell’essere che più facilmente si annida il male di vivere: nei verdi paradisi infantili possono aprirsi abissi infernali di solitudine e di disamore. E la malattia, attraverso la quale viene somatizzata l’angoscia di crescere e l’impossibile anelito a rimanere sempre bambini, può rappresentare una sorta di scudo protettivo, una difesa verso il mondo esterno, percepito come cattivo, respingente, ansiogeno.

E’ l’assunto centrale su cui poggia e si snoda il percorso tematico de Il Grande Cocomero di Francesca Archibugi, ispirato al saggio Il raccoglitore nella segale di Marco Lombardo Radice, il neuropsichiatra infantile prematuramente scomparso quattro anni fa, che fu convinto assertore della teoria antipsichiatrica, quella che individua nell’incontro dialettico fra dottore e paziente, in un gioco continuo e sofferto di scambi emotivi, la chiave di volta per giungere al nocciolo duro dei traumi infantili.

Scritto da Francesca Archibugi, questa volta senza l’ausilio delle sceneggiatrici Gloria Malatesta e Claudia Sbarigia, Il Grande Cocomero è la storia di una bambina sofferente di epilessia “per protesta” (l’esordiente Alessia Fugardi) e di un dottore capace di grandi slanci affettivi (Sergio Castellitto), la storia di una malattia originata da un vuoto d’amore e di una guarigione amorosa. Un tema decisamente impegnativo per una cineasta sensibile come Francesca Archibugi e per un produttore atipico come Leo Pescarolo, innamorato del cinema come pochi e pronto a scommettere ancora sul giovane talento della 32 enne regista romana, dopo l’ottimo esordio di Mignon è partita e la felice conferma di Verso sera.

Mutuato dai Peanuts di Schultz, il cocomero del titolo è lo spirito benefico della Grande Zucca atteso vanamente da Linus e compagni nella mitica notte di Halloween: metafora piuttosto scoperta di un irrisolto desiderio di comunicazione affettiva, di solide e rassicuranti corrispondenze emotive. Un desiderio frustrato che è alle radici del male di Valentina, detta Pippi, con genitori disattenti e inadeguati a soddisfare i suoi bisogni adolescenziali (nel film Anna Galiena e Armando De Razza), che invece scoprirà nell’affettuosa sollecitudine dello psichiatra Arturo il senso di una famiglia più vera: quella che non nasce dai legami – spesso fallaci – del sangue, ma dal vincolo più profondo della solidarietà e delle parentele emotive.

Qui la Archibugi firma il suo perentorio atto di accusa nei confronti dell’istituto familiare, per cui non dimostra nessuna pietà o indulgenza, quando esso di rivela come il luogo del non-amore, il nido di tenebre nel quale si consuma sulla pelle, e nella psiche, dei più indifesi l’orribile delitto dell’indifferenza, della non-comunicazione che veicola l’afasia dei sentimenti. L’epilessia di Pippi è allora la “spia” di un disagio più grande, una sorta di “coperta di Linus” (tanto per restare nell’immaginario delle strisce di Schultz) che serve a mascherare – esorcizzandolo – un ontologico, e perciò insopprimibile, bisogno di amore.

Superando la sottile linea d’ombra della diffidenza iniziale e dello studio reciproco, lo psichiatra-Castellitto riuscirà con i grimaldelli della comprensione e della pazienza a penetrare nel retromondo dei pensieri inespressi di Pippi, mettendo in gioco tutto se stesso, in uno sforzo maieutico che consentirà alla ragazzina ormai guarita di poter intravedere la luce che, uscendo dal tunnel, la condurrà su quella sponda sicura dalla quale per troppo tempo è stata privata.

Riproponendo la dialettica bambini versus adulti, già sperimentata (ma in forme diverse) in Mignon è partita e Verso sera, la Archibugi ripercorre quella linea tematica che – da Dickens e Proust, e passando attraverso Malle, Rossellini, Truffaut – si ricongiunge idealmente a quello sguardo morale sull’infanzia esemplarmente filmata da Gianni Amelio (da Colpire al cuore fino al Ladro di bambini), confermando in questo modo un talento introspettivo che, nel privilegiare i toni dimessi del quotidiano, le atmosfere intimiste degli universi minimi, fa vibrare di una leggerezza pensosa tutte le corde emotive dell’essere, in quell’altalenante registro di solarità e cupezza che riassume il duplice volto di quella medaglia che è in fondo la vita.

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(c) MARIA DI LORENZO  - pubblicato su “Oggi e Domani” – Anno XXI – N. 4 – Aprile 1993 – all rights reserved

Nostra Signora del Pilar, patrona della hispanidad

di MARIA DI LORENZO

Il più antico santuario della Spagna e forse della cristianità è quello della Beata Vergine del Pilar a Saragoza. In stile barocco, la costruzione è a forma rettangolare, divisa a tre navate e riccamente decorata e affrescata da Velázquez, Francisco de Goya, Ramon e Francisco Bayen. Lunga centotrentacinque metri e larga cinquantanove, ha quattro torri e undici cupole, di cui quella centrale, particolarmente imponente, svetta per ben ottanta metri. Secondo la leggenda, la cappella primitiva sarebbe stata costruita da san Giacomo il Maggiore verso l’anno 40, in ricordo della prodigiosa “venuta” della Vergine da Gerusalemme a Saragoza per confortare l’apostolo assai deluso dei risultati negativi della sua predicazione. Il “Pilar” è appunto la colonna di alabastro su cui la Vergine avrebbe posato i piedi.

Alcuni mistici, come la Venerabile Maria d’Agreda e Anna Caterina Emmerick, confermarono questa antichissima tradizione secondo le loro rivelazioni e visioni, ma già nel 1200 l’episodio è riportato in quello che è considerato il primo documento scritto sulla Madonna del Pilar. Bisogna anche dire, per amore di verità storica, che la chiesa di “Sancta Maria intra muros” a Saragoza esisteva ancor prima della invasione araba, avvenuta nel 711. Il monaco Aimoinus, giunto in Spagna nell’anno 855 alla ricerca delle reliquie di san Vincenzo, scrisse che “la chiesa dedicata alla Vergine a Saragoza era la madre di tutte le chiese della città, e che San Vincenzo vi aveva esercitato le funzioni di diacono al tempo del vescovo Valerio”.

Nel 1118 Saragoza, liberata dal dominio dei musulmani, ritornò capitale del Regno di Aragona e nel 1294 “Santa Maria del Pilar” venne restaurata per accogliere schiere sempre più numerose di pellegrini. Al tempo dell’unificazione della Spagna (sec. XV) per opera del re di Aragona Ferdinando il cattolico e della regina Isabella di Castiglia, sua sposa, il culto della “Madonna del Pilar” si affermò in campo nazionale.

Con la scoperta dell’America tale culto raggiunse anche il Nuovo Mondo: nell’anno 1492 avveniva la cacciata definitiva dei Saraceni dalla Spagna, Cristoforo Colombo partiva con tre caravelle, di cui una si chiamava per l’appunto “Santa Maria”, e – fatto abbastanza curioso, se non addirittura strabiliante – la data della scoperta del continente americano coincideva proprio con la data della festa del Pilar, il 12 Ottobre. Forse per tutte queste circostanze, nel 1958, la festa “pilarica” del 12 Ottobre fu dichiarata giornata della hispanidad, cioè della Spagna e di tutte le Nazioni di lingua e cultura spagnola.

Ma nel 1640 un miracolo spettacolare doveva rendere ancora più celebre il santuario. Un giovane di diciassette anni, Miguel-Juan Pellicer di Calanda, conducendo un giorno un carro aggiogato a due muli, cadde dalla cavalcatura e andò a finire sotto una ruota del carro, che gli spezzò e gli schiacciò nel mezzo la tibia della gamba destra. Trasportato in ospedale per le cure del caso, si ritenne urgente amputargli la gamba a circa quattro dita dalla rotula. Prima dell’operazione, l’infelice si era recato al santuario del Pilar per farvi le sue devozioni e ricevervi i Sacramenti. Dopo l’intervento, vi era tornato per ringraziare la Madonna di averlo conservato in vita. Ma, non potendo più lavorare, Miguel-Juan si era unito agli altri mendicanti che domandavano l’elemosina all’ingresso della basilica.

Nel frattempo, ogni volta che veniva rinnovato l’olio delle 77 lampade d’argento, accese nella cappella della Vergine, egli vi strofinava le sue piaghe, benché il chirurgo glielo avesse sconsigliato in quanto l’olio ritardava la cicatrizzazione del moncherino. Tornato infine a Calanda, con la gamba di legno e una gruccia cominciò a mendicare spingendosi fino ai paesi vicini. Ma, il 29 marzo 1640, rientrò a casa sua e, a sera, dopo aver invocato, come al solito, la Vergine del Pilar, si addormentò. Al mattino, svegliandosi, si ritrovò con due gambe ed avvertì così i suoi genitori che la gamba destra, amputata da due anni e cinque mesi, era segnata al polpaccio dalle stesse cicatrici di prima dell’infortunio.

Fu istituita subito una commissione d’inchiesta, nominata dall’arcivescovo, e i suoi membri, nel corso di accurati accertamenti, con loro grande meraviglia non trovarono più la gamba di Miguel sepolta tempo prima nel cimitero dell’ospedale. La fama del miracolo corse per tutta la Spagna e fu causa della realizzazione del grandioso santuario attuale, iniziato nel 1681 e consacrato il 10 Ottobre 1872. Nel santuario, all’inizio della navata centrale è situata la “Santa Cappella“, dove si venera una piccola statua della Vergine col Bambino del secolo XIV, che poggia i piedi sul “Pilar” ricoperto di bronzo e argento, e che viene rivestita con manti diversi a seconda dei tempi liturgici e delle circostanze.

Questa immagine fu incoronata il 20 maggio 1905, con una corona tempestata da circa diecimila perle preziose, e solennemente benedetta dal pontefice san Pio X. La “Madonna del Pilar”, come patrona della Spagna, da secoli attrae masse imponenti di pellegrini appartenenti a ogni classe sociale: dai più umili contadini ai più grandi re di Spagna, da Ferdinando il cattolico a Juan Carlos, dal cardinale di Retz nel 1654 al Papa Giovanni Paolo II nel 1982.

Molte famiglie spagnole danno il nome di Pilar alle loro bambine e tengono ad avere la sacra immagine in casa; numerosi altari e cappelle, dedicati alla “Madonna del Pilar”, si trovano nella Spagna e nell’America Latina. C’è un canto popolare spagnolo il cui ritornello, a suon di nacchere, ripete giustamente questa semplice verità: “Es la Virgen del Pilar, la que màs altares tiene, y no hay un buen español, que en su pecho no la lleve” ["È la Vergine del Pilar, quella che ha più altari, né si trova uno spagnolo, che non la porti nel cuore"].

I pellegrinaggi al santuario sono ininterrotti lungo tutto l’arco dell’anno e si svolgono con la partecipazione alla santa Messa, alla recita del rosario, con canti mariani e con il bacio alla colonna sulla piccola parte scoperta, che, a causa di questa devozione, presenta un marcato solco prodotto proprio dall’usura. II Museo del Pilar, custodito nella “Sacristìa de la Virgen”, è ricchissimo di oggetti preziosi, tra cui “i manti” della statua, che spesso sono stati richiesti da illustri moribondi desiderosi di “morire sotto il manto del Pilar”, come accadde per esempio al re Alfonso XIII, morto in esilio a Roma nel 1941.

Una devozione straordinaria, quella alla Vergine di Saragoza, che è stata nel cuore di numerosi santi e beati della Chiesa. Fra tutti, bisogna ricordare in modo particolare la figura del beato Guillaume-Joseph Chaminade che il S. Padre ha elevato alla gloria degli altari il 3 Settembre 2000. Questo geniale apostolo di Maria, vissuto nella temperie di due sanguinose rivoluzioni, era nato l’8 aprile 1761 a Perigueux, nella Francia meridionale, quattordicesimo figlio di piccoli commercianti di stoffe che lo battezzarono il giorno della sua nascita col nome di Guillaume. Al momento della Cresima egli stesso vorrà assumere il nome di Joseph, per la sua profonda devozione allo sposo di Maria, il primo “devotissimo” della Vergine. La mamma lo conduceva spesso in chiesa quand’era bambino, e da lei aveva appreso l’amore verso la Madonna, un amore filiale, forte e tenero, che divenne poi l’oggetto nonché lo strumento del suo apostolato.

Nel 1785, a 24 anni, viene ordinato sacerdote. Cinque anni dopo, nel 1790 è a Bordeaux mentre infuria la persecuzione contro la Chiesa degli “uomini della Rivoluzione” e quando i preti che non avevano voluto aderire con giuramento alla Costituzione Civile del Clero furono espulsi dalla Francia, Chaminade vi rimase invece come clandestino.

Durante i giorni del ‘Terrore’ capitava sovente di incontrare per le strade di Bordeaux un operaio con abiti rattoppati che, girando con un paiolo in testa, si fermava sotto le finestre delle case ripetendo a squarciagola: “Stagnaro!”. Era padre Chaminade che si recava in incognito nelle famiglie a esercitare il suo ministero. Nel 1797 venne però arrestato e condannato all’esilio. Per l’intensa devozione che lo legava alla Madonna, decise di trasferirsi a Saragoza presso il famoso Santuario di “Nostra Signora del Pilar”, dove appunto, secondo un’antichissima tradizione, la Madre di Gesù, ancora in vita, sarebbe apparsa all’apostolo Giacomo per incoraggiarlo nella sua difficile missione tra i pagani. Per sbarcare il lunario, padre Chaminade modellava statuette e il resto del tempo lo passava in preghiera, inginocchiato davanti all’immagine miracolosa della “Vergine del Pilar”. In quel raccoglimento, pregando e meditando, la Madonna dovette misteriosamente illuminarlo sulla sua futura missione: la fondazione di un nuovo Ordine religioso.

Nel 1817 nasceva così la Società di Maria, religiosi senza un abito particolare, ma che portavano come segno di riconoscimento un anello d’oro all’anulare della mano destra. Venne aperta la prima scuola e presto a questa se ne aggiunsero delle altre, di ogni ordine e grado, università e collegi recanti tutti il contrassegno della caratteristica “M” sormontata da una croce. La loro diffusione non si sarebbe più fermata. Era questo il progetto che il beato Chaminade aveva ‘visto’ ai piedi della Vergine del Pilar a Saragoza: un servizio reso alla Chiesa, in un periodo particolarmente travagliato della storia dell’Europa, come un prolungamento dell’opera della Madre di Dio nel mondo, una “alleanza” con Maria per il trionfo di Cristo.

(c) Maria Di Lorenzo – pubblicato sul mensile Madre di Dio – luglio 2004 – all rights reserved

“Morgana” di Turi Vasile

di MARIA DI LORENZO

Il sogno può avere più consistenza del reale? Il miraggio, che per sua natura si sottrae alle categorie del tempo come a quelle dello spazio, in un certo momento della vita può sopraffare la realtà. Accade da giovani, quando si sogna ad occhi aperti la vita che è ancora di là da venire. Accade da vecchi, quando la vita è alle spalle, assai lunga probabilmente ma ancora tutta da decifrare. Da incasellare ordinatamente dentro le mutevoli categorie della memoria.

Il miraggio si chiama Morgana (Avagliano Editore, 2007), ed è il titolo dell’ultimo libro di Turi Vasile. Racconti di vita che sembrano fotogrammi veloci di un’unica pellicola, fotogrammi che scorrono sulla pagina come spezzoni di una memoria che riordina e incessantemente scompagina il caos brulicante dell’esistenza, già vissuta e in parte ancora da vivere.

Con il suo linguaggio e con il suo stile, entrambi inconfondibili, venati di sapiente ironia e di leggerezza pensosa, Turi Vasile consegna alla pagina scritta la sua testimonianza esistenziale, il suo vissuto di uomo e di artista, facendolo passare attraverso le maglie della fantasia e la cruna dell’ago di una dolce affabulazione domestica.

Nato a Messina nel 1922, dal 1940 Vasile vive e lavora a Roma. Ha esordito come autore drammatico (delle sue commedie si ricordano I cugini stranieri e Le notti dell’anima messe in scena da Orazio Costa), ha poi prodotto numerosi film, tra i quali Processo alla città di Luigi Zampa, I vinti di Michelangelo Antonioni, Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli, Anonimo veneziano di Enrico Maria Salerno e Roma di Federico Fellini.

Nella sua lunga e laboriosa vita, si è interessato anche di giornalismo, di radio e di televisione. Ha pubblicato con l’Editrice Sellerio sei raccolte di racconti (Paura del vento, Un villano a Cinecittà, L’ultima sigaretta, Male non fare, Il Ponte sullo Stretto e La valigia di fibra); con Pironti Editore ha pubblicato il suo unico romanzo, Giòn. Tra i molti premi ricevuti: il “Flaiano” per una commedia (Una famiglia patriarcale) e alla carriera; il “Mediterraneo della Cultura”; il “Vittoriani”; il Tascabile e altri.

Turi Vasile è un outsider nel microcosmo culturale italiano. Lo è per nascita, per temperamento, per vocazione: perché è nato in Sicilia, perché coltiva da sempre molteplici interessi che, sottraendolo alla fissità di un ruolo codificato, lo pongono spesso fuori dal coro. Vasile è un artista completo, come ne esistevano al tempo rinascimentale, ma oggi non se ne trovano quasi più, forse si è perduto lo stampo.

Ha navigato e fatto la spola per tutta la vita fra la letteratura e i suoi dintorni, con poetica leggerezza e con sapiente e originalissimo cesello della memoria. Come rivela anche nell’ultima raccolta di racconti data alle stampe, Morgana, che ha riscosso in pochi mesi un successo forse insperato, ma certamente non casuale.

C’è nei suoi racconti una presenza-assenza struggente e fortissima: un’isola chiamata Sicilia, che è il nome dell’anima e del cuore, prima ancora che luogo fisico, geografico. Un sentimento solido, vivo, inestinguibile, che non conosce l’usura del tempo. Un fuoco che la distanza non appanna, ma semmai rafforza ed alimenta, attraverso l’uso quotidiano della memoria. Da tutte le schegge di vita che la penna sottrae all’impetuosa velocità della Storia che travolge ogni cosa, c’è sempre lei che oscuramente rimane, e si erge da un fondo di lontananze remote.

La Sicilia come metafora del cuore. Perché per quanto possa girare il mondo intero, un siciliano non potrà fare altro che tornare, ogni volta, alla sua terra natìa, alla sua natura aspra e selvaggia, alla sua luce meridiana. Perché al mondo non c’è nessun altro luogo in cui ricomporre, armonicamente fuse insieme, le crudeli disarmonie della vita.

(c) MARIA DI LORENZO – pubblicato su “La Voce dell’Isola” – 16 febbraio 2008 – all right reserved

“Paura del vento” di Turi Vasile

di MARIA DI LORENZO

“All’età di sei anni mi capitò di abitare, insieme con la mia famiglia, un semaforo solitario posto sulla cima di Capo d’Orlando, in faccia alle Eolie”. Comincia così, con questo tono vagamente favolistico, a metà strada fra la prosa del quotidiano e l’affabulazione della memoria, la raccolta Paura del vento e altri racconti di Turi Vasile con cui, a distanza di cinque anni, l’autore riannoda i fili cangianti della memoria, riandando sui passi perduti di un’infanzia isolana (la precedente raccolta Paura del vento è stata, infatti, riproposta – sull’onda del crescente interesse dei lettori – con l’aggiunta di dieci nuovi racconti).

Regista, produttore cinematografico, sceneggiatore, critico, commediografo (con La famiglia patriarcale si è aggiudicato nel 1987 il Premio Flaiano per il teatro), Turi Vasile si è rivelato in questi racconti un narratore finissimo, al tempo stesso lucido e asciutto, lirico e assorto, in possesso di una koinè dei sentimenti (e della memoria) che raramente è oggi dato riscontrare nel panorama delle lettere italiane.

“Quando si era bambini e si viveva in un’isola chiamata Sicilia, le feste di Natale avevano un senso oggi perduto”. Un’isola chiamata Sicilia: il nome dell’anima e del cuore, prima ancora che luogo fisico, geografico; un sentimento solido, vivo, che non conosce (né mai può conoscere) l’usura del tempo. Un fuoco inestinguibile che la distanza non appanna, ma semmai rafforza ed alimenta, attraverso l’uso quotidiano della memoria.

La Sicilia, metafora del cuore. E’ ad essa che bisogna necessariamente fare riferimento per comprendere appieno la Weltanschauung di questo eccellente narratore, così da poter ottenere alla fine – attraverso i volti, le storie, i ricordi e i pensieri che animano questi racconti – il prodigioso mosaico di un coro: il padre autodidatta, che però “sa forte” socialista e anticlericale, depositario di un’antica e irriducibile purezza ideale (“l’amore per il padre – scrive a un certo punto Vasile – è sempre atto di fede”); la madre Maria, “argentu vivu”, appassionata e romantica, che gli insegna l’aspetto più ludico dell’esistenza, la vita come gioco; lo zio Miciazzo, la zia Agatina, zio Ciccu e zia Cicca, “villani” dal cuore d’oro (si legga il bellissimo racconto I miei parenti più poveri), che affiorano, e si stagliano in cifre di assoluto candore, dal fondo incandescente della memoria.

Giornate di attese e di sogni, di emozioni segrete e di continue scoperte in cui – bambino – lo attanaglia la paura del vento, la sua voce terribile, insieme allo scatenarsi degli elementi, in quel lembo di terra, sospeso fra cielo e mare, che è il semaforo solitario di Capo d’Orlando.

Giornate in cui – adolescente – lo assale il tremendo morbo isolano, la “lissa”, la vertigine oscura del sangue che pulsa dentro le vene, e che – adulto – saprà come stemperare nella malinconia del ricordo. Giornate in cui non accade mai niente di veramente eccezionale: semplicemente la vita, l’avvicendarsi naturale del giorno e della notte, il geometrico alternarsi delle stagioni; ed è già molto.

Giorni in cui la vita è come un’erma bifronte e il sogno vi possiede lo stesso spessore della realtà: quella fantasia visionaria che – da bambino – lo teneva chiuso in casa, divorato da un’ansia spasmodica di conoscenza, a leggere e fantasticare il proprio futuro, e che – da grande – tradurrà in creazione fantastica, in quell’immaginazione che, tornando ai giorni perduti di ieri, spalanca la credenza dei profumi segreti di un’isola a forma di cuore.

(c) MARIA DI LORENZO – pubblicato su “Abruzzo Letterario” – Numero 2/93 – Agosto 1993 – all rights reserved

“Un villano a Cinecittà” di Turi Vasile

di MARIA DI LORENZO

Turi Vasile è un outsider nel microcosmo culturale italiano. Lo è per nascita, per temperamento, per vocazione: perché è nato in Sicilia, perché coltiva da sempre molteplici interessi che, sottraendolo alla fissità di un ruolo codificato, lo pongono fuori dal coro; perché non appartiene a nessuna cordata pseudo-intellettuale e può concedersi il lusso di fare soltanto le cose in cui crede veramente: Un villano a Cinecittà, appunto, che si potrebbe definire un ideale proseguimento della raccolta di racconti Paura del vento (Sellerio Editore, Palermo, 1986).

Lì c’era un bambino dal cuore gonfio di sogni che scrutava i confini del mondo dal semaforo solitario di Capo d’Orlando, davanti alle Eolie, immaginando un futuro a misura di quei sogni infantili; adesso il bambino del faro siciliano è cresciuto, è un ragazzo volitivo e romantico a Roma, nel furore della guerra, che per sbarcare il lunario si getta nell’avventura di Cinecittà, la fabbrica dei sogni di celluloide e delle speranze affidate alla rinascita economica e morale del Paese.

“C’è una strada nel fondo della nostra memoria, porta dritta al passato come al futuro”, scrive Vasile, ed è la strada della stidda ca curri, la stella di un destino già segnato a cui non è possibile sottrarsi e che per lui sarà quella del cinema, dei mille viaggi e occasioni, degli incontri che restano nel cuore ed ogni tanto ritornano, emergendo dal fondo magmatico della memoria, incastonati in un presente incorruttibile ed eterno.

Ecco allora stagliarsi le immagini vivaci, e un po’ gaglioffe, di Rossellini e Vittorio De Sica, “maestro di inganni”, di una famiglia arcaica e unitissima, di un se stesso corrucciato e schivo: temperamento insulare, tutto slanci e timidezze improvvise, che ora rivede con gli occhi della memoria, con tenerezza e con pudore, contrassegni dell’appartenenza isolana.

Ma da queste schegge di vita che la penna sottrae all’impetuosa velocità della Storia che tutto travolge, c’è qualcosa che oscuramente rimane, e si erge da un fondo di lontananze remote: una Sicilia come luogo dell’anima, come genius loci che lo segue in tutti i vagabondaggi per mare e per terra (si legga il bellissimo Bentornato alle sabbie nere) e che neppure i fantasmagorici bagliori della “provincia Cinema” riusciranno mai ad offuscare nel ricordo e nel desiderio inesausto del ritorno.

Per quanto possa girare il mondo il siciliano non potrà fare altro che tornare, ogni volta, alla sua terra natìa, alla sua natura aspra e selvaggia, alla sua luce meridiana: perché al mondo non esiste nessun altro luogo in cui poter ricomporre, armonicamente fuse insieme, le crudeli disarmonie della vita.

(c) MARIA DI LORENZO – pubblicato su “Oggi e Domani” – Anno XXI – Numero 8 – Agosto 1993 – all rights reserved

Non adieu mais au revoir

Con grande tristezza, amici, devo annunciarvi la morte di David Servan-Schreiber, che era mio amico in Facebook ma non solo, David era un grande medico francese specialista nelle neuroscienze ed era un grande uomo, forte e coraggioso. Ha lottato per 19 anni con la malattia che l’ha portato via, ha aiutato e dato speranza a tanti malati.

Dopo l’estate esce in Italia il suo ultimo libro, edito da Sperling & Kupfer, che si intitola (ed è un titolo secondo me bello e profetico): “Ho vissuto più di un addio“. Ve lo segnalo, come i due precedenti, “Guarire” e “Anticancro“, che sono stati tradotti e venduti in oltre un milione di copie in tutto il mondo. Aveva infatti una penna molto felice, David Servan-Schreiber, sapeva scrivere e soprattutto sapeva trasmettere non solo sapere, conoscenze scientifiche, ma riusciva anche ad esprimere – con tono sempre profondo e appassionatamente sincero – la propria interiorità.

‎”Presto o tardi, sarebbe tornato – diceva David – potevo ritardare la scadenza, guadagnare degli anni, ma conoscevo la prognosi. Questa ricaduta mi ha spinto a pormi le domande più serie, forse le più importanti, di tutta la mia vita.” E poi, con la fiducia che era propria del suo carattere solare, affermava: “Qualsiasi cosa succeda, ho la ferma speranza che questo addio non sarà l’ultimo…”.

Ed è anche la mia, la nostra, speranza. Mon cher David, non adieu… mais au revoir!

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DAVID SERVAN-SCHREIBER

(Neuilly-sur-Seine, 21 aprile 1961 – Fecamp, 24 luglio 2011)

Psichiatra, scrittore e ricercatore francese, ha lavorato a lungo negli Stati Uniti, dove è stato condirettore del laboratorio clinico di Neuroscienze Cognitive presso l’Università di Pittsburgh.Figlio del noto giornalista (fondatore de L’Express), scrittore e uomo politico Jean-Jacques Servan-Schreiber, ha studiato medicina all’ospedale Necker di Parigi, dove nel 1980 ha aperto un laboratorio di microinformatica con i primi computer Apple II. Quindi, ha proseguito la sua formazione medica in Quebec, dapprima alla Laval University e poi alla McGill University, dove si è specializzato in psichiatria. Nel 1991 ha conseguito un Ph.D. in intelligenza artificiale presso la Carnegie Mellon University, dove ha utilizzato le reti neurali per studiare i meccanismi neuronali alla base di patologie psichiatriche come la depressione e la schizofrenia.Nel 1992, a 31 anni, scoprì di avere un cancro al cervello: riuscì a guarire grazie a numerose cure (chirurgia, radioterapia e chemioterapia) nel 1993. Ebbe una recidiva e guarì nel 2000. Rese pubblica l’esperienza, alla luce dei suoi successivi studi sulla medicina alternativa, solo nel 2007 nel libro Anticancro. Prevenire e combattere i tumori con le nostre difese naturali, in cui sostiene la prevenzione della malattia e delle ricadute tramite le medicine naturali, pur senza rinnegare affatto le cure tradizionali. Nel 2011 un ritorno della malattia lo porta alla morte all’età di 50 anni.

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Qui potete vedere un bel video dove David parla di sè, della sua vita, della sua infanzia, del suo lavoro, del suo pensiero… > http://www.ina.fr/video/I11206424/david-servan-schreiber-plateau-1ere-partie.fr.html

e la seconda parte del video: http://www.ina.fr/video/I11206425/david-servan-schreiber-plateau-2eme-partie.fr.html

Vestiges ataviques apres la pluie

‎- Il teatro, oltre che inseparabile dall’esistere civile umano, è come l’amore: un contatto con l’infinito. – Lo dice Ceronetti sul Corsera e mi sembra un pensiero bellissimo, sarà che io ho cominciato proprio col teatro, poi sono approdata al giornalismo e altre forme di scrittura. Ma il teatro resta il primo amore, e penso che mi sarei messa persino a recitare se non ci fosse stata la mia inguaribile timidezza…

Garage Demy

di MARIA DI LORENZO

Nell’arcipelago della memoria i ricordi sono isolotti lucenti che l’erosione del tempo non può cancellare, malgrado sia ad avvolgerli la nebbia fittissima dei giorni perduti. E proprio la memoria che – da sola – è capace di riaccendere i fuochi del cuore è al centro dell’ultima pellicola di Agnès Varda, Garage Demy, film-testamento dedicato all’infanzia del marito recentemente scomparso, il regista Jacques Demy.

Un’infanzia che scorre serena, a Nantes, nonostante gli orrori del secondo conflitto mondiale, divorata com’è da una passione fortissima, quanto precoce, per la “settima arte”. Il padre del piccolo Jacquot di Nantes (questo il titolo originale del film) possiede una modesta officina e vorrebbe, pertanto, avviare il ragazzo verso gli studi di meccanica, ma un giorno Jacquot baratta il suo meccano con una cinepresa amatoriale, un granaio diventa il suo primo rudimentale set cinematografico e l’avventura può cominciare.

Girato con sobrietà di stile, senza cedimenti narrativi, Garage Demy è un film semplice e “antico”, una storia di vetro soffiato che conosce la strada per arrivare dritto al cuore, raccontata con tocco leggero sulla falsariga di alcuni appunti che lo stesso Demy, condannato da un male incurabile, veniva registrando giorno dopo giorno, chiuso in casa, attingendo a una memoria ancora prodigiosamente viva che gli restituiva – intatti – i ricordi di un’infanzia lontana, stagione aurorale di incanti e di promesse. Ricordi che la moglie Agnès avrebbe quindi tradotto in nitide immagini. Un duplice tributo d’amore: verso il cinema, così intensamente amato da Demy, e verso Demy stesso da parte di colei che gli fu compagna di vita.

Della belga Agnès Varda ricordavamo la cifra asciutta, senza sbavature, di Senza tetto nè legge (a Venezia nel 1985): a distanza di anni la cineasta ha saputo conservare le proprie qualità narrative, l’esprit poetico, il nitore, la finezza espositiva presenti ancora in Garage Demy, attraverso un paziente e calibrato lavoro d’incastri. Brandelli di memoria, di emozioni dissepolte, tenuti insieme con il filo cangiante del ricordo.

Film nitidamente evocativo, girato con mano sicura, con un giuoco cromatico che alterna il bianco e nero dell’infanzia al colore dell’età presente, una dialettica temporale in cui il cinema e la vita s’intrecciano in continuazione. Con frequenti spezzoni tratti da film di Demy e Demy stesso, alla fine, ripreso mentre parla sulla riva del mare: la macchina da presa lo accarezza amorevolmente, ne sfuma i contorni sicchè tutta la sua figura, i lineamenti stessi del suo volto sembrano assumere l’aspetto di un familiare paesaggio, ricreato dall’affetto di Agnès Varda e restituito inviolato dalla memoria, quasi a voler esorcizzare la morte per riaffermare ancora una volta il valore della poesia e del sogno, lo splendore corrusco della vita.

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(c) MARIA DI LORENZO – pubblicato su  “Oggi e Domani” – Anno XX – N. 12 – Dicembre 1992 – all rights reserved

Arco di luminara

di MARIA DI LORENZO

Con il romanzo autobiografico Arco di luminara, ultimo anello di una trilogia ideale che comprende L’ultima provincia (1983) e Le dorate stanze (1985), la toscana Luisa Adorno riprende il proprio affresco di una classe sociale, la placida borghesia italiana del dopoguerra, attraverso le memorie di una famiglia siciliana trapiantata a Roma, divisa tra partenze e ritorni, estate dopo estate, nel podere avito alle falde dell’Etna. Anno dopo anno la vita trascorre leggera, punteggiata da piccole gioie e da altrettanto fugaci tristezze. Un’esistenza scandita da rituali quotidiani: quello, per esempio, della verdura serale, il cui odore “si dilatava quieto e preciso come un richiamo” negli inverni romani, ritmando in questo modo l’avvicendarsi dei giorni e delle ore.

La cottura serale della verduredda in quella sorta di perimetro sacrale che è la sala da pranzo (vero cuore narrativo della storia raccontata dalla Adorno) è una delle immagini più belle del romanzo, e non a caso abbiamo parlato di immagini: Arco di luminara ha, infatti, una struttura così ariosa e nitida da somigliare a un film, e di questo film corale sono le parole a suggerirne le immagini; lo fanno con l’occhio affettuoso e complice dell’autrice, capace di dar vita a un lessico familiare che si affida interamente a un dettato semplice e piano, a una lingua dimessa e colloquiale, mai sciatta ma ricca invece di vibrazioni interiori.

I personaggi sono disegnati con grande finezza, con toni acquerellati e leggeri che fanno risaltare le notevoli qualità narrative della Adorno: la stanca dolcezza della suocera, il piglio burbero ma in fondo affettuoso del suocero, prefetto in pensione, i silenzi e i borbottii di Cosimo, svagato professore con la testa immersa nei libri, a cui fa da contrappunto la bonaria ironia della moglie (che del romanzo è la voce narrante), assistita nelle faccende quotidiane dalle fedeli domestiche Concetta e Marina, affettuosamente integrate nella famiglia.

La straordinaria felicità narrativa della Adorno è racchiusa nella sua capacità di far parlare le cose, gli eventi più semplici e quotidiani, osservandoli in controluce, con gentilezza e con pudore, che risultano essere infine gli autentici tratti distintivi del carattere isolano, assorbiti e forse già compresi nelle corde emotive dell’autrice toscana.

La metafora dell’arco di luminara (che dà il titolo al romanzo) è in tal senso esemplare: tanti lumi, messi uno vicino all’altro, per creare alla fine un’unica luce, dentro gli umori e i profumi di un’isola millenaria, esprimono il senso della coralità della vita cementata dagli affetti domestici e dal fiorire di nuove presenze familiari, proprio come gli archi di luminara che punteggiano le solitarie contrade siciliane rischiarandole di una luce antica e segreta.

(c) MARIA DI LORENZO – pubblicato su “Oggi e Domani” – Anno XX – Numero 11 – Novembre 1992 – all rights resered

Bagheria

di MARIA DI LORENZO

Il paese dei limoni e dei carretti. Il paese delle case di tufo e degli ulivi digradanti verso il mare. Può mai esistere una rappresentazione della Sicilia che non debba necessariamente fare i conti con la consueta retorica della lupara, dei fichi d’India dolci come il miele e dello scacciapensieri notturno? La domanda si affaccia spontanea nel momento in cui andiamo a prendere in mano questo nuovo romanzo di Dacia Maraini, Bagheria, nel quale viene ripreso quel discorso sulla Sicilia materna già compiutamente espresso nel precedente e fortunato affresco di La lunga vita di Marianna Ucria. L’autrice torna a raccontare la Sicilia e lo fa mettendo per così dire “il cuore indietro”, regolando i suoi pensieri sull’orologio della memoria per poter assecondare il flusso continuo e indistinto dei ricordi.

A una prima lettura di Bagheria ciò che maggiormente colpisce chi scrive queste note è la sua radicale impossibilità a essere “ingabbiato” in una qualsivoglia categoria narrativa: romanzo breve o racconto lungo, rivisitazione biografica, diario sentimental-geografico, confessione appassionata e sincera, Bagheria è tutte queste cose messe insieme e nessuna di esse in particolare. Una memoria che è innanzitutto memoria di odori, di colori, di suoni, di fragranze perdute, la quale affonda le sue radici in una terra dal cuore materno e funereo: Bagheria, piccolo centro rurale alle porte di Palermo, che Dacia bambina conosce per la prima volta nel ’47, di ritorno con la propria famiglia dall’allucinante prigionia giapponese.

Perchè non ne ho mai scritto prima?“, s’interroga l’autrice fin dalle prime pagine del libro: “Quasi che a metterla su carta, la bella Bagheria, a darle una forma, me la sentissi cascare addosso con un eccessivo fragore di lontananze perdute”. E comincia così il suo solitario viaggio nelle stanze luminose e segrete della memoria: l’arrivo spaurito alla grande villa barocca dei Valguarnera, i nobili e sussiegosi parenti materni, la prima scoperta del mare, e poi del sesso; i gelati siciliani con il loro tripudio di colore e di gusto, un voluttuoso trionfo della gola, e gli abiti che sapevano anch’essi di profumi leggeri, invitanti, fragranze di menta, di pistacchio, di panna.  Giornate di ore troppo lente a passare nelle quali la realtà scontorna sovente nei sogni o, viceversa, è lo splendore corrusco del sogno a invadere l’orrore del quotidiano. E ancora: le feste in paese, le Vampe di San Giuseppe (patrono di Bagheria), il primo cinematografo in piazza – un lenzuolo bianco come schermo, i film estivi all’arena, l’incendio del cinema Moderno: tutti grani di quel rosario della memoria collettiva da cui Peppuccio Tornatore, altro figlio di Bagheria, avrebbe fatto scaturire la poesia del suo celebratissimo Nuovo Cinema Paradiso, adombrando l’amatissima città natale nelle coordinate spaziali di una immaginaria Giancaldo.

E accanto alla Bagheria di ieri, restituita inviolata dalla memoria, quella di oggi, purtroppo irriconoscibile, dalle colline sventrate, deturpata dal massacro urbanistico, oltraggiata da una classe politica arruffona e gattopardesca che, guardando solo al proprio tornaconto, ha finito per disperderne l’immenso patrimonio artistico e naturale. Una realtà che la Maraini analizza con sguardo indignato e con dolente partecipazione emotiva.

Tutto si perde, si consuma, finisce. A riprova di quella legge crudele di morte, di consunzione feroce che investe ineluttabilmente ogni cosa e le persone prima di tutto – amate e dolorosamente perdute. Persone che riemergono dal fondo della memoria, dai giacimenti tellurici dell’anima, da un passato che si credeva ripudiato, rigettato per anni in un angolo oscuro, e che adesso ritorna attraversando le plaghe dell’oblio: il padre Fosco, etnologo di fama, irrequieto e giramondo, amato da sua figlia di un amore struggente e solitario; la madre Topazia, volitiva e ribelle, “dalla bellissima bocca di geranio”; la nonna materna Sonia, cilena dal temperamento teatrale, capricciosa e selvatica, “dai grandi occhi cerchiati di nerofumo come le eroine dei film di Murnau”; il nonno Enrico, enologo dal cuore mite e gentile; la zia Felicita, visionaria ed eremita, e soprattutto lei, la misteriosa Marianna Ucria, l’antenata sordomuta “mezza dea, mezza scriba sapiente” che nel ritratto della villa materna stringe fra le dita un foglietto, unico mezzo di comunicazione con gli altri, nel quale è forse segnata “una parte sconosciuta e persa” del suo passato isolano.

Di questa terra tanto difficile da raccontare, perchè indecifrabile, ricca di contrasti apparentemente insanabili: terra di mafia, di morti ammazzati, di soprusi quotidiani, di menzogne e di istinti bestiali, calpestata dal piede di cento popoli diversi ma rimasta sempre impermeabile a tutto, “sconosciuta a se stessa, chiusa in una sfiducia senza rimedio, preda di un dolore senza voce”. Ma non solo: terra anche di cuori generosi, di candidi, di artisti suoi figli, razza visionaria – come Guttuso, Buttitta, Tornatore; terra di confine, di leggende, di miti, di impossibili speranze affidate al futuro: “l’isola dei gelsomini e del pesce marcio, dei cuori sublimi e delle lame taglienti” alla quale fare ritorno, in memoria, come all’ultimo limen dell’anima, prima del disfacimento e della ineluttabile fine di tutto.

(c) MARIA DI LORENZO – pubblicato su “Oggi e Domani” – Anno XXI – N. 4 – Aprile 1993 – all rights reserved

Residenze invernali

di MARIA DI LORENZO

Della giovane autrice romana Antonella Anedda sono comparse negli ultimi anni alcune liriche pubblicate da prestigiose riviste italiane (come “Poesia” e “Nuovi Argomenti”) ma soltanto adesso esse hanno visto la luce in una raccolta organica dal titolo Residenze invernali.

Affacciandosi sulla ribalta convulsa di un millennio che sta per concludersi, la poesia della Anedda ne riflette la violenta ansia conoscitiva; la necessità, diremmo l’urgenza, di mettere ordine alle forme molteplici del Caos attraverso una scrittura che si fa disciplina del dolore ed esercizio di carità.

Quella di Residenze invernali è una poesia nutrita di ossessioni, popolata di presenze assidue, zeppa di immagini ricorrenti: l’osso, il cucchiaio, il recinto, l’ospite, il freddo. E poi ancora: la malattia, gli angeli, la talpa, il silenzio. Sono i grumi poetici dentro cui si coagula il discorso esistenziale della Anedda e attraverso i quali si costruisce il tessuto visionario di una poesia scandita da sequenze oracolari (“Sfere sono le ombre questa notte / mantelli che i corpi avvolgono nel rame. / Pensale adesso che un lume ci divide / e mi lascia tra i vivi”).

Se è vero che ogni poesia è un certo tipo di sguardo (sulla vita, sulle cose, sul mondo), quella di Antonella Anedda rappresenta la coscienza lucidissima del nostro tempo contemporaneo, il “moto interno / che affina e rende i corpi radici”, quello in cui si decifra a stento la memoria, indifferente e neutro (“Nessun tempo ha bisogno di noi”), un paesaggio interiore che si popola di presagi oscuri (“le assi si curvano sotto le ginocchia dei nuovi bambini”), di attese in cui si può, e si deve, saper coniugare esperienza e saggezza per farsi sordi al fragore minaccioso del mondo: “Allora occorrerà avvicinarsi forse salire / lì dove il futuro si restringe / alla mensola fitta di vasi / all’aria rovesciata del cortile / al volo senza slargo dell’oca / con la malinconia del pattinatore notturno / che a un tratto conosce / il verso del corpo e del ghiaccio / voltarsi, / andare”.

In questo tempo, osservato “nella velocità del crollo”, si deve necessariamente procedere “col passo dei sopravvissuti”, attenti alla forza propulsiva di un pensiero “invernale” che non si arresta mai, che in nessun modo abdica alla sua capacità di sondare gli enigmatici abissi della redenzione, ma che è invece in continuo movimento, vigile e al tempo stesso salvifico, se si vuole guardare con occhi asciutti il presente, senz’alcuna voluttà di pianto, ascoltando le “voci per alleati” che ci permettono ogni giorno di toccare, inavvertitamente, le ineffabili sponde dell’assoluto: “Di lato c’era come un recinto / e lì duravano le cose”.

(c) MARIA DI LORENZO – pubblicato su “Arenaria” – N. 23/24- Maggio-Dicembre 1992 – all rights reserved

Age: Scriviamo un film


di MARIA DI LORENZO

Il recente Primo Festival Internazionale “Scrittura e immagine” (svoltosi a Pescara nell’ambito del Premio Flaiano 1991), ha lodevolmente riportato in primo piano una figura professionale spesso ignorata, quando non misconosciuta: quella dello sceneggiatore, dello scrittore per il cinema, al quale in definitiva si devono la validità e il successo di una pellicola cinematografica.

“Che cosa ne sa il pubblico degli scrittori di cinema? Pensa che sia tutto merito degli attori e dei registi”, affermava William Holden nell’ormai leggendario Viale del tramonto.  Partendo da questo assunto, che pochi conoscono veramente il mestiere dello scrittore di film, Agenore Incrocci ha realizzato un agile libretto che sta a metà strada fra il piccolo pamphlet cinematografico e il manuale di pronto uso per aspiranti sceneggiatori.

Forte di una più che quarantennale esperienza nel mondo della celluloide e perfettamente consapevole che “non si fa niente di nuovo se non si conosce bene il vecchio”, l’autore sciorina misteri e segreti della creazione cinematografica: come nasce un’idea, come si sviluppa un soggetto, le regole auree di una buona sceneggiatura. E ancora: la messa a fuoco dei personaggi, i dialoghi, la sceneggiatura delle azioni del film ed altre curiosità; i trucchi del mestiere che ogni scrittore di cinema deve conoscere perchè il racconto cinematografico ha le sue regole (come e forse più di quello letterario) e l’invenzione da sola non basta se non ci sono la tecnica e la padronanza del mezzo a sostenerla.

“L’autore della sceneggiatura – spiega Age nell’introduzione – è come il guardiano del faro: tutti vedono il faro ma nessuno vede lui”.  Un mestiere difficile, ma ricco di fascino, spiegato con dovizia di particolari da un maestro del verbo cinematografico che ha firmato le più celebri pagine del cinema nostrano (da I soliti ignoti a Sedotta e abbandonata, da C’eravamo tanto amati a L’armata Brancaleone) affinchè il patrimonio di esperienza acquisita in tanti anni di intenso lavoro non vada disperso ma diventi patrimonio di tutti.

Un dettato limpido e scorrevole, quello di Age, ricco di humour e di esempi calzanti, che non si rivolge soltanto agli “addetti ai lavori”, cinefili e aspiranti scrittori di film, ma a chiunque voglia imparare a leggere un film nei meccanismi segreti che lo compongono e lo consegnano infine alla magica affabulazione dello schermo cinematografico.

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(c) MARIA DI LORENZO  - pubblicato su Oggi e Domani” – Anno XX – N. 3 – Marzo 1992 – all rights reserved

Giuseppe De Carli – Un anno dopo

di MARIA DI LORENZO

“Lei si chiama Maria, vero? Io sono Giuseppe… Se non ha niente in contrario, pensa che potremmo darci del tu?”. Sono le prime parole che il vaticanista Giuseppe De Carli, affermato volto e “microfono” storico del TG1, rivolgeva a una giovane collega che allora, molti anni fa, era praticamente agli esordi nel campo della comunicazione religiosa.

Gentile, misurato, senza fronzoli, ma dotato di grande carica umana e di inesauribile passione per ogni cosa che faceva, una passione che sapeva farsi contagiosa e coinvolgere nel profondo anche gli altri, come ben sa chi ha avuto la fortuna di conoscerlo. Così chi ora scrive queste note ricorda il giornalista e scrittore Giuseppe De Carli prematuramente scomparso il 13 luglio di un anno fa. Un uomo che viveva ogni aspetto del suo lavoro come una vocazione. Un vero outsider dell’informazione religiosa, alla quale si era preparato con passione, tenacia ed entusiasmo, doti che appartenevano al suo carattere forte e sincero, di padano tutto d’un pezzo.

Giuseppe De Carli era nato a Milano il 18 giugno del 1952 ed era cresciuto a Lodi – città a cui resterà sempre legatissimo – in una famiglia di agricoltori. Aveva conseguito due lauree, in Filosofia e in Scienze politiche, ottenendo in seguito un baccalaureato in Teologia. Trasferitosi a Roma intorno alla metà degli anni Ottanta, come vaticanista del Tg1 aveva seguito per quasi vent’anni Giovanni Paolo II nei suoi innumerevoli viaggi, per poi fondare Rai Vaticano, la struttura che ha diretto fino al giorno della sua morte.

Tra le molte iniziative da lui pensate e realizzate la più clamorosa è stata certamente «La Bibbia giorno e notte». Un’idea unica e incredibile: far leggere l’intero testo sacro, Antico e Nuovo Testamento, integralmente e senza interruzioni da oltre milleduecento lettori che nell’ottobre del 2008 si sono alternati sul leggìo della chiesa romana di Santa Croce in Gerusalemme. Un irripetibile successo di pubblico e di ascolti.

Autore di numerosi libri, tre dei quali dedicati a Benedetto XVI-Joseph Ratzinger, De Carli è stato “la voce del Papa”, entrando per anni nelle case di milioni di italiani con il suo timbro inconfondibile e sicuro, la simpatia e una passione contagiosa per la Chiesa, che ha amato e fatto amare da vero figlio di Dio. Questa voce, aggredita dal male, si è spenta per sempre ai suoni di questa terra la mattina del 13 luglio 2010 al Policlinico Gemelli di Roma. I funerali si sono svolti nella sua parrocchia di residenza, Santa Maria in Traspontina, officiati dall’Arcivescovo Rino Fisichella, e poi la salma è stata tumulata a Lodi, la “sua” Lodi, come lui stesso aveva desiderato.

Profonde, e soprattutto vere, le parole del discorso funebre tenuto dal presule che del giornalista televisivo era stato compagno di scuola nel liceo lodigiano: “De Carli amava essere amico – ha ricordato quel giorno Mons. Fisichella – e ritrovava nell’amicizia i valori della fede cristiana… Era centrale per lui la ricerca della volontà di Dio sul suo progetto: nel silenzio della sua riflessione ha ricercato fino alla fine della sua esistenza la volontà di Dio, affidandosi alla sua Misericordia”.

E ancora: “Come uomo e come credente – ha detto – Giuseppe De Carli era stato sfiorato dalla vocazione sacerdotale, lambito dall’impegno politico ma ha poi trovato la sua strada quando si è immerso nell’informazione religiosa che con caparbietà ha voluto raggiungere e che ha poi servito con la schiettezza che caratterizza noi lodigiani che non andiamo a ricercare tante vie traverse e proprio per questo non sempre siamo capiti. Ha voluto creare in Rai una struttura capace di una informazione religiosa di qualità. Non si è improvvisato vaticanista ma si è preparato a svolgere al meglio uno dei ruoli più difficili per un giornalista. E i suoi servizi rimarranno nella storia perché De Carli – ha spiegato il presule – capiva l’importanza dell’informazione religiosa e di svolgere coerentemente questo ruolo: le parole di Gesù quello che vi dico ditelo sui tetti le ha tradotte in tante cronache dalla terrazza di Rai Vaticano, affacciata su piazza San Pietro”. Così De Carli, ha concluso Fisichella, “ha reso grande servizio alla Chiesa per aver comunicato al paese l’attività della Santa Sede e delle chiese locali. Ma ha voluto soprattutto dare voce alla Parola di Dio con l’iniziativa culminante della sua storia professionale: quella ininterrotta lettura della Bibbia che riunì nella Basilica di Santa Croce cattolici, protestanti, ebrei e non credenti…”.

Un grande professionista, un cattolico convinto, un uomo libero. Tutto questo è stato ben recepito dal variegato popolo di Dio che ha seguito per oltre vent’anni De Carli sul primo canale della RAI sentendo in lui il fratello, il compagno di strada, l’amico nella fede, come ben testimoniano gli innumerevoli messaggi pervenuti fino ad oggi al sito http://giuseppedecarli.wordpress.com/ e all’affollata pagina a lui dedicata su Facebook (http://www.facebook.com/pergiuseppedecarli), dove in tanti ricordano ancora – e sovente rimpiangono – le sue telecronache, sempre puntuali e intelligenti, e il timbro caldo della sua voce, il profondo amore per la Chiesa che nutriva come uomo prima ancora che come vaticanista.

L’infaticabile narratore dei grandi eventi papali era indubbiamente un “fuoriclasse” dell’informazione religiosa; nel privato era un uomo semplice, schivo di onori, molto riservato, che aveva il pudore dei sentimenti e una sorprendente umiltà. Era inoltre profondamente devoto della Madonna. E non è certo un caso che l’ultimo libro dato alle stampe poco prima della sua morte sia proprio un testo di carattere mariano: il libro-intervista realizzato con il card. Tarcisio Bertone, L’ultimo segreto di Fatima (Rai Eri-Rizzoli), ricostruzione di quel grande evento di grazia che ha aperto il ventesimo secolo e impresso un segno formidabile alla storia e al pontificato di Giovanni Paolo II. In questo libro, che è poi la versione aggiornata ed ampliata del libro L’ultima veggente di Fatima (uscito nel 2007), Bertone rievoca i suoi incontri con la pastorella di Fatima e ripercorre la vicenda delle apparizioni miracolose, dai primi racconti dei tre bambini all’atteggiamento inizialmente cauto della Chiesa fino alla svolta arrivata con Giovanni Paolo II. Oltre ai documenti autografi di suor Lucia e all’interpretazione teologica dell’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, card. Ratzinger, il libro offre le profonde riflessioni di Bertone sul ruolo della devozione mariana e sul rapporto che due papi tanto diversi come Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno con la figura della Vergine.

Il messaggio di Fatima – afferma nel libro De Carli – ci viene incontro col linguaggio del sangue e della sofferenza e si raggruma intorno alla figura di Giovanni Paolo II. Non si può negare che il pontificato wojtyliano sia stato segnato profondamente dalla Vergine di Fatima… Il cardinal Bertone ha interrogato più volte suor Lucia e si è imbattuto nel mistero. Una ricostruzione – spiega De Carli – sospesa fra cielo e terra, da far venire i brividi. In più, il cardinal Bertone, ora Segretario di Stato del Papa, ci accompagna da un pontificato all’altro, traghettandoci da un Papa mariano all’altro. Perché anche Ratzinger ha una spiritualità mariana, come si è visto con tutta evidenza a Fatima. Una lettura spirituale avvincente, dove ogni tessera, alla fine, si colloca in un mosaico splendente, che coniuga religiosità popolare e religiosità colta. I santuari mariani – concludeva De Carli – sono le fortezze invincibili della fede, sono una risorsa di bene contro il male”.

(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved

Articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio – luglio 2011  * Riproduzione vietata.

Come mi parla chiaro il cuore della notte

Cari amici,

finalmente è uscito il nuovo numero della rivista In Purissimo Azzurro che ha come tema la notte. Nei mesi scorsi vi avevamo invitato a scrivere dei testi, in versi o in prosa, su questo tema: “Come mi parla chiaro il cuore della notte”. E voi avete risposto. Eccovi allora questi testi, tutti belli e profondi, da voi inviati, da leggere cliccando su: http://inpurissimoazzurro.wordpress.com/


I segreti degli amici

Nella vita quotidiana noi con ci capiamo mai, non esistono nè completa chiarezza nè completa fiducia. Ci conosciamo approssimativamente, attraverso segni esterni, e questi servono a sufficienza come basi per la socialità e persino per l’intimità.

Ma le persone in un romanzo possono essere completamente comprese dal lettore, se l’autore lo desidera; la loro vita interiore può essere espressa come la loro vita esteriore.

Per questo motivo sembrano più chiari dei personaggi della Storia, o persino dei nostri amici; ci è stato detto su di loro tutto quello che può essere detto; persino se sono imperfetti o irreali non hanno segreti, mentre i nostri amici sì e devono averne, essendo la reciproca segretezza una delle condizioni dell’esistenza su questo pianeta.

E. M. FORSTER

(Aspetti del romanzo)

Corso Bovio

Che cosa c’è nel cuore dell’uomo? Che cosa c’è dentro di noi quando gli altri rimangono fuori, fuori della porta dei sorrisi e dei saluti cordiali, un po’ stereotipati, della faccia allegra che ci dipingiamo ogni giorno per andare nel mondo, incontro all’ignoto.

E’ un mistero. Il cuore dell’uomo è un abisso. Come si può spiegare altrimenti ciò che accade? Sono già quattro anni, quattr’ anni dalla morte di Corso Bovio, mi riesce difficile dire “suicidio”, perchè una parte di me non ci vuole credere, non ci crede assolutamente…

Io ho conosciuto Corso Bovio all’inizio degli anni Novanta, a Urbino, dove appena laureata frequentavo la scuola di giornalismo. Lui era il mio insegnante. Sono passati ormai molti anni, ma io ricordo perfettamente, lo ricordo come se fosse ieri, tutte le sue parole, e i suoi sorrisi, e gli sguardi che erano così intelligenti. Sì, era il mio insegnante preferito, perchè sapeva come entrare – in punta di piedi – nel cuore degli altri.

Aveva un grande senso dell’umorismo, ci faceva anche divertire a lezione, non si prendeva sul serio, pur essendo una persona serissima. Era un vulcano di idee, di parole. Era una persona di grande valore. Era.

Adesso bisogna usare questo verbo imperfetto: era. Ma basta un colpo di pistola per spazzare via tutto? Basta archiviare tutto come un suicidio, forse per un raptus, forse per chissà, e andare avanti nel caldo dell’estate, a parlar di tempo e di stagioni, di lavoro e di canzoni, senza fermarsi a pensare un poco?

Pensare alla vita, per esempio, a che cos’è la vita, al senso che le si è dato fino ad oggi e che le si vorrà dare, da domani. Pensare alla fragilità della condizione umana, alla precarietà di tutto, e c’è una roccia a cui aggrapparsi? C’è qualcosa di solido che non muta, che resta lì, su cui mettere le nostre impronte fragili e trarne sicurezza?

Abbiamo la consistenza delle foglie, dice Roberto Vecchioni in una sua canzone, eppure coltiviamo dentro di noi l’orgoglio smisurato di essere uomini. Fino al muro che si para davanti e non puoi scantonare più, fare finta che non c’è, che forse non c’è mai stato.

Ma c’è stato sempre, e tu lo sai. Te ne accorgi solo ora, però, all’ultimo secondo. Allora capisci che sei soltanto un uomo. E che dentro di te brucia una ferita antica. Allora comprendi il senso di quei versi di Montale che dicono: “Tutte le cose portano scritto: più in là…”.

La nascita dei desideri liquidi

La parola esteriore

di MARIA DI LORENZO

Una volta c’era nel nostro Paese, come in altri Paesi del mondo, la religione delle lettere (chi non rammenta Carlo Bo e il suo programmatico saggio dal titolo Letteratura come vita?); esisteva un’idea romantica, sacrale e nobile della scrittura. Poi è cominciata l’inarrestabile decadenza: il supermercato delle lettere, la disaffezione alla lettura (di pari passo con il progressivo sfascio delle istituzioni scolastiche), l’omologazione culturale, tendente verso il basso, che già Pasolini aveva vaticinato, invocando provocatoriamente l’abolizione della tv, colpevole di aver concluso l’era della “pietà”, inaugurando quella dell’edonè.

Plinio Perilli, poeta e saggista, s’interroga sulle ragioni di tale mutamento epocale e lo fa attraverso le riflessioni di interlocutori scelti fra linguisti, filosofi, giornalisti, poeti, sociologi, insegnanti, dirigenti editoriali, romanzieri, in “una vasta inchiesta – spiega l’autore – sulla crisi del concetto stesso di letteratura fra i giovani, sempre più distratti e comunque sritualizzati, per così dire, verso la parola”.

Una parola che tende, perciò, a farsi “esteriore” (in antitesi alla “parola interiore” che dà il titolo a un famoso saggio di fine ’800 del filosofo Victor- Emile Egger, fautore della psicologia pura), inquinata com’è tutti i giorni dai mass-media, dalla pubblicità, dai molteplici codici linguistici – canzone, fumetto, videoclip – dell’attuale “villaggio globale”.

Di chi la colpa? Della scuole o della televisione, dell’industria editoriale forse? Anche, se si pensa alla logica perversa di talune strategie di vendita (libri “usa-e-getta”, scrittori “mondani”, privi di spessore, allevati come polli di batteria per fini più commerciali che culturali in senso stretto). Ecco allora che si frantuma e si perde nelle nuove generazioni il piacere della lettura, una disaffezione che ha radici nell’infanzia: “sottile ma inesplorato malessere – scrive Perilli – che va, andrebbe capito, sciolto in caparbia, sincera comprensione”.

“Schiacciati, verrebbe di dire tacitati, fra “oralese” e “videomania”, i giovani cercano di salvarsi dalla palude del culturame di massa tirandosi su per i capelli, come il Barone di Munchausen”, continua il critico; computers, videogiochi, canzoni fanno la lingua ecumenica giovanile, una lingua standard, ridotta all’osso, stereotipata, “alla Blob” per intenderci, in cui la contaminatio è imperante così come il grado di conformismo e di massificazione.

Quale futuro allora per la parola? Pessimisti si dichiarano, a tal proposito, Goffredo Fofi, Alberto Bevilacqua, Grazia Cherchi; più fiduciosi Luigi Malerba, Gesualdo Bufalino, Tullio De Mauro.

Perilli evita accuratamente i giudizi sommari e le aprioristiche condanne (o assoluzioni), ma conduce fino alla fine – legando fra loro i vari interventi – la sua inchiesta con l’intento annunciato (e mantenuto) della ricognizione esplorativa, che non si nutre di idee preconcette ma – partendo da un semplice assunto, che si potrebbe sintetizzare nella domanda: “Ma come si fa a vivere senza Cechov?“, in cui prorompe l’anziano e disorientato Professore del film Verso sera di F. Archibugi (sequenza ricordata dall’autore nell’ultimo capitolo del pamphlet) – si propone come punto di snodo verso la comprensione di problematiche aperte su inquietanti e densi interrogativi del nostro tempo.

(c) MARIA DI LORENZO  - pubblicato su ”Idea” – Anno L – N. 10/12 – ottobre-dicembre 1994

Per me la scrittura è la strada del ritorno

“Per me la scrittura è la strada del ritorno”
Un colloquio con Maria Di Lorenzo
a cura di Anna Laura Mellini

L’appuntamento con la scrittrice Maria Di Lorenzo è all’ombra del “Cupolone”, nel reticolo di strade che fanno corona alla basilica di San Pietro, in mezzo a frotte di turisti vocianti con macchine fotografiche al collo. Arriva con passo dinamico, in jeans bianchi e camicetta a fiori. Minuta e snella, ha una cascata di ricci fulvo-dorati che le incorniciano il volto e un sorriso aperto che sa trasmettere simpatia e comunicativa al primo sguardo. Ci si sente subito accolti dal suo sorriso, così è sorprendentemente facile entrare in confidenza con lei. Non si atteggia, nè si dà arie da primadonna, nonostante abbia un curriculum di rispetto. Scrittrice, giornalista culturale, autrice teatrale e cinematografica, dopo gli studi classici si è laureata col massimo dei voti in Lettere Moderne all’Università di Urbino, con una tesi di carattere psicoanalitico su Giacomo Leopardi. Ha quindi lavorato come giornalista per il quotidiano “Il Tempo”, per la RAI e per altre testate italiane. Attualmente è direttore responsabile del magazine “In Purissimo Azzurro”, una rivista impegnata nel dialogo fra le diverse voci culturali presenti oggi nel mondo – come letteratura, cinema, teatro, musica, arti figurative – attraverso il filtro della loro comune tensione verso l’assoluto. Dal giugno 2009 cura inoltre sul web il forum letterario Flannery.it dedicato alle donne che scrivono. E’ autrice di una decina di saggi tradotti in cinque lingue, di due raccolte poetiche, “Voci dal muschio” (1992) e “Quaderno Siciliano” (1994) e di un romanzo, “La sera si fa sera”, uscito nel 2004. Ha un bel sito personale – http://mariadilorenzo.wordpress.com – dove si può seguire tutta la sua multiforme attività.

Hai appena pubblicato un nuovo libro, “Venti voci per un Magnificat” (Edizioni dell’Immacolata), che hai dedicato a Giuseppe De Carli, il noto vaticanista morto un anno fa…

Mentre Giuseppe si spegneva nell’estate del 2010 stavo appunto lavorando a questo libro, così mi è sembrato giusto oltre che bello dedicarlo a lui, a cui mi legava una lunga amicizia. Il libro non parla espressamente di lui, ma in questa galleria di figure antiche e moderne di testimoni della fede (ci sono fra gli altri Madre Teresa di Calcutta, Chiara Lubich, Teresa di Lisieux…) rivivono quelle cose, le idee e gli ideali che a me come a lui rendevano la vita bella da vivere. Per ricordare Giuseppe ho aperto anche un sito web: http://giuseppedecarli.wordpress.com/.

Mi dicevi pochi giorni fa al telefono che con questo libro hai chiuso un ciclo di opere di saggistica che ti ha tenuta impegnata per ben dieci anni…

Sì, considero la saggistica una grande scuola di umiltà e di pazienza. Personalmente, lavorando su commissione ho imparato la disciplina, come un po’ tutti gli artisti ero piuttosto anarcoide e indisciplinata, non sapevo mettere ordine…

Ma ora torni al primo amore, la narrativa.

Ho assolto tutti i contratti firmati, riprendo a scrivere per puro diletto.

Hai iniziato a scrivere il tuo secondo romanzo… Di che parla?

E’ una storia dai sentimenti forti, duri, come un pugno nello stomaco, e ancora una volta, come nel romanzo che l’ha preceduto, è una discesa negli inferi della memoria, perché la memoria non è innocente, la memoria artiglia e fa male, e il protagonista, che è un uomo, mentre il romanzo precedente aveva al centro una donna, ci dovrà fare i conti, dolorosamente e inevitabilmente. Non si sfugge infatti alla vita e ai suoi demoni. Quella che io racconto è soprattutto un’ossessione d’amore.

C’è qualcosa di autobiografico in questa storia?

Nulla è autobiografico, e al tempo stesso tutto è autobiografico. Nel senso che un autore, anche quando non racconta di sé e della sua vita ma si pone a scrivere una storia che è frutto solo della sua fantasia, ciò è vero solo per metà perché poi ci mette sempre del suo in ciò che scrive, le emozioni, le esperienze, tutto viene rielaborato, metabolizzato, e rivive sulla carta in una forma nuova, a quel punto non gli appartiene più.

Che cosa significa scrivere per te?

Per me la scrittura è il momento di massima libertà, è felicità allo stato puro. E’ la mia dimensione naturale, in cui mi sento totalmente in sintonia con me stessa e con il mondo. Tutta la vita è un cammino verso noi stessi, la scrittura per me rappresenta la strada del ritorno.

Quando hai cominciato a scrivere?

A sei anni. E’ stato allora che ho composto la mia prima poesia, ma per me era un gioco, un mezzo per dare sfogo alla mia fantasia. Anche crescendo la pensavo così, infatti scrivevo e disfacevo, non ho conservato nulla. Non davo neppure retta agli insegnanti che mi dicevano che “da grande” avrei dovuto scrivere, che era quella la mia vocazione. Per me era soltanto un bellissimo modo per impiegare il tempo, per sciuparlo in libertà…

Descriviti con tre aggettivi.

Passionale. Sincera. Volitiva.

Nella scala dei tuoi valori, cos’è più importante?

L’amicizia. E la lealtà, sempre e comunque.

Tu sei l’artefice di quella grande fucina di amicizie che è Flannery…

Flannery è nata da una mia idea, però siete voi che lo fate, tutte insieme. Quando siamo partite con questa avventura sul web, di creare un forum letterario riservato alle donne che scrivono – http://www.flannery.it/ – era come affrontare una traversata in mare aperto. A distanza di due anni non siamo cresciute soltanto come numero – abbiamo a tutt’oggi un migliaio di aderenti – ma soprattutto in amicizia e consapevolezza. Siamo una forza noi donne, dobbiamo credere di più nel nostro talento e nelle nostre capacità. Il mondo è rosa.

(c) Anna Laura Mellini – all rights reserved

L’intervista è stata pubblicata sul numero di luglio-dicembre 2011 della rivista “Prospettiva Persona”

E venne un uomo chiamato Giovanni

di MARIA DI LORENZO

La notizia della sua morte destò una grande commozione in tutto il mondo. Quel giorno, il 3 giugno del 1963, c’era già il profumo dell’estate nell’aria, ma il momento era triste perché una luce si spegneva per tutti: il “Papa buono” era morto.

Nel suo breve ma intenso pontificato, durato poco meno di cinque anni, Giovanni XXIII era riuscito a farsi amare dal mondo intero, che adesso ne piangeva sconsolatamente la perdita.

Da allora sono trascorsi quarant’anni. Lo si era immaginato come un papa di transizione, che sarebbe passato in fretta, presto dimenticato; ma non è stato così. “Questo vecchio uomo venuto dall’avvenire”, come in un’occasione lo ha definito il Card. Roger Etchegaray, è stato veramente un grande dono per la Chiesa e la cristianità. Un dono inatteso, piovuto dal Cielo.

Già subito dopo la sua morte, nel fervore della devozione popolare che l’aveva già accompagnato in vita, avrebbe preso avvio il suo processo di beatificazione: un immenso lavoro, che sarebbe durato oltre trent’anni, con l’avvicendarsi di diversi Postulatori e montagne di documenti da vagliare, prima della solenne beatificazione, avvenuta in piazza San Pietro il 3 settembre 2000, nel grande Anno Giubilare. Un evento di grazia salutato con gioia da migliaia e migliaia di pellegrini convenuti a Roma da ogni parte del mondo e da una sterminata moltitudine di devoti in ogni angolo della terra.

Un pastore di anime

Il 12 ottobre 1958 Angelo Roncalli era partito alla volta di Roma per partecipare insieme agli altri Cardinali al Conclave, ma non immaginava assolutamente di essere eletto Papa. Il suo desiderio era sempre stato quello di essere un pastore di anime, modesto e semplice come un parroco di campagna.

Era nato a Sotto il Monte, piccolo borgo del bergamasco, il 25 novembre 1881, figlio di poveri mezzadri che lo battezzarono il giorno stesso della sua nascita nella locale Chiesa di Santa Maria; la stessa dove, divenuto prete, avrebbe celebrato la sua prima Messa, il 15 agosto 1915, festa dell’Assunzione.

Angelino era molto intelligente e terminò le Scuole in un lampo, tanto che in Seminario era il più giovane della classe. A 19 anni aveva completato i corsi, ma per la legge ecclesiastica non poteva essere ordinato sacerdote prima dei 24 anni; così fu mandato a Roma per laurearsi alla Pontificia Università Gregoriana. Divenuto prete, rimase per quindici anni a Bergamo, come Segretario del Vescovo e insegnante al Seminario.

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale fu chiamato alle armi come Cappellano militare. Nel 1921 Roncalli è a Roma e, successivamente, viene inviato in Bulgaria e in Turchia come Visitatore apostolico: iniziava così la sua carriera diplomatica. Nunzio a Parigi nel 1944, diventa Patriarca di Venezia nel 1953.

Un’esistenza piuttosto appartata, senza fatti eclatanti, fino all’elezione al soglio di Pietro. Aveva allora 77 anni ed aveva già fatto testamento. Intendeva essere sepolto a Venezia, dove già aveva dato disposizioni per la costruzione della tomba, nella cripta di San Marco. Era naturale che ritenesse ormai imminente il suo commiato dal mondo.

L’anno prima, 1957, aveva infatti scritto nel suo Diario: “O Signore, siamo a sera. Anni settantasei in corso. Grande dono del Padre celeste la vita. Tre quarti dei miei contemporanei sono passati all’altra riva. Dunque, anch’io mi debbo tener preparato al grande momento…”.

Ma le vie del Signore, si sa, sono veramente infinite. Il 28 ottobre 1958 l’allora Cardinale e Patriarca di Venezia salì al soglio pontificio, come successore di Pio XII, e molti ne restarono sorpresi: un vecchio avrebbe dovuto reggere la Chiesa?

Il “Papa contadino”

Quella sera, dopo l’annuncio fatto in Vaticano, a Sotto il Monte, il paese natale di Papa Roncalli, le campane avevano suonato a festa e le colline circostanti si erano illuminate dai falò. Fuochi e campane a distesa per celebrare il giorno, radioso e indimenticabile, della sua elezione al soglio di Pietro.

Vocabor Johannes… – Mi chiamerò Giovanni”, esordì appena eletto. Era il primo punto fermo del suo Pontificato. Un nome che era già tutto un programma. E non si smentì.

I giornali presto ci ricamarono su perché veniva da una famiglia di contadini: il “Papa contadino”, cominciarono a chiamarlo. Ma Roncalli aveva ben chiara la propria missione da compiere. Nel 1959, soltanto un anno dopo la sua elezione, “tremando un poco di commozione, ma insieme con umile risolutezza di proposito” – come disse ai Cardinali riuniti – Papa Giovanni annunciò il Concilio Vaticano II. Un evento epocale, destinato a cambiare il volto della Chiesa, a segnare un netto spartiacque nella storia della cristianità.

Papa Giovanni avviò l’aggiornamento della vita ecclesistica senza tentennamenti, ma con polso fermo e sguardo rivolto con fiducia al futuro. Erano allora tempi difficili, tempi di guerra fredda. Le Superpotenze erano quasi sull’orlo di un conflitto che poteva rivelarsi catastrofico per l’intera umanità. E il Pontefice volle indirizzare a tutti “gli uomini di buona volontà” la Pacem in terris, l’enciclica più profetica, firmata l’11 aprile 1963, appena due mesi prima di morire.

Attento ai segni dei tempi, coraggioso e lungimirante, Papa Roncalli promosse l’ecumenismo e la pace. Uomo del dialogo e della viva carità, fece sentire a tutti gli uomini, anche ai Non-Cattolici e ai lontani, l’amicizia di Dio.

Per un arcano disegno della Provvidenza, la giovinezza della Chiesa doveva realizzarsi attraverso l’opera di un vecchio. Un chiaro frutto dell’imprevedibilità dello Spirito, della straordinaria “fantasia” con cui sempre plasma e rigenera nel corso dei secoli la Chiesa in cammino.

Il leit-motiv mariano del suo Pontificato

Il suo paese natale da oltre un trentennio è meta incessante di pellegrinaggi. La dimora povera e dignitosa in cui nacque è rimasta com’era: una semplice costruzione contadina nella quale Angelo Giuseppe Roncalli trascorse la sua infanzia.

“Nato povero, ma da onorata ed umile gente, sono particolarmente lieto di morire povero…” – egli scriveva nel suo “Testamento spirituale”.

La sua spiritualità, delicata e robusta al tempo stesso, aveva le sue radici in Maria. A lei sempre si rivolgeva, in lei confidava. Non si staccava mai da lei, né mai si macerava nel dubbio: la sua fede era limpida e sorgiva, riposava in Maria, attraverso il Rosario.

Fu il leit-motiv della sua vita e del suo Pontificato. Dopo la Santa Messa, nulla era per lui più importante del Rosario: ogni giorno lo recitava per intero, soffermandosi su ogni mistero.

Sono entusiasta – diceva – di questa devozione, soprattutto quando è capita ed appresa bene. Il vero Rosario è il cosiddetto Rosario meditato. Questo supplisce a molte altre forme di vita spirituale. È meditazione, supplicazione, canto ed insieme incantesimo delle anime. Quanta dolcezza e quanta forza in questa preghiera!”.

Mons. Loris Capovilla, suo Segretario e fedele custode di memorie, ha detto che Papa Giovanni durante tutta la sua esistenza si comportò con Maria di Nazareth come un figlio con la madre, “uno di quei figli che un tempo davano del Lei o del Voi alla propria genitrice, manifestando amore dilatato dalla venerazione e rispetto alimentato dall’entusiasmo”.

Una venerazione tanto tenera e forte, delicata e incrollabile, in cui noi possiamo vedere racchiuso il segreto della sua santità. Una devozione profonda che diventa poesia, preghiera ed eredità per tutta la Chiesa.

Dolcissimi accenti lirici e profonda confidenza filiale scandiscono l’itinerario mariano di Papa Giovanni XXIII: “O Maria, tu preghi con noi, tu preghi per noi. Noi lo sappiamo, noi lo sentiamo. Oh, quale delizia di realtà, altezza di gioia, in questa celeste e umana corrispondenza di affetti, di voci, di vita, che il Rosario ci ha apprestato e ci appresta: temperamento della umana afflizione, pregusto di oltremondana pace, speranza di vita eterna…”.

Papa Giovanni auspicava che il Rosario venisse recitato ogni sera in casa, nelle famiglie riunite, in ogni luogo della terra. “Bel ricongiungersi – scriveva allora il “Papa buono” –, durante le dieci ‘Avemarie’ del mistero, fra tante e tante anime, unite per ragioni di sangue, per vincolo domestico, per un rapporto che santifica, e perciò rinsalda, il sentimento d’amore che stringe le persone più care: tra genitori e figli, tra fratelli e congiunti, tra conterranei, tra appartenenti a uno stesso popolo. Tutto ciò, allo scopo e in atto di sorreggere, accrescere, illuminare la presenza di quella universale carità, l’esercizio della quale è la gioia più profonda e il più alto onore nella vita”.

Quanti però, al giorno d’oggi, si riuniscono ancora la sera per pregare insieme il Rosario? Le case assomigliano piuttosto a “isole” di solitudine e incomunicabilità dove se ci si riunisce spesso è solo per celebrare i rituali del “caminetto” televisivo, che mescola con la stessa indifferenza massacri etnici e telequiz, futilità e orrori.

Il vento gelido della secolarizzazione sembra infatti aver finito per spazzare via questa antica consuetudine. E tuttavia, se il nostro Pontefice ha proclamato il 2003 come l’Anno del Rosario, volendone rilanciare la preghiera in tutti i contesti ecclesiali, non sarebbe il caso di fare nostra questa solenne intenzione espressa già quarant’anni orsono dal pontefice Giovanni XXIII?

Sarebbe, tra l’altro, il modo migliore di ricordarlo e di onorare degnamente la sua memoria: di cristiano, di Papa e di Santo.

(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved

Articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio – Maggio 2003

Marco Guzzi, nel silenzio della perfezione

di MARIA DI LORENZO

“La Vergine potente di Liguria / Mi guardava. E se scambiavo / Con lei uno sguardo /Ero nel campo / Suo, immacolato. /Assolto senza condizioni. / Ero libèrta, /Libellula, ero l’aureola / Vibrante, il tuo salterio./ E rispondevo / A te sommessamente. / Ero il tuo salmo /Responsoriale. /“Fenomenale / Parto rinascevi: Marco: / Figlio di Dio”.

Sono i versi semplici e potenti di una delle più belle liriche di Marco Guzzi, dal titolo Intercessione della Madonna della Guardia.

Marco Guzzi è uno dei maggiori poeti italiani dell’età contemporanea, dalla forte vena cristiana nonchè autore di splendidi versi dedicati a Maria. Nato a Roma nel 1955, ha compiuto gli studi in Filosofia e Giurisprudenza specializzandosi a Freiburg e a Bonn. Ha condotto per anni trasmissioni di dialogo con gli ascoltatori di Radio Rai (come la notissima “3131”), ha diretto centri culturali e riviste, e da più di 10 anni porta avanti la sperimentazione, presso l’Università salesiana di Roma, dei Gruppi Darsi Pace (www.darsipace.it). Nel 2009 Benedetto XVI lo ha nominato membro della pontificia Accademia di Belle Arti e Lettere dei Virtuosi al Pantheon.

Ha esordito come poeta nel 1988 con una raccolta intitolata Il Giorno (Scheiwiller Ed.) sviluppando nell’arco di vent’anni una singolare ricerca espressiva, nel duplice solco della poesia e della saggistica, per arrivare al suo ultimo lavoro, Nella mia storia Dio (Passigli Ed.), con cui ha vinto il prestigioso “Premio Pasolini” e che rappresenta sicuramente la punta più alta della sua ricerca poetica.

“Ho incominciato a scrivere tra i 13 e i 14 anni – dice di sé il poeta – perché nella scrittura trovavo un luogo, uno stato mentale in cui respirare, una dimensione libera in cui placare la mia ansia ma anche dare voce alla mia gioia a volte incontenibile, pazzesca. Chiamavo i miei testi pensieri o sogni, e non li mettevo affatto in relazione con le poesie che ci facevano studiare a scuola… Da ragazzo ero un mistico, ma verso i diciassette anni abbandonai la Chiesa cattolica per cercare da solo la mia verità. Mi innamorai del pensiero di Nietzsche e conobbi il fascino e la scoperta di altri maestri, prima di incontrare quell’unico Maestro che poteva parlare al mio cuore”.

“Nel bianco ruscello delle mie notti / Ridestato / Come se le cinque fossero un orto / In bilico sul mare / Il francescano conobbe la carne / Con la pupilla dell’occhio scorporato. / Era l’acqua più antica delle stelle, / La distillata, la sospirata / Venere, immacolata / Vergine Maria”.

Guzzi ha scritto molti testi di ispirazione mariana. Sono versi, i suoi, che esprimono il mistero di Maria e si inseriscono in una ricerca poetica fuori dagli schemi, ma capace di coniugare tutta la bellezza e le difficoltà del nostro tempo.

“Com’è difficile restare nel silenzio / Della perfezione, nell’assuefatto / Dondolio, senza riserve, in grembo / A un mondo canterino che non stona. / “La mia verginità è questo cuore / Che dice la realtà senza inflessioni / E senza riflessioni osa il canto.” Così scrive nella lirica Madre, sorella e sposa.

E nei versi toccanti di “L’incoronazione” fa dire ancora a Maria: “Sulla corda del pensiero più vibrato / Qualcuno mi parlava / O a qualcun’altra: / “Rallègrati! / Oh piena di grazia. / Il Signore per sempre è con te. / Ti fa monarca. / Perché un re / Soltanto dà la pace / Essendone il principio. / Tu sei l’arca / Della mia alleanza./ E questa gabbia / Per te / Non c’è mai stata”.

Guzzi è nato il 25 marzo, nella festa cristiana dell’Annunciazione. Da qui nasce, probabilmente, il legame, duplice e molto forte, con la Madre del Verbo e con il Figlio, il Logos incarnato. La Parola per eccellenza. “Per me la pratica poetica non è altro che una pratica ‘incarnazione della parola’. La parola si incarna sempre, è un dialogo. Bisogna allora imparare a parlare ascoltando la fonte della parola che costantemente dice l’inedito…”.

C’è allora un’altra sua poesia che è quasi una confessione, in cui è la stessa Maria, la madre di Gesù, a parlare e con versi veramente splendidi: “L’angoscia stirò tutte le mie vele. / Tolse le pieghe ai margini degli occhi. / Mi sentivo inconcepibile a me stessa. / Forse per questo concepii / Un pensiero più grande di me. / Poi me ne andai per tutta la terra / Senza più macchia, e senza paura. / Ero la pura / Idea, la tua mamma,/ Gesù.”

Le pubblicazioni principali di Guzzi sono in ambito poetico: Il Giorno (Scheiwiller 1988); Teatro Cattolico (Jaca Book 1991), Figure dell’ira e dell’indulgenza (Jaca Book 1997); Preparativi alla vita terrena (Passigli 2002); Nella mia storia Dio (Passigli 2005). Ma Guzzi è anche autore di saggi importanti come: La Svolta – La fine della storia e la via del ritorno (Jaca Book 1987); L’Uomo Nascente – La trasformazione personale alle soglie del nuovo millennio (RED 1997); Cristo e la nuova era (Paoline 2000); Darsi pace – Un manuale di liberazione interiore (Paoline 2004).

Nella sua più recente raccolta di versi, Nella mia storia Dio, che non è solo il punto più alto della sua riflessione poetica ma chiude anche, idealmente, un ciclo, al tempo stesso esistenziale e artistico, l’autore si muove verso un’esperienza di integrazione nel quale l’Eterno Amore e la sua carne terrena possano coniugarsi fino in fondo. Tutta la poesia di Marco Guzzi, come la tensione immaginativa che vi è sottesa, è infatti fortemente “coniugale”.

“Chiara, te lo prometto, risorgeremo./ Io, te, mamma, e Gloria e Gabriele/ Rideremo in eterno e un nuovo gioco/ Impareremo a vivere tra Sirio/ E l’Orsa Maggiore”. Sono versi splendenti, dedicati alla moglie e  ai suoi tre figli, versi che fanno molto riflettere e che rispecchiano anche la personale Weltanschauung di Marco Guzzi: i suoi libri stimolano a riscoprire con occhi nuovi la fede cristiana, a cui il poeta è arrivato con molta fatica e dopo una traversata, che si intuisce aspra e solitaria, dentro i mari perigliosi del mondo.

Da qualche anno il poeta, che ha lavorato a lungo nei mass-media, ha affiancato alla ricerca poetica e filosofica un’intensa attività di comunicazione culturale attraverso seminari e conferenze. Dal 1985 al 2002 ha diretto i seminari poetici e filosofici del Centro Internazionale Eugenio Montale di Roma e dal 2004 dirige presso le Edizioni Paoline la collana “Crocevia”.

Tutte queste esperienze di ricerca creativa e di elaborazione di linguaggi comunicativi (si veda a tal proposito il suo bel sito personale: www.marcoguzzi.it) sono confluite nell’attuale sperimentazione di gruppi di autotrasformazione, in cui si cerca di favorire quel processo di liberazione interiore “che il tempo collettivo – dice – sollecita in ciascuno di noi”.

Se la grandezza di una fase storica è data dalla complessità e dalla difficoltà delle sfide che essa si trova a dover affrontare, quella in cui viviamo è, secondo il poeta, un’epoca davvero decisiva e unica. “Salire costa, cantava Ungaretti, ma è l’unico modo per arrivare in vetta, là dove la nostra gioia sarà piena. Credo che dovremmo ricordarcelo sempre, specialmente in quanto cristiani: solo la gioia convince e solo la libertà fa crescere. Questo è il tempo più propizio per capirlo e per sperimentarlo fino in fondo.”

A tal proposito il poeta scrive, con limpida franchezza: “Non so /Se ci sarà una poesia /Ancora per me, e in questa nuova / Era che si apre. Non so / Cosa sarà della mia vita. / Ma cosa importa? Io so /Che Dio è questa gioia / Che si espande, questa vita / Eterna e terrena, questa poesia / Che è scritta nella carne / Per rischiararla / E farne il nostro cielo”.

(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved

Articolo pubblicato sul mensile “Madre di Dio” – giugno 2011

La Tigre Assenza

di MARIA DI LORENZO

Il volume edito recentemente dalla Adelphi, a cura di Margherita Pieracci Harwell, raccoglie l’opera omnia di una grande e appartata poetessa italiana, quale fu per tutta la vita Cristina Campo, pseudonimo di Vittoria Guerrini (nata a Bologna nel 1923, morta a Roma nel 1977). Fine traduttrice di Eliot, Pound, Donne (a cui la legavano forti e invisibili affinità elettive), la Campo condusse un’esistenza solitaria e schiva, ma spiritualmente intensa, “oltre” il proprio tempo, in una dimensione di sublimata inquietudine e di rarefatta meditazione esistenziale: “Due mondi – e io vengo dall’altro”, annota infatti l’autrice in Diario Bizantino.

La Tigre Assenza, l’immagine metaforica che dà il titolo al suo corpus poetico è il nome di un’angoscia indicibile “pro patre et matre”, i suoi cari genitori, scomparsi a breve distanza l’uno dall’altra, e perciò divorati da un sentimento di perdita che azzanna il cuore e la mente e che lascia, miracolosamente intatta, la bocca soltanto: “La Tigre Assenza, / o amati, / ha tutto divorato / di questo volto rivolto /a voi! La bocca sola / pura / prega ancora”.

Ciò sta a significare che al destino di devastazione a cui tutte le cose sono condannate solamente la bocca può osare di resistere, vale a dire la possibilità del canto (“Quante volte / raccoglieremo questa nostra vita / nella pietà del verso”). Soltanto la poesia possiede il miracolo di preservarsi dal disfacimento e dalla fine di tutto per diventare preghiera.

Leggiamo: ”E’ rimasta laggiù, calda, la vita / l’aria colore dei miei occhi, il tempo / che bruciavano in fondo a ogni vento / mani vive, cercandomi… / Rimasta è la carezza che non trovo / più se non tra due sonni, l’infinita mia pazienza in frantumi. E tu, parola / che tramutavi il sangue in lacrime”.

La poesia è un progetto salvifico nella dizione perfetta del dolore, il metafisico viatico della Bellezza (che dostoevskianamente salverà la terra), il fuoco primordiale di un Amore che esige il sacrificio di sè in vista di una gioia più grande e più vera.

(c) MARIA DI LORENZO – pubblicato su “Portofranco” – Gennaio-Marzo 1993 – all rights reserved

Dialogo del poeta e del messaggero

di MARIA DI LORENZO

Quando sarà scritta una storia completa della poesia italiana del Novecento, quella di Giuseppe Conte (nato a Imperia nel 1945) sarà ricordata come una delle voci poetiche più limpide e profonde della seconda metà del nostro secolo. Fin dagli esordi, con L’ultimo aprile bianco (1979) e passando attraverso i versi di L’Oceano e il Ragazzo (1983) e de Le stagioni (1988), egli ha portato avanti un personale discorso poetico nel quale il proprio talento introspettivo, attraverso i rasoi della ratio e il timpano metafisico della memoria, si sposa con l’inesausta ricerca di un possibile unisono fra natura e cultura, finito e infinito, nel segno scansivo di un Tempo che governa ab aeterno i cicli riproduttivi degli uomini e delle stagioni.

Nel Dialogo del poeta e del messaggero questo primigenio dissidio si compone nelle forme spoglie e colloquiali di un dialogo fra il Poeta e un non meglio precisato Messaggero, prefigurazione insondabile di una Alterità sempre vagheggiata. Finiti i viaggi e lo splendore corrusco del Mito, è giunto ormai per il Poeta il tempo doloroso del nostos (“Ma ora sei tornato: sei soltanto / te stesso”), il ritorno nel carcere di una identità insopprimibile dentro cui si decanta, goccia a goccia, il male di vivere, la coscienza di non essere altro che ombra, fluttuante fra il cielo e la terra, alla mercè dell’infinitamente mutevole: un riflesso di vita dentro il prisma di un’anima.

Il Poeta è rimasto fermo a Ieri (“la vita / allora aveva di una musica / intuita appena il tiepido // cuore”), le stanze incantate del dio Passato che rivisita, in memoria, col cuore sbranato dall’Oggi.

Leggiamo, a tal proposito, La figlia dei burattinai:

Ti è rimasta la brama di verità
e quella di giocare, di fingere.
Chi sei, Giuseppe, oltre quel piccolo

che studiava tutte le sere, ai vetri
della grande veranda con un binocolo
da teatro, le stelle – era il cortile

dei fichi e dei nespoli già tutto
buio, e il pozzo che ti faceva
tanta paura, cancellato.

Che cosa credi, il tempo passa
ma mica così in fretta come dicono.
Sei ancora lì, che piangi nella cucina

senza sapere il perchè, che guardi
con una gioia sgomenta quella bambina
- la figlia dei burattinai, che venivano

tutti gli inverni nella tua città
da oltre le montagne, che davano
spettacoli di cavalieri e maghi -

e copri tutte quelle lentiggini
e le sue trecce, di lontano, di baci.

Dalla sponda sicura di un infantile ricordo riemerge un’eternità d’infanzia gelosamente sottratta alla violenza corruttrice della storia, al turbine rapinoso della vita che passa attraverso la cruna del Tempo. La malattia, il male oscuro dei versi (“la razza / forte dei sogni”) può farsi esercizio di verità, assiduamente anelata nel volo verticale verso il “porto senza moli, senza mare” che appartiene all’Eterno.

Turbamenti e terrori dell’infanzia, l’assenza, le diaspore, il desiderio di Assoluto, il rimpianto per gli amici scomparsi, frantumi di cose che furono, voci e volti amati e desiderati, l’innocente leggerezza dell’Eros, il mistero inviolato dell’amore, la coscienza di finitudine dell’Uomo e la violenta ansia conoscitiva con cui si attraversano i mari procellosi del vivere, l’angoscia del Nulla che è alle origini del mondo e che ci risucchia alla fine nel vortice immemore, senza certezza di Luce: sono molti i motivi che poeticamente si sovrappongono in Dialogo del poeta e del messaggero, nel cerchio di una parabola esistenziale aperta ancora a nuove partenze verso le strade meno frequentate dell’Essere, nel progetto salvifico della gioiosa e segreta inquietudine che sgorga ogni volta dai versi: “Tra il desiderio e il rimpianto / eterni, c’è questa che si chiama / esistenza mortale / dolcissima breve fragile / dove ogni oggi è già ieri / dove si costruiscono gli Imperi / e si scrivono i libri”. Tutto il resto, è niente.

(c) MARIA DI LORENZO – pubblicato su “Abruzzo Letterario” – Anno V – N. 1 – Aprile 1993 – all rights reserved

Voi care presenze, miei amati…

Incantevole maggio di tanti e tanti anni fa dove i fiori sbocciati alla vita hanno un nome, si chiamano Ernesto e Valeria, mamma e papà, (ri)chiamati per sempre alla Vita – voi care presenze, miei amati…

Ada Negri, spirito e carne per celebrare la vita

di MARIA DI LORENZO

Quel mattino in cui era partita da Lodi con “Dio nel cuore” e non sapeva ancora quale sarebbe stato il suo futuro, Ada Negri aveva però una certezza, una sola certezza, ma fatta di granito: il suo destino, la sua missione, era scrivere.

Aveva cominciato a nove anni e, crescendo, i suoi primi versi degni di essere pubblicati erano apparsi nell’Illustrazione popolare diretta da Raffaello Barbiera: avevano subito commosso e stupito i lettori, creando attorno alla giovanissima poetessa lodigiana un alone di profonda simpatia.

Le liriche furono radunate in un volume, dal titolo “Fatalità“, nel 1892 e questa prima raccolta poetica con le edizioni Treves darà un successo strepitoso alla “portinaretta” di Lodi, che ad appena un anno di vita era rimasta orfana del padre ed era cresciuta in una modesta portineria con la nonna, mentre la madre si sacrificava fino all’eroismo in una fabbrica tredici ore al giorno per permetterle di studiare.

Così Ada poté frequentare nel 1883 la Scuola Normale femminile di Lodi ottenendo il diploma di maestra elementare e insegnò, a partire dal 1888, nella scuola elementare Motta Visconti, di Pavia. Il grande successo arriso al suo primo libro fece sì che alla Negri venne attribuito il titolo di “professoressa”, per poter insegnare nei licei, trasferendosi in seguito con la madre a Milano.

Ma il riscatto sociale non le fece mai dimenticare le sue umilissime origini (“Io non ho nome. – Io son la rozza figlia / dell’umida stamberga; / plebe triste e dannata è la mia famiglia, / ma un’indomita fiamma in me s’alberga”, scrive lei nella lirica Senza nome), e ciò riesce forse a spiegare la sua forte, straordinaria attenzione per i diseredati e la sua accentuata sensibilità verso la vita miserevole del “quarto stato” di cui la Negri divenne la voce poetica del suo tempo.

Una voce che veniva a rompere un silenzio secolare e che si inseriva in un ideale libertario di impronta socialista, a cui l’autrice lodigiana aderì allora con tutto l’ardore dei suoi vent’anni e del suo cuore impulsivo. Anelito civile che poi sarebbe maturato in uno spirito di cristiana compassione negli anni e nelle raccolte successive, a mano a mano che le esperienze della vita le avrebbero dischiuso nuovi orizzonti di riflessione e di canto. 

Avevo due rosari / d’argento, con la piccola medaglia / della Beata Vergine di Lourdes. / Uno a te lo donai perchè ti fosse / compagno nelle notti in cui più il male / t’era martirio, e con lo scorrer dolce / dei chicchi fra le dita, nel pensiero / di Dio placasse in te spirito e carne, / fratello”.

E la prima strofa di una delle liriche più belle della Negri, “I due rosari”, composta per ricordare la morte dello scrittore Fernando Agnoletti (1875-1933). La poetessa aveva ricevuto in dono due rosari d’argento dall’amica, il soprano Rosina Storchio. Uno aveva deciso di regalarlo ad Agnoletti che era ricoverato in un ospedale milanese per una malattia terminale, e glielo portò un giorno andandolo a trovare.

Gli ho parlato di Dio – ricorda lei nell’epistolario -: ma bisogna farlo piano e con tono lieve…”. Agnoletti infatti era molto lontano dalla pratica religiosa e refrattario a discorsi di tal genere. Ada Negri pregò molto per lui e offrì rosari alla Madonna per la sua salvezza, tanto che alla fine l’amico scrittore chiese i conforti religiosi prima di spirare, volendo portare con sé nella tomba il rosario che gli aveva donato la poetessa lodigiana.

Fu così che la Negri scrisse nei suoi versi: “All’un de’ polsi tu volesti / quel rosario scendendo al tuo riposo / primo ed estremo: ché altra sosta al mondo, / fuor della tomba, aver non ti concesse. / Ed io sull’altro a me rimasto senza sgrano / a sera le solinghe Avemarie / te ripensando e le procelle e il santo / vero amor di tua vita, amor di patria / scritto col sangue; e il tuo lungo patire / e il tuo morir, su di te chiamando / la luce eterna”. 

Amata in vita dai suoi lettori, osteggiata e spesso fraintesa dai critici, anche a motivo dei suoi rapporti col fascismo. Nel 1940, infatti, ormai settantenne, Ada Negri aveva ricevuto la nomina di Accademica d’Italia. Il riconoscimento tributatole avrà un valore ancor più alto perché per la prima volta nella storia dell’Accademia una donna veniva chiamata a farne parte. E veniva in un certo qual modo a “risarcirla” del mancato Nobel, assegnato invece alla Deledda, che forse le era stato rifiutato proprio per “sfregio” al Regime.

Ma alla poetessa che pure in gioventù aveva sognato e assaporato la gloria, tutto questo non interessava più. La morte si impadroniva in quegli anni di ogni cosa, delle persone amate, delle case ridotte ormai a un cumulo di macerie, l’Italia tutta era messa a ferro e fuoco. E lei era già “oltre”, proiettata in un’altra dimensione. Una dimensione in cui faceva capolino l’eternità.

La sua scomparsa avvenne quasi all’improvviso, l’11 gennaio 1945, in una Milano devastata dalla guerra. I funerali, seguiti dai familiari e da pochi intimi, furono assai semplici. Verranno tributate in seguito le commemorazioni in suo onore, ma dell’ultimo passaggio della poetessa per le vie gelide di Milano ben pochi si erano accorti. Il Comune dispose la sepoltura nel famedio del Cimitero Monumentale, dal quale fu poi trasferita a Lodi, la “sua” Lodi, nel 1976. 

Qual era stata la parabola della sua vita e della sua esperienza poetica? La prima tappa del suo percorso era stata quella di un socialismo lirico e umanitario, senza supporto di ideologie. Di qui era passata a una fase di umanesimo intenso e commosso – basti pensare ai versi di Maternità (1904) – in cui aveva esaltato il ruolo universale della madre sotto il profilo spirituale ed educativo. Infine, era giunta alla fase più propriamente religiosa, mistica. Quella a cui, inconsciamente, aveva puntato tutta la vita.

E non a caso proprio con una preghiera si chiude la postuma Fons Amoris: “Fammi uguale, Signore, a quelle foglie / moribonde che vedo oggi nel sole / tremar dell’olmo sul più alto ramo. / (…) Fa ch’io mi stacchi del più alto ramo / di mia vita, / cioè, senza lamento / penetrata di te come del sole”.

Tutto il suo percorso letterario era stato accompagnato dalla necessità vitale di “scrivere per istinto, come le detta l’anima”. Un’inappagata brama di vivere, un inesauribile bisogno d’amore e di gloria. Per anni erano stati la fiamma che avevano acceso il suo canto, la sua virile, risentita, poesia civile.

Ma quella sua parola poetica dotata di limpidezza estrema, nel travaglio doloroso della vita – in cui non le furono risparmiati lutti, separazioni, malattie e sofferenze – doveva condurla all’incontro rigenerante della fede. La sua giovanile attenzione alla sofferenza degli altri, il suo ribellismo sociale, divenivano infine sincera vocazione a indagare il mistero di Dio, sciogliendosi in canto di lode a Maria: “Quella ch’è Vergine Madre, e in sé porta // il pianto di tutte le madri” (Litanie).

Erano avvisi di eternità sulla soglia della vita, dove tutto si ricapitola e trova pace, placandosi, in un salvifico approdo finale: “Quando anch’io sarò / dentro la terra con le mani giunte / sul petto, all’un de’ polsi avrò un rosario: / questo. E gran pace, finalmente, in cuore, / fratello”.

(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved

Articolo pubblicato sul mensile “Madre di Dio” – maggio 2011

 

 

 

 

 

 

Miryam di Nazareth

di MARIA DI LORENZO

Una voce assolutamente unica e originale del nostro tempo, Elio Fiore, rilegge con lo sguardo aurorale e la sapienza del cuore che egli solo possiede, i giorni terreni di Maria, o Miryam (nella sua antica accezione ebraica), il mistero e l’ineffabile fascino della Madre di Dio, “Poetessa che spinge il suo sguardo / nei secoli dove la chiameranno beata”.

Il poeta s’interroga: “E’ morta? Perchè oso parlarne? / Non sono un teologo, non sono / un poeta laureato, ma al Biblico / ho capito, guardando le tre Croci / dei Santi XII Apostoli, che non può / morire la Madre di Dio”.

E il poeta, che scrive con voce vibrante ed invitta certezza che “il Signore / è fedele e ascolta le preghiere che sgorgano / dal cuore”, è egli stesso, da sempre, fedele come poeta, da cui in nessun istante è possibile scindere l’uomo, a una poesia che si avvera, in termini di profezia e di carità, ogni giorno come atto di fede, sciogliendosi nel limpido canto delle sillabe eterne: poesia come preghiera, che pronunciata da un bambino può salvare il mondo se ha il cuore leggiadro di un poeta che si chiama Elio Fiore.

(c) MARIA DI LORENZO – pubblicato su  “Giornale di Poesia Siciliana” – Anno VI- N. 7 – Luglio 1993 – all rights reserved

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“Nella Bibliotheca Domus dei Padri Gesuiti del Pontificio Istituto Biblico, dove lavoro come bibliotecario da quasi vent’anni, ho scoperto nella sezione della Letteratura tedesca un poemetto di Rainer Maria Rilke dedicato alla Vita di Maria con testo a fronte in inglese e tedesco. La lettura mi ha affascinato e ho voluto leggere il poemetto anche nella edizione della Locusta con prefazione di David Maria Turoldo. Così, lentamente è nata l’idea di emulare il grande e insuperabile Rilke, e mi sono accinto a rileggere i Vangeli, soprattutto Luca, e inoltre ho letto la voce “Maria” della Biblioteca Sanctorum”.

Elio Fiore ci fornisce nella nota a fine libro le coordinate per così dire culturali da cui il suo poemetto Miryam di Nazareth ha preso corpo nella sua mente, prima, e poi nei suoi versi: suggestioni che hanno i nomi di Rilke, padre Turoldo, i Vangeli. Ma le ragioni – per così dire – del cuore?

Esse sono tutte nel mythos, ossia nel racconto, limpidamente scandito dai versi che costeggiano, con parole semplici e vere, l’itinerario salvifico di Miryam di Nazareth, Madre di Dio e Rosa del Creato: la sua nascita, la presentazione al Tempio, l’Annunciazione, il dubbio di Josef, suo sposo, la nascita divina di Iehoshua (i nomi della nostra tradizione cristiana sono stati tutti suggestivamente traslitterati dall’ebraico antico), la fuga in Egitto, la Resurrezione di Cristo, la discesa dello Spirito Santo.

Un evangelio poetico modulato sui ritmi melodiosi dei salmi, tradotto in una lingua colloquiale, piana, ma che sa accendersi qua e là di ariose vibrazioni interiori, felicemente soffuse di grazia e percorse d un fremito di Assoluto che nella visione escatologica di Elio Fiore si rinnova ogni giorno alla luce della Profezia rivelata col suo “mistero colmo di musica” fino alla fine dei secoli.

(c) MARIA DI LORENZO – pubblicato su “Portofranco” – Luglio-Settembre 1993 – all rights reserved

Poesie e racconti di Arsenij Tarkovskij

di MARIA DI LORENZO

Per la prima volta vengono tradotti in Italia i versi e i più importanti racconti del grande poeta russo Arsenij Tarkovskij (1907-1989) e lo si deve alla lodevole iniziativa della casa editrice Tracce di Pescara con l’eccellente lavoro di traduzione, corredata di note molto puntuali, della curatrice Paola Pedicone. Arsenij Tarkovskij fu giornalista, traduttore e, soprattutto, poeta. Cominciò a pubblicare i suoi versi su alcune riviste letterarie fin dal 1926, ottenendo subito notevoli consensi, ma la sua prima raccolta, Prima della neve, che doveva farlo conoscere al grande pubblico, vede la luce soltanto nel 1962, lo stesso anno in cui il figlio Andrej avrebbe acquistato fama internazionale come regista con L’infanzia di Ivan, bellissimo affresco lirico sulle tragedie della guerra con cui conquistò il Leone d’oro a Venezia.

Temperamento schivo e appartato, Arsenij Tarkovskij ebbe una vita assai intensa che, poi, avrebbe trasfigurato fedelmente nella sua poesia: tre mogli (dalla prima ebbe Andrej e Marina), l’esperienza terribile della guerra da cui tornerà mutilato, l’amicizia di Marina Cvetaeva e Anna Achmatova, le due maggiori poetesse russe del suo tempo. La sua poesia vive quattro grandi stagioni liriche: l’adesione “fisica” allo spettacolo della natura della raccolta L’ospite è una stella, restando nell’alveo della tradizione e di una ricerca formale espressionistica, a cui segue il dettato più asciutto e solenne, con punte di maggiore realismo, di Prima della neve, con la riflessione del poeta-soldato sui temi della vita e della morte. L’anno dopo [1963] Tarkovskij pubblica Alla terra ciò che è terreno e nel 1969 Il messaggero, quasi completamente incentrato sul recupero memoriale dell’infanzia.

Nell’ultima raccolta, Giornata invernale (1980), il poeta si viene avvicinando ai grandi temi della tradizione cristiana, verso una ricerca di verità assolute a cui soltanto la poesia può tentare di attingere: “da sotto il palmo della mano / guardo a te, mio destino, / sguarnito alla difesa / come nel libro della Genesi”.

“La poesia si fa voce dell’esperienza metafisica dell’uomo – scrive Paola Pedicone nelle note a fine libro – limpidissima voce dell’anima che, per essere udita, esige di farsi sordi al rumore del mondo”. Poesia tessuta di metafore, di immagini ricorrenti (la candela, le ali, lo specchio), che, nel materico addensarsi di referenti simbolici, si apre al mistero, si fa epifania di una redenzione purificatrice e lungamente attesa.

Arsenij Tarkovskij è “un poeta in forma pura, per il quale la cosa più importante è la propria concezione interiore della vita”. Sono parole del figlio Andrej, indimenticato regista di Nostalghia, prematuramente scomparso qualche anno fa e indissolubilmente legato alla visione paterna del mondo: l’anima russa che si dispone a far vibrare con tutta l’intensità possibile, nonostante il dolore e le avversità del destino, le corde emotive di quella impareggiabile balalaika che è il cuore dell’uomo.

(c) MARIA DI LORENZO – pubblicato su “Oggi e Domani” – Anno XX – N. 5 – Maggio 1992 – all rights reserved

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