Non lasciarmi andare via

Cari amici, l’ho finito. Ho terminato il mio romanzo: letto, riletto, revisionato per la milionesima volta. Si chiama Non lasciarmi andare via. E’ una storia che mi ha tenuta impegnata – cuore, mente ed anche viscere – per un lunghissimo tempo. Ho iniziato infatti a pensarla nell’autunno del 1994, ho scritto la prima stesura nell’arco del 1995, per poi riprenderla otto anni dopo, nel 2003, scrivendone la seconda stesura. C’era ancora qualcosa però che la storia voleva dirmi, e che io come autrice dovevo essere in grado di esprimere. Nel frattempo ho scritto altri testi e pubblicato molte altre cose, come sapete. Sono maturata come autrice ed anche come persona e così a distanza di altri otto anni, nel 2011, ho ripreso il manoscritto e ho scritto la terza e ultima stesura, quella definitiva.

Adesso, appunto, è arrivata la parola “fine”. E un po’ mi dispiace. Ma è solo un attimo, so che questa storia con i suoi personaggi ora deve andare per il mondo. E che quando sarà pubblicata, se lo sarà, perchè non è facile trovare l’editore giusto che l’apprezzi, a quel punto non apparterrà più a me che l’ho creata ma sarà di chi la legge e la fa sua, accogliendola nel proprio immaginario.

Una volta, anni fa, andai a intervistare il regista Giuseppe Tornatore e ricordo che a un certo punto lui mi disse, con un tono ironico e divertito: “Sa, io ogni volta che scrivo un film sono felice solo quando lo sto scrivendo, poi viene il difficile, quando devo fare il venditore di tappeti”. Lo guardai con aria interrogativa. Che voleva dire? Lui me lo spiegò: i mesi che passava nella scrittura di un film, lasciando a briglie sciolte la fantasia, erano di pura beatitudine, poi questa beatitudine finiva subito allorchè doveva mettersi a convincere – proprio come un venditore di tappeti che ti tampina con la sua mercanzia – questo o quel produttore perchè decidesse di investire il proprio denaro nel suo progetto: lì cominciavano i dolori!

E aveva ragione. Se trasferiamo questo concetto dal cinema all’editoria il risultato non cambia. Oggi i libri sono considerati “saponette” dagli editori e gli scrittori sono solo polli da batteria allevati in serie per produrre libri che hanno tutti lo stesso sapore. Il profitto è legge, non la bellezza nè la cultura. In questo sconfortante panorama editoriale voi capite quanto è difficile trovare un editore che vada “in direzione ostinata e contraria”, se posso usare un’espressione a me cara dell’indimenticato Fabrizio De Andrè.

Ma, nonostante tutto, io scrivo. Perchè ho la testa dura, e perchè amo le sfide difficili.

La luce e il grido

… La poesia era la luce e il pane della sua esistenza. Era uno sguardo (non omologato) levato ogni giorno verso il cielo, quel cielo che noi – tutti noi – abbiamo perso di vista, annegato nei simulacri della modernità. Uno spazio amoroso, trasparente come una fiamma, capace di custodire, dentro il turbine della storia, il semplice segreto della vita, nella lampeggiante incandescenza di un verso… 

Un giorno il poeta Biagio Marin era sulla spiaggia di Grado, la sua città, e fotografava il cielo rannuvolato. Gli passò accanto una bambina che gli disse, con velato rimprovero: “No xe fotografa i nuoli (le nuvole).” Al che lui, di rimando, lievemente sorpreso: “Ma mi satu (lo sai) son un poeta…”. E lei, pronta, con l’occhio vispo, ribatte: “Ma va, che i poeti xe tuti morti!!!”

Mi tornava in mente proprio questo episodio l’altro giorno quando mi sono arrivate tra le mani le prime copie del mio nuovo libro, La luce e il grido, dedicato al poeta Elio Fiore. Perchè quel giorno lontano del 1993 in cui io lo conobbi, andando a casa sua per una intervista, era la prima volta che conoscevo un poeta vivente. Anche per me, infatti, i poeti fino a quel giorno erano “tutti morti”, come per quella bambina sul molo di Grado, essendo uscita da poco tempo dall’esperienza degli anni universitari in cui avevo studiato ed amato centinaia e centinaia di autori, necessariamente nati e vissuti in altre epoche. Con Elio Fiore invece avvicinavo un poeta vivente, un poeta con cui anzi da quel giorno avrei stretto una lunga e importante amicizia, che è durata fino alla sua morte e che non si è mai conclusa, perchè oggi prosegue, misteriosamente ma concretamente, su un piano diverso.

Quando lo incontrai, mi accorsi che viveva assai poveramente, eppure mi sembrava l’uomo più ricco dell’universo: aveva dentro una gioia, una gioia pazzesca, irresistibile, e io volevo capire che cosa fosse quella gioia, quel fervore, quella fede. E’ stato molto importante per me poter godere della sua amicizia, e con questo libro io ho adempiuto a una promessa. Elio, infatti, mi fece promettere che dopo la sua morte gli avrei dedicato un libro, me lo fece promettere solennemente. E, come sapete, ogni promessa è un debito.

Così questo volume, La luce e il grido, esce esattamente nel decennale della sua scomparsa ed io spero che vi piaccia e che, soprattutto, vi faccia conoscere un poeta capace di emozionarvi come emozionò me fin dalla prima volta e di farvi scoprire il “segreto” della sua pazzesca felicità.

Agli amici giornalisti, critici letterari e scrittori che pensano di scrivere una recensione del mio libro chiedo di mandarmi il loro indirizzo preciso per poter loro inviare una copia omaggio del volume. Vi ringrazio anticipatamente per il vostro interesse, di vero cuore.

Maria Di Lorenzo

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UNO STRALCIO DEL LIBRO

Ci sono degli uomini che passano attraverso la vita senza difendersi. Uomini che la loro vita la vivono, semplicemente, ma più spesso la patiscono, e qualche volta se ne rallegrano, senza però mai arrivare a possederla, senza mai appropriarsene veramente. Razza di perdenti, di visionari, per alcuni, che giudicano secondo le categorie del mondo; razza di profeti e di mistici, per altri, capaci di leggere attraverso la follia scandalosa della Croce tutta la saggezza che il mondo non è in grado di scorgere.

A quest’ultima tipologia apparteneva il poeta Elio Fiore, morto nella capitale il 20 agosto 2002, all’età di sessantasette anni. Con Fiore è scomparso un poeta, un poeta autentico. Nato a Roma il 12 luglio 1935, bibliotecario al Pontificio Istituto Biblico per oltre un ventennio, dopo molti mestieri, l’esperienza della fabbrica e della malattia discesa come una lunga tenebra nella sua vita per molti anni, Elio Fiore non era un “poeta laureato” e nella moderna babele massmediatica la sua voce di outsider assomigliava a quella della vedetta di cui parla Isaia: “Mi ha detto il mio Signore – Va’ / Sii la Vedetta Notturna / Quello che vedi grida…”(Is 21, 6).

E per oltre un trentennio, dal suo libro d’esordio intitolato Dialoghi per non morire, Elio Fiore ha gridato nei propri versi ciò che ha veduto, ma lo ha veduto lui soltanto, per renderne partecipi tutti gli altri, i “ciechi” dello spirito. Artista delicato e appartato, Fiore godeva dell’amicizia e dell’ammirazione di Eugenio Montale, Giuseppe Ungaretti, Mario Luzi, Carlo Bo. Una voce assolutamente unica e originale nel panorama letterario italiano. Un poeta che ha percorso per tutta la vita una lunga strada solitaria, lontano dalle “conventicole” culturali e dalla grancassa dei mezzi di massa. “Un grande poeta, –  disse di lui una volta, con la sua solita arguzia, mons. Claudio Sorgi – ma si sa: i poeti diventano popolari in vita solo se vincono il Nobel o se fanno scandalo…”.

Battezzato in San Pietro, Fiore aveva abitato per più di vent’anni nel cuore della Roma israelita, al Portico d’Ottavia; una circostanza, questa, che ha avuto una grande influenza nella sua produzione poetica, alimentando il suo immaginario e rendendolo compartecipe della storia e della tradizione giudaica, tanto che la Comunità Ebraica fece dono a lui – “cattolico apostolico romano”, come amava definirsi – dell’elenco dei circa duemila ebrei romani catturati dai nazisti e deportati nelle camere a gas nell’autunno del 1943.

La follia dell’Olocausto, la dura memoria dei morti, la ricerca di Dio non in astratto ma “nel sangue e nel grido della Storia”, la fede nella poesia e nei poeti, il bisogno di guardare e di raccontare, perché la scrittura è un dovere, un imperativo morale, così come un dovere è la memoria. Sono i temi portanti della sua produzione letteraria, insieme alla fede nell’invisibile, il primato della persona, la necessità del canto e della profezia, che esprimono il suo stare religiosamente dentro la Storia, con ogni emblema di bene e con ogni metafora del male. “Ecco, la fede e niente altro è la vita – diceva lui – il resto non conta, è Storia”.

Questo libro che vede la luce a dieci anni dalla sua scomparsa vuole essere non un’opera esaustiva sull’intero corpus della sua produzione letteraria, ma una introduzione ai temi essenziali del suo universo poetico, un avvicinarsi a piccoli passi al mondo di questo autore che merita di uscire dal cono d’ombra a cui storie e antologie letterarie contemporanee sembrano voler relegare tante pur meritevoli voci del nostro Novecento.

Personalmente ho conosciuto il poeta Elio Fiore nell’estate del 1993, quando mi recai da lui per un’intervista che fu poi pubblicata sulla terza pagina di un quotidiano lombardo. Ho voluto perciò porre proprio all’inizio del libro quel nostro lungo colloquio di allora perché non c’è cosa migliore, a mio avviso, del permettere a un poeta di parlare lui stesso, in prima persona, del proprio mondo, della propria vita e delle proprie idee. Chi legge ne può ricavare, io credo, una impressione più viva, una conoscenza diretta, di prima mano, che certamente predispone a introdurlo nel modo più ottimale alla comprensione della sua poesia, a varcare quei penetrali spesso segreti della creazione letteraria, a dare del tu a un autore che oggi non è più tra noi ma che la magia delle parole rende – adesso e per sempre – presente e vivo.

(c) Maria Di Lorenzo, La luce e il grido. Introduzione alla poesia di Elio Fiore, Fara Editore, 2012.

Acquistabile on line su: http://www.viadeilibri.it/la_luce_e_il_grido-114464-1017.html

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LA LUCE E IL GRIDO. MARIA DI LORENZO E LA POESIA DI ELIO FIORE

di SIMONA LO IACONO

Era un cristiano del ghetto, e a chi gli chiedeva stupito il perché di questa commistione per i più inaccettabile tra il Dio degli ebrei e quello del Cristo, opponeva  la disarmata realtà di Miryam di Nazareth. In lei -  diceva – ebrea e al tempo stesso madre del Cristo, ogni disarmonia della storia sfumava come un balocco, o come un fastidioso giro di nebbia.

Abitava dunque, Elio Fiore, al Portico d’Ottavia, nel cuore del ghetto di Roma. Di esso, dei suoi anfratti segnati dai nomi delle corporazioni – via dei falegnami, via dei funari – ed eretto in onore di Giove e Giunone, amava il silenzio, una mancanza di rumore che si immetteva nella ricerca del senso dell’esistenza, e che restituiva all’orecchio il suono dei versi.

Era un silenzio che copriva come una lapide pietosa le oscenità del dolore, le barbariche incursioni nella vita dell’uomo, la violenza del tempo. Era infatti ancora un bambino quando, il 19 luglio del 1943, rimase sotto le macerie della propria casa bombardata e – messo in salvo – assistette impotente alla deportazione ebrea: file di convogli verso una destinazione sconosciuta, uomini come feretri che oscillavano già morti senza saperlo.

Da questo momento Elio Fiore diventa più che poeta, diventa testimone, nunzio che non tace. Diventa grido. Non a caso la sua raccolta “In purissimo azzurro” reca come epigrafe le tuonanti parole di Isaia: “Va’, sii la vedetta notturna, quello che vedi grida” (Is. 21,6).

Adesso la sua parabola di poeta e uomo è riportata sapientemente alla luce dalla delicatissima mano di Maria Di Lorenzo, che ne dipinge la natura appartata e tuttavia sorridente, la misticità tutta venata di speranza, l’ottimismo coltivato a dispetto del “sangue e del grido della storia”.

Elio Fiore è poeta dell’invisibile, ma di un invisibile non lontano, non distante, tutto partecipe – al contrario -  del dolore dell’uomo, incarnato nelle sue cadute e nel suo desiderio di espiazione. “Ecco, diceva, la fede e nient’altro è la vita. Tutto il resto è Storia”.

Chiedo quindi a Maria di Lorenzo di parlarci di lui.

-     “Cara Maria, il tuo saggio “La luce e il grido” (Fara Editore) ricostruisce meravigliosamente la vicenda di un poeta altrimenti dimenticato, e che – invece – godeva dell’ammirazione di artisti come Eugenio Montale, Giuseppe Ungaretti, Mario Luzi, Carlo Bo. Parlaci di lui, del suo percorso poetico”.

-     Elio Fiore, morto nel 2002, era nato a Roma nel 1935 e aveva esordito in poesia nel 1964 con la raccolta “Dialoghi per non morire” tenuta a battesimo dal grande Giuseppe Ungaretti, quasi una “investitura” poetica. Visse per motivi di lavoro in varie città italiane finchè potè tornare a Roma, dove svolse la mansione di bibliotecario, e andò ad abitare al Ghetto, che tanta importanza poi rivestirà per la sua dimensione poetica e prima di tutto umana. Fiore viveva nel culto dei poeti del passato e di quelli a lui contemporanei, ma non imitava nessuno né assomigliava a nessuno. Il suo percorso quindi è estremamente originale, e si snoda per circa un quarantennio attraverso i temi della profezia, della memoria, della fede, della necessità di scrivere, di guardare e di raccontare. Una missione al tempo stesso poetica e personale.

-     “I temi della poesia di Elio Fiore sono la memoria intesa come dovere morale, la sua tensione verso l’eterno, la sua capacità quasi ascetica di vivere il presente attraverso la lezione del cielo. Ci vuoi raccontare di quando lo hai incontrato in casa sua per intervistarlo?”

-     Ho un ricordo molto vivo di quell’intervista, nonostante siano trascorsi da allora quasi vent’anni. Ricordo quel caldo pomeriggio di giugno, le strade assolate del Ghetto, i ragazzi che sciamavano al Portico d’Ottavia appena usciti da una scuola vicina, il silenzio denso e profondo che mi investì non appena varcai il portone di legno corroso, con i ballatoi deserti e un uscio che si apriva e vi compariva il poeta: una persona umile e raccolta, ma anche piena di arguzia e di grazia. L’intervista fu molto piacevole, a un certo punto si ruppe il registratore e io trascrissi tutto sul quaderno, le sue parole erano così vive e profonde che le avrei potute ripetere a memoria una per una tanto mi erano rimaste impresse. Quel giorno io compresi due cose: che si poteva amare la scrittura, la poesia, con una passione pura e incondizionata, come faceva lui, che di poesia viveva, si nutriva, come le piante si nutrono di luce, e che si poteva anche essere felici credendo in Dio. Non lo ritenevo una cosa possibile, personalmente ero rimasta a un’idea piuttosto ammuffita di religione, quella orecchiata da bambina al catechismo, una serie di precetti e di doveri senza nessuna gioia. Quel poeta che vedevo quel giorno per la prima volta parlava molto di Dio e aveva dentro una gioia incontenibile, pazzesca, assolutamente incomprensibile per me. Io dovevo capire a tutti i costi da dove venisse quella gioia, quel fervore. Per fortuna quell’incontro non fu un caso isolato, ebbi modo di frequentarlo e di godere fino alla sua morte della sua amicizia, che è stata molto significativa per me e che mi ha dato molto, sul piano e umano e letterario. Un giorno mi fece promettere che dopo la sua morte avrei scritto un libro su di lui, ed è quello che ho fatto: con questo libro sento di aver mantenuto una promessa.

-     “L’esperienza della guerra ha toccato Elio Fiore quasi come un insegnamento universale. Suoi sono questi magnifici versi: “Qui, nel segreto della mia dimora, scava la voce / della memoria, nel fragore del Tevere cresce la pietà, / viva dal 16 ottobre 1943. Quando il mio piede innocente / fu bagnato dal sangue dei giusti di Israele. / Quando gli empi urlavano, sfondavano le porte coi fucili…”. La guerra assurge dunque a simbolo  della condizione dell’uomo, della sua perenne lotta tra bene e male. E’ così, cara Maria?”

-     Dici bene, Simona. Da un lato c’è la guerra, la grande guerra, quella che Elio bambino ha vissuto sulla sua pelle con le sue atrocità e i suoi orrori, e poi c’è la guerra, l’altra, quella quotidiana, quella perenne lotta tra bene e male come dici tu, quella guerra che si scatena principalmente dentro noi stessi, che siamo spesso lacerati, divisi, desiderosi di andare verso la luce ma impantanati il più delle volte nelle tenebre più fitte. Questo conflitto, a pensarci bene, è eterno. “La storia partorisce dei mostri – diceva Fiore -, ma nella storia, a dispetto di tutto, si pone il provvidenziale cammino dell’Uomo verso la luce”.

-     “Infine, cara Maria, parlaci del ruolo che secondo Elio Fiore doveva avere il poeta. Un suo verso recita infatti: “La poesia è una chiamata per captare la voce della giustizia”. Chi è il poeta, secondo Elio Fiore?

-    Ti rispondo con le sue stesse parole: “È poeta – diceva Elio Fiore – colui che vede la vita con occhio diverso dagli altri ed è possessore di una verità che deve trasmettere ai suoi fratelli uomini. In questo consiste la missione del poeta, il suo messaggio: testimoniare il suo tempo, il tempo della bellezza, il tempo della poesia”.

(c) Simona Lo Iacono – all rights reserved [intervista pubblicata su: Letteratitudine]

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LA PAROLA ALLA CRITICA

(c) recensione di Salvo Zappulla

Ci sono essere umani che nascono indifesi, impossibilitati a difendersi, perché di animo nobile, col cuore di bambino, refrattari alle tentazioni materialistiche di questa società perversa e votata al protagonismo, all’apparire a tutti i costi. Sono i poeti, i sognatori, spesso avulsi dal contesto che li circonda, immersi nel loro mondo magico. Sono persone destinate all’immortalità, la loro presenza su questa terra ha lasciato un segno indelebile, ha contribuito a rendere migliori quanti li hanno conosciuti, hanno sparso ricchezza di sentimenti, luce da attingere, acqua pura in cui dissetarsi Elio Fiore è stato uno di questi. E il libro di Maria Di Lorenzo (Fara editore, pagg. 71 € 11,00) è un atto di giustizia nei confronti di quest’uomo.

Chi meglio di lei poteva tracciarne il percorso esistenziale e poetico? Maria è donna sensibilissima, oltre che intellettuale autentica, sa discernere la pula dal grano, sa addentrarsi nelle miniere profonde e impervie per estrarne le pepite più preziose. In questo libro, a dieci anni della scomparsa del poeta, ha voluto riportare all’attenzione la sua arte, il suo esempio di essere umano, il suo desiderio di solitudine, lontano dalle contaminazioni, ai margini di una società falsamente brillante e maleodorante.

Eppure Elio Fiore era capace di porsi al centro dell’universo, portatore di verità incomprensibili agli altri, messaggero di fede e di etica. La sua poesia lo liberava da uno stato di apparente staticità, percorreva un itinerario sacrale dell’anima, un canto di fede ed esultanza, un inno di lode e di gratitudine. Un uomo che coltivava dentro di sé una ricchezza straordinaria, la fede e la speranza. Un pellegrinaggio spirituale il suo, che assurge a simbolo di ricerca della Verità.

Un’inquietudine che potrà placarsi soltanto quando potrà scoprire la propria identità profonda, del mistero insondabile che egli è. Come scrive la stessa Maria Di Lorenzo: “La poesia era la luce e il pane della sua esistenza. Era uno sguardo (non omologato) levato ogni giorno verso il cielo, quel cielo che noi – tutti noi – abbiamo perso di vista, annegato nei simulacri della modernità. Uno spazio amoroso, trasparente come una fiamma, capace di custodire, dentro il turbine della storia, il semplice segreto della vita, nella lampeggiante incandescenza di un verso. Era preghiera e sorella della fede”.

Maria ha avuto modo di conoscerlo di persona, sicuramente è stato un incontro tra due spiriti eletti, che ha arricchito entrambi. Elio Fiore ha conosciuto anche gli orrori della guerra, i bombardamenti, la deportazione degli ebrei, tutto il male che gli uomini sono in grado di esercitare sui propri simili. Esperienze che hanno segnato il suo carattere e hanno inciso sulla sua produzione poetica, oggi frettolosamente dimenticata. Eppure Elio Fiore riscuoteva la stima di letterati come Mario Luzi, Carlo Bo, Eugenio Montale, Giuseppe Ungaretti.

(c) Salvo Zappulla, Art-litteram, 24 marzo 2012 – all rights reserved

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(c) recensione di Maria Gisella Catuogno

Maria Di Lorenzo l’aveva promesso a Elio Fiore, prima della sua prematura scomparsa: avrebbe scritto di lui. Ha mantenuto adesso la promessa con un libretto denso e bellissimo dal titolo “La luce e il grido”, un’espressione usata dal grande Mario Luzi per condensare in estrema sintesi l’orizzonte poetico del suo collega e amico romano. Che è fatto anzitutto di denuncia del dolore inflitto, il grido appunto, a partire da quello, indicibile e inconsolabile, del 16 ottobre 1943, quando Elio è un bambino di otto anni ed assiste impotente e stupito alla deportazione degli ebrei del ghetto di Roma dalla sua abitazione che è a pochi passi: Qui nel segreto della mia dimora, scava la voce/della memoria, nel fragore del Tevere cresce la pietà/viva dal 16 ottobre 1943./ Quando il mio piede innocente/fu bagnato dal sangue dei giusti d’Israele./Quando gli empi urlavano,sfondavano le porte coi fucili… (da In purissimo azzurro 1986)

L’esperienza traumatica resterà per sempre incisa nella sua carne, alimentando nel tempo un’acuta sensibilità verso tutte le sofferenze, a partire da quelle degli emarginati, dei senza casa, della madre di strada che, abbracciata al proprio figlio, chiede inutilmente l’elemosina ai passanti frettolosi, incapaci di riconoscere in quella donna Maria e in quel bambino Gesù, nell’eccitazione cieca e superficiale della vigilia di Natale: Maria era tutta vestita di nero/stava per terra ferma, composta/tra le braccia stringeva Gesù./ Nell’affollato corso i passanti/andavano distratti, senza guardare/senza dare una lira d’elemosina. (da Myriam di Nazareth 1992 )

Questo è il grido di Fiore, la missione di cui si sente incarnato per essere vedetta, stare sempre all’erta, con gli occhi bene aperti, a scorgere e a testimoniare il male della Storia. Una Storia che procede a tentoni, tra crimini orrendi e inenarrabili ingiustizie ma che faticosamente lascia affiorare dal suo magma di dolore il cammino del riscatto, dell’evoluzione, dell’affermazione lentissima ma certa del progresso.

Fiore, infatti, oltre il grido intravede la luce, la luce dell’Assoluto, che governa misteriosamente il mondo ed instilla nelle sue creature umane il desiderio di cercarlo, di farne la meta del loro faticoso cammino su questa Terra difficile e straordinaria.

Di fronte all’unicità della bellezza terrestre, della vita e della stessa quotidianità, in cui nulla è banale, neppure i gesti più consueti, il poeta romano esprime incanto e stupore. Perché l’esistenza stessa è miracolo e non sussiste soluzione di continuità tra visibile e invisibile, realtà materiale e metafisica.

Maria Di Lorenzo ci racconta con passione questo mondo poetico, che è lirico ed epico insieme, tutto pervaso da una fede salda come roccia e il suo linguaggio plastico, lineare, a volte dimesso, estremamente comunicativo ed efficace; un linguaggio che resta dentro per la fiamma che lo alimenta.

E ci fa conoscere il Fiore uomo: l’amore per i bambini, la riservatezza, il fastidio per i falsi letterati e per chi sgomita per affermarsi, il cristianesimo sempre stillante la sua sorgente ebraica, la gioia per l’amicizia data e ricevuta – Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, Carlo Bo- la venerazione per Leopardi, da cui è preso il titolo della raccolta In purissimo azzurro, settenario della Ginestra che è diventato anche il nome del blog di cultura creato dalla stessa Di Lorenzo.

Insomma un libretto prezioso per conoscere più profondamente un poeta di cui si sono occupati i maggiori intellettuali italiani ma che presso il grande pubblico deve ancora far sentire il suo grido e far risplendere la sua luce.

(c) Maria Gisella Catuogno, in Viadellebelledonne, 16 febbraio 2012 – all rights  reserved

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(c) recensione di Vincenzo D’Alessio

Alla scrittrice e giornalista Maria Di Lorenzo si deve l’unanime riconoscenza per aver messo al mondo questo libriccino dall’emblematico titolo La luce e il grido, quasi ottanta pagine di memorie, significati e significanti, tratti dall’incontro con il poeta Elio Fiore (1935-2002).

Quando i poeti nascono intorno a loro c’è un’aura che poche persone riescono a scorgere. Quando il poeta scompare c’è una folla di parole che lo accompagnano in una processione aurorale che stilla nel firmamento della Letteratura degli umani la nascita di un’altra stella: la cui luce durerà nei secoli a venire anche se essa è esplosa in un fragore multicolore in quel milionesimo di tempo insondabile della galassia.

Il poeta nasce dal dolore dell’infanzia: è successo a molti. Per Elio Fiore, come rivela l’intervista realizzata da Maria Di Lorenzo, accade nell’ottobre 1943, a Roma, quando i nazisti rastrellano più di duemila ebrei e le loro tracce scompariranno nel fumo dei campi di concentramento sparsi in Europa. Il Nostro poeta è un ragazzo di otto anni: scopre in quell’evento, incredulo, l’inverosimile verità che l’uomo è lupo verso l’altro uomo. Il dramma si fissa in quel “grido” soffocato in un anima piccola, che crescendo imparerà a soffrire senza parlare.

Nasce il racconto, la testimonianza, la memoria. Per essere vere, queste forze, hanno bisogno di energia. L’energia per Elio Fiore è la Poesia: “È poeta colui che vede la vita con occhio diverso dagli altri ed è possessore di una verità che deve trasmettere ai suoi fratelli uomini” (pag. 21). Queste sono le parole dette dal Nostro nell’incontro con l’autrice di questo prezioso volumetto. Non c’è negatività nelle parole del Nostro, continua a chiamare fratelli quegli uomini che hanno sfondato, con i calci dei fucili, le porte di quei bambini come lui: “I bambini sono assetati d’affetto, i bambini amano la poesia: il mio rapporto con loro è molto bello, è spontaneo, forse perché sono rimasto un bambino, dentro non sono cresciuto: e quindi sono uguale a loro” (pag. 25).

A quanti poeti cosiddetti “maggiori” potremmo far somigliare, Elio Fiore, di quest’ultima rivelazione? La letteratura mondiale n’è piena. Come accade da troppi secoli, nessuno ascolta il bambino nascosto nelle spoglie dell’adulto, è troppo difficile, è fuori dal comune ordine del vivere insieme. Eppure c’è chi ascolta, chi coglie nei versi la sete di affetto dell’uomo “sempre solo” perché sconfitto dall’inizio dal peso grande della violenza degli uomini. C’è negli occhi del poeta una luce che pochi scorgono e che il grande poeta Alfonso Gatto chiamò: “La forza degli occhi”.

Questa tessera musiva, fuori dalla logica dei “Poeti laureati”, rivela la grande storia di un’altra voce, nel coro del XX secolo, che speriamo verrà inserita nelle prossime Antologie redatte ad uso scolastico, accanto ai nomi dei suoi migliori amici: Giuseppe Ungaretti, Carlo Levi, Ornella Sobrero, Carlo Bernari, Mario Luzi, Camillo Sbarbaro e altri ancora. Scrive la Di Lorenzo: “alla presentazione della sua prima raccolta Dialoghi per non morire, nel 1964, Giuseppe Ungaretti così si espresse sulla poesia di Fiore: «Se poesia è bruciare di passione per la poesia, se è vocazione ansiosa, tormentosa a svelare nella parola l’inesprimibile, nessuno è più poeta di Fiore»” (pag. 30); e non si sbagliava!

Grazie alla cura e all’amore che Maria Di Lorenzo ha voluto profondere in questo lavoro possiamo vedere brillare la fiamma del poeta Fiore in tutta la sua grandezza, in tutta la sua umiltà, che lo ha accompagnato in ogni passo della sua sudata esistenza:

(…)
Eterna era stata l’attesa
mentre la terra mi divorava:
la polvere mista ad acqua
apriva i miei occhi, il cielo
e le stelle trasformavano la mia preghiera,
e il corpo perfetto dell’universo
spirava nella carne bruciata.
(dalla raccolta In purissimo azzurro)

(c) Vincenzo D’Alessio – 10 aprile 2012 / http://farapoesia.blogspot.it/2012/04/maria-di-lorenzo-la-luce-e-il-grido.html

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CARA MARIA…

Ho appena concluso la lettura del tuo testo che trovo dal punto di vista umano molto bello per il senso di amicizia che traspare, dal punto di vista letterario interessante ed esauriente.

Non conoscevo il poeta Elio Fiore prima che tu me ne parlassi e scrivessi su di lui e sulle sue poesie, per fortuna l’hai fatto rendendo un gradito servizio non solo alla sua memoria, ma a tutti noi che abbiamo potuto apprezzare, grazie alle testimonianze da te raccolte in prima persona, un poeta al di fuori del coro, forse per questo poco noto ai più.

La sua vita, come si dipana nel tuo racconto, è stata infatti sommessa, ma non certo poco significativa, anzi esemplare e “profetica” se per profeta intendiamo non colui che compie vaticini o esterna apocalittiche anticipazioni, quanto colui che vuol fare di sé trasparenza di una Parola che lo colma e lo trascende.

Ho gustato molto l’intervista che apre il volumetto, essa mette a nudo un’umanità candida, ma non astratta, calata in una storia di sangue e carne, ma sempre all’ombra dell’Eternità. In questo senso hai ben messo in luce la consonanza del poeta, profondamente cristiano e convinto cattolico, con l’ebraismo biblico, non solo per la sua frequentazione del ghetto romano dove ha risieduto a lungo, ma per la sua forte partecipazione alla tragedia dell’olocausto a cui cui ha voluto scientemente rendere memoria per non dimenticare.

Come egli afferma nell’intervista, la storia può insegnarci molto, ma può pure, attraverso corsi e ricorsi, generare “mostri”, ciòè ripetere gli errori del passato, perchè il percorso storico dell’umanità ( e qui emerge l’esperienza cattolica) è sempre un rischio della libertà, non un cammino necessario verso il progresso. L’ idea di una sorta di evoluzionismo materiale e morale, si è rivelata illusoria alla luce dei tremendi avvenimenti che hanno insanguinato i tempi moderni; ciò non toglie che per Fiore la prospettiva ultima sia sempre quella della salvezza, del prevalere del progetto buono di Dio, sulla fragilità delle costruzioni umane.

La tua analisi della cifra poetica di Elio Fiore è molto puntuale ed esaustiva con la citazione di numerosi illustri personaggi che hanno avuto con lui relazioni di un certo spessore, da Montale a Luzi, con il riferimento ai critici che si sono occupati di questo autore che, pur non avendo mai avuto una grande risonanza mediatica, è stato evidentemente apprezzato e commentato. Con ricchezza di riferimenti il tuo testo presenta anche il panorama molto vario degli autori che hanno costituito l’entroterra formativo di Fiore e hanno contribuito a costituire il suo universo letterario, poeti moderni, anche molto dissimili fra loro per concezione di vita e stile, poeti del passato come Dante e in particolar modo Leopardi.

Il capitoletto che dedichi al rapporto privilegiato fra Fiore ed il poeta di Recanati mi ha preso molto, proprio perché evidenzia lo stretto legame fra i due autori, nonostante la concezione desolata dell’uno e la visione escatologica dell’altro, fondata su una fede ferma, ma non sentimentale.

Ciò che più mi è rimasto nel cuore è però quel cenno alla poesia come “progetto salvifico”, io credo proprio che la poesia, quando non si fermi al semplice funambolismo delle parole, ma vada a scavare nel fondo dell’umanità di ogni persona, si riveli proprio come un progetto salvifico, come l’istanza ultima dell’essere verso una finale salvezza, nebulosamente intuita oppure positivamente definita in una fede, ma sempre anelata come come il fiorire di quel seme di eternità che ciascuno sente in sé , sia che voglia rinnegarlo come proiezione di un desiderio fallace o voglia accoglierlo come “segno” di un’impronta divina.

Credo che Elio Fiore quel seme di eternità l’abbia accolto per farsene testimone e “nunzio” a tutti gli uomini.

Annalucia Lorizio


Il talento di Romana Petri

Cari amici, su Flannery oggi conosciamo da vicino una grande scrittrice italiana, Romana Petri, autrice fra i romanzi più belli che siano mai stati pubblicati negli ultimi dieci-quindici anni nel nostro Paese. Romana Petri è scrittrice ed editrice, vive tra Roma e Lisbona, dove con il marito Diogo Madre Deus porta avanti una doppia etichetta editoriale, la Cavallo di Ferro, specializzata in letteratura lusofona. E’ considerata dalla critica, e a buon ragione, una delle migliori autrici italiane contemporanee. Ha ottenuto prestigiosi premi e riconoscimenti, tra i quali il premio Mondello, il Rapallo-Carige e il Grinzane Cavour, è stata inoltre finalista del premio Strega con un bellissimo romanzo, Tutta la vita, uscito appena un anno fa per Longanesi.

Tra gli altri suoi titoli ricordiamo: Alle Case Venie (Marsilio, 1997), I padri degli altri (Marsilio, 1999), La donna delle Azzorre (Piemme, 2001), Dagoberto Babilonio, un destino (Mondadori, 2002), Esecuzioni (Fazi, 2005) e Ovunque io sia (Cavallo di ferro, 2008), che in questi giorni esce ristampato con l’etichetta Beat (Biblioteca Editori Associati Tascabili), e che io vi consiglio caldamente di leggere. Questo romanzo a me, che sono alla terza rilettura, ha preso veramente il cuore. E più lo rileggo e più non mi capacito di quanto sia bello e di quanti sensi reconditi vi scopro di volta in volta.

Ovunque io sia è un assoluto capolavoro, con personaggi femminili che lasciano il segno, in modo particolare Margarida e sua figlia Maria do Ceu, mentre tra i personaggi maschili, tutti alquanto odiosi (Carlos è un truffatore di sentimenti, Manuel un elegantissimo bugiardo, Tiago un uomo cinico e debole che tradisce tutti gli ideali della gioventù), spicca per rara sensibilità e una prossimità emotiva all’universo femminile assai fuori dal comune, solo la bella figura del giovane Vasco, che resta molto impressa nella memoria anche dopo aver chiuso alla parola fine, e molto molto a malincuore, le pagine del romanzo.

Con una scrittura realista, nitida e precisa, molto elegante ma mai cerebrale, e un affondo intenso nella vita delle donne e degli uomini che racconta, Romana Petri pone al centro del proprio universo narrativo le relazioni umane, cosa significa essere donne, cosa significa essere madri, essere figli e figlie. In questo romanzo, Ovunque tu sia, ma anche negli altri, pensiamo per un attimo alla storia narrata in Ti spiego: Cristiana, scrittrice, e Mario, ingegnere idrau­lico, sono due sessantenni separati da molti anni con due figli. Entrambi si sono risposati, ma a un certo punto Mario, trasferitosi in Brasile per costruire dighe, comincia a scrivere alla sua ex moglie. Un sorprendente epistolario, se si pensa che lui è il classico maschio italiano adultero, vanitoso, egolatrico, di totale aridità sentimentale, che torna a scrivere alla ex coniuge, domandandole se sia stato il più grande amore della sua vita. Sono, quelli raccontati dal romanzo, gli anni in cui una intera generazione – quella di Cristiana e Mario – si è persa nel fuoco fatuo di amori sbagliati e in quello della lotta armata e del sangue.

E poi c’è l’incredibile storia d’amore di Alcina e di Spaltero raccontata in Tutta la vita, che sembra quasi troppo bella per essere vera. Alcina è una donna coraggiosa e fiera che ha paura di una sola cosa: i sentimenti, tanto che per non esserne sopraffatta si è dovuta costruire una corazza di orgogliosa solitudine. Nel ’48 ha trentatré anni e una guerra partigiana alle spalle, sembra che il suo destino sia ormai quello di vivere per sempre con lo sguardo rivolto al passato, in un continuo parlare con i propri morti e con un cane selvatico. Ma un giorno Alcina riceve una lettera che sull’onda travolgente del ricordo di un unico, lunghissimo bacio le darà la forza di lasciare il suo casolare in Umbria e di partire alla volta dell’Argentina, dove ad aspettarla c’è Spaltero, con la promessa di un amore eterno e indissolubile.

Romana Petri non ha paura di scegliere un tema tanto forte e di raccontare una storia così controcorrente in un’epoca, come la nostra, dove ogni cosa, e i sentimenti per primi, sono “liquidi” ed evanescenti. La nostra collaboratrice, a sua volta scrittrice di vaglia, Simona Lo Iacono l’ha intervistata per noi, mettendo sapientemente a fuoco tematiche e personaggi esemplari della sua produzione letteraria. Buona lettura!

http://flanneryblog.wordpress.com/2012/05/14/romana-petri/

Essere al mondo

Il paradiso me lo immagino come lo spazio che si apre allo sguardo oltre i cancelli del santuario di Lourdes. Un luogo di fraternità e di pace dove la gioia è di casa e dove ammalati e poveri sono i primi mentre sani e ricchi gli ultimi, perchè la logica del mondo è stata rovesciata. Non credo che sia necessario essere cristiani per recarsi a Lourdes, e neppure credenti di una qualche religione, perchè Lourdes è un mistero che attira tutti: in un modo inspiegabile, senza distinzioni.

Lourdes è il luogo dove il filo che unisce il cielo alla terra si fa trasparente e dove scopri che la felicità non è un paio di scarpe nuove o un libro appena pubblicato. La felicità lì è fatta di niente ed è semplicemente la gioia di essere vivi, di essere al mondo.

La fine di un amore

Scade il 31 maggio prossimo il tempo per partecipare con propri testi alla costruzione del numero monografico di giugno della rivista In Purissimo Azzurro. Il tema di quest’anno è: la fine di un amore. Potete inviare testi in versi o in prosa, sotto forma di racconti o riflessioni, e possono essere sia editi che inediti. Anche se fra voi non tutti sono scrittori, certamente siete – e siamo – accomunati da un’esperienza tanto universale come questa: l’esperienza di uno scacco sentimentale che magari brucia ancora in qualche angolo nascosto dentro il cuore… Scriverne può rappresentare una liberazione, e allora, amici miei, mano alla penna, anzi al mouse, e inviateci i vostri testi.

Leggete qui il regolamento:

http://inpurissimoazzurro.wordpress.com/le-parole-dellamore-perduto-inviateci-i-vostri-testi/

La voce di Andrea

Mi piace cominciare proprio in questo mese una storia, che in verità ho in mente già da tempo, una storia di tenebra e di impossibile luce, di uomini dolci e vigliacchi, come le loro scelte. Che sono difficili, come difficile è sempre la vita. Questo nuovo progetto di scrittura prende corpo nella mia mente e si fa spazio a poco a poco nella trama dei giorni, mentre comincio ad “abitare” con i miei personaggi ed ascolto le loro voci, qui nel silenzio della mia casa… In modo particolare ascolto la voce di Andrea, il personaggio principale della storia: è sua la voce narrante, quella di un giovane uomo la cui inquietudine – insieme alle circostanze della vita – condurrà a una maturazione sconvolgente, durissima, ancorchè necessaria…. Ma ve ne parlerò meglio più avanti, questa storia infatti mi farà compagnia per molto tempo.

Era il maggio odoroso…

C’è per me ogni volta una gioia sottesa nel cominciare questo mese di maggio, che da sempre è assai caro al mio cuore. Sarà perché la natura esprime in questo mese tutto il suo fulgore, e la luce si posa sulle cose in modo caldo e gentile, e poi perché maggio è indissolubilmente legato al mondo dei miei affetti più intimi. In questo mese infatti, tanti anni fa, hanno visto la luce entrambi i miei genitori ed il loro ricordo, ora che essi non ci sono più, è ciò che accompagna fedelmente i miei giorni. E’ sotto il loro sguardo che cammino da sola per il mondo. E’ loro quella carezza che io non ritrovo più se non nel sogno.

Giuseppe Catozzella, parole più forti delle pietre

Milano brucia. E con lei l’Italia intera. Brucia. Se voltiamo la testa dall’altra parte. Se non spezziamo la catena del silenzio. Ci sono parole da scrivere che quando sono scritte sono più forti delle pietre. 

Da pochissimi giorni è uscito Fuego (Feltrinelli Editore), il nuovo importante libro di Giuseppe Catozzella. Arriva dopo Alveare, e se voi avete letto Alveare sapete già di che cosa sto parlando. E sapete anche quanta passione civile, quella da cui tutti noi dovremmo essere contagiati, è animata la scrittura di questo giovane e bravo autore. 

Penso che il nostro Paese abbia più che mai bisogno di autori come Catozzella, che sanno guardare in faccia la realtà e raccontarla: per troppo tempo infatti abbiamo vissuto come addormentati nelle nostre comode nicchie, adesso è venuto il momento di svegliarci, e di riprenderci la vita. Nell’esercizio della legalità. [continua]

Ho vissuto più di un addio

Oggi vorrei parlarvi di un libro e di una persona.

Il libro si intitola Ho vissuto più di un addio e la persona è il suo autore, David Servan-Schreiber.

Medico e ricercatore di fama internazionale, David all’età di 31 anni scopre di avere un tumore al cervello, che gli lascia pochi mesi da vivere. Non si arrende, lotta strenuamente, e continua a lavorare, a guarire e dare speranza a tanti pazienti ammalati. Dopo una lunga esperienza negli Stati Uniti, come condirettore del laboratorio clinico di Neuroscienze Cognitive presso l’Università di Pittsburgh, fa ritorno in Francia, ma nel 2010 la malattia si ripresenta, portandolo alla morte all’età di cinquant’anni, nel luglio 2011.

Ma non vi fermate alle apparenze, amici miei, non è affatto una storia triste quella che io oggi vi racconto. Al contrario, è la storia di una grande felicità e di un grande amore. Una vita bellissima. 

Leggete questo articolo che ho scritto.

di MARIA DI LORENZO

Cosa significa avere trent’anni e un tumore al cervello che ti lascia poco tempo da vivere. Avere una vita, una carriera davanti, che all’improvviso si spezza di fronte al muro invalicabile della malattia. E tu invece quel muro lo vuoi valicare, anzi lo vuoi abbattere, con la cocciutaggine del tuo essere forte e volitivo, e strappare ancora giorni, forse anni, alla morte che ti incalza. E ci riesci, lottando come un soldato che va in guerra ogni giorno senza stancarsi, e gli anni ritornano, fioriscono di progetti e di gioie, di figli e di libri, e si ammucchiano e diventano quasi venti. Venti anni da vivere strappati alla malasorte. Venti anni che un giorno racchiudi in un libro e quel libro è il tuo testamento e si intitola On peut se dire au revoir plusieurs fois. E non è una storia inventata, un romanzo, ma una storia, una vita vera, la vita di David Servan-Schreiber. [continua]

Nel bacio dell’aurora

di MARIA DI LORENZO

In questa luce occidua d’inizio millennio, ci domandiamo, ha ancora un senso la poesia? E la risposta non può che essere affermativa se si pensa che la poesia è intrinsecamente un atto di fede che può assumere a tutti gli effetti il valore di una “resistenza”, una ribellione al mediocre sciupio dei giorni e al linguaggio moderno della omologazione, vale a dire le parole della “tribù”. Poesia vera e autenticamente cristiana è quella di Pietro Mirabile e Giulio Palumbo, impegnata nella dizione dell’Assoluto attraverso le forme della lirica e della riflessione letteraria. Uniti da forti affinità elettive oltre che da vincoli parentali, quasi “anime a specchio”, i due professori e poeti palermitani hanno diretto a lungo (insieme a Tommaso Romano) la rivista “Spiritualità & Letteratura”, pubblicando nel corso della loro vita numerosi e pregevoli testi letterari, sia in proprio che a quattro mani. In un establishment culturale come quello nostrano, che più laico non si può, dove l’intellettuale credente spesso si vergogna di mostrarsi tale, autosegregandosi talvolta, Giulio Palumbo e Pietro Mirabile non si vergognavano di dirsi cristiani, con i fatti, i gesti, le parole profuse nei lori libri. Un giorno si erano “imbarcati” con Dio, per dirla con Pascal, avevano accettato la scommessa, e fino in fondo, nel buio pesto della fede, nella tenebra del dolore, della malattia, dello strappo, sicuri del fatto che “ogni sera è promessa di aurora”, sicuri che “nulla muore / di quanto nella luce è costruito”.

Guidato dalla stella

Giulio Palumbo, morto il 20 aprile 1997, era nato a Ficarazzi (Palermo) nel 1936. Laureatosi in lettere classiche con una tesi in letteratura francese, insegnante nelle scuole secondarie, aveva esordito nel 1985 con la raccolta poetica Speranza ed Attesa, a cui avevano fatto seguito le opere: Dal dolore la vita (1986), L’Alfa e l’Omega (1987), Il solstizio della fenice (1989), Sogno da comporre (1991), Paradisi amari (1993), Il sogno di Pigmalione (1993), L’intricata trama (1994), Inno a Maria Corredentrice (1994), Il sigillo (1996), La battaglia del tempo (postuma, 1997); e in prosa: Il gigante del Gargano (1986), Vissuti per l’amore (1991). Presente in numerose antologie letterarie, fra cui: “Poeti per la scuola” (1987), “L’impronta del sacro” (1987), “L’altro Novecento” (1995) e “Poeti Europei” (1995), le sue poesie sono state diffuse e tradotte in Francia, Spagna, Romania, Portogallo. Tra i molti riconoscimenti ottenuti è certamente da ricordare il ’Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri’ avuto nel 1994, appena tre anni prima della sua dipartita.

“Una poesia di meditazione, colta, ben costruita, con momenti molto intensi”, ha definito Giorgio Bárberi Squarotti l’opera di Giulio Palumbo. E Gesualdo Bufalino disse a tal proposito: “Dalla sua poesia si levano voci di serenità e di grazia, una medicina per chi frequenta le strade più ampie, più dolorose.” Perché, come ha efficacemente sottolineato il poeta e critico Tommaso Romano, “in Palumbo c’è Cristo vivo, presente nel cuore e nella storia. È questo il senso della sua opera”. Nei suoi versi, infatti, impressiona l’attesa anelante di Dio, il desiderio di contemplare il suo volto (“Se non salti nel buio non arrivi / dove tutto s’accende e si trasforma”), desiderio che convive e fa tutt’uno nella sua poesia con l’amore per la vita, con le sue gioie e i suoi dolori, con le luci e le ombre, intera e al tempo stesso inafferrabile, prodotto di una “intricata trama” che ci sfugge e che conosceremo solo alla fine, quando il nostro viaggio dal mistero verso il mistero sarà finito, e ogni cosa svelata. “Guidato dalla stella / insieme ad altri / salirò il monte / compirò il viaggio / dalla menzogna alla Casa del canto / dove regna l’infanzia / che purifica”.

Un sogno di palingenesi con Maria

Pietro Mirabile era nato a Chiusa Sclafani nel 1926, ed è morto a Palermo nel 2000. Ha pubblicato diverse opere di poesia: Luci ed ombre (1985), Olocausto di labari dissepolti (1986), Apostasia (1987), Cassandra (1988), Il ramo di bosso (1988), L’oro frantumato (1989), L’ombra di Venere (1990), L’anima del polo (1992), Le apoteosi dalle ceneri (1993), La luce del Graal (1995), Oltre la soglia (1996) Il cielo promesso (1994), Versi per Giulio (1998). In collaborazione con Giulio Palumbo ha curato le antologie Impronta del sacro e Frammenti dell’antologia perduta.

Anche lui presente in numerose antologie letterarie, e tradotto in varie lingue, ha avuto molti riconoscimenti in vita aggiudicandosi, fra l’altro, nel 1996 il ’’Premio della Presidenza del Consiglio dei Ministri’ che il cognato e sodale aveva avuto solo due anni prima. Sull’opera letteraria di Pietro Mirabile ha scritto Giorgio Bárberi Squarotti: “Le sue opere, specie La luce del Graal, sono le cose più singolari che io abbia letto da tempo. Al di là della scrittura poetica, c’è dentro un afflato di visione e di ricerca del vero e della fede che spesso coincide col ritmo del racconto. E allora il risultato è davvero esemplare”.

Dei suoi testi scritti a quattro mani con Giulio Palumbo ricordiamo Le Apoteosi (1993), grandioso affresco dai toni mitici e simbolici di intenso e raffinato misticismo. A questo ha poi fatto seguito la raccolta L’ora settima (1997), composta da due sezioni, L’ora settima del mondo (di Pietro Mirabile) e La battaglia del tempo (di Giulio Palumbo), pubblicata a breve distanza dalla scomparsa di quest’ultimo per un male incurabile.

“Cose del tempo pallido riflesso / Sopra l’umanità si china il Verbo / a preparare mistici riposi…”, scrive Giulio Palumbo, prefigurando la gioia riservata dal Vivente ai propri eletti nelle sue dimore ultime, “al di là della soglia” dove ancora esiste e “naviga la scintilla della vita”. A far da controcanto alla speranza di Palumbo, è l’attesa espressa da Mirabile, una attesa quasi spasmodica della “ora settima del mondo”, quella che già nella storia irrompe e annuncia “Cristo Giudice / nelle vesti dell’ultimo Francesco”.

Un sogno di palingenesi che tarda a realizzarsi, pur regalando fuggevoli lampi del “cielo promesso” attraverso il fragore dei secoli (“Le grandi cose iniziano da semi / che lenti cresceranno”), il sogno di una resurrezione anelata dalla bocca dei santi, Francesco e Paolo della Croce, e Massimiliano e “l’invisibile Mikael”, alla fine trionfante “nel bacio dell’aurora”.

Voci fortemente imbevute di Assoluto, testimoni della Parola che non passa, della parola che è Logos e porta in sè il germe dell’eternità (“novità perenne / luce che attrae e non stanca / fiume d’amore”). Con un linguaggio apocalittico, sapienziale, denso di metafore e di echi biblici, fortemente evocativo, viene messo in scena lo spettacolo del mondo, montaliano scialo di triti fatti, il desolante “nulla” quotidiano, dove si annida il trionfo della ruggine, il tabernacolo del male, “una gestante sofferenza / compagna d’un mistero / chiaro solo alla mente creatrice”. Ed è una “gestante oscurità” la vita, in cui “ognuno segue il canto singolare” ed “eroi di puro amore rimangono lontani”, risucchiati dall’ambiguità dominante del “mercato universale”. Qui allora si erge Maria, “la Donna che non cessa d’inseguire / la Storia che rifugge dal suo Centro / per un folle morire”, Maria che dal suo Cuore Immacolato “fa scaturire cascate di grazia” riscattando e portando alla salvezza una umanità così dolente e disperata per “rifondare la città terrena”.

La scrittura, in questo modo, si fa esercizio di verità, vocazione perenne a ripetere nella profondità della carne la traccia dell’eterno che ci vive dentro, nell’anima prosciugata e sorda, nel santo e ordinario dell’esistenza, nella castità del verso che sa riprodurre l’infinita preghiera del mondo col suo respiro di dolore che sale ogni giorno verso il cielo.

(c) articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio – aprile 2012 – all rights reserved

Un segreto

Oggi devo confessarvi un segreto: quando ero piccola e mi immaginavo il futuro, un po’ come fanno tutti i bambini sognando ad occhi aperti, non pensavo affatto che “da grande” avrei fatto la scrittrice. Mi immaginavo insegnante.

Il mio sogno più ardito era di fare la maestra e andare a vivere nelle vicinanze di un lago, pensavo ai bei laghi della Lombardia, che avevo conosciuto già da bambina, quello di Como in particolare, di manzoniana memoria, oppure quello di Garda, vicino alla terra dei miei antenati paterni, il Trentino. Voi direte: un sogno molto semplice. Sì, certo, un sogno semplice, per me che fondamentalmente amo e ho amato sempre la semplicità della vita.

Un sogno che non è cambiato affatto col passare degli anni. Quello di insegnare, in particolare, è un desiderio mai sopito che oggi si ripresenta in un’altra forma. Sto infatti per incominciare un corso di scrittura creativa, nel quale per la prima volta potrò vedere fuse insieme le mie due passioni, quella per la scrittura e quella per l’insegnamento, a cui col crescere degli anni e dell’esperienza si è unita anche la necessità, direi quasi l’urgenza, di trasmettere agli altri ciò che per prima io ho imparato. Perchè viene un tempo nella vita in cui le cose apprese, anche con fatica, con sudore, a forza di sbagli, non bisogna tenerle egoisticamente per sè, ma condividerle con altri, farle diventare un patrimonio comune.

Nella mia ormai lunga esperienza di autrice – quest’anno sono vent’anni, avendo cominciato giovanissima nel ’92 – ho imparato che il talento naturale che uno possiede, vale a dire la predisposizione alla scrittura, non è sufficiente per riuscire poi sulla carta ad esprimere il mondo che si ha dentro: pensieri ed emozioni devono trovare una strada, che è sempre difficile e faticoso, spesso infruttuoso, trovare da soli. Ecco perchè ho deciso di condividere tutto quel che so in questo corso di scrittura creativa, perchè altri possano scoprire il proprio talento letterario o più semplicemente fare chiarezza nel “guazzabuglio del cuore umano”, come lo chiamava il Manzoni. Scrivere, infatti, è un atto vitale, come mangiare e respirare.

Ed è anche un atto terapeutico, perchè scrivere vuol dire prendersi cura di sè, in modo duraturo e profondo. Ecco allora da parte mia la necessità di realizzare un corso che non sia di puro e semplice apprendimento delle tecniche di scrittura, ma che vada più in profondità per guarire le ferite interiori che ognuno, bene o male, ha dentro di sè, e spesso non è in grado di esprimere.

Se vi è gradito fare il passaparola o se voi stessi decidete di farvi un regalo iscrivendovi al corso, ne sarò molto contenta. Troverete tutti i dettagli su questo link.

Io non vedo l’ora di incominciare, e voi?

Corso di scrittura creativa

SCRIVI SECONDO IL TUO CUORE

Corso di scrittura creativa per guarire le ferite interiori e vivere felici

Un corso full immersion, di un week-end al mese, per sei mesi consecutivi. Si svolge nelle città di Roma e Milano, ed è condotto dalla scrittrice Maria Di Lorenzo:

“Da vent’anni pubblico libri, scrivo da molto più tempo, praticamente da quando sono stata capace di prendere in mano una penna e usarla per mettere in ordine su un foglio i miei pensieri. Per prima ho sperimentato la grande capacità terapeutica della scrittura e ciò che ho provato sulla mia pelle vorrei condividerlo con gli altri, insegnando ciò che io stessa ho imparato per prima: scrivere vuol dire prendersi cura di sè, in modo profondo, duraturo e vitale”.

“Nella mia ormai lunga esperienza di autrice ho imparato anche che il talento naturale che uno ha, vale a dire la predisposizione alla scrittura, non è sufficiente per riuscire poi sulla carta ad esprimere il mondo che si ha dentro: pensieri ed emozioni devono trovare una strada, che è sempre difficile e faticoso, spesso infruttuoso, trovare da soli. Ecco perchè ho deciso di condividere tutto cio’ che so in questo corso di scrittura creativa perchè altri possano scoprire il proprio talento letterario o più semplicemente fare chiarezza nel “guazzabuglio del cuore umano”, come lo chiamava il Manzoni”.

“Scrivere è un atto vitale, come mangiare e respirare. Ed è anche un atto terapeutico, perchè vuol dire prendersi cura di sè in modo duraturo e profondo. Ecco allora da parte mia la necessità di realizzare un corso che non sia di puro e semplice apprendimento delle tecniche di scrittura, ma che vada più in profondità per guarire le ferite interiori che ognuno, bene o male, ha dentro di sè, e che spesso non è in grado di esprimere.”

Se vuoi partecipare al corso di scrittura scrivi a questo indirizzo: scriviamaria@gmail.com

CALENDARIO DEI CORSI 

Nel mese di ottobre partono a Milano due corsi: 13-14 ottobre 2012; 27-28 ottobre 2012. Ci sono ancora posti liberi per accedere a entrambi. I corsi si svolgono in zona Porta Romana, e proseguono nei mesi successivi, con cadenza mensile, fino a marzo 2013.

A Roma partiranno due corsi nel mese di ottobre: 6-7 ottobre 2012; 20-21 ottobre 2012. I corsi si terranno nella zona di San Pietro e si concluderanno, rispettando la cadenza mensile, nel marzo 2013.

CORSO BASE - Programma:

1. Perchè scriviamo?
2. Il potere terapeutico delle nostre parole
3. Poesia oppure prosa? Racconto oppure romanzo? Cosa fare e cosa non fare quando si comincia a scrivere
4. La scrittura come fonte di conoscenza di sè
5. Come si scrive un racconto: i trucchi di Dino Buzzati e altri maestri
6. Scrivere per riparare un torto subito: un percorso di rinascita
7. Spezzare il silenzio con la forza della parola: “Un angelo alla mia tavola” di Janet Frame
8. Che cos’è un memoir e come si scrive
9. Crescita personale e superamento dei traumi: “Paula” di Isabel Allende
10. Quell’oscuro oggetto del desiderio: il romanzo
11. Il romanzo come cammino di liberazione: “Stasera Anna dorme presto” di Simona Lo Iacono
12. La vita non è un problema da risolvere, ma un dono da scoprire
13. La maschera e il volto: scrivere per il teatro
14. Pensare e scrivere un film: dal soggetto alla sceneggiatura
15. Sentirsi meglio e raggiungere la propria realizzazione espressiva attraverso la scrittura

MODALITA’ DI PARTECIPAZIONE

Il corso si svolge nell’arco di due giorni, da sabato a domenica, in full immersion dalle ore 10 alle ore 18, con intervallo per il pranzo (ore 12.30-14.30). Prevede esercitazioni scritte e orali, superate le quali è possibile accedere al corso avanzato.

Il corso di livello base ha cadenza mensile e dura complessivamente sei mesi, durante i quali gli allievi acquisiranno le varie tecniche di scrittura (dal racconto alla poesia, al testo teatrale, allo script cinematografico) e realizzeranno un memoir. Al termine, l’esame complessivo degli esercizi, scritti e orali, deciderà l’ammissione al corso avanzato, che prevede la stesura di un romanzo, della durata complessiva di 12 mesi.

Il costo del corso (livello base) è di 150 euro al mese. Per iscrizioni inviare una mail all’insegnante del corso Maria Di Lorenzo: scriviamaria@gmail.com

Turoldo, la carezza e la spada dei suoi versi

di MARIA DI LORENZO

Durante gli anni drammatici tra il ’43 e il ’45, nella Milano semidistrutta dai bombardamenti, esce un periodico stampato in clandestinità, dal titolo semplice e didascalico: “l’Uomo”. Fra i suoi animatori annovera un giovanissimo sacerdote, padre David Maria Turoldo, classe 1916, nato in un paesino friulano da un’umile famiglia contadina. Padre David è arrivato a Milano nel 1940 ed è convinto, anzi convintissimo che “la realizzazione della propria umanità è il solo scopo della vita”. Ogni domenica, a mezzogiorno, riempie con voce robusta la sua predicazione nel duomo di Milano.

Padre David scrive poesie, presto saranno pubblicati i primi volumi di versi che lo riveleranno all’universo letterario come una delle voci più grandi del Novecento europeo. A Milano in quegli anni, con padre Camillo De Piaz, ha fondato il centro culturale Corsia dei Servi. Perché Padre Turoldo è un servita: “Io sono un frate dell’Ordine dei Servi di Santa Maria, un Ordine di origine medioevale – dice lui – , figlio di quei famosi Sette Santi fiorentini che sono tra i primi a fondare la ‘compagnia dei laudesi’: gente che si raduna per cantare alla Vergine, nuovi ‘trovadori’, poeti della Grande Madre”.

In poche parole, pochissime righe autobiografiche, David Maria Turoldo traccia le coordinate della sua vita e confida anche quali sono radici e stile della sua identità di poeta e di uomo: sacerdote cantore di Maria, uomo di Dio, mistico e profeta. “Io non ho mani /che mi accarezzino il volto, / (duro è l’ufficio / di queste parole / che non conoscono amori) / non so le dolcezze / dei vostri abbandoni: / ho dovuto essere / custode / della vostra solitudine: / sono / salvatore / di ore perdute”, scrive in una delle sue liriche più belle. “Padre David”, disse di lui Carlo Bo, “ha avuto da Dio due doni: la fede e la poesia. Dandogli la fede gli ha imposto di cantarla tutti i giorni”.

Era nato a Coderno di Sedegliano, in Friuli, il 22 novembre 1916, nono figlio di Giovanbattista e Anna, e al fonte battesimale aveva ricevuto il nome di Giuseppe. Bepo rosso, così lo chiamavano i compagni del noviziato. Trascorsi i primi anni nella piccola casa di formazione dell’Ordine dei Servi nel Triveneto, il 2 agosto 1935 nel convento di Santa Maria del Cengio, a Isola Vicentina, emette la sua prima professione religiosa assumendo il nome di fra David Maria, che lo accompagnerà per tutta la vita.

Diventa sacerdote nel 1940 e arriva a Milano, nel convento di Santa Maria dei Servi in San Carlo, dando inizio al suo appassionato ministero. Si impegna in quegli anni difficili e travagliati della guerra partecipando attivamente alla Resistenza. Nel 1946 discute la sua tesi di laurea all’Università Cattolica sotto la guida di Gustavo Bontadini ed il titolo, assai significativo, della sua tesi è “Per una ontologia dell’uomo”, a dimostrazione di come la passione per Dio e quella per l’uomo in Turoldo abbiano sempre costituito un tutt’uno imprescindibile.

Nel 1948 esce la sua prima raccolta poetica, Io non ho mani, seguita nel 1952 da Udii una voce, con cui Turoldo entra nella prestigiosa collana dello “Specchio” di Mondadori; nello stesso anno viene inserito anche nella “Antologia della poesia religiosa italiana contemporanea” edita da Vallecchi. Un successo fulminante, che gli dà una grande notorietà in poco tempo, e che vede affiancarsi all’itinerario poetico anche una intensa attività culturale di confronto e di dialogo che ha il proprio centro propulsore nella “Corsia dei Servi”, dove i temi di volta in volta proposti e dibattuti avranno una larga diffusione e risonanza nella Milano del tempo e tra le persone e i circoli, in particolare cattolici, volti ad un’opera di rinnovamento e di crescita culturale.

“Cristo, corpo di Dio, coscienza / della terra, figlio / della Bellissima, nostro / ultimo esistere”. Basta un solo aggettivo, “Bellissima”, per evocare la figura di Colei che è al centro del suo canto poetico: Maria. “Vergine, o natura sacra, / piena di bellezza, / tu sei l’isola della speranza. / Vergine, radice e pianta / sempre verde, / colomba dello Spirito nuovo. / Arca della vera alleanza, / tra uomo e natura, ritorna, / caravella che porti il Signore / sotto la vela bianca”.

E ancora il poeta canta: “Neppur tu forse puoi dirci, o madre, / dirci chi mai sia questo tuo figlio? / Ma perché Dio si muove a quel modo? / O si rivela sol quando è nascosto? / Nemmeno tu puoi svelare, Maria, / cosa portavi nel puro tuo grembo: / or la Scrittura comincia a compirsi / e a prender forma la storia del mondo”.

E di una cosa è sicuro: “Certo tu eri la terra promessa / l’isola intatta del santo approdo, / ove lo Spirito scese già prima / a fecondarti del germe divino. / Con noi assisti all’ultimo tempo: / lo stesso vento ora scuote la casa, / lo stesso fuoco dell’Oreb divampa / e apre la via nel nuovo deserto!”

Tra i suoi scritti di ispirazione mariana ricordiamo in modo particolare Laudario della Vergine (Dehoniane, 1980), ma non dobbiamo dimenticare il resto della sua produzione letteraria, che annovera tra le sue opere più importanti: Gli occhi miei lo vedranno (Mondadori, 1955), Preghiere tra una guerra e l’altra (Corsia dei servi, 1955), Se tu non riappari (Mondadori, 1963), Fine dell’uomo? (Scheiwiller, 1976), Impossibile amarti impunemente (Quaderni del Monte, 1982), Ritorniamo ai giorni del rischio (CENS, 1985),  Canti ultimi (Garzanti, 1991),  Mie notti con Qohelet (Garzanti, 1992).

Padre David Maria Turoldo è stato un cantore del Dio che non ammette compromessi, che è del tutto “Altro” rispetto alle nostre false immagini di comodo, e non a caso – come ha detto Gianfranco Ravasi – il profilo che più spesso si è ritagliato sulla figura di questo frate friulano Servo di Maria è stato quello del profeta. La voce del profeta martella e ferisce, e può fare male come una spada, ma è una voce che consola e guarisce, come una carezza che si poggia lieve sul cuore.

La dolcezza dei suoi occhi chiarissimi e la potenza tonante della sua voce, una voce da cattedrale o come quella giovannea che risuona nel deserto: Padre David con il suo timbro forte e severo – come forte e severa era anche la sua fede – ha accompagnato quale coscienza critica e profetica le vicende politiche e sociali del nostro Paese. In questo senso è stato un disturbatore di coscienze, attraverso i suoi scritti e le molteplici collaborazioni a giornali, riviste e televisione.

“Sono un pugno di terra viva, ogni parola mi traversa come una spada”, diceva lui di se stesso. Pochi giorni prima di morire – si spense a Milano il 6 febbraio 1992 dopo una lunga e tormentosa malattia – fu trasmessa in tv la sua ultima Messa dalla clinica San Pio X dove era ricoverato, e le ultime parole della sua omelia, fiaccato nel corpo ma non domo nello spirito, furono: “Cantare portando il Cristo fra le braccia”. Era un lascito, il suo, quasi un testamento, come il saluto finale rivolto ai fedeli: “La vita non finisce mai”.

E mai come in quei momenti doveva sentire accanto a sé la presenza di Lei, quella “divina taciturna” che aveva custodito la Parola nel suo grembo per parteciparla all’umanità intera: “Ritta, discosta appena dal legno, / stava la madre assorta in silenzio, / pareva un’ombra vestita di nero, / neppure un gesto nel vento immobile. / Lo sguardo aveva sperduto lontano: / cosa vedevi dall’alta collina? / Forse una sola foresta di croci? / O anche tu non vedevi più nulla? / O madre, nulla pur noi ti chiediamo: / Tu cattedrale del grande silenzio, / anello d’oro tra noi e l’Eterno, / gl’invalicabili spazi congiungi / e un ponte inarchi sul nostro esilio. / Madre di gloria, ora sei la figura / di come un giorno sarà la sua Chiesa: / la sposa ornata e pronta alle nozze, / la città santa che scende dal cielo”.

(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved

Articolo pubblicato sul mensile “Madre di Dio” – marzo 2012

Senza prezzo

Era il febbraio del 1992, esattamente vent’anni fa, quando a Milano si spegneva una delle voci più potenti del Novecento italiano: quella di David Maria Turoldo, che fu poeta e frate – apparteneva all’Ordine dei Servi di Maria – e grande, appassionato “disturbatore” delle coscienze per oltre quarant’anni, da quando giunse dal natìo Friuli nel capoluogo lombardo e partecipò alla Resistenza, perchè credeva fortemente nell’uomo, e per certe sue prese di posizione ebbe a soffrire non poche incomprensioni in seno alla Chiesa.

Era, come voi potete capire, un grande uomo. Ed era anche un grande poeta: ci ha lasciato versi di una bellezza davvero straordinaria, ed oggi io vi invito a leggere il ritratto che ho fatto di lui e che uscirà tra qualche giorno in versione cartacea; sul mio sito invece c’è già la versione curata da me per il web, a cui vi rimando.
Per una voce poetica che si spegneva, un’altra si affacciava sulla scena del mondo, molti e molti anni prima, nello stesso mese di febbraio, quando – sull’ultimo scorcio dell’Ottocento – nasceva in una poverissima casa del lodigiano la poetessa Ada Negri. Una splendida voce poetica, la sua, e una figura di donna nata fortemente svantaggiata e il cui riscatto sociale passò unicamente attraverso la sua arte, la realizzazione del proprio genio letterario. Un percorso che dovrebbe far meditare rispetto a quanto spesso accade oggi, quando si pensa e si crede di poter arrivare (ma arrivare poi dove?) usando discutibili quanto fallaci scorciatoie che col talento non hanno proprio niente da spartire.

Per il suo carattere indomito, appassionato e libero, Ada Negri è un’autrice che sento anche molto vicina alla mia natura; ne ho scritto un ritratto qualche tempo fa e, se volete, lo potete leggere qui.

Siamo in prossimità della festa di san Valentino, che i tempi in cui viviamo hanno ridotto da pensiero romantico a mero appuntamento consumistico, in un tripudio di retorica e melassa veramente globale. Ma voi lo sapete, come me, che i sentimenti sono tali perché non hanno un prezzo, ed è proprio per questo che sono tanto preziosi.

“Tutti sanno per esperienza che è facile innamorarsi – sosteneva Hermann Hesse – mentre amare veramente è bello ma difficile. Come tutti i veri valori, l’amore non si può comprare. Il piacere si può comprare, l’amore no“. Ed è una fortuna, aggiungo io, che a questo mondo ci sia ancora qualcosa che in definitiva non si potrà mai acquistare…

Elio Fiore, un mistero colmo di musica

di MARIA DI LORENZO

“Qui, nel segreto della mia dimora, scava la voce / della memoria, nel fragore del Tevere cresce la pietà, / viva dal 16 ottobre 1943. Quando il mio piede innocente / fu bagnato dal sangue dei giusti di Israele. / Quando gli empi urlavano, sfondavano le porte coi fucili…”. A voler definire in pochi termini la poesia e la parabola esistenziale di Elio Fiore possono bastare questi versi, emblematici nel loro offrire le coordinate spirituali della storia di un poeta, di un uomo: la follia dell’Olocausto, il dovere della memoria, la tensione inesausta verso l’Eterno la cui voce ventosa soffia nei secoli attraverso i poeti. Sono versi semplici e terribili, come semplice e terribile è tutta la poesia di Fiore, versi che, come scrive Mario Luzi nella prefazione della raccolta In purissimo azzurro (Garzanti, 1986), “affondano nella carne viva del nostro secolo”.

Nato a Roma nel 1935 e battezzato in San Pietro, il poeta Elio Fiore aveva vissuto per oltre vent’anni nel cuore del Ghetto dove aveva assistito, bambino di appena otto anni, alla deportazione di 2091 ebrei compiuta dai nazisti il 16 ottobre 1943. Un evento che non potrà, né vorrà mai dimenticare.L’orrore della Shoah, la dura memoria dei morti, la ricerca di Dio non in astratto ma “nel sangue e nel grido della  Storia”, la fede nella poesia e nei poeti, il bisogno di guardare e di raccontare, perché la scrittura è un dovere, un imperativo morale, così come un dovere è la memoria. Saranno i temi portanti della sua produzione letteraria, insieme alla fede nell’invisibile, il primato della persona, la necessità del canto e della profezia, che esprimono il suo stare religiosamente dentro la Storia, con ogni emblema di bene e con ogni metafora del male. “Ecco, la fede e niente altro è la vita – diceva lui – il resto non conta, è Storia”.

Elio Fiore aveva esordito nel 1964 con una raccolta di versi Dialoghi per non morire (Edizioni Apollinaire), presentata a Roma da Giuseppe Ungaretti, che in quell’occasione disse: “Se poesia è bruciare di passione per la poesia, se è vocazione ansiosa, tormentosa a svelare nella parole l’inesprimibile, nessuno è più poeta di Fiore”. A questa prima raccolta fecero seguito: Maggio a Viboldone, (Viboldone, 1985), In purissimo azzurro, (Garzanti, 1986), Notturni (Scheiwiller, 1987), Nell’ampio e nell’altezza (Recanati, 1987), All’accendersi della prima stella (Scheiwiller, 1988), Improvvisi (ivi, 1990), Miryam di Nazareth, (Ares, 1992), Gli occhi dell’universo (Clean, 1995), Il cappotto di Montale (Scheiwiller, 1996), I bambini hanno bisogno (Interlinea, 1999).

Il poeta, che aveva lavorato come bibliotecario al Pontificio Istituto Biblico, è morto a Roma il 20 agosto 2002. Quest’anno, dunque, ricorre il decennale della sua scomparsa e – mi sia concessa una citazione personale – in questa occasione ho voluto scrivere un saggio letterario, La luce e il grido. Introduzione alla poesia di Elio Fiore (Fara Editore, 2012) allo scopo di far conoscere ai lettori questo artista cristiano tra i più intensi del Novecento. Un poeta delicato e appartato che aveva vissuto tutta la sua vita sotto il segno del dolore e di una chiamata imperiosa, ineludibile alla poesia. In quella chiamata c’era tutta la necessità e il destino di un uomo che ha attraversato la scena del mondo e delle patrie lettere nel segno di una lieta e appassionata speranza.

La poesia era la luce e il pane della sua esistenza. Era uno sguardo (non omologato) levato ogni giorno verso il cielo, quel cielo che noi – tutti noi – abbiamo perso di vista, annegato nei simulacri della modernità. Uno spazio amoroso, trasparente come una fiamma, capace di custodire, dentro il turbine della storia, il semplice segreto della vita, nella lampeggiante incandescenza di un verso. Era preghiera, e sorella della fede. A chi gli domandava il senso della sua poesia, Elio Fiore rispondeva con semplicità: “Il messaggio che voglio trasmettere ai miei fratelli uomini è di attestare Dio e di avere fede, nonostante tutto, nei valori alti della vita”.

Mario Luzi parla allora di Fiore come di un poeta-testimone e afferma che il termine testimonianza è “nello spirito e nella forma la parola più conveniente per rendere l’idea di lui e dei suoi versi. Testimonianza nel senso biblico, intendo. Lampeggia nella sequenza delle sue pagine la storia dei nostri anni, i suoi eventi più patetici: il mondo è però presente anche nelle occorrenze personali più quotidiane e semplici. Il singolare di Fiore è proprio questo: nulla è occasionale, tutto è segno e significato. La sua risposta di scrittore è la stessa, emozionale, di uomo presente e desto alla sollecitazione dei frangenti offeso dai tempi, ma avvertito della sovrastante legge, della soprannaturale giustizia”.

Il poemetto Miryam di Nazareth, dedicato alla Madonna, è fra le sue opere più belle ed è forse in assoluto il testo più intenso che sia stato prodotto nel nostro Novecento sulla Vergine. Elio Fiore vi rilegge i giorni terreni di Maria, o Miryam, il mistero e l’ineffabile fascino della Madre di Dio. Il poeta s’interroga: “E’ morta? Perchè oso parlarne? / Non sono un teologo, non sono / un poeta laureato, ma al Biblico / ho capito, guardando le tre Croci / dei Santi XII Apostoli, che non può / morire la Madre di Dio”.

In una lirica, dal titolo Assunzione di Miryam in Cielo, che è fra le più belle del poemetto, Fiore scrive: “Vergine Madre, io non ti chiedo nulla, / Ma dal Cielo, ti prego, assicura / Mio padre e mia madre che sono attento / Alla legge di tuo Figlio / Al suo amore che mi chiede di perdonare / A chi mi ha fatto del male. / Miryam, in questo antico Ghetto, / Eternamente lordo del sangue di David / Mi preparo con il rosario / Di Lucia dos Santos / Alla tua chiamata improvvisa”.

Alla fine del poemetto appone una nota: “Nella Bibliotheca Domus dei Padri Gesuiti del Pontificio Istituto Biblico, dove lavoro come bibliotecario da quasi vent’anni, ho scoperto nella sezione della Letteratura tedesca un poemetto di Rainer Maria Rilke dedicato alla Vita di Maria con testo a fronte in inglese e tedesco. La lettura mi ha affascinato e ho voluto leggere il poemetto anche nella edizione della Locusta con prefazione di David Maria Turoldo. Così, lentamente è nata l’idea di emulare il grande e insuperabile Rilke, e mi sono accinto a rileggere i Vangeli, soprattutto Luca, e inoltre ho letto la voce “Maria” della Biblioteca Sanctorum”.

Elio Fiore ci fornisce in questa succinta e densa nota posta alla fine del volumetto le coordinate per così dire culturali da cui Miryam di Nazareth ha preso corpo nella sua mente, prima, e poi nei suoi versi: suggestioni che hanno i nomi di Rilke, padre Turoldo, i Vangeli. Ma le ragioni – per così dire – del cuore? Esse sono tutte nel mythos, ossia nel racconto, limpidamente scandito dai versi che costeggiano, con parole semplici e vere, l’itinerario salvifico di Miryam, Madre di Dio e Rosa del Creato: la sua nascita, la presentazione al Tempio, l’Annunciazione, il dubbio di Josef, suo sposo, la nascita divina di Iehoshua-Gesù, la fuga in Egitto, la Resurrezione di Cristo, la discesa dello Spirito Santo.

Un evangelio poetico modulato sui ritmi melodiosi dei salmi, tradotto in una lingua colloquiale, piana, ma che sa accendersi qua e là di ariose vibrazioni interiori, felicemente soffuse di grazia e percorse da un fremito di Assoluto che nella visione escatologica di Elio Fiore si rinnova ogni giorno alla luce della Profezia rivelata col suo “mistero colmo di musica” fino alla fine dei secoli: “Ecco, Miryam la perla del Creato / dunque non è morta, ci guida, / mi guida e quando aprirò per sempre / gli occhi, il Signore mi avrà perdonato”.

Per l’approfondimento: Maria Di Lorenzo, La luce e il grido. Introduzione alla poesia di Elio Fiore, Fara Editore, 2012.

(c) all rights reserved – articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio – Febbraio 2012

Il mistero svelato dell’Oltre. La poesia di Margherita Faustini

di MARIA DI LORENZO

“Raggiunto il limite del mio tempo / vorrei andarmene / in una notte stellata / simile al cielo del mio presepe”. Sono versi in qualche modo anticipatori questi di Margherita Faustini, la poetessa genovese venuta a mancare nella sua città nella notte tra il 25 e il 26 gennaio 2009, all’età di 78 anni. Una notte fredda e stellata, nel cuore dell’inverno, come lei aveva immaginato scrivendo la lirica Vorrei andarmene, così, nella raccolta Attimo primo.

Nata a Genova il 12 giugno 1930, Margherita Faustini è stata una personalità di spicco della letteratura italiana del secondo Novecento. Scrittrice e poetessa, ha rappresentato un originale modello di intellettuale cattolica impegnata sul versante della cultura: una ricerca intensa e approfondita sui temi della religiosità, del senso dell’etica e della società, della famiglia e in particolare del rapporto filiale, che sentiva profondamente nelle sue corde emotive ed espressive. Aveva cominciato a scrivere versi assai precocemente, quando era ancora sui banchi di scuola. Ed è lei stessa a dircelo in questa poesia: “Compagna di banco, / il viso acceso dall’entusiasmo, / esaltavi le mie prime, / clandestine poesie…” (Ad una compagna di scuola, dalla raccolta Attimo primo, 1998).

Cominciò a pubblicare agli inizi degli anni ‘70, esordendo con due libri di aforismi: Agenda personale (Editrice Liguria, 1973) e Momenti (raccolta di aforismi e poesie, Sabatelli Editore, 1978), inframmezzati da un libro di racconti, Cielo di ardesia (1975), che ha visto la sua seconda edizione nel 2003. A questi testi si sono aggiunte negli anni altre raccolte: Collana dei giorni (Liguria Edizioni Sabatelli, 1980); Porta antica (Microlito Editrice, 1983), Strada del mattino (EMMEE, 1986); Tirassegno (aforismi, ECIG, 1988); Presenze (EMMEE, 1991); Posso giocar (Microart’s, 1994, 2a ed.1998); Attimo primo (Microart’s, 1998), Il sogno e la memoria (Le Mani, 2002), Unico respiro (Il Libraccio Editore, 2005), Opposte preghiere (Le Mani, 2008).

Ha curato, insieme con Marco Delpino, Caro Colombo (1993), una raccolta di lettere indirizzata al grande Ammiraglio da parte dei maggiori rappresentanti della cultura ligure. Con Liana De Luca ha raccolto un’antologia di racconti e riflessioni sul tema Davanti all’ignoto (titolo stesso del libro) in cui si trovano interventi di noti scrittori italiani. Due suoi atti unici, Gli animali lo fanno e Uno sparo, due moventi, tradotti in inglese, sono stati rappresentati in teatro a New York. E le sue poesie sono presenti in alcune antologie italiane e straniere (in Belgio, Grecia, Romania, Spagna, Ucraina, Cile, Turchia, Usa).

Nel corso della sua lunga carriera artistica Margherita Faustini ha ricevuto molti e significativi riconoscimenti per la sua attività letteraria e giornalistica. Non solo scrittrice e poetessa, infatti, aveva lavorato al “Corriere Mercantile” come correttrice di bozze per poi diventarne collaboratrice nelle pagine della cultura, affiancando a quella letteraria una intensa attività pubblicistica su varie testate con articoli di taglio culturale. Ma è il suo universo poetico quello che vogliamo esplorare in questo articolo, un mondo letterario nonché interiore ricco di spiritualità e denso di acute riflessioni sul destino dell’uomo alla luce della fede e della dimensione trascendente dell’esistenza.

Infrangibile silenzio / d’una notte nel deserto. / Vago in spazi sovrapposti, / senza riva. // Non posso avviarmi verso l’Oltre: / appartengo ancora ai vivi. / Grido il mio sgomento. // Tra i compagni di viaggio, / nella solitudine di tutti, / s’attenua la mia”.

A una notte nel deserto, come dice il titolo stesso di questa poesia, somiglia la vita dell’uomo sulla terra. La poetessa ne percepisce il cupo smarrimento, il non poter raggiungere il mistero svelato dell’Oltre, perché si è ancora tra i vivi, ma è tra questi, compagni di viaggio sgomenti come lei, che la solitudine si fa condivisione. E il canto si tramuta in poesia.

La ricerca del Trascendente nella poesia di Margherita Faustini – scrive la studiosa Liliana Porro Andriuoli (autrice del bel volume La ricerca del Trascendente nella poesia di Margherita Faustini, Le Mani,1999) – è il tema che mi sembrava (e mi sembra tuttora) quello fondamentale della sua poesia. Perché per Margherita la fede fu per diversi anni una ricerca, che approdò solo in seguito ad una definitiva conquista: era infatti una persona intimamente religiosa, ma inizialmente lo era più per istinto che per una reale convinzione, possedendo un sentimento cristiano della vita, che poteva definirsi innato. Alla vera fede arrivò gradualmente”.

E a tal proposito la scrittrice Elena Bono ha anche sottolineato come “quel che di caparbio e scontroso con le creature e il Creatore sottende costantemente il senso teologale, ossia il profondo convincimento di una superiore paternità, e di una grazia che dall’alto si dona a chi ricerca e domanda, si ritrova nella creatura della Faustini che chiede illuminazione al Creatore perché la renda capace dell’incontro con Lui e degna della parola rivelata”.

C’è infatti, bisogna dirlo, nei suoi versi una sorta di continuo, connaturato corpo a corpo con il Trascendente, una interrogazione che si fa travaglio costante per una ricerca di fede mai accettata dogmaticamente dall’autrice, ma sempre filtrata attraverso un’emozione, un sentimento. “La mia costante ricerca del trascendente – affermava la poetessa in una delle ultime interviste – è un’irrinunciabile esigenza interiore. Anche se la ragione più volte mi impone degli angoscianti interrogativi, dentro di me avverto un’inspiegabile forza che mi sospinge oltre il contingente per salire verso spazi celesti di incomparabile quiete e bellezza”.

Vergine Maria, madre nella virtù, / al figlio di Dio hai insegnato / i primi passi, / il valore della parola. / Appena giovinetto, / ti lasciava nell’ansia dell’attesa / per restare coi saggi. / È nato da Te, / ma l’intero Suo essere / era proteso al Padre./ Tuo soltanto il travaglio del parto / lo strazio della Sua agonia./ Madre addolorata, / prendi tra le braccia / il bambino torturato e violentato, / il bambino mutilato / dall’odio dell’uomo contro l’uomo. / Battezza il mondo / col Tuo pianto misericordioso / nel segno della Croce / e della speranza.”

Si intitola Vergine Maria ed è sicuramente tra le più belle poesie del Novecento dedicate alla Madonna, compresa nella raccolta Opposte preghiere. Il tema mariano è certamente tra i motivi ispiratori più importanti del multiforme itinerario poetico di Margherita Faustini, strettamente intrecciato a quello degli affetti familiari, all’attenzione per la vita degli emarginati e alla sensibilità per il trascendente, in special modo l’attesa di un oltrevita in cui ricapitolare ogni cosa, in cui trovare approdo e compimento.

Le memorie, ancor dure, dell’infanzia e della guerra, il rimpianto per gli amici scomparsi, sono altri temi assai presenti nella sua creazione letteraria e sono tuttavia dei leit-motiv che la Faustini riesce sempre a decantare e ad elevare dalla sfera puramente personale, contingente, a quella universale, assurgendo a una più alta e profonda significazione. Ma è la questione-Dio l’elemento che tutto riassume e condensa nella passione dei suoi versi, il bisogno di cercarlo e di trovarlo, di sentirlo Padre e come il padre terreno profondamente sollecito verso il dolore di ciascuno dei suoi figli, perché “l’uomo giunge negli spazi dell’Oltre / Portando con sé il misero bagaglio terreno / Inadatto al volo tra le stelle”.

(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved

Articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio – Gennaio 2012

Non multa sed multum

Quando un anno finisce viene spontaneo fare un bilancio e tirare le somme. Non so voi, ma io non ho motivi per rimpiangere il 2011. Siccome pero’ è possibile ricavare un insegnamento di vita ed attingere forza per l’avvenire anche da ciò che di più negativo si è vissuto, allora faccio di necessità virtù e vado nel 2012 con speranzosa voglia di fare meglio… Quello che mi piace della vita e’ che possiamo cambiare. E ricominciare ogni volta. Ripartendo da zero o da qualcosa, ma sempre puntando la rotta verso un nuovo orizzonte di vita. Guai se non fosse cosi’, non avrebbe più senso aprire gli occhi al mattino e non avrebbe più il suo irripetibile gusto la vita. Gennaio e’ il mese dei propositi e delle promesse, ma come far si’ che poi non facciano naufragio nella routine di tutti i giorni? Vedersi con gli occhi di chi ha gia’ raggiunto il suo obiettivo e’ il primo passo. Ma non basta. Bisogna metterci il cuore, e mettercelo tutto, non solo a meta’. Bruciare di passione. Dar fiato all’entusiasmo. Non multa sed multum: non molte cose ma una sola, desiderata intensamente. Questo 2012 io voglio viverlo così.

Vi lascio, amici, con un pensiero del grande scrittore francese Stendhal: “L’amore è un bellissimo fiore, ma bisogna avere il coraggio di coglierlo sull’orlo di un precipizio”. Il mio augurio è che possa accompagnarvi per tutto il 2012 e che troviate la vostra felicità e, una volta trovata e afferrata per la coda, non la lasciate più andare via. Perchè, sapete, ci vuole molto coraggio per essere felici… e allora io ve lo auguro di cuore questo coraggio :)

Maria Di Lorenzo

A piedi scalzi nel 2012

Amo la musica, gli scacchi e la buona cucina. Mi diverte sperimentare nuove ricette e mentre le sto preparando mi vengono sempre molte idee di scrittura, per questo ho sempre un taccuino con me mentre traffico coi fornelli… Amo il mare e l’estate perchè si può camminare a piedi nudi… e perchè d’estate ci sono nata io!

Mettendo insieme un po’ tutte queste cose ho creato una pagina su Facebook. Se volete darci un’occhiata e cliccare su “mi piace”… ma solo se vi piace, intesi? :)

L’amore che ci manca

Ieri camminavo per le vie del centro, tutte addobbate e scintillanti, e sentivo più malinconia che allegrezza nel vedere tante luci, tanto sfavillio, tanta pompa esteriore, che si accompagna puntualmente ogni anno quando viene dicembre e torna Natale nelle sue forme più esteriori, consumistiche, che vi confesso non mi piacciono affatto. Pensavo allora tra me e me, camminando assorta, a quei versi di Elio Fiore che dicono così: “Maria era tutta vestita di nero, / stava per terra, ferma, composta, / tra le braccia stringeva Gesù. // Sull’affollato corso i passanti / andavano distratti, senza guardare, / senza dare una lira di elemosina. // Maria aveva gli occhi chiusi, / ma due lacrime scendevano / dal viso. Gesù mi sorrideva, // mentre s’accendevano le luci / sul mercato di lusso, sfavillante / di regali, di stelle e di angeli. // Gesù mi stringeva forte la mano / e in quel sorriso innocente, / sentivo tutto il dolore del mondo.”

Il poeta riconosce la madre di Gesù nei panni di una homeless con figlio al seguito in una strada ricca e scintillante di quella che potrebbe essere una qualsiasi città dell’opulento mondo occidentale, tra l’indifferenza dei passanti e un dolore trattenuto, geloso, ricco di dignità. Spero che anche noi – voi ed io – ci fermiamo almeno in questi giorni a riflettere sul troppo che spesso possediamo (in termini di cibo, vestiario, telefonini, ipad, oggetti di lusso) e sul poco che invece abbiamo veramente (amore, compassione, dialogo, amicizia, merce molto molto rara).

C’è un bel testo di Trilussa, intitolato Il presepe, che dice: “Ve ringrazzio de core, brava gente, pé li presepi che me preparate, ma che li fate a fa’? Si poi v’odiate, si de st’amore nun capite gnente… Pe ‘st’amore so’ nato e ce so’ morto, da secoli lo spargo dalla croce, ma la parola mia pare ‘na voce sperduta ner deserto, senza ascorto. La gente fa er presepe e nun me sente; cerca sempre de fallo più sfarzoso, però cià er core freddo e indiferente e nun capisce che senza l’amore er presepe più ricco e più costoso è cianfrusaja che nun cià valore”.

Senza l’amore, dice il poeta, anche il presepe più ricco è cianfrusaglia di nessun valore. Ma c’è così poco amore nel mondo che la gioia, amici miei, va strappata a viva forza, conquistata con le unghie e con i denti… Vi auguro allora da parte mia un felice Natale e un 2012 ricco di gioia per poter realizzare tutti quei desideri che avete nel vostro cuore.

Maria Di Lorenzo

Blaženi Pier Giorgio Frassati

MARIA DI LORENZO

BLAŽENI PIER GIORGIO FRASSATI

CELJSKA MOHORJEVA DRUŽBA - 2011

http://www.mohorjeva.org/lorenzo-di-maria/blazeni-pier-giorgio-frassatti

Pier Giorgio Frassati, postaven športnik, vedno pripravljen za dobro šalo, je bil karizmatični vodja skupine bučnih prijateljev. Kadil je, užival v ekstremnih športih, pozno v noč zavzeto razpravljal o politiki, obenem pa na skrivaj razdajal svoje bogastvo, da je pomagal ubogim: nepričakovano ovdoveli materi, invalidnemu brezdomcu, dečku brez toplih oblačil in se željno prepuščal močnim izkušnjam evharistične molitve. Navdihujoč življenjepis Blaženi Pier Giorgio Frassati: povsem navaden kristjan predstavi duha, pustolovščine, osebnost in iskreno ljubezen moža, ki mu je uspelo iztrgati svetost iz vsakdanjega življenja.

O avtorici

Maria Di Lorenzo je diplomirala iz sodobnih jezikov in novinarstva. Delala je za dnevnik Il Tempo, RAI in Radio Vatikan. Je strokovnjakinja za duhovnost in verska vprašanja in redno piše v različne katoliške publikacije. Kot urednica spletnih strani se posveča svetnikom in ljudem, ki so vzor v našem času. Napisala je tudi več knjig.

Quella sera di Natale del 1886

di MARIA DI LORENZO

“C’è una cosa, Dio supre­mo, che Tu non puoi fare. / Ed è di impedire che io Ti ami”. L’amore radicale, oseremmo dire bruciante, che il poeta nutre nei confronti di Dio è espresso da due versi fulminanti in cui la supplica si fa assoluta. Paul Claudel nella primavera del 1900, all’età di 32 anni, si era presentato all’abbazia benedettina di Solesmes, e qualche mese più tardi a quella di Ligugé per un ritiro. Ma aveva compreso di non essere fatto per la vita monastica. “Fu un momento molto crudele nella mia vita”, scrive a Louis Massignon nove anni dopo. “Benché non sia piaciuto a Dio di farmi uno dei suoi preti, amo profondamente le anime”, dirà ad André Gide con cui, insieme a Jacques Rivière, fonderà La Nouvelle Revue française (1909).

Da questo momento Claudel decide di praticare la letteratura come una sorta di sacerdozio. Sente che è questa la sua missione. E per guadagnare le anime a Dio mette in scena le questioni morali e spirituali proprie del cattolicesimo testimoniando i piani divini attraverso le realtà terrestri. A tutt’oggi è riconosciuto come uno dei massimi autori francesi del Novecento e le sue opere teatrali sono ancora rappresentate con successo in tutto il mondo.

Era nato a Villeneuve-sur-Fère il 6 agosto 1868 – giorno della Trasfigurazione, come lui stesso noterà anni più tardi -, e alla nascita viene consacrato alla S. Vergine, come primo maschio. A Villeneuve resta solo due anni, poiché il padre, che era conservatore delle ipoteche, è costretto dal suo lavoro a continui trasferimenti, finché nel 1882, a 13 anni, si trasferisce a Parigi con la madre e le sorelle. Al liceo ‘Louis Le Grand’ è un allievo molto brillante: legge Baudelaire, scopre con passione Goethe, ma è verso il poeta Arthur Rimbaud che sente di avere una sorta di “filiazione spirituale”, forse perché percepisce nel precoce genio letterario, sotto le apparenze di una vita da maudit, la sua stessa sete bruciante di assoluto.

Anche Paul è un ribelle. Tutto gli dà noia. Tutto in quei primi anni giovanili, imbevuto di idee positiviste, gli risulta intollerabile, la morte come la vita, la solitudine e la compagnia. Comincia a cercare delle risposte che sazino la sua fame esistenziale. Simpatizza con il movimento anarchico del suo tempo e inizia a frequentare i “martedì letterari” di Mallarmé. Dai quattordici ai vent’anni vive il tempo difficile della crisi adolescenziale. “Chi sono io?”, si chiede il giovanissimo Paul, e non sa trovare risposta. In questo periodo, abbandonate le pratiche religiose dell’infanzia, non ha punti fermi nella sua vita. E’ introverso e solitario. Nessuno, in famiglia come nella cerchia di amici, sospetta la crisi profonda in cui è immerso.

Legge molto, ma confusamente: i romanzi di Hugo, di Zola, “La vie de Jésus” di Renan. Al liceo ‘Louis Le Grand’ imperversa la moda del positivismo materialista di Taine e di Renan che invece di placare acuisce la sua inquietudine interiore. Del mondo ha una visione tanto cupa e disperata che non ha il coraggio di comunicare ad anima viva. La prima luce gli viene dalla lettura dei versi di Rimbaud, poi accadrà quello che sarà l’evento decisivo della sua vita. A diciotto anni, la sera di Natale del 1886, Paul va ad ascoltare i Vespri a Notre-Dame e lì avviene il “giro di boa”, una conversione così potente, che imprimerà un segno fortissimo non solo alla sua anima ma finirà per avvolgere e racchiudere tutta la sua esperienza letteraria. Colpito dal canto del Magnificat durante la funzione dei Vespri, egli avverte il sentimento vivo della presenza di Dio. “In un istante – scrive – il mio cuore fu toccato e io credetti”. Claudel in quell’istante si è sentito chiamato inequivocabilmente alla scrittura. Si può dire che solo ora comincia la sua attività letteraria, che non sarà mai disgiunta dal suo percorso di fede ma costituirà un tutt’uno con esso, divenendone per questo strumento di conoscenza e di espressione artistica.

Tre anni dopo pubblica l’opera teatrale “Testa d’oro”. “Certamente – gli dirà Mallarmé – il teatro è in lei”. Ma Paul in quegli anni decide di impegnarsi soprattutto nel diritto e nelle scienze politiche; superato un concorso comincia a lavorare presso il ministero degli affari esteri. Viene nominato viceconsole e mandato a New York, successivamente a Boston (1893). Lì stabilisce quella che sarà la sua regola di vita: sveglia ogni mattina alle 6 per pregare o recarsi a Messa; lavori personali fino alle 10, il resto del tempo dedicato alla diplomazia. Scrive due nuove pièces, “La città” e “Lo scambio”, in cui esprime la sua scoperta della città e della società del profitto. Sente di aver trovato nel poema e soprattutto nel teatro la sua personale forma espressiva. Il suo stile è impetuoso, passionale, quasi violento, a tratti impenetrabile. Pensiamo per esempio al primo abbozzo del dramma “La giovane Violaine” che nasce da una antitesi potente, e irrisolta, tra cielo e terra, tra l’attaccamento profondo alle cose del mondo e il desiderio ineludibile di Dio, che nessuna brama terrena, appagata o no, può mai riuscire a saziare.

A 27 anni s’imbarca per la Cina. Su consiglio del suo confessore, porta con sé le due “summe” di Tommaso d’Aquino, che leggerà per cinque anni. Qui scrive la prima parte di “Conoscenza dell’Est”, la sua prima opera in prosa, che i contemporanei definiscono come il massimo traguardo raggiunto dalla lingua francese.

Nel 1909 lascia la Cina per andare a Praga: qui termina “L’Annonce faite à Marie”, una delle più belle pièce teatrali di tutti i tempi, che sarà rappresentato per la prima volta al Théátre de l’Oeuvre di Parigi nel 1912, ricevendo un’accoglienza trionfale da un pubblico costituito soprattutto di giovani. La pièce s’incentra su un tema particolarmente caro a Claudel: ogni essere umano vive nel mondo per volontà di Dio che ha affidato a ciascuno una missione specifica sulla terra. E’ un compito unico che ciascuno ha per sé, diverso da tutti gli altri, ma che concorre alla fine all’armonia di tutto il creato. Lo stesso titolo dell’opera ne spiega la portata: l’annuncio dell’angelo a Maria Vergine fu il segno concreto della volontà divina che chiamava la giovane ad una missione nel mondo che avrebbe non solo sconvolto la sua vita ma cambiato radicalmente le sorti dell’intera umanità. E’ stato il manifestarsi, limpido e concreto, di una vocazione. L’Annuncio di Claudel parte da questo dato per porre in luce l’errore che può compiere l’essere umano di fronte a questo, ritenendo che la propria vocazione dipenda in ultima analisi esclusivamente da se stessi.

Dopo la cessazione dall’attività diplomatica avvenuta nel 1935, Claudel si ritira nel suo castello di Brangues per dedicarsi intensamente all’esplorazione dei segreti e dei misteri di quella che per lui è la fonte di ogni poesia e di ogni grazia, la Bibbia, scrivendo numerosi commenti alla Sacra Scrittura: “L’Introduction au Livre de Ruth” (1937), “Un poète regarde la Croix” (1938), “Le Cantique des Cantiques” (1948-1954), “L’Apocalypse” (1952), solo per citare i più noti.

Per il teatro realizza altre pièces, come “La crisi meridiana”, “La scarpina di raso” e l’oratorio drammatico “Il libro di Cristoforo Colombo”. Ma rimane “L’Annuncio a Maria” l’opera che Claudel amava di più. Quando, nel 1955, venne rappresentata alla Comédie-Française, si organizzò la replica nel suo appartamento. La prima ebbe luogo il 17 febbraio, di fronte al presidente della Repubblica. Ma solo cinque giorni più tardi il cuore di Paul Claudel cedette. Morì infatti il 23 febbraio 1955, poco dopo aver ricevuto la comunione. Le ultime parole che il figlio maggiore intese dalla sua bocca furono: “Non ho paura”.

(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved

articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio – dicembre 2011

Il desiderio femminile nel cinema di Kaurismaki

di MARIA DI LORENZO

Iris lavora come operaia in una fabbrica di fiammiferi. Gesti sempre uguali, giornate sempre uguali. Tra l’indifferenza altrui ed il silenzio interiore da riempire con i sogni avidamente “mediati” dai giornali, che legge freneticamente, assaporando il piacere sublimato di chi vive solo per interposta persona. Frustrata da una grigia e opprimente vita di periferia, vessata in famiglia da rozzi e ottusi genitori, Iris sogna di piacere, di potersi specchiare anche lei negli sguardi degli altri e scoprirsi, almeno per un giorno, bella e desiderabile anche lei come le altre. Ma è un “brutto anatroccolo” e non le serve a nulla passare le domeniche alla balera, dove nessuno la nota, nessuno la invita a ballare.

Un giorno, però, acquista un vestito vivace e ritorna nel locale: anche lei ora può mettersi in vetrina (essere è dunque apparire?) e aspettare di vedersi riflessa negli specchi del desiderio maschile. Un uomo le si avvicina, la invita a ballare, e lei si appoggia con fiducia sulla sua spalla, con fiducia totale si abbandona fra le sue braccia, più tardi, in un appartamento. Ma l’uomo, dopo l’amore, la paga come una qualsiasi prostituta e ciò la umilia. A questo si aggiunga che scoprirà ben presto di aspettare un bambino, ma l’uomo che la renderà madre la rifiuta, dandone ancora una volta del denaro. Allora, con lucida determinazione, Iris apparecchia la sua personale vendetta: acquista un potente veleno per topi, quindi con gesti calmi, quasi meccanici, mette in moto la strage, con cui elimina freddamente il seduttore, un occasionale corteggiatore e i genitori aguzzini. Infine, docilmente (com’è nel suo carattere) si lascia condurre in prigione.

“Per la persona che è sotto la campana di vetro, vuota, ed è bloccata lì dentro come un bimbo morto, il mondo è in sé un brutto sogno”, ha efficacemente scritto Sylvia Plath (The Bell Jar, 1963). Ed è precisamente questa la condizione esistenziale, psicologica, della Iris tratteggiata con grande talento introspettivo da Aki Kaurismaki in La fiammiferaia (Finlandia, 1989), affidandola alle corde leggiadre e lievissime di Kati Outinen. Iris è vissuta finora in una “campana di vetro”, coltivando un’attesa liminare che ha ingigantito il desiderio fino a renderlo, negli effetti, mostruoso. La balera è un luogo autre, un magico “altrove” (viatico alla felicità) in cui immaginare, come canta il motivo in sottofondo, “un paese al di là del mare, riva della felicità”, un paese incantato, senza affanni, che probabilmente nell’immaginario della piccola fiammiferaia finlandese è l’America, e che però non ha i connotati della realtà.

La realtà invece è la fabbrica, il lavoro parcellizzato che – marxianamente – massifica e aliena in una robotizzante ripetitività di gesti. Chiusa nel proprio bozzolo, ma accattona di carezze, Iris accumula dentro di sé una miscela altamente esplosiva di rabbia, disillusione, timidezza, repressione, che inevitabilmente farà deflagrare quel grumo oscuro di pulsioni notturne, psichiche, orrificamente compresse per tanto (troppo) tempo in un gesto che si manifesta agli occhi dello spettatore come un atto di risarcimento, una giustizia necessaria per quanto paradossale possa sembrare. Quando si è subito un danno, infatti, quando si è patito il tradimento più alto, quello della fiducia che veicola la chimica degli affetti, non si ha più niente da perdere. E lo spettatore parteggia apertamente con Iris, per quanto comprenda l’efferatezza e la crudele irreversibilità del suo gesto.

“Quando si è dato tutto per restare delusi”, sembra voler spiegare il refrain della canzone in sottofondo, e qui è precisamente il nocciolo del problema: “quando si è dato tutto”, vale a dire amore, fiducia, emozioni, il retromondo degli affetti congelati, per così dire rimossi per tanti anni, in cambio di uno squallido surrogato della vita, dell’amore, ecco che la mite, sottomessa operaia si trasforma, con un crescendo fatale, in uno spietato angelo vendicatore. Costeggiando la lucida follia che si origina tragicamente dal vuoto d’amore, si giunge alla vendetta, allo scatenamento (inteso come liberazione) del proprio lato notturno che, ubbidendo ad una grammatica inconscia (ma perfettamente consequenziale), produce la dinamica di una strage che altro non è se non un vero e proprio “suicidio alla rovescia”.

Non esiste forse un altro film, fra tutti quelli visti ed analizzati, che come La fiammiferaia di Kaurismaki induce noi, studiosi o semplici spettatori, ad interrogarci sul significato della Persona nella nostra epoca e nella nostra cultura che sembra troppo spesso smarrirne il senso. Interrogarci sul valore della Persona in sé, riflettendo sull’immagine che della Persona (intesa soprattutto come genere femminile) viene offerta dalla cinematografia dell’Ovest e dell’Est europeo. I modelli femminili proposti sono, nel bene e nel male, figure significative che mettono a fuoco il problema della dignità (spesso conculcata), della crescita (sempre difficile) della Persona Donna, oggi, in Europa. Un viaggio attraverso la ricerca, affannosa quando non tragica, della propria identità: ferita, espropriata, svenduta, fagocitata dall’esterno.

“Gli esseri umani – secondo Virginia Woolf – non procedono tenendosi per mano per tutto il cammino della vita. C’è una foresta vergine in ciascuno di noi, un campo di neve dove anche l’impronta delle zampe di uccello è sconosciuta. Qui ci addentriamo da soli e preferiamo che sia così. Avere sempre la solidarietà, essere accompagnati, essere sempre compresi sarebbe intollerabile” (On Being Ill, in Collected Essays, vol. I, Hogarth, London 1967). “Un campo di neve dove anche l’impronta delle zampe di uccello è sconosciuta”: un’immagine simbolica che riassume, con acume psicologico estremo, lo sterminato e incorrotto territorio dell’inconscio femminile: intangibile, impercettibile – se non a tratti – come le rifrazioni e le dissolvenze che fugacemente attraversano un prisma toccato dalla luce. Questo perché esiste un aspetto esteriore dell’Io, l’unica parte che riusciamo a conoscere e a penetrare, che come una corteccia si lascia levigare dalle passioni e dalle molteplici vicende familiari e personali, un involucro che si affaccia sull’esperienza umana e sul tempo psichico che, insieme, lo modificano a poco a poco, permettendo al passato e al futuro di interagire sul presente, stratificandolo e rendendolo sempre diverso, pur nella sua apparente immobilità.

L’infanzia, allora, è quel domicilio sgomberato (per dirla con W. Benjamin), che torna ogni volta a premere sul presente, con il suo peso e la sua dignità spesso calpestata e offesa: basti pensare alla piccola Rosetta de Il ladro di bambini del nostro Gianni Amelio (Italia, 1992), sicuramente il regista più attento e più rispettoso della incoercibile dignità della Persona, uomo o donna che sia, ma soprattutto bambino/a (fin da Colpire al cuore, ma anche prima, in quella Fine del gioco che del Ladro di bambini costituisce per così dire l’incunabolo filmico e psicologico).

Il primato dell’amore, il valore immarcescibile della Persona, che sia, appunto, persona e non personaggio e che possa dare voce e ali a quel “flyng attitude” di cui oltre un secolo fa parlava la poetessa Emily Dickinson nel chiuso della sua stanza-grembo amniotico: “l’impeto di fuga”, la tensione verso il volo della Persona (femminile singolare), non più feticcio sessuale, oggetto fallocratico di supremazia e/o di scambio ma soggetto attivo, fuori dal cono d’ombra della Storia, in lotta contro la massificazione ed il conformismo del Potere che – nei secoli – le proponeva solamente una lunga “deviazione addomesticata”.

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(c) MARIA DI LORENZO
[Dal libro: AA.VV, “Donna e cinema nell’Europa 2000”. 1994 - all rights reserved]

Un barbaglio dell’estate

Oggi siamo in quel giorno di novembre che viene chiamato ‘estate di san Martino’ ed effettivamente questa mattina, aprendo la finestra appena sveglia, ho sentito un certo tepore nell’aria, quasi un barbaglio della bella stagione andata. Da ieri infatti nel mio condominio romano hanno ripreso a riaccendere per un paio d’ore i termosifoni, e l’inverno non e’ tanto lontano…

Non so se siete assidui lettori del settimanale “Famiglia Cristiana”. Sull’edizione on line e’ apparso nei giorni scorsi un mio articolo che voglio segnalarvi: La rivoluzione gentile di padre Arija.

Voi mi direte: chi e’ padre Arija? E’ un sacerdote guanelliano che in Guatemala esplica il suo ministero con la povera gente di un villaggio minacciato da una miniera. L’ho conosciuto il mese scorso, padre Juan Manuel Arija, quando e’ venuto a Roma per la canonizzazione del suo fondatore Luigi Guanella. E ho deciso di scrivere un pezzo per far conoscere la sua storia, la storia della sua gente e la “rivoluzione dei fiori” che stanno facendo in quell’angolo di mondo lontano dai riflettori della grande stampa.

A proposito del nuovo santo don Guanella, vero gigante della carita’ a cavallo fra i due secoli passati, vi ricordate che avevo scritto un articolo su di lui? Chi se l’e’ perso può leggerlo qui: http://mariadilorenzo.wordpress.com/2011/10/16/don-guanella/.

Ma adesso questo articolo e’ stato tradotto in spagnolo, e io lo offro soprattutto a voi, cari amici ispanici che mi leggete: http://mariadilorenzo.wordpress.com/2011/11/08/el-padre-de-los-ultimos/

Alcuni anni fa, mentre scrivevo il mio libro dedicato alla filosofa tedesca Edith Stein, poi divenuta carmelitana scalza e morta ad Auschwitz nell’estate del 1942, mi sono imbattuta in una figura molto interessante, quella di Gertrud von le Fort. Una donna e una letterata – era una baronessa tedesca di confessione protestante – che a un certo punto, all’eta’ di cinquant’anni, nel corso di un viaggio a Roma abbraccio’ la fede cattolica. Scrisse opere importanti, fu anche candidata al Premio Nobel, e un suo romanzo ebbe piu’ successo di tutti, “L’ultima al patibolo”, tanto da ispirare lo scrittore Georges Bernanos nella stesura di quello che, dopo il “Diario di un curato di campagna”, e’ da tutti considerato il suo capolavoro: “I dialoghi delle carmelitane”. Ebbene, la scrittrice Gertrud von le Fort quando seppe che la brillante filosofa Edith Stein si era fatta carmelitana volle andare a farle visita al convento di Colonia per comprendere e per vedere con i suoi occhi se Edith, ora divenuta suor Teresa Benedetta della Croce, era una donna veramente felice della sua scelta così radicale… e che cosa scopri’ lo trovate leggendo il mio articolo qui.

Vi lascio, amici, con un pensiero del grande Antoine de Saint-Exupéry, autore del Piccolo Principe: “L’Amour une fois qu’il a germé donne des racines qui ne finissent plus de croître…”. L’amore una volta che e’ sbocciato mette delle radici che non finiscono piu’ di crescere. Ed e’ quello che auguro a ciascuno di voi, di permettere all’amore di far crescere radici forti e potenti dentro il vostro cuore, perche’ e’ solo qui, sapete, e non altrove che conoscerete la vostra felicita’.

El padre de los últimos

Sobre el sitio español de los hijos de Luis Guanella ha sido traducido mi artículo “El padre de los últimos”. La página web me presenta simpáticamente así:

María di Lorenzo es una escritora que ama publicar aquello que le pasa por la cabeza y por el corazón. Dice en su blog, “Soy una escritora y amo compartir con los otros mis pensamientos, convencida de que la escritura nace siempre de itinerarios personales que se vuelven colectivos”. Contactó con nostros a través de nuestro facebook y nos regaló un artículo que hemos traducido para nuestros lectores. Gracias María.

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La Providencia divina conoce los enigmas del mundo, sabe qué hay en el corazón del hombre y qué le reserva el futuro. La Providencia divina existe. Y elige a los más humildes, a los más pobres, a los más abandonados. A menudo se vale de brazos amorosos de hermanos, de corazones generosos dispuestos a darse en nombre de Dios, que es siempre Padre providente y bueno. Y fue así cómo la tarde del 5 abril de 1886, mientras el cielo se tiñó de oscuridad, un pequeño barco con pocos trastos, dos monjas y algunas huérfanas zarpó del embarcadero de Pianello Lario para alcanzar Como. Un cura montañés echó el primer granito de mostaza de una gran obra: aquel cura fue Luis Guanella y la obra fue la Casa de la Divina Providencia, que se convertirá más tarde en la Casa Madre de las dos Congregaciones, la femenina y la masculina, fundadas por él, las Hijas de Santa María de la Providencia y los Siervos de la Caridad.

Sólo un visionario, pero un visionario intensamente enamorado de Dios, hubiera podido creer en unos inicios tan pobres para su actividad apostólica, la cual, a muchos, les parecía locura. Pero de estos locos de Dios está hecha la historia de la Iglesia católica desde los orígenes hasta hoy, y don Guanella – que este mes de octubre sube a la gloria de los altares como santo – se introduce en este río subterráneo y glorioso que se extiende por todo el mundo bajo cualquier cielo y latitud.

Nevaba aquel día en que vino a la luz, el 19 de diciembre de 1842, en  Fraciscio de Campodolcino en el Valle San Giacomo (Sondrio-Italia). En aquella cuenca alpina transcurrió su infancia hasta la edad de doce años, cuando consiguió una plaza gratuita en el colegio Gallio de Como, para continuar luego los estudios en los seminarios diocesanos (1854-1866). Cada vez que regresaba a su pueblo para las vacaciones otoñales el joven seminarista se adentraba en la pobreza de los valles alpinos, pasaba su tiempo preocupándose por los niños y los ancianos y por los enfermos del pueblo. Fue ordenado sacerdote el 26 de mayo de 1866.

Entró con entusiasmo en la vida pastoral en Valchiavenna, Prosto, 1866 y Savogno, 1867-1875, y, después de un trienio salesiano, fue de nuevo a la parroquia en Valtellina (Traona) 1878-1881, unos pocos meses a Olmo y finalmente a Pianello Lario (Como) 1881-1890. Desde los inicios en  Savogno manifestó sus preferencias pastorales: la instrucción de los chicos y los adultos, el enriquecimiento religioso, moral y social de sus feligreses, defendiendo al pueblo de las agresiones del liberalismo y atendiendo preferentemente a los más pobres. No desdeñó intervenciones peleonas, cuando se vio injustamente obstaculizado o refutado por las autoridades civiles en su ministerio, hasta el punto de ser incluido pronto entre los sujetos peligrosos (“ley de sospechosos”). Durante su estancia en Savogno ahondó en el conocimiento de don Bosco y la obra del Cottolengo; invitó a don Bosco a que abriera un colegio en el valle, pero no pudiendo realizar el proyecto, don Guanella obtuvo el permiso para ir un cierto período de tiempo.

Solicitado en diócesis por el Obispo, abrió en Traona un colegio tipo salesiano, pero también aquí fue obstaculizado. Las autoridades políticas no vieron de buen ojo la iniciativa benéfica y consideraron a don Guanella “un cura subversivo llegado a Valtellina de la escuela de don Bosco con la idea de poblar al valle de curas, frailes y monjas”. Por este motivo fue obligado a cerrar el colegio. Fue enviado durante un breve periodo de tiempo a Olmo, una de las parroquias más aisladas de la diócesis donde se pensó que sería menos molesto. Posteriormente en  Pianello pudo dedicarse a la actividad de asistencia a los pobres, llevando adelante el hospicio fundado por el predecesor don Carlos Coppini, con algunas ursulinas que organizó en congregación religiosa (Hijas de Santa María de la Providencia) y con ellas puso en marcha la Casa de la Divina Providenciaen Como (1886), con la colaboración de sor Marcelina Bosatta y de la hermana, la Beata Clara.

Y por fin sonó “la hora de la misericordia”, como la llamaba don Guanella. La Casa tuvo un rápido desarrollo, ampliando la asistencia de la rama femenina a la masculina (Congregación de los Siervos de la Caridad) bendecida y respaldada por el Obispo Beato Andrea Ferrari. Y la obra se extendió bien pronto incluso fuera de la ciudad: a las provincias de Milán (1891), Pavía, Sondrio, Rovigo, Roma (1903), a Cosenza y en otros lugares, en Suiza y en los Estados Unidos de América (1912), bajo la protección y la amistad de San Pío X.

Hombre de Dios, ciudadano del mundo, educador apasionado: éstas son las tres características principales de don Luis Guanella. Su carisma podríamos resumirlo en el anuncio – que en él se hace profunda convicción – de la paternidad de Dios. Dios es padre y es un Padre para todos, que no olvida nunca ni margina a sus hijos, especialmente a los más pobres y abandonados.

“Quien da al pobre, presta a Dios y recibe de Dios”, solía decir don Luis Guanella. De aquí su opción de caridad en favor de los últimos. Don Guanella otorgó dignidad humana a los discapacitados, a los enfermos psíquicos, a los pacientes crónicos, dando confianza, ofreciendo trabajo, evitando tratos inhumanos y humillaciones, adoptando iniciativas avanzadas tanto en el campo pedagógico como médico.

El cura montañés funda colonias rurales, da trabajo a los discapacitados para promoverles, incluso manda a sus monjas a trabajar. Dotado de inteligencia práctica, no teoriza, se guía por sus intuiciones, actuando bajo el impulso de las urgencias, con espíritu místico y profético, fruto de su amor ingenioso por Dios y por los hombres, creados “a Su imagen”.

Y así sus casas se organizan en estructuras adaptadas a las personas, con un espíritu de familia, y adoptando su propio método preventivo (cf. Reglamento de los Siervos de la Caridad, 1905) completamente entregadas a la paternidad de Dios. Un estilo de sencillez, tolerancia, misericordia y esperanza alegre, para que todos juntos puedan sentirse parte de la gran familia de Dios: un vínculo de afecto y comunión, unidos alrededor de Cristo, Hermano mayor, dejándose llevar por la Madre de la Divina Providencia: María, la primera educadora del Hijo, es presentada como quien forma, educa y conduce al Padre.

En el 1903 Don Guanella opta por instalarse en Roma, donde está el corazón de la cristiandad. Sede del Papa, hacia el cual nuestro santo nutre un amor particular, por él denominado la “estrella polar de nuestro viaje” sobre la tierra. Es una elección de universalidad, porque estar en Roma significa para don Guanella abrazar el mundo entero, y hacerse compañero de viaje de los hombres, de los de ayer y de los de hoy. Para él, lo más importante era estar allí, la prioridad de la relación, es decir el ser padre, hermano y madre, familiar de cada uno para que cada uno sintiese en su vida el amor de Dios, engendrar esperanza y promover la dignidad de cada persona.

Don Luis Guanella murió en Como el 24 de octubre de 1915. Proclamado Beato por Pablo VI el 25 de octubre de 1964, declarado solemnemente santo por Benedetto XVI el 23 de octubre de 2011. Su cuerpo es venerado en el Santuario del Sagrado Corazón en Como. Sus hijos espirituales están en numerosas partes del mundo como granos de levadura para difundir y hacer crecer la “buena noticia” vivida y encarnada desde hace más de un siglo por su santo fundador: la de un Dios que es padre cariñoso con todas sus criaturas, pero de modo especial con aquéllos que en la familia humana son los “despojos” es decir, los más pequeños y los más débiles, sobre los cuales la Providencia se inclina cada día al despuntar el sol.

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MARIA DI LORENZO

Escritora y periodista cultural, trabaja a Milán y Roma. Después de los estudios clásicos, se graduó con honores en Literatura Moderna en la Universidad de Urbino, con una tesis de carácter psicoanalítico sobre Giacomo Leopardi. Ha trabajado como periodista para el diario “El Tiempo” y para la RAI y ha escrito textos para la Radio Vaticana. Ahora es editor de Flannery.it (dedicado a las mujeres que escriben) y de la revista “In Purissimo Azzurro” y colabora en varios periódicos. Es el autor de una docena de ensayos traducidos a seis idiomas, dos colecciones de poesía (“Voces desde el musgo” y “Cuaderno de Sicilia”) y una novela: “En la noche es la noche”. Como investigadora ha conducido con el equipo del Centro Estudios C.I.O.F.S. de Roma un estudio sobre problemáticas femeniles en la Europa del “Después del muro” a través del cine, confluido en los ensayos: “Mujer y cine en la Europa del 2000″ (1994) y “Mujeres y cine entre imaginario y cotidiano” (1998) utilizado por algunas universidades italianas. Actualmente está trabajando en la redacción de una nueva novela y un tema para la película (cortometraje). Su web personal es:http://mariadilorenzo.wordpress.com/

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Entrevistas:

Entrevista con la escritora y ensayista Maria Di Lorenzo (Zenit.org)

Una drecera per al cel  (“Catalunya Cristiana”)

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“Con la Cruz en el corazón – Edith Stein”:

Premisa

Corazón de la Iglesia

A su imagen – Vivir en María

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Querida Maria… (España)

Querida Maria… (Guatemala)

La rivoluzione gentile di padre Arija

di MARIA DI LORENZO

Un filo d’erba, da solo, è fragile e lo strappi facilmente. Ma tanti fili, tutti assieme, hanno la forza di un pugno che non è tanto semplice sradicare dalla terra. Deve aver pensato questo padre Juan Manuel Arija insieme alla sua gente in Nueva Santa Rosa, un villaggio del Guatemala in cui il sacerdote spagnolo, guanelliano, lavora da anni a contatto con i poveri e soprattutto i disabili, per restituire loro una dignità e costruire insieme ad essi un futuro.

L’ultima, attuale battaglia che p. Juan Manuel sta portando avanti insieme alla gente del posto, è il boicottaggio della miniera d’oro e argento che una compagnia canadese, la Tahoe Resource, società del gruppo Goldcorp, sta cercando di aprire nella zona. Per realizzare l’estrazione dei metalli preziosi si procede a una deforestazione senza criterio e si versano nei fiumi e nelle falde acquifere arsenico e cianuro che avvelenano la terra, unica fonte di guadagno di quella povera gente. Un danno ambientale senza precedenti. Il lavoro di estrazione con l’utilizzo di veleni, infatti, consente di separare l’oro e l’argento dalla roccia, col risultato però di mandare in pezzi l’ecosistema.

Padre Arija presiede un comitato che ha organizzato la cosiddetta “rivoluzione dei fiori”. Sono cortei pacifici ai quali hanno aderito fino ad oggi molte migliaia di manifestanti, portando ciascuno un fiore davanti al cancello dell’area dove dovrebbe sorgere la miniera. Ma tutto questo disturba, e il guanelliano è il primo a rischiare la pelle per quello che fa. Perchè rappresenta la Chiesa e la Chiesa nel centro America è la sola che alza la voce in difesa dei poveri, l’unico baluardo contro il malaffare. Per questo lo hanno minacciato di morte già più di una volta. Padre Juan Manuel dice: “Non ho paura. Dio provvederà.”

Come si può intuire, gli interessi economici sono tanti e in tanti hanno da guadagnare da questo “affare” perpetrato sulla pelle di chi, purtroppo, non ha voce. E tutto nel silenzio assordante delle istituzioni e del mondo occidentale, opulento e indifferente verso il destino degli olvidados, i dimenticati della terra.

Ma forse qualcosa si muove. Nei mesi scorsi c’è stata una consultazione pubblica contro la miniera alla quale ha votato il 98% della popolazione. Un piccolo segnale di speranza in una terra dove la legalità è un fiore dal profumo sconosciuto, dove la vita umana vale tanto poco da potersi comprare con un po’ di denaro.

In modo pacifico, con una rivoluzione gentile, la gente del luogo ha chiesto di non violentare la propria terra. Ed è il giovane pugno d’erba che cresce, la speranza che non declina.

(c) MARIA DI LORENZO – all rights reserved

pubblicato su “Famiglia Cristiana” (30 ottobre 2011)

http://www.famigliacristiana.it/chiesa/news_1/articolo/gentile_301011124446.aspx

Giacomo Leopardi. Nella lontananza infinita di Dio

di MARIA DI LORENZO

Neopagano, nichilista, mistico senza Dio. Lo hanno definito in molti modi, ma di certo non è possibile racchiudere la sfaccettata personalità umana e letteraria del maggior poeta italiano dell’Ottocento in una rigida nonché univoca gabbia interpretativa.

Tutto in Giacomo Leopardi agisce e si muove secondo la logica degli opposti (vita-morte, Dio-nulla, immaginazione-‘arido vero’) così da non poter assolutamente essere rappresentato dalla parzialità delle riduzioni ideologiche, che si sono via via sovrapposte nel corso di quasi due secoli. Come scrisse il De Sanctis, Leopardi è quell’autore che “odia la vita e però te la fa amare”.

Ma c’è di più. Se accade che “in Dante il cristianesimo è la forma di una civiltà, in Manzoni la visione di un mondo guidato dalla Provvidenza. In Leopardi il mondo – tutto: la storia, la società, il progresso – è scomparso. Non rimane che l’uomo, ma la solitudine dell’uomo è come il segno di una presenza”. Lo scrive assai efficacemente don Divo Barsotti nel suo studio sul poeta recanatese (“La religione di Giacomo Leopardi”, San Paolo, nuova ed. 2008) stabilendo il nesso inequivocabile tra il pessimismo del poeta e la ricerca del trascendente che in questo irriducibile pessimismo si annida.

E’ lecito allora parlare di religione nell’opera di Giacomo Leopardi?

Il poeta è stato sovente dipinto dalla critica ufficiale come l’assertore del nulla e della “infinita vanità del tutto”. Ma il sentimento religioso della vita, lo sappiamo bene, è qualcosa di più della pura e semplice appartenenza a una fede. E in tal senso, seppure Leopardi non fu mai cristiano – giacchè non conobbe mai il vero volto del cristianesimo, ridotto a un vuoto formulario di regole dall’educazione formalistica ricevuta in famiglia – non si può certo ignorare la potente interrogazione metafisica che pervade l’intero corpus delle sue opere.

Nato a Recanati il 29 giugno 1798, Giacomo Leopardi aveva trascorso l’infanzia e la prima giovinezza studiando nella ricca biblioteca del padre, il conte Monaldo, che era un bibliofilo, e in quelli che lui stesso ebbe a definire “sette anni di studio matto e disperatissimo” (dal 1809 al 1816) si era impadronito grandemente della cultura classica, elaborando (tra il 1816 e il 1819) il primo passaggio dall’erudizione al bello, e dal bello al vero, mentre si acuivano i problemi di salute e la sua crescente insofferenza verso l’asfittico luogo natio.

Nel 1819 si ammala agli occhi, malattia che condurrà il suo fisico già debole a soffrire per il resto della vita, e c’è un primo tentativo di fuggire da Recanati, divenutagli insopportabile, tentativo andato a vuoto giacchè il padre scopre e blocca la sua fuga.

Nel 1822 compie un viaggio a Roma, che carica di aspettative presto deluse: la vita in casa di uno zio materno riproduce lo stesso ambiente asfittico da cui era fuggito. Torna allora a Recanati, per poi lasciarla e trasferirsi a Milano, quindi a Bologna, Firenze e Pisa. Nel 1828 torna nuovamente a Recanati, per poi abbandonarla definitivamente nel 1830. Gli ultimi anni della sua vita il poeta li trascorre tra Firenze e Napoli, dove morirà nel 1837, a soli 39 anni di età.

“Giacomo Leopardi mi aveva fatto giurare di chiamargli il prete, se lo vedessi in pericolo; e così ho fatto, ed ebbe il prete, e il Viatico e tutti i sacramenti”. Così avrebbe testimoniato l’amico che a Napoli lo ospitò nell’ultimo scorcio della sua vita, Antonio Ranieri, avvalorando la tesi di una sua dipartita “da cristiano”. Ma, credente oppure no, que­llo che è chiaro è che nell’opera leopardiana c’è una domanda continua che risuona, il senso ineludibile di un’inquietudine me­tafisica.

Uno dei componimenti più significativi della sua produzione poetica è il Canto notturno di un pastore errante per l’Asia: “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi che fai, / Silenziosa luna?/ Sorgi la sera, e vai, / Contemplando i deserti; indi ti posi. / Ancor non sei tu paga / Di riandare i sempiterni calli? / [...] Dimmi [...] a che vale /… la [...] vita mortale? / … ove tende / Questo vagar mio breve / [...] Se la vita è sventura, / Perché da noi si dura? / …Forse in qual forma, in quale / Stato che sia, / dentro covile o cuna, / È funesto a chi nasce il dì natale”.

In esso, come vediamo, si fondono tutte le domande fondamentali dell’esistenza, in una interrogazione cosmica che non trova risposta. Per questo il poeta è stato anche definito un “ateo religioso”, per tale suo costante interrogarsi sulla vita destinato a non avere mai altra risposta che il silenzio.

“Nella lontananza infinita di Dio”, scrive don Barsotti, “il poeta sentì che la sua parola si perdeva soltanto nel silenzio”. E fu così che la sua religione divenne rivolta. Nel pensare leopardiano nessuno prende il posto di Dio, nessun mito di progresso umano, nessuna illusione sulle magnifiche sorti e progressive dell’umanità, nessuna filosofia. Il mondo è vuoto. E in questo vuoto il poeta lancia il suo grido, quasi una bestemmia verso il cielo, ed è il grido di chi non accetta le facili consolazioni del mondo, le sue “illusioni”.

Così il senso religioso si rivela proprio là dove sembrerebbe che sia negato. Leopardi, sostiene il critico P. Ferdinando Castelli, mostra ”l’aspirazione a una realtà trascendente; ciò che la vista provoca, il silenzio indica e il ricordo suscita è l’esistenza di un altro mondo che attrae tutta l’anima a sè e già in qualche modo misteriosamente si fa presente nel cuore”. Di qui il carattere “eminentemente religioso, più che filosofico” del pensiero leopardiano, secondo P. Castelli. Dio resterebbe il soggetto della poesia e del pensiero di Leopardi “perchè tutto in lui rimanda a quello che è oggetto e fine del desiderio, tanto più presente e vivo, dolorosamente, quanto meno è creduto, quanto è più negato”.

Tra il novembre e il dicembre del 1816, Giacomo Leopardi scrive un componimento intitolato L’appressamento della morte, composto in terzine dantesche. Il richiamo a Dante è non solo nell’uso della forma metrica. In maniera sorprendente, infatti, il testo si conclude come la Commedia dantesca con un’invocazione alla Madonna. Scrive: “O Vergin Diva, se prosteso mai/ Caddi in membrarti, a questo mondo basso, / Se mai ti dissi Madre e se t’amai,/ Deh tu soccorri lo spirito lasso/ Quando de l’ore udrà l’ultimo suono, / Deh tu m’aita ne l’orrendo passo”.

Leopardi invoca la Madonna perché possa soccorrerlo nell’ora della morte, e questa invocazione fa il paio con quella contenuta negli abbozzi degli Inni cristiani, progettati e mai attuati da Leopardi nell’estate del 1819. Il critico Giovanni Getto la commenta così: “Sono poche righe, ma di una pienezza e di una sincerità tali da farne una preghiera unica, quale non è dato di trovare facilmente nella letteratura di devozione. Una preghiera che invita a pregare, come non invitano evidentemente, per la loro elaborata natura artistica, le celebri invocazioni di Dante, di Petrarca, Manzoni”.

La Madonna, invocata sotto il titolo di Consolatrice degli afflitti, era venerata nella cappella gentilizia dei conti Leopardi, in un dipinto eseguito nel 1737 a Vienna e portato a Recanati dal cappuccino P. Giovanni Biscia. Era questa l’immagine davanti a cui aveva pregato tante volte Giacomo bambino. A lei, dunque, il poeta poteva rivolgersi con fiducioso abbandono: “A Maria. È vero che siamo tutti malvagi, ma non ne godiamo, siamo tanto infelici. È vero che questa vita e questi mali sono brevi e nulli, ma noi pure siam piccoli e ci riescono lunghissimi e insopportabili. Tu che sei già grande e sicura, abbi pietà di tante miserie.”

(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved

Articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio – novembre 2011

Per amare veramente bisogna essere disarmati

Roma ieri e’ stata sommersa da una massa impressionante di pioggia caduta dal cielo ma io sono ancora viva e vegeta, ve l’assicuro!

Forse perchè abito su uno dei sette colli e la relativa altitudine ha preservato il mio quartiere da acqua e fango giunti a lambire solamente le nostre cantine… Dunque, riprendiamo allora il nostro amichevole cammino insieme… :-)

Ho letto recentemente due libri bellissimi, che vi consiglio di cuore. Cominciamo dal primo: si intitola “Le due vite di Elsa” ed e’ scritto da Rita Charbonnier (Piemme Edizioni). E’ una storia intensa, molto piacevole da leggere, ma che induce anche a pensare molto: racconta la vita di Elsa, una giovane donna molto timida e graziosa che abita un mondo interiore sanguigno e rovente che gli altri rigettano e non comprendono. Ne ho scritto una recensione che potete leggere qui.

Il secondo romanzo, che mi ha preso proprio il cuore, ve lo confesso, si intitola “Stasera Anna dorme presto” e l’ha scritto Simona Lo Iacono, pubblicato da Cavallo di Ferro Editore. Racconta una storia sull’incapacita’ di sapersi aprire veramente all’altro, an­che quando lo si ama, e sull’importanza, nella vita come nell’amore, di abbandonarsi completamente. E’ una storia a quattro voci, quella raccontata dalla scrittrice-magistrato Simona Lo Iacono, e tutti e quattro i personaggi che la vivono sono persone incapaci di amare davvero: non amano perchè giudicano, perchè lo sguardo dell’amore è sostituito, quasi “armato”, dal pre-giudizio. Per amare veramente invece bisogna essere disarmati, io credo.

Ne ho scritto una recensione che potete leggere qui.

A presto, amici. Un affettuoso saluto a tutti voi!

L’amica degli straccivendoli

La chiamavano “la Madre Teresa del Cairo”, e lei si schermiva, dicendo di non essere affatto una santa, descrivendosi anzi come “vendicativa”, “collerica”, “un po’ femminista”. Nel 2006 era stata eletta da un sondaggio commissionato dalla rivista “Elle” come la donna più amata e rappresentativa di Francia.  Madaleine Cinquin, colei che sarebbe diventata per tutti suor Emmanuelle del Cairo, era nata a Bruxelles nel 1908. Nel ’31, a ventitré anni di età, aveva preso i voti nella Congregazione Nostra Signora di Sion. Si era laureata in filosofia alla Sorbona, e poi aveva insegnato letteratura e filosofia a Istanbul, Tunisi, Il Cairo e Alessandria. Anni proficui e intensi, densi di progetti e di idee. Anni preparati da un grande dolore. Un dolore senza fondo, che l’aveva straziata ma non inebetita al punto di non farle individuare il senso di svolta della sua vita e, con esso, la sua incredibile rinascita…[continua]

Stasera Anna dorme presto

di MARIA DI LORENZO

Anna la sera non va mai a letto presto. Legge in cucina, abbarbicata sullo sgabello, sotto una luce pallida, e i libri la tengono sveglia fino all’alba. Una “mania” che Carlo, suo marito, non le ha mai perdonato. Non va mai a letto presto perché lei di notte allestisce un mondo, quello che avrebbe voluto abitare. E per farlo ha bisogno delle stelle. Di notte si va ad sidera, alle stelle che sono i desideri. Anna un giorno ha chiuso i suoi sogni in un cassetto per sposare un brillante avvocato, che la tradisce con una collega volitiva e rampante. Ma i desideri a casa di Anna si presentano puntuali ogni notte, vestiti di parole fruscianti, tra i gatti che si appisolano sui fogli e il disordine di quell’attico a due passi da piazza San Pietro dove i rumori giungono ovattati, come protetti da un alta barriera, e che – almeno finchè Carlo vi abiterà, ma solo con il corpo, perchè la sua mente è già altrove da tempo – sarà il regno della perfezione e del nitore esteriore, “il terrazzo con le piante alte e curate”, gli arredi di lusso, i quadri d’autore, i pavimenti incerati senza neanche una graffiatura, “le pentole della cucina specchianti il lindore delle mattonelle bianche”, il frigo ben diviso in reparti: un ambiente così perfetto da sembrare asettico come una sala chirurgica, nel quale Anna invece finisce per covare dentro di sè, un giorno dopo l’altro, un senso di crescente, dolorosa estraneità. Da quando ha capito, cioè, proprio ascoltando le voci che salgono dalla notte verso di lei, che è l’imperfezione che attira la vita e che questa “si afferra solo scrivendo”. [continua]

Don Guanella, il padre degli ultimi

di MARIA DI LORENZO

La Provvidenza divina conosce gli enigmi del mondo, sa che cosa c’è nel cuore dell’uomo e che cosa gli riserva l’avvenire. La Provvidenza divina esiste. E sceglie i più umili, i più poveri, i più abbandonati. Spesso si serve di braccia amorose di fratelli, di cuori generosi pronti a spendersi nel nome di Dio, che è sempre Padre provvidente e buono. E fu così che la sera del 5 aprile del 1886, mentre il cielo si tingeva di scuro, una piccola barca con poche masserizie, due suore e alcune orfanelle salpò dall’imbarcadero di Pianello Lario per raggiungere Como. Un prete montanaro gettava il primo granellino di senapa di una grande opera: quel prete era Luigi Guanella e l’opera era la Casa della divina Provvidenza, che poi diventerà la Casa Madre delle due Congregazioni, quella femminile e quella maschile, da lui fondate, le Figlie di S. Maria della Provvidenza e i Servi della Carità.

Solo un visionario, ma un visionario profondamente innamorato di Dio, poteva credere a un inizio così povero per la sua attività apostolica che a taluni poteva sembrare pazzia. Ma di questi pazzi di Dio è fatta la storia della Chiesa cattolica dalle origini fino ad oggi, e don Guanella – che questo mese di ottobre sale alla gloria degli altari come santo – si inserisce in questo fiume sotterraneo e glorioso che innerva il mondo sotto ogni cielo e latitudine.

Nevicava quel giorno che venne alla luce, il 19 dicembre 1842, a Fraciscio di Campodolcino in Val San Giacomo (Sondrio). In quella conca alpina trascorse l’infanzia fino all’età di dodici anni, quando ottenne un posto gratuito nel collegio Gallio di Como, per poi proseguire gli studi nei seminari diocesani (1854-1866). Ogni volta che tornava al suo paese per le vacanze autunnali il giovane seminarista si immergeva nella povertà delle valli alpine, passava il suo tempo libero a interessarsi dei bambini e degli anziani e ammalati del paese. Fu ordinato sacerdote il 26 maggio 1866.

Entrò con entusiasmo nella vita pastorale in Valchiavenna (Prosto, 1866 e Savogno, 1867-1875) e, dopo un triennio salesiano, fu di nuovo in parrocchia in Valtellina (Traona, 1878-1881), per pochi mesi a Olmo e infine a Pianello Lario (Como, 1881-1890). Fin dagli inizi a Savogno rivelò i suoi interessi pastorali: l’istruzione dei ragazzi e degli adulti, l’elevazione religiosa, morale e sociale dei suoi parrocchiani, con la difesa del popolo dagli assalti del liberalismo e con l’attenzione privilegiata ai più poveri. Non disdegnava interventi battaglieri, quando si vedeva ingiustamente frenato o contraddetto dalle autorità civili nel suo ministero, così che venne presto segnato fra i soggetti pericolosi (“legge dei sospetti”). Nel frattempo a Savogno approfondiva la conoscenza di don Bosco e dell’opera del Cottolengo; invitò don Bosco ad aprire un collegio in valle, ma non potendo realizzare il progetto, don Guanella ottenne di andare da lui per un certo periodo.

Richiamato in diocesi dal Vescovo, aprì in Traona un collegio di tipo salesiano, ma anche qui venne ostacolato. Le autorità politiche non vedevano di buon occhio l’iniziativa benefica e consideravano don Guanella “un prete sovversivo venuto in Valtellina dalla scuola di don Bosco con l’idea di popolare la valle di preti, frati e monache”. Così gli fu imposto di chiudere il collegio. Fu mandato per un po’ di tempo ad Olmo, una delle parrocchie più isolate della diocesi dove si pensava che potesse dare meno noia. Successivamente a Pianello poté dedicarsi all’attività di assistenza ai poveri, rilevando l’Ospizio fondato dal predecessore don Carlo Coppini, con alcune orsoline che organizzò in congregazione religiosa (Figlie di S. Maria della Provvidenza) e con queste avviò la Casa della Divina Provvidenza in Como (1886), con la collaborazione di suor Marcellina Bosatta e della sorella, la Beata Chiara.

“L’ora della misericordia”, come la chiamava don Guanella, era finalmente scoccata. La Casa ebbe subito un rapido sviluppo, allargando l’assistenza dal ramo femminile a quello maschile (congregazione dei Servi della Carità), benedetta e sostenuta dal Vescovo B. Andrea Ferrari. E l’opera si estese ben presto anche fuori città: nelle province di Milano (1891), Pavia, Sondrio, Rovigo, Roma (1903), a Cosenza e altrove, in Svizzera e negli Stati Uniti d’America (1912), sotto la protezione e l’amicizia di S. Pio X.

Uomo di Dio, cittadino del mondo, educatore appassionato: queste sono le tre caratteristiche principali di don Luigi Guanella. Il suo carisma potremmo riassumerlo nell’annuncio – che in lui si fa profonda convinzione – della paternità di Dio. Dio è padre ed è un Padre per tutti, che non dimentica mai né emargina i suoi figli, specie i più poveri e abbandonati.

“Chi dona al povero, presta a Dio e riceve da Dio”, soleva dire don Luigi Guanella. Da qui la sua scelta di carità a favore degli ultimi. Don Guanella conferì dignità umana ai disabili, ai malati psichici, agli infermi cronici, dando fiducia, offrendo lavoro, evitando trattamenti disumani e umiliazioni, abbracciando iniziative precorritrici sia sul piano pedagogico che medico.

Il prete montanaro fonda colonie rurali, dà lavoro ai disabili per riscattarli, manda pure le sue suore a lavorare. Dotato di intelligenza pratica, non teorizza, procede per intuizioni, agendo sotto la spinta delle urgenze, con spirito mistico e profetico, frutto del suo amore ingegnoso per Dio e per gli uomini, che sono creati “a Sua immagine”.

E così le sue case si organizzano in strutture a misura d’uomo, con uno spirito di famiglia, e adattano un proprio metodo preventivo (cf. Regolamento dei Servi della Carità, l905), completamente affidate alla paternità di Dio. Uno stile di semplicità, tolleranza, misericordia e speranza gioiosa, perchè tutti insieme possano sentirsi parte della grande famiglia di Dio: una fraternità di stima e di comunione, uniti intorno a Cristo, Fratello maggiore, che si lascia guidare dalla Madre della divina Provvidenza: Maria, la prima educatrice del Figlio, è data come colei che forma, educa e conduce al Padre.

Nel 1903 Don Guanella sceglie di radicarsi a Roma, dove è il cuore della cristianità. Sede del Papa, verso cui il nostro santo nutre un amore particolare, da lui definito la “stella polare del nostro viaggio” sulla terra. È una scelta di universalità, perché stare a Roma significa per don Guanella abbracciare il mondo intero, e farsi compagno di viaggio degli uomini, quelli di ieri e quelli di oggi. Per lui infatti valeva prima di ogni altra cosa l’esserci, la priorità della relazione, l’essere cioè padre, fratello e madre, familiare di ciascuno perchè poi ciascuno sentisse nella sua vita l’amore di Dio, generare speranza e promuovere la dignità di ogni persona.

Don Luigi Guanella morì a Como il 24 ottobre 1915. Proclamato Beato da Paolo VI il 25 ottobre 1964, da Benedetto XVI solennemente dichiarato santo il 23 ottobre 2011. Il suo corpo è venerato nel Santuario del S. Cuore in Como. I suoi figli spirituali sono in numerose parti del mondo, come granelli di senapa per diffondere e far crescere la “buona novella” vissuta e incarnata oltre un secolo fa dal loro santo fondatore: quella di un Dio che è padre amorevole di tutte le sue creature, ma in modo speciale di quelle che nella famiglia umana sono gli “scarti”, ovvero i più piccoli e i più deboli, su cui la Provvidenza si china ogni giorno allo spuntar del sole.

(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved

pubblicato sul mensile “Milizia Mariana” – ottobre 2011

Le due vite di Elsa

Isteria, sentenziano. E con questa parola pensano di aver detto tutto. Di aver circoscritto la natura di Elsa. E, mettendola in una nicchia precisa, di aver neutralizzato la forza eversiva che cova dentro di lei. Che non è certo ‘matta’, ma più semplicemente è una ‘donna’. Una giovane donna timida e graziosa abitata da un “mondo sanguigno e rovente” che gli altri non comprendono e che rigettano bollandola nell’unico modo che sanno… [continua]

Gertrud von Le Fort: scrittura e trascendenza

di MARIA DI LORENZO


Quando Edith Stein decise di lasciare il mondo per entrare nel Carmelo di Colonia furono in molti a stupirsi di quella scelta: lei che era stata una filosofa, un’intellettuale, con il suo grande bagaglio culturale e un passato di brillante studiosa, abbandonava ogni cosa per inabissarsi in una vita totalmente povera, oscura, senza privilegi. Una vita nascosta, fatta di immolazione e di sacrificio. Tante persone allora le scrivevano e cominciarono a farle visita, secondo le possibilità e gli orari del Carmelo, e tra queste la scrittrice tedesca Gertrud von Le Fort, una aristocratica protestante che a Roma si era convertita al cattolicesimo, autrice di romanzi assai famosi, fra cui L’ultima al patibolo. Un giorno Gertrud andò a trovare la Stein al convento per vedere con i propri occhi se Edith fosse davvero felice al Carmelo: davanti a sé trovò una creatura radiosa, trasfigurata dalla gioia.

Gertrud von Le Fort, la “più grande poetessa trascendentale contemporanea“, ed Edith Stein, “la più grande donna nel cielo dei filosofi tedeschi” del Novecento, come le definirono i loro contemporanei, divennero amiche. Erano due convertite: l’una dal protestantesimo, l’altra dall’ebraismo. Fu il padre gesuita Erich Przywara il mediatore, per così dire, di questa singolare amicizia umana ed intellettuale. La scrittrice tedesca ebbe a dire: “Nella mia vita ho visto solo due volte un volto umano che mi travolgesse: suor Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, e Papa Pio X”.

Gertrud von Le Fort nacque nel 1876 in Westfalia. Il padre era un ufficiale prussiano, e lei potè studiare privatamente fino all’età di 14 anni in casa per poi intraprendere alcuni viaggi. Studiò Teologia evangelica, filosofia e storia, ma senza immatricolarsi perché priva del titolo statale per accedere all’Università. Nel 1914 frequentò ad Heidelberg un seminario del giovane C. Jaspers dedicato a Kierkegaard e la definì “la tappa più importante e decisiva della mia vita”.

Allieva prediletta del celebre filosofo delle religioni Ernst Troeltsch, del quale nel 1925 curò la pubblicazione del libro Dottrina della fede (Glaubenslehre), la coltissima baronessa tedesca di confessione protestante abbracciò la fede cattolica durante un viaggio a Roma quando era alla soglia dei cinquant’anni. Evento misterioso e segreto, come ogni conversione che si rispetti, ma di cui abbiamo una lieve traccia in uno dei suoi testi: “Quel vecchio, rigido crocefisso a metà cancellato, quel crocefisso della più cadente basilica di Roma, vuota di preghiere improvvisamente mi aperse le braccia e mi costrinse a inginocchiarmi. Mi sembrò che qualcuno alzasse una tenda sul fondo della mia anima, in cui riconobbi, simile a stigmata d’amore, la stessa immagine dinanzi alla quale mi trovavo inginocchiata: ricevuta, rinnegata, dimenticata eppure intatta, perché quell’amore si era conservato per me”.

E ancora lei scrive: “Sapevo che né in cielo né in terra né fino alla fine dei tempi né nell’eternità, mai vi potrebbe essere cosa alcuna capace di eguagliare quell’amore in forza e dolcezza. Avviluppata ad esso, strappata a me stessa, e già quasi immersa nella sua immensità, credetti di morire. Ma lo stesso infinito mi teneva in vita con un comando dolce e commovente: amami ancora“.

Soltanto un anno prima della sua conversione, e forse non a caso, Gertrud von Le Fort aveva pubblicato gli Inni alla Chiesa (Hymnen an die Kirche), versi solenni come Salmi, che della Chiesa cantavano nascita e natura, missione e santità, amore e destino. Esaltandone l’eterna, universale e soprannaturale potenza ordinatrice, l’autrice intendeva riconoscere alla Chiesa il fatto di aver raccolto e purificato in sé ogni pensiero e fermento religioso della storia millenaria del mondo. Pagano o profano, ateo o agnostico fosse stato il passato contesto dell’intera umana avventura, da Cristo in poi tutto è stato posto sotto il segno della Redenzione del mondo.

“Poetessa della trascendenza”, l’ha definita il critico P. Ferdinando Castelli SJ. Per la forte tensione metafisica che pervade tutta la sua opera, per il rigore della ricostruzione storica che molto spesso le fa da sfondo, per il vigore dell’ideale cristiano cui questa si ispira nonché dei personaggi in cui si incarna, oltre che per la profondità dell’analisi psicologica, la Von Le Fort è senza dubbio una delle figure più interessanti della cultura cattolica tedesca del secolo scorso. La sua opera narrativa forse più importante, L’ultima al patibolo (1931), su una vicenda di suore ghigliottinate durante la rivoluzione francese, da cui successivamente lo scrittore francese Georges Bernanos trasse ispirazione per I dialoghi delle carmelitane, la rese celebre in tutto il mondo.

Le sue pagine vengono accostate senza esitazioni a quelle di Claudel, Bernanos, Mauriac, Dostoevskij, Péguy. Prolifica e raffinata, Gertrud von Le Fort fu autrice di oltre venti libri, raccolte di poesie, romanzi e racconti che, tra l’altro, sembra abbiano contato molto anche nella formazione culturale di Joseph Ratzinger. Nel 1949 Hermann Hesse, insieme con Martin Buber, la propose per il premio Nobel. Prima della conversione aveva scritto gli Inni alla Chiesa. Dopo scriverà molti romanzi, fra i quali: La fontana di Roma (in due riprese: Il lino della Veronica, 1928 e La corona degli angeli, 1946), Il Papa del Ghetto (1930), Le nozze di Magdeburgo (1938), La donna eterna (1934), L’estasi di suor von Barby (1940), La Consolata (1947), La figlia di Farinata (1950).

Il fascino delle opere della scrittrice è quello di seminare elementi biografici nei suoi scritti, ma di non lasciare traccia autobiografica, tanto che i critici hanno a lungo cercato ed indagato, e chiesto a contemporanei che la conobbero di persona, e perlustrato archivi ed articoli alla ricerca di elementi biografici. Rimane a nostro avviso una lettera assai significativa, vergata di pugno della stessa Gertrud, e datata 27 dicembre 1947, in cui rivolgendosi ad una studentessa laureanda sulle sue opere, la scrittrice spiega che “di autobiografico esiste poco, perché io credo che l’autore sia responsabile di fronte al pubblico con la sua opera e non con la sua persona… Del resto – lei dice – questo mio modo di comportarmi è in stretta relazione con il mio libro “La donna eterna” e cioè non si può esigere che caratteristica della missione della donna sia il velo senza che essa lo porti”.

La scrittrice pensava alla donna come al canale dei grandi misteri del cristianesimo nel mondo: la nascita di Cristo, l’annuncio della Pasqua, la discesa dello Spirito Santo che “mostra l’uomo nell’atteggiamento femminile di chi riceve”, e che è la “cellula primogenita della Chiesa”. Il femminile che innerva tutta la creazione, come viene bene espresso in “La donna eterna”.

E a buon ragione allora Bonaventura Tecchi potè parlare di un “velo” che si stende su tutta l’opera dell’autrice tedesca: caratteristica e compito della donna è di conservare cioè un velo, qualcosa di misterioso, non solo nel suo corpo ma anche nella sua anima, nell’abbandono e nella dedizione, nell’amore totale, come accadde a Maria quando pronunciò il suo Fiat. Maria, la Donna per eccellenza, da Gertrud tanto amata e che aveva celebrato nei suoi splendidi versi: “Rallegrati, vergine Maria,/ figlia della mia terra,/ sorella dell’anima mia,/ rallegrati, gioia della mia gioia./ Sono come un vagabondo nella notte,/ ma tu sei un tetto sotto il firmamento./ Sono una coppa assetata,/ ma tu sei il mare aperto del Signore./ Rallegrati Vergine Maria,/ ala della mia terra,/ corona dell’anima mia;/ rallegrati, gioia della mia gioia:/ felici coloro che ti proclamano felice!”.

(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved

Articolo pubblicato sul mensile “Madre di Dio” – ottobre 2011

Successo

Non so per voi ma per me e’ stato abbastanza faticoso nei giorni scorsi dover riprendere le varie attivita’ in cui sono impegnata andando a iniziare il nuovo anno sociale. Come sempre, si fa fatica a ingranare subito la marcia, soprattutto perche’ bisogna imboccare una direzione che spesso e’ nuova e sconosciuta e come tutte le cose che non si conoscono porta con se’ anche un po’ di mistero e di batticuore. E’ come affacciarsi su un nuovo inizio, e forse sara’ cosi’ anche per tanti di voi…

Settembre e’ stato per me tempo di bilanci e di ripartenze. Con qualche novita’. A cominciare dalla piu’ recente: pochi giorni fa ho firmato un nuovo contratto e, tempo qualche mese, uscira’ un mio libro in sloveno: con lo sloveno diventano sette le lingue attraverso cui le mie parole girano per il mondo (dopo l’inglese, il portoghese, il polacco, il turco, il ceco, e naturalmente l’italiano). Provo ogni volta una grande emozione, ma che non nasce dal vedere il mio nome stampato bello grande sulle copertine dei libri. Quello che mi emoziona e’ ricevere le mail dei miei lettori, sentire le loro impressioni, entrare nel loro mondo. Alcuni infatti continuano a scrivermi anche a distanza di anni, mi fanno partecipe in qualche modo delle loro vite.

L’emozione e’ precisamente questo: sentire l’affetto di chi mi legge. Non e’ forse per loro che accendo il “forno” della scrittura ogni giorno, vincendo il mal di schiena che a volte mi inchioda alla sedia e i passeggeri malumori che mi assalgono? Non c’e’ fama o (vana)gloria che tenga, almeno per me, di fronte al mistero delle anime che si schiudono di fronte alle tue parole, quando riesci non si sa come a raggiungere e toccare il loro cuore. Quanto al successo, parola astratta ma che sembra essere un must della nostra epoca, e che tutti inseguono a tutti i costi, io la penso esattamente come lo scrittore Erri De Luca: ‘successo’ è soltanto il participio passato del verbo succedere e, messa la cosa in questi termini, dice saggiamente il buon Erri, ne sono successe di cose piu’ importanti delle mie a questo mondo!

Il passo lento di settembre

Oggi e’ il 30 settembre. In un angolo appartato della Normandia dove le stagioni si succedono con passo dolce e immutabile il 30 settembre del 1897 lasciava il suo fragile corpo di carne per rivestirsi di luce. Aveva solamente 24 anni e la sua missione stava per incominciare: “Passero’ il mio cielo a fare del bene sulla terra”. La carmelitana scalza Teresa di Lisieux, al secolo Thérèse Martin, e’ stata definita la piu’ grande santa dei tempi moderni e, poiche’ anche ai piu’ giovani Dio puo’ concedere i tesori della sua sapienza, Giovanni Paolo II l’ha proclamata Dottore della Chiesa nel 1997. Uno dei piu’ grandi autori del Novecento, lo scrittore austriaco Joseph Roth, le ha dedicato un romanzo oggi riconosciuto come il suo capolavoro: La leggenda del santo bevitore. Un romanzo molto poetico, che ha il suo cuore narrativo nel mistero della grazia e della gratuita’ dell’amore. Leggete questo post che ho pubblicato.

Un po’ di giorni fa e’ stato pubblicato un mio racconto inedito, Non domera’ la bestia chi ne imita il verso, se qualcuno di voi non lo ha ancora letto puo’ farlo cliccando qui. C’e’ anche la possibilita’ di lasciare i vostri commenti ed io vi invito a farlo, sono infatti molto desiderosa di sapere che cosa pensate della storia che ho scritto.

Alcuni di voi mi hanno chiesto che progetti ho in cantiere per questo nuovo anno sociale appena cominciato. Sto scrivendo un saggio letterario dedicato a uno dei poeti piu’ profondi e significativi del Novecento italiano, che uscira’ in primavera e di cui vi parlero’ con maggiori particolari in seguito. Ho terminato la prima stesura di un nuovo romanzo, che lascio ora “riposare” per un po’ di mesi prima di affrontare la seconda e piu’ impegnativa stesura: nella prima infatti e’ tutto un mettere, nella seconda e’ tutto un levare, un po’ come fa lo scultore che sbozza la materia della sua opera… Poi c’e’ una lunga inchiesta nel “dietro le quinte” del mondo editoriale che mi terra’ impegnata in ricerche e interviste per oltre un anno, andandosi a intersecare con gli altri impegni che gia’ ho, gli articoli e testi miei ed il lavoro di scouting che faccio su Flannery.it, il lit-blog che gia’ conoscete, che e’ cresciuto in maniera esponenziale nell’arco di soli due anni. Tante cose, tanti progetti. E allora, diamoci da fare, o come direbbero gli amici spagnoli: Manos a la obra!

Thérèse e la moneta del santo bevitore

di MARIA DI LORENZO

Parigi, aprile 1934. E’ freddo sotto i ponti della Senna e Andreas, un vagabondo senza tetto né legge, cerca riparo, come ogni sera, sotto un mucchio di giornali per proteggersi dal gelo pungente della notte. E’ ancora giovane, ma vivacchia come può tra lavoretti precari, piuttosto rari, e grandi bevute di vino.

Perché vive così? E qual è il suo passato?

Un giorno, un distinto signore lo avvicina sul lungosenna per offrirgli la somma di duecento franchi. Andreas ha fame, ma fa fatica ad accettare il denaro dello sconosciuto, proprio non vuole, e alla fine acconsente ad un patto, quello di riconsegnare i duecento franchi nella Chiesa di Santa Maria di Batignolles, come offerta alla statua di santa Teresa di Lisieux. Un patto davvero singolare, ma Andreas, che è un uomo d’onore, pur senza indirizzo, lo assume come un impegno assoluto. Vivrà solo per questo, per riportare i soldi alla “signorina Thérèse“.

La cosa è assai più facile a dirsi che a farsi. Da questo momento, infatti, gli succedono tante e tante di quelle vicende, strampalate e incredibili, che ritardano ogni volta l’esecuzione della promessa solenne da lui fatta all’anziano benefattore.

Poco alla volta veniamo a scoprire il suo passato.

Andreas Kartak aveva abbandonato la Slesia polacca, nella quale era nato e faceva il minatore, per andare in Francia. Qui era stato ospitato da una famiglia di connazionali, i coniugi Schebiec, che gli avevano offerto un alloggio mentre lavorava in miniera. Si era però innamorato di Caroline Schebiec e, per evitare che il marito, venuto a conoscenza del tradimento, la massacrasse a legnate, l’aveva colpito a sua volta, uccidendolo.

Dalla galera era uscito un uomo distrutto e senza progetti: solo, senza la prospettiva di un lavoro, Andreas aveva finito col fare la vita del clochard, dormendo sotto i ponti della Senna.

Ora, dopo l’incontro col misterioso benefattore, il vagabondo in cuor suo si sente “ricco” e per prima cosa, l’indomani, decide di radersi e di comprare un giornale per sapere che giorno fosse quello. Mentre fa colazione viene avvicinato da un signore che gli chiede se può aiutarlo nel trasloco, venendo pagato immediatamente con cento franchi e con altri cento dopo aver completato il lavoro. Questo lavoro dura due giorni e al termine, la domenica, Andreas decide che è ora di andare a pagare il suo debito alla cappella di Santa Teresa. Ma mentre si dirige verso la chiesa incontra Caroline, la sua vecchia “fiamma”, e passa la giornata con lei dimenticandosi completamente del debito da saldare. Il giorno dopo se ne torna a dormire sotto i ponti.

Una notte, però, Andreas sogna santa Teresina che gli chiede i duecento franchi del debito: destandosi dal sonno s’accorge di avere nel portafoglio l’incredibile cifra di mille franchi. Nella tabaccheria in cui corre a farsi cambiare i soldi gli sembra di riconoscere un suo vecchio compagno di scuola, ora ritratto in vesti di calciatore famoso. Decide così di andare al cinema, e poi di cercare il suo vecchio amico, Kanjack: lo trova in un albergo di lusso dove il suo compagno alla fine della giornata gli affitterà una stanza.

Il debito con santa Teresina è ancora una volta dimenticato. Infatti, dopo essersi lavato, Andreas incontra fuori dalla sua camera una bella ragazza di cui s’invaghisce all’istante, passando la notte con lei, ed anche il giorno seguente. L’indomani però è domenica e lui se ne va, con l’intenzione di raggiungere finalmente la chiesa dove Teresina lo aspetta. Sulla strada, però, incontra Woitech, un suo compagno di miniera: va da sé che mollerà i suoi buoni propositi per andare a sbronzarsi con lui nel bar proprio vicino alla chiesa. Woitech gli chiede dei soldi e lui gli dà tutti quelli che aveva messo da parte, così alla fine non gli resta che tornare sotto i ponti. Ma un signore, saputo che lui è molto devoto a santa Teresa, gli consegna duecento franchi perché Andreas possa pagare il suo debito.

Il lupo, però, come si dice, perde il pelo, ma non il vizio: Andreas passa le notti seguenti al Tari-Bari, un locale sulla Senna, dove la domenica mattina, al momento di saldare il conto, non gli resta più uno spicciolo per il suo debito.

A questo punto, che fare?

Il clochard, a cui non fa certo difetto la fiducia nella Provvidenza, una fiducia pari quasi alla sua sventatezza, si presenta ugualmente nella chiesa di Santa Maria di Batignolles, speranzoso di riuscire in qualche modo a trovare i duecento franchi che gli occorrono. E, infatti, un poliziotto lo ferma e gli consegna un portafoglio non suo, dicendogli che l’aveva appena perso.

La circostanza, come le altre del resto, sa proprio di miracolo, ma l’incorreggibile Andreas Kartak viene distratto ancora una volta dall’amico Woitech, con il quale va ad ubriacarsi in un bar. Qui c’è una bimba di nome Thérèse che, ormai brillo, gli ricorda la santa e il suo debito d’onore.

Andreas è ormai allo stremo delle forze, il suo cuore malandato non regge più l’alcol e il vagabondo, a un certo punto, crolla a terra svenuto. Non essendoci neppure un medico nelle vicinanze, il barbone viene portato nella cappella di santa Teresa di Gesù Bambino dove, prima di spirare, si tocca i soldi nella tasca dicendo “Signorina Thérèse!”.

Ha pagato il suo debito, finalmente.

La leggenda del santo bevitore è un romanzo poetico e molto suggestivo, che ha il suo cuore narrativo nel mistero della grazia e della gratuità dell’amore. E’ testo narrativo che lo scrittore ebreo austriaco Joseph Roth lasciò come testamento spirituale, morendo pochi giorni dopo averlo composto, a Parigi nel maggio del 1939, consumato dall’alcol e dalla disperazione per l’ondata di odio, di antisemitismo e di furore autodistruttivo che stava avvolgendo l’Europa alla vigilia della seconda guerra mondiale con la tragica ascesa al potere di Hitler.

Una vicenda, quella del santo bevitore, dall’intenso sapore autobiografico, nella quale Joseph Roth, uno dei più grandi autori del Novecento, ebreo di nascita ma fortemente affascinato dal cattolicesimo, affida al personaggio di santa Teresina il ruolo sicuramente più importante della storia: è lei il demiurgo, quella specie di nocchiero invisibile che traghetta l’anima di Andreas sulla sponda dell’eternità, nell’abbraccio con Dio.

Ma perchè proprio Teresina?

Forse per l’esperienza, certamente singolare, vissuta dalla santa di Lisieux nel suo farsi compagna di strada e sorella di tanti uomini e donne privi di Dio, per aver vissuto come loro, e insieme a loro, sentinella dell’invisibile, la terribile esperienza di vuoto che nasce dal buio della fede, dentro le viscere segrete dei loro giovani anni indecisi.

Perchè un giorno Teresina aveva accettato di sedere a “quella tavola colma di amarezza alla quale mangiano i poveri peccatori”, condividendo con tanti uomini del suo (e nostro) tempo “i ragionamenti dei peggiori materialisti”, e potendo proprio per questo testimoniare, dall’interno del dramma dell’ateismo contemporaneo, il miracolo della solidarietà e dell’intercessione.

Andreas, il “santo bevitore”, nella sua cocciuta determinazione di riconsegnare il denaro ricevuto in dono alla statua della santa di Lisieux, sembra svelarci, alla fine della storia, il più misterioso dei segreti dell’esistenza umana, che è poi l’essenza stessa, la radice del cristianesimo: Dio è un amore mendicante.

Dio è quell’amore, senza “se” e senza “ma”, che sempre aspetta, che sempre accoglie, e non si stanca mai, e mai si rifiuta di aprire le braccia ai figli peccatori, a questa umanità fragile e dolente, che gli trafigge il cuore con le sue infedeltà, con l’incoerenza della propria vita, dono incommensurabile eppure sciupato spesso con giovanile noncuranza in mille cose futili, di questo tempo da lui donato a piene mani, dono prezioso anch’esso, eppure anch’esso buttato via, tante volte, come oro di scarso valore, moneta falsa.

Come Andreas, il vagabondo che dopo aver sperperato con disperata allegria la sua esistenza fra bistrot e bordelli, muore col nome di Thérèse sulle labbra. Il suo desiderio di riscatto lo fa più forte della sua incoerenza: la vita lo ha travolto senza togliergli l’originaria innocenza, che neppure l’alcol e la miseria hanno oscurato. Confusamente, infatti, egli sa che una luce c’è per lui, da qualche parte. Un amore più grande che lo attende. Che ci attende.

Come si fa allora a vivere senza il mistero?

*

(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved – tratto dal volume: “Nasconditi dentro il mio cuore” (2009)

Così si uccide un magistrato giusto

La mattina del 21 settembre 1990 era una giornata ancora calda di inizio autunno, frequentavo a Urbino uno stage con il mitico Corso Bovio. Per me era un giorno come tutti gli altri, il giorno spensierato di una studentessa, ma a molti chilometri da li’ si consumava proprio in quegli istanti il sacrificio di un giovane magistrato, Rosario Livatino. Un giovane cresciuto in una terra, la Sicilia, dove ognuno appena viene al mondo deve deciderlo subito da che parte vuole stare, con la legge oppure contro, se vuole essere picciotto oppure sbirro… Rosario Livatino era un ragazzo normale, che aveva respirato aria di mafia fin da bambino, pero’ in lui il richiamo della giustizia era stato più forte di tutto.

Fu ucciso mentre si recava al lavoro presso il Tribunale di Agrigento. Non aveva ancora compiuto 38 anni. L’Italia scopriva con la sua morte l’eroico sacrificio di un giovane servitore dello Stato che aveva vissuto tutta la propria vita alla luce del Vangelo. Mi appassionai anch’io alla figura di questo giovane magistrato, alla sua purezza, alla sua coraggiosa testimonianza. Ero solo una studentessa universitaria allora, ma gia’ sapevo che scrivere sarebbe stato il mio destino e cosi’ decisi in cuor mio che un giorno avrei scritto un libro su di lui, come poi e’ stato: Rosario Livatino – Martire della giustizia e’ il volume che ho realizzato in occasione del decennale della sua morte, e che è tornato nelle librerie in una nuova edizione. Per tenere alta la fiaccola della memoria su questo giudice e cristiano autentico per cui la Diocesi di Agrigento ha deciso di recente di aprire il processo di canonizzazione.

Non domerà la bestia chi ne imita il verso

Racconto di MARIA DI LORENZO

*

Cara Milena,

ti scrivo questa lettera sul treno mentre raggiungo di notte la frontiera, perciò non fare caso alla mia calligrafia se questa volta non è delle migliori. Da quando sei partita è già trascorso un anno ormai… ricordi l’ultima volta che c’incontrammo? Fu all’università, mi sembra; tu stavi uscendo dalla biblioteca dove avevi mostrato a tutti con orgoglio il tuo passaporto nuovo di zecca, mentre io raggiungevo trafelata (come sempre!) la lezione pomeridiana del professore, e così finimmo per scontrarci proprio sulla porta. Ti ricordi?

E’ già passato un anno. Il tempo ha travolto ogni cosa nella sua corsa cieca, selvaggia, e nella velocità del crollo le distanze si sono fatte così spaventose, così inarrestabili. L’hai notato anche tu? La cenere dei giorni si deposita poco alla volta sui nostri occhi, ci fa pesanti le palpebre; poco alla volta scava solchi sopra le nostre facce: di dolore, di sottile inquietudine, a cui non sappiamo neppure dare un nome… [continua]

Settembre

Foto: Luigi La Rosa - all rights reserved

Settembre comincia con la leggerezza di un vetro soffiato, come se mi affacciassi su un nuovo inizio… e certamente lo è, per me e forse per tanti di voi: si riprende il cammino interrotto, oppure si cambia direzione, percorso, ci si inoltra su strade prima mai battute, col fiato sospeso contro l’ignoto ma anche con un granello di gioia nel cuore che vuole mettere radici e germogliare. Finalmente.

La stagione che tramonta

Torno a voi dopo la pausa estiva, mentre con il mese di agosto che se ne va anche l’estate inevitabilmente si allontana. C’e’ una indefinibile malinconia, ed anche una indefinibile dolcezza, in questa stagione che si accorcia e tramonta, non vi sembra? Sara’ che io sono nata proprio in estate e come tutti quelli nati in estate nutro un particolare attaccamento per questa stagione.

Mi auguro che siate riusciti ad avere in queste settimane il vostro meritato periodo di riposo e che abbiate trascorso una estate serena, possibilmente anche con un po’ di allegria… Per me e’ stato un periodo di riposo e di lavoro al tempo stesso, equamente distribuiti.

Ed ora sono qui, che metto i miei passi accanto ai vostri passi per continuare, se volete, il nostro cammino insieme.

Avete mai letto la Divina Commedia tutta intera? E se l’avete fatto non vi e’ sembrato di entrare in punta di piedi in una immensa cattedrale fatta di parole? Una cattedrale magnifica, con i versi al posto dei marmi e degli stucchi, interamente concepita dall’ingegno del nostro sommo Dante. Parlo proprio di questo nel mio ultimo articolo, uscito pochi giorni fa su una rivista. Naturalmente è in versione cartacea ma ne ho copiato il testo sul mio sito e cosi’ lo potete leggere, se vi va, a questo indirizzo:
http://mariadilorenzo.wordpress.com/2011/08/30/una-cattedrale-fatta-di-versi/

Il 5 settembre prossimo cade il 14esimo anniversario della morte di Madre Teresa di Calcutta, ma lei non amava affatto che si usasse questa parola, ‘morte’, diceva infatti che la morte per lei era semplicemente “tornare a casa, da Gesù”. Quasi in coincidenza con questo anniversario esce la nuova edizione targata 2011 del mio libro Madre Teresa. Lo splendore della carita’, un libro che incredibilmente vive di vita propria, per cosi’ dire, e questo da ben otto anni, senza nessuna promozione pubblicitaria, con continue ristampe ed edizioni, anche in altre lingue (e’ stato tradotto persino in turco). Certamente non è del tutto merito mio, anche se io ho cercato di fare del mio meglio quando mi sono messa a scriverlo: il merito e’ del personaggio Madre Teresa, capace di attirare i cuori come nessuno. Le lettere che ricevo da tanti anni da parte dei lettori del mio libro sparsi per il mondo me lo testimoniano ogni giorno: la sua stella brilla ancora, e brillera’ a lungo nel mondo.
Vi segnalo la scheda del mio libro. E qui c’e’ un pezzettino del libro, uno stralcio di un capitolo pubblicato da Flannery.it qualche tempo fa: Madre Teresa e il paradigma delle beatitudini.

Ci sono delle vite che illuminano altre vite. E che continueranno a farlo anche dopo la morte. Credo sia proprio questo il destino di David Servan-Schreiber, che ha perso poco piu’ di un mese fa la sua battaglia contro un male inesorabile. David era un medico francese specialista nelle neuroscienze ma era soprattutto un grande uomo, che ha dato prova di grande coraggio nell’affrontare – ancora molto giovane – una tremenda battaglia col male che l’aveva colpito. Vi parlero’ di lui quando vi presentero’ il suo ultimo libro, una sorta di testamento, che uscira’ a breve in Italia e su cui ho intenzione di scrivere un articolo, ma per il momento vorrei che voi cominciaste a fare conoscenza con la sua persona attraverso questo post che ho messo subito dopo la sua morte sul mio sito.

Vorrei salutarvi infine proprio con un suo pensiero: “Tutto cio’ che impedisce un legame autentico con gli altri e’ gia’ di per se’ un passo verso la morte”.

Non siete d’accordo anche voi?

Dovremmo ricordarcene piu’ spesso, in modo particolare quando l’apatia o la paura di metterci in gioco frena la nostra relazione con gli altri, dimenticando che noi siamo esseri umani che vivono l’espressione massima della propria natura solo nella relazione autentica con gli altri.

A presto, carissimi amici, e un saluto affettuoso a tutti.

Maria Di Lorenzo

Una cattedrale fatta di versi

di MARIA DI LORENZO

Nella sua stanza, appesa sulla porta, in bella evidenza, teneva la stupenda preghiera di San Bernardo alla Vergine tratta dal Paradiso di Dante (canto 33°, vv. 1-21) che lui stesso aveva ricopiato a mano con cura, in bella calligrafia, per poterla avere sempre davanti agli occhi. Pier Giorgio Frassati la recitava spesso, ad alta voce com’era solito fare, e con la Salve Regina questa era la preghiera mariana che amava di più. Pier Giorgio era un vero appassionato di Dante Alighieri, il sommo poeta della Divina Commedia che voleva una Chiesa santa e che amava, anche lui, la Madre di Dio, Colei, scriveva, il cui volto “a Cristo / più si somiglia” (cfr. Paradiso, canto 32°, vv. 85-86).

Ma Frassati non era e non è certamente l’unico ad aver nutrito questa venerazione tutta speciale per il padre della nostra letteratura, veramente un gigante delle patrie lettere che ha saputo infiammare con i suoi versi i cuori e le menti di generazioni e generazioni di lettori, in Italia e nel mondo, con il suo capolavoro immortale, la “Divina Commedia”.

La Commedia di Dante Alighieri è una “cattedrale” poetica, affidata alla bellezza dei versi, in cui egli traccia il proprio itinerario personale di liberazione e di ascensione a Dio. Come ha scritto a tal proposito Romano Guardini, “l’opera di Dante, come le cattedrali del medioevo e le somme dei filosofi scolastici, si prefigge il gigantesco compito di costruire quel mondo strutturato, in cui la ricchezza dell’esistenza perviene all’unità”.

E il grande Hans Urs von Balthasar ha ribadito il medesimo concetto affermando che Dante “sembra farsi posto fra i grandi costruttori di cattedrali medievali nei quali, per un’ultima volta, estetica ed etica coabitano in modo così indivisibile, si postulano e si promuovono a vicenda”.

Il sommo poeta era nato a Firenze il 29 maggio 1265 da una famiglia della piccola nobiltà. A 20 anni aveva sposato Gemma Di Manetto Donati, appartenente a un ramo secondario di una grande famiglia nobile, dalla quale avrà quattro figli, Jacopo, Pietro, Giovanni e Antonia. Si era consacrato assai presto e completamente alla poesia studiando anche filosofia e teologia, in modo particolare Aristotele e Tommaso d’Aquino. A partire dal 1304, per vicende politiche legate alla sua città, era iniziato per Dante il lungo e doloroso esilio, che l’avrebbe portato a vagare di città in città e di corte in corte per guadagnarsi da vivere, scoprendo come “sa di sale lo pane altrui”.

Invitato a Ravenna da Guido Novello da Polenta, signore della città, nel 1319, due anni più tardi era stato inviato da questi a Venezia come ambasciatore. Fu proprio rientrando dal viaggio a Venezia che Dante venne colpito da un attacco di malaria: morì all’età di 56 anni nella notte tra il 23 e il 24 settembre 1321 a Ravenna, dove oggi si trova ancora la sua tomba.

Nell’anno 1306 l’Alighieri aveva intrapreso la redazione della “Divina Commedia”, opera gigantesca alla quale avrebbe lavorato praticamente per tutto il resto della sua vita. Una grande opera mariana, è stata definita da qualcuno, perché Maria vi ha un posto assolutamente unico, presente in primo luogo nel cuore di Dante e da lui pienamente inserita nel disegno della Redenzione. L’assunto del capolavoro dantesco, nei suoi molteplici piani di lettura, da quello descrittivo a quello simbolico, allegorico e metaforico, è l’esaltazione del ruolo di mediazione della Vergine: si va a Dio per Cristo, ma a Cristo per Maria.

La prova di questa tesi è costituita dal viaggio di Dante, che è anche la parabola del pellegrinaggio terreno dell’uomo verso il Cielo. E’ una storia di cadute e di purificazione, di peccato e di grazia, sigillata dalla più bella preghiera alla Vergine Madre, che tutto orienta, protegge, anima con la sua presenza attiva di mediatrice. La sua iniziale discesa agli inferi, dove il poeta scopre tutto il male di cui il mondo è capace e di cui ogni uomo può macchiarsi, arriva poi alle sponde del Purgatorio dove Dante vede la bellezza della comunione e della condivisione delle anime purganti, che procedono tutte insieme per “ire a farsi belle”, anticamera del Paradiso, dove sono le anime felici dei santi.

Per salire fino alla visio Dei il poeta dovrà essere aiutato e poiché neppure Beatrice, che è già santa e in cielo, può farlo, ecco che entra in scena la figura di San Bernardo, grande santo e mistico del Duecento, autore di quel Memorare che rappresenta il vertice della fiducia nella Madonna come soccorritrice dell’umanità sofferente. San Bernardo in Paradiso rivolge alla Vergine Maria una delle preghiere più belle che mai le siano state dedicate.

«Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio,

tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ‘l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore.

Qui se’ a noi meridïana face
di caritate, e giuso, intra ‘ mortali,
se’ di speranza fontana vivace.

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar sanz’ ali.

La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fïate
liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s’aduna
quantunque in creatura è di bontate.»

*

La sua celebre orazione si colloca significativamente in apertura al XXXIII canto del Paradiso, l’ultimo della Commedia, il canto nel quale si realizza l’evento che costituisce la meta del cammino di salvezza del poeta: la visione di Dio, il “sommo piacer” (v.33) e il “fine di tutti i disii” (v.46). Il viaggio ultraterreno di Dante verso il Cielo, che è l’ultima salute, per la visione beatifica di Dio, è un cammino che avviene per Maria e con Maria.

Maria è fonte di salvezza per l’umanità, perché in lei storicamente si è compiuto il mistero dell’Incarnazione. Così Maria diventa “termine fisso d’etterno consiglio” (v.3), punto stabilito nel tempo dal disegno di Dio, perché si compia l’umana salvezza. Maria, giovane e umile donna di Nazareth è, nel fluire della Storia, quel punto fermo a cui Dio affida fin dall’eternità il cambiamento del mondo con l’ingresso del Figlio nel Tempo. La grandezza della Vergine (“umile e alta più che creatura”, v. 2) è tutta nella sua umiltà, riflesso dell’obbedienza a Dio. Maria è grande perché quaggiù è per noi “meridiana face” (v.10), cioè volto visibile della bontà invisibile di Dio. In lei infatti si rispecchia il volto della misericordia di Dio, quell’amore gratuito, traboccante, materno, che “non pur soccorre / a chi domanda, ma molte fiate / liberamente al dimandar precorre (vs. 16-18).

Ciò significa che la Madonna è per noi continua fonte di speranza, a cui poter guardare sempre, anche nei momenti di grande difficoltà. E se qualcuno, sostiene Dante, volesse una grazia e non ricorresse a lei, sarebbe come se un essere vivente fosse sprovvisto di ali e pur volesse a ogni costo volare. Perché in definitiva Maria è la madre di Cristo, certo, ma è anche madre nostra, e in quanto tale, ella non può non ascoltare i suoi figli in cammino nel mondo e non venire in loro soccorso nelle tenebre e nelle tribolazioni di questa vita terrena.

(c) Maria Di Lorenzo – pubblicato sul mensile Madre di Dio – agosto/settembre 2011 – all rights reserved

Vailankanni, una piccola Lourdes nel cuore dell’Asia

di MARIA DI LORENZO

L’India è una terra che ti lascia senza fiato. Scenari di ineguagliabile bellezza, in cui coesistono gli aspetti più selvaggi con quelli più struggenti, soffusi di pacata dolcezza, si schiudono davanti agli occhi dei suoi visitatori, fra colori accesi e profumi così intensi che impregnano l’aria fino a stordire, in una sarabanda di luci e di voci assordanti. L’immenso subcontinente indiano è anche una terra dai mille contrasti, abitata da molteplici contraddizioni. Per dirla con le parole del celebre scrittore Rudyard Kipling, è un luogo dove “palazzi e topaie, miseria e orgoglio, fianco a fianco, si ignorano”.

Due secoli di colonizzazione inglese vi hanno lasciato in maniera indelebile la loro impronta. Infatti, al tempo dell’Impero Britannico, che raggiunse il suo apogeo sotto la regina Vittoria, alla fine del XIX secolo, allorché poteva estendersi su un quarto della superficie terrestre, l’India era considerata il “gioiello della Corona”. Due culture, l’indiana e l’anglosassone, modellavano il suo volto millenario, in una fusione irripetibile di Oriente e Occidente. Ma, accanto ai segni del fasto e della scintillante mondanità, c’erano quelli assai più dolorosi e lancinanti della povertà e del degrado.

Calcutta, la capitale del Bengala resa celebre dall’opera missionaria della Beata Madre Teresa, era una delle città più splendenti al tempo della Corona, e conserva ancora oggi alcuni tratti di quella metropoli, monumentale e magnifica, che era stata un giorno sotto l’Impero Britannico.

Sulla costa del Golfo del Bengala, 250 km a sud della città di Madras, c’è un luogo assai singolare, un piccolo paese di appena cinquemila abitanti che oltre venti milioni di pellegrini, da ogni angolo dell’India e da altri Paesi della terra, vengono ogni anno devotamente a visitare. Questo ridente paesino indiano ricco di palmizi si chiama Vailankanni e a noi occidentali il suo nome probabilmente non dice molto, ma nell’immaginario religioso dell’immenso Continente asiatico è conosciuto e venerato come la “Lourdes d’Oriente”.

La Madonna, secondo la tradizione, avrebbe scelto proprio questo sperduto paese del Bengala per mostrare la sua sollecitudine materna, operando miracoli e apparendovi diverse volte. Una tradizione orale ben fondata parla di tre apparizioni di Maria. La prima risalirebbe al sedicesimo secolo. Un ragazzo indù stava andando a consegnare il latte a un cliente; mentre riposava sotto un albero, vicino a un laghetto, gli apparve la Madonna, chiedendogli un po’ di latte per il suo Bambino. Il ragazzo acconsentì prontamente per poi rimettersi in cammino.

Arrivato alla casa del cliente, chiese scusa del ritardo e anche per il latte che mancava. Controllando però il recipiente del latte si accorse che non mancava niente. Lo stesso signore, anche lui un indù, incuriosito dal racconto del ragazzo, si recò al laghetto insieme al ragazzo. E qui la Madonna apparve di nuovo. Il fatto si diffuse tra la comunità cattolica vicina che chiamò quel laghetto Matha Kalum, cioè il Laghetto di Nostra Signora.

Alcuni anni più tardi la Madonna apparve di nuovo, questa volta a un ragazzo disabile che vendeva burro in una piazza dello stesso villaggio di Vailankanni. A lui la Vergine domandò un po’ di burro per il suo Bambino. Il ragazzo glielo diede. Poi la Madonna gli disse di parlare dell’accaduto ad un facoltoso cattolico di una città vicina. Il ragazzo non si accorse subito di essere guarito alla sua gamba. Si alzò immediatamente e si recò da quel signore per eseguire la commissione. Anche lui, il giorno prima, aveva avuto una visione, in cui la Madonna gli chiedeva di edificarle una cappella. Subito dopo, insieme, si recarono al luogo dove Nostra Signora era apparsa. E proprio qui fu costruita una piccola cappella (poco più che una capanna), che ben presto divenne un luogo di culto alla Madonna, chiamata “Arokia Matha” cioè “Madre della Buona Salute“.

Il terzo miracolo riguarda invece dei mercanti portoghesi che, per intercessione della Vergine Maria, furono salvati dal naufragio. Essi furono poi condotti dai pescatori del luogo alla capanna-cappella. Questi mercanti, tornati dal loro viaggio, fecero costruire una vera cappella, dedicandola a Nostra Signora nel giorno della sua natività. Era l’8 settembre. In questo modo volevano ricordare il giorno del loro prodigioso salvataggio dalla tempesta al largo di Vailankanni.

Come sappiamo, da alcuni anni l’11 Febbraio, giorno in cui la Chiesa commemora l’Apparizione di Nostra Signora a Lourdes, è stato significativamente associato a un evento importante: la celebrazione della “Giornata Mondiale del Malato”. Nell’anno 2002, in cui se n’è celebrato il decimo appuntamento, la Giornata ha avuto luogo proprio presso questo noto Centro di pellegrinaggio mariano dell’India meridionale, il Santuario della “Madonna della Salute” di Vailankanni. E, di certo, non a caso. Da diversi secoli, infatti, con fiducia e profonda devozione, milioni di uomini e donne raggiungono il Santuario situato sulle coste del Golfo del Bengala, certi dell’aiuto celeste della Madre di Dio per tutte le loro necessità, soprattutto guarigioni dalle sofferenze corporali che li affliggono.

Come ha scritto il S. Padre Giovanni Paolo II nel Messaggio per tale “X Giornata Mondiale del Malato”, svoltasi per l’appunto a Vailankanni, “la sofferenza rimane un fatto fondamentale della vita umana. In un certo senso essa è profonda quanto l’uomo stesso e tocca la sua stessa essenza (cfr. Salvifici doloris, n. 3). Nella sua profondità e nelle sue molte forme, essa va considerata da un punto di vista che trascende l’aspetto meramente fisico. Sebbene la Chiesa ritenga che nelle interpretazioni non cristiane della sofferenza siano presenti molti elementi validi e nobili, la sua comprensione del grande mistero umano è unica. Per scoprire il significato fondamentale e definitivo della sofferenza “dobbiamo volgere il nostro sguardo verso la rivelazione dell’amore divino, fonte ultima del senso di tutto ciò che esiste” (ibid., n. 13). La risposta alla domanda sul significato della sofferenza è stata “data da Dio all’uomo nella Croce di Gesù Cristo” (ibid.). La sofferenza, conseguenza del peccato originale, assume un nuovo significato: diviene partecipazione all’opera salvifica di Gesù Cristo (cfr.Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1521). Attraverso la sofferenza sulla Croce, Cristo ha prevalso sul male e permette anche a noi di vincerlo. Le nostre sofferenze acquistano significato e valore se unite alle sue. In quanto Dio e uomo, Cristo ha assunto su di sé le sofferenze dell’umanità e in Lui – scrive ancora Giovanni Paolo II – la sofferenza umana stessa assume un significato di redenzione. In questa unione fra l’umano e il divino, la sofferenza manifesta il bene e supera il male.”

Ci sono molte chiese in diverse parti dell’India dedicate alla Madonna, venerata sotto vari titoli, uno dei quali, molto amato dalla gente, è proprio quello di Nostra Signora della Salute, che si venera a Vailankanni. Nel settembre del 1771, Vailankanni – che era stata fino ad allora parte della Parrocchia di Nagapattinam – viene elevata al rango di parrocchia. Attorno alla piccola cappella viene costruita una grande chiesa, consacrata nel 1933, che Papa Giovanni XXIII, il 3 novembre 1962, ha elevato alla dignità di Basilica, sotto la giurisdizione della diocesi di Thanjavur. Questo Santuario dedicato a “Nostra Signora della Salute”, un vero gioiello dell’India che merita certamente di essere visitato, attira molti più pellegrini di ogni altro Santuario dell’India cattolica.

Ancora oggi, a distanza di secoli, si celebra con grande partecipazione la sua festa annuale, la quale dura ben nove giorni, dal 29 agosto all’8 settembre, richiamando centinaia di migliaia di pellegrini. Per significare la protezione della “Madonna della Buona Salute” su tutta l’India, durante i nove giorni di questo Pellegrinaggio annuale, vengono celebrate Messe nelle varie lingue regionali indiane. La statua-simbolo del Santuario di “Nostra Signora della Buona Salute” mostra la Madonna vestita nel caratteristico sari indiano, per farla sentire proprio “indiana”, nei tratti somatici come nel vestiario.

In una terra dall’antica e profonda religiosità come l’India, questo Santuario dedicato alla Madre di Dio è veramente un punto di incontro per fedeli appartenenti alle più diverse confessioni religiose; ed è un magnifico esempio di possibile armonia e concordia fra popoli di differenti fedi religiose del mondo. Vailankanni, infatti, non attira soltanto i pellegrini indiani di fede cattolica, ma anche tantissimi seguaci di altre religioni, in particolare indù, che vedono nella “Madonna della Salute” la Madre premurosa e compassionevole dell’umanità sofferente.

Vailankanni è perciò conosciuta affettuosamente come ‘la Lourdes d’Oriente’ perché, proprio come accade a Lourdes in Francia, tanti pellegrini visitano il Santuario durante l’anno, pregano “Nostra Signora della Salute” per i loro più svariati bisogni, e poi vengono a ringraziarla per i favori strappati dalla sua materna intercessione a Gesù, il Divino Taumaturgo, che è venuto perché tutti “abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10, 10).

(c) Maria Di Lorenzo – pubblicato sul mensile Madre di Dio – novembre 2004 – all rights reserved

Il lungo silenzio

di MARIA DI LORENZO

“Non posso dimenticare le mie lunghe albe popolate di fantasmi. Non posso dimenticare quello che c’era e non c’è più, quello che il governo non ha fatto, e la nostra solitudine nel dolore. Siamo stati espropriati di tante cose, dei nostri ideali, ma anche della civile convivenza”.

Rita Costa, vedova di mafia. E come lei, Giovanna Terranova, Saveria Antiochia, Gina Saetta, Agnese Borsellino, Rosaria Schifani: le donne silenziose e schive (mogli, madri, sorelle, compagne) degli uomini impegnati in prima linea nella lotta contro la mafia. Donne nell’ombra che non assurgono mai agli onori della cronaca se non in quel momento terribile in cui acquistano lo status di vedove: vedove della mafia.

A loro, a queste donne coraggiose e forti, la regista Margarethe von Trotta ha voluto dedicare Il lungo silenzio, misurandosi, lei cineasta tedesca trapiantata da qualche anno in Italia, con un tema così complesso, nonché doloroso, da far tremare i polsi a molti registi di casa nostra.

Il lungo silenzio racconta la storia paradigmatica di Carla (Carla Gravina), moglie di un magistrato in prima linea (Jacques Perrin), abituata a condurre, per amore del suo uomo, una vita blindata: poca libertà, un senso di oppressione costante, la paura che si annida in ogni gesto quotidiano, la solitudine e l’attesa.

Ma Carla Aldovrandi è una donna tenace, forte nella sua umana fragilità e, soprattutto, fedele ai suoi sentimenti: quando la mafia le fa saltare in aria il marito con una carica di tritolo (come non ricordare Falcone e Paolo Borsellino?), lei non ci pensa due volte a raccoglierne l’eredità, continua la lotta, non si arrende e spinge altre donne a lottare in nome della speranza, rompendo il lungo silenzio nel quale hanno vissuto per omertà o per quel senso di inazione che il dolore produce e che paralizza la volontà.

Bellissimo, quindi, il finale del film: lo schermo diviso in tanti quadri, tanti volti di donne, come istantanee di una carta d’identità collettiva, che cominciano a parlare, a voce sempre più alta e tutte insieme, a spezzare quel silenzio che troppo a lungo ha pesato sulle loro esistenze.

In questo modo affiorano alla mente alcuni versi, profetici e dolenti, di Ungaretti: “E’ nei vivi la strada dei defunti / siamo noi la fiumana d’ombre / sono esse il grano che ci scoppia in sogno / loro è la lontananza che ci resta / e loro è l’ombra che dà peso ai nomi”. Questo a significare che c’è un tributo di morti e di sangue che non potrà mai essere rimosso, che il dovere della memoria non si elude ma va osservato ogni giorno, con occhi asciutti, per vivere il presente.

Ed è straordinario il pudore e il raro equilibrio con cui c’è riuscita Margarethe von Trotta, adottando un altro e più discreto punto di vista: uno sguardo al femminile in cui la parola cuore fa rima con intelligenza, senza mai scivolare sul piano inclinato della querimonia e dell’effetto spettacolare (non ci sono scene di violenza, non ci sono macchine che saltano in aria né spargimenti di sangue, che fanno tanto fiction televisiva), ma conservando la luce di quella forte tensione civile che attraversa l’intera cinematografia della regista tedesca (Anni di piombo, Lucida follia, Paura e amore) e in cui, miracolosamente, l’ottimismo della speranza riesce a coniugarsi con il pessimismo di una intelligenza sempre vigile.

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(c) MARIA DI LORENZO – pubblicato su “Oggi e Domani” – Anno XXI – N. 9 – Settembre 1993 – all rights reserved

Il grande cocomero

di MARIA DI LORENZO

“Quello che c’è di emozionante negli adolescenti – affermava Francois Truffaut – è che tutto quello che fanno, lo fanno per la prima volta”. Ma chi l’ha detto che “il tempo delle mele” conosce solo spensieratezze? Probabilmente è proprio in questa unicità del vissuto adolescenziale, è in tale condizione aurorale dell’essere che più facilmente si annida il male di vivere: nei verdi paradisi infantili possono aprirsi abissi infernali di solitudine e di disamore. E la malattia, attraverso la quale viene somatizzata l’angoscia di crescere e l’impossibile anelito a rimanere sempre bambini, può rappresentare una sorta di scudo protettivo, una difesa verso il mondo esterno, percepito come cattivo, respingente, ansiogeno.

E’ l’assunto centrale su cui poggia e si snoda il percorso tematico de Il Grande Cocomero di Francesca Archibugi, ispirato al saggio Il raccoglitore nella segale di Marco Lombardo Radice, il neuropsichiatra infantile prematuramente scomparso quattro anni fa, che fu convinto assertore della teoria antipsichiatrica, quella che individua nell’incontro dialettico fra dottore e paziente, in un gioco continuo e sofferto di scambi emotivi, la chiave di volta per giungere al nocciolo duro dei traumi infantili.

Scritto da Francesca Archibugi, questa volta senza l’ausilio delle sceneggiatrici Gloria Malatesta e Claudia Sbarigia, Il Grande Cocomero è la storia di una bambina sofferente di epilessia “per protesta” (l’esordiente Alessia Fugardi) e di un dottore capace di grandi slanci affettivi (Sergio Castellitto), la storia di una malattia originata da un vuoto d’amore e di una guarigione amorosa. Un tema decisamente impegnativo per una cineasta sensibile come Francesca Archibugi e per un produttore atipico come Leo Pescarolo, innamorato del cinema come pochi e pronto a scommettere ancora sul giovane talento della 32 enne regista romana, dopo l’ottimo esordio di Mignon è partita e la felice conferma di Verso sera.

Mutuato dai Peanuts di Schultz, il cocomero del titolo è lo spirito benefico della Grande Zucca atteso vanamente da Linus e compagni nella mitica notte di Halloween: metafora piuttosto scoperta di un irrisolto desiderio di comunicazione affettiva, di solide e rassicuranti corrispondenze emotive. Un desiderio frustrato che è alle radici del male di Valentina, detta Pippi, con genitori disattenti e inadeguati a soddisfare i suoi bisogni adolescenziali (nel film Anna Galiena e Armando De Razza), che invece scoprirà nell’affettuosa sollecitudine dello psichiatra Arturo il senso di una famiglia più vera: quella che non nasce dai legami – spesso fallaci – del sangue, ma dal vincolo più profondo della solidarietà e delle parentele emotive.

Qui la Archibugi firma il suo perentorio atto di accusa nei confronti dell’istituto familiare, per cui non dimostra nessuna pietà o indulgenza, quando esso di rivela come il luogo del non-amore, il nido di tenebre nel quale si consuma sulla pelle, e nella psiche, dei più indifesi l’orribile delitto dell’indifferenza, della non-comunicazione che veicola l’afasia dei sentimenti. L’epilessia di Pippi è allora la “spia” di un disagio più grande, una sorta di “coperta di Linus” (tanto per restare nell’immaginario delle strisce di Schultz) che serve a mascherare – esorcizzandolo – un ontologico, e perciò insopprimibile, bisogno di amore.

Superando la sottile linea d’ombra della diffidenza iniziale e dello studio reciproco, lo psichiatra-Castellitto riuscirà con i grimaldelli della comprensione e della pazienza a penetrare nel retromondo dei pensieri inespressi di Pippi, mettendo in gioco tutto se stesso, in uno sforzo maieutico che consentirà alla ragazzina ormai guarita di poter intravedere la luce che, uscendo dal tunnel, la condurrà su quella sponda sicura dalla quale per troppo tempo è stata privata.

Riproponendo la dialettica bambini versus adulti, già sperimentata (ma in forme diverse) in Mignon è partita e Verso sera, la Archibugi ripercorre quella linea tematica che – da Dickens e Proust, e passando attraverso Malle, Rossellini, Truffaut – si ricongiunge idealmente a quello sguardo morale sull’infanzia esemplarmente filmata da Gianni Amelio (da Colpire al cuore fino al Ladro di bambini), confermando in questo modo un talento introspettivo che, nel privilegiare i toni dimessi del quotidiano, le atmosfere intimiste degli universi minimi, fa vibrare di una leggerezza pensosa tutte le corde emotive dell’essere, in quell’altalenante registro di solarità e cupezza che riassume il duplice volto di quella medaglia che è in fondo la vita.

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(c) MARIA DI LORENZO  - pubblicato su “Oggi e Domani” – Anno XXI – N. 4 – Aprile 1993 – all rights reserved

Nostra Signora del Pilar, patrona della hispanidad

di MARIA DI LORENZO

Il più antico santuario della Spagna e forse della cristianità è quello della Beata Vergine del Pilar a Saragoza. In stile barocco, la costruzione è a forma rettangolare, divisa a tre navate e riccamente decorata e affrescata da Velázquez, Francisco de Goya, Ramon e Francisco Bayen. Lunga centotrentacinque metri e larga cinquantanove, ha quattro torri e undici cupole, di cui quella centrale, particolarmente imponente, svetta per ben ottanta metri. Secondo la leggenda, la cappella primitiva sarebbe stata costruita da san Giacomo il Maggiore verso l’anno 40, in ricordo della prodigiosa “venuta” della Vergine da Gerusalemme a Saragoza per confortare l’apostolo assai deluso dei risultati negativi della sua predicazione. Il “Pilar” è appunto la colonna di alabastro su cui la Vergine avrebbe posato i piedi.

Alcuni mistici, come la Venerabile Maria d’Agreda e Anna Caterina Emmerick, confermarono questa antichissima tradizione secondo le loro rivelazioni e visioni, ma già nel 1200 l’episodio è riportato in quello che è considerato il primo documento scritto sulla Madonna del Pilar. Bisogna anche dire, per amore di verità storica, che la chiesa di “Sancta Maria intra muros” a Saragoza esisteva ancor prima della invasione araba, avvenuta nel 711. Il monaco Aimoinus, giunto in Spagna nell’anno 855 alla ricerca delle reliquie di san Vincenzo, scrisse che “la chiesa dedicata alla Vergine a Saragoza era la madre di tutte le chiese della città, e che San Vincenzo vi aveva esercitato le funzioni di diacono al tempo del vescovo Valerio”.

Nel 1118 Saragoza, liberata dal dominio dei musulmani, ritornò capitale del Regno di Aragona e nel 1294 “Santa Maria del Pilar” venne restaurata per accogliere schiere sempre più numerose di pellegrini. Al tempo dell’unificazione della Spagna (sec. XV) per opera del re di Aragona Ferdinando il cattolico e della regina Isabella di Castiglia, sua sposa, il culto della “Madonna del Pilar” si affermò in campo nazionale.

Con la scoperta dell’America tale culto raggiunse anche il Nuovo Mondo: nell’anno 1492 avveniva la cacciata definitiva dei Saraceni dalla Spagna, Cristoforo Colombo partiva con tre caravelle, di cui una si chiamava per l’appunto “Santa Maria”, e – fatto abbastanza curioso, se non addirittura strabiliante – la data della scoperta del continente americano coincideva proprio con la data della festa del Pilar, il 12 Ottobre. Forse per tutte queste circostanze, nel 1958, la festa “pilarica” del 12 Ottobre fu dichiarata giornata della hispanidad, cioè della Spagna e di tutte le Nazioni di lingua e cultura spagnola.

Ma nel 1640 un miracolo spettacolare doveva rendere ancora più celebre il santuario. Un giovane di diciassette anni, Miguel-Juan Pellicer di Calanda, conducendo un giorno un carro aggiogato a due muli, cadde dalla cavalcatura e andò a finire sotto una ruota del carro, che gli spezzò e gli schiacciò nel mezzo la tibia della gamba destra. Trasportato in ospedale per le cure del caso, si ritenne urgente amputargli la gamba a circa quattro dita dalla rotula. Prima dell’operazione, l’infelice si era recato al santuario del Pilar per farvi le sue devozioni e ricevervi i Sacramenti. Dopo l’intervento, vi era tornato per ringraziare la Madonna di averlo conservato in vita. Ma, non potendo più lavorare, Miguel-Juan si era unito agli altri mendicanti che domandavano l’elemosina all’ingresso della basilica.

Nel frattempo, ogni volta che veniva rinnovato l’olio delle 77 lampade d’argento, accese nella cappella della Vergine, egli vi strofinava le sue piaghe, benché il chirurgo glielo avesse sconsigliato in quanto l’olio ritardava la cicatrizzazione del moncherino. Tornato infine a Calanda, con la gamba di legno e una gruccia cominciò a mendicare spingendosi fino ai paesi vicini. Ma, il 29 marzo 1640, rientrò a casa sua e, a sera, dopo aver invocato, come al solito, la Vergine del Pilar, si addormentò. Al mattino, svegliandosi, si ritrovò con due gambe ed avvertì così i suoi genitori che la gamba destra, amputata da due anni e cinque mesi, era segnata al polpaccio dalle stesse cicatrici di prima dell’infortunio.

Fu istituita subito una commissione d’inchiesta, nominata dall’arcivescovo, e i suoi membri, nel corso di accurati accertamenti, con loro grande meraviglia non trovarono più la gamba di Miguel sepolta tempo prima nel cimitero dell’ospedale. La fama del miracolo corse per tutta la Spagna e fu causa della realizzazione del grandioso santuario attuale, iniziato nel 1681 e consacrato il 10 Ottobre 1872. Nel santuario, all’inizio della navata centrale è situata la “Santa Cappella“, dove si venera una piccola statua della Vergine col Bambino del secolo XIV, che poggia i piedi sul “Pilar” ricoperto di bronzo e argento, e che viene rivestita con manti diversi a seconda dei tempi liturgici e delle circostanze.

Questa immagine fu incoronata il 20 maggio 1905, con una corona tempestata da circa diecimila perle preziose, e solennemente benedetta dal pontefice san Pio X. La “Madonna del Pilar”, come patrona della Spagna, da secoli attrae masse imponenti di pellegrini appartenenti a ogni classe sociale: dai più umili contadini ai più grandi re di Spagna, da Ferdinando il cattolico a Juan Carlos, dal cardinale di Retz nel 1654 al Papa Giovanni Paolo II nel 1982.

Molte famiglie spagnole danno il nome di Pilar alle loro bambine e tengono ad avere la sacra immagine in casa; numerosi altari e cappelle, dedicati alla “Madonna del Pilar”, si trovano nella Spagna e nell’America Latina. C’è un canto popolare spagnolo il cui ritornello, a suon di nacchere, ripete giustamente questa semplice verità: “Es la Virgen del Pilar, la que màs altares tiene, y no hay un buen español, que en su pecho no la lleve” ["È la Vergine del Pilar, quella che ha più altari, né si trova uno spagnolo, che non la porti nel cuore"].

I pellegrinaggi al santuario sono ininterrotti lungo tutto l’arco dell’anno e si svolgono con la partecipazione alla santa Messa, alla recita del rosario, con canti mariani e con il bacio alla colonna sulla piccola parte scoperta, che, a causa di questa devozione, presenta un marcato solco prodotto proprio dall’usura. II Museo del Pilar, custodito nella “Sacristìa de la Virgen”, è ricchissimo di oggetti preziosi, tra cui “i manti” della statua, che spesso sono stati richiesti da illustri moribondi desiderosi di “morire sotto il manto del Pilar”, come accadde per esempio al re Alfonso XIII, morto in esilio a Roma nel 1941.

Una devozione straordinaria, quella alla Vergine di Saragoza, che è stata nel cuore di numerosi santi e beati della Chiesa. Fra tutti, bisogna ricordare in modo particolare la figura del beato Guillaume-Joseph Chaminade che il S. Padre ha elevato alla gloria degli altari il 3 Settembre 2000. Questo geniale apostolo di Maria, vissuto nella temperie di due sanguinose rivoluzioni, era nato l’8 aprile 1761 a Perigueux, nella Francia meridionale, quattordicesimo figlio di piccoli commercianti di stoffe che lo battezzarono il giorno della sua nascita col nome di Guillaume. Al momento della Cresima egli stesso vorrà assumere il nome di Joseph, per la sua profonda devozione allo sposo di Maria, il primo “devotissimo” della Vergine. La mamma lo conduceva spesso in chiesa quand’era bambino, e da lei aveva appreso l’amore verso la Madonna, un amore filiale, forte e tenero, che divenne poi l’oggetto nonché lo strumento del suo apostolato.

Nel 1785, a 24 anni, viene ordinato sacerdote. Cinque anni dopo, nel 1790 è a Bordeaux mentre infuria la persecuzione contro la Chiesa degli “uomini della Rivoluzione” e quando i preti che non avevano voluto aderire con giuramento alla Costituzione Civile del Clero furono espulsi dalla Francia, Chaminade vi rimase invece come clandestino.

Durante i giorni del ‘Terrore’ capitava sovente di incontrare per le strade di Bordeaux un operaio con abiti rattoppati che, girando con un paiolo in testa, si fermava sotto le finestre delle case ripetendo a squarciagola: “Stagnaro!”. Era padre Chaminade che si recava in incognito nelle famiglie a esercitare il suo ministero. Nel 1797 venne però arrestato e condannato all’esilio. Per l’intensa devozione che lo legava alla Madonna, decise di trasferirsi a Saragoza presso il famoso Santuario di “Nostra Signora del Pilar”, dove appunto, secondo un’antichissima tradizione, la Madre di Gesù, ancora in vita, sarebbe apparsa all’apostolo Giacomo per incoraggiarlo nella sua difficile missione tra i pagani. Per sbarcare il lunario, padre Chaminade modellava statuette e il resto del tempo lo passava in preghiera, inginocchiato davanti all’immagine miracolosa della “Vergine del Pilar”. In quel raccoglimento, pregando e meditando, la Madonna dovette misteriosamente illuminarlo sulla sua futura missione: la fondazione di un nuovo Ordine religioso.

Nel 1817 nasceva così la Società di Maria, religiosi senza un abito particolare, ma che portavano come segno di riconoscimento un anello d’oro all’anulare della mano destra. Venne aperta la prima scuola e presto a questa se ne aggiunsero delle altre, di ogni ordine e grado, università e collegi recanti tutti il contrassegno della caratteristica “M” sormontata da una croce. La loro diffusione non si sarebbe più fermata. Era questo il progetto che il beato Chaminade aveva ‘visto’ ai piedi della Vergine del Pilar a Saragoza: un servizio reso alla Chiesa, in un periodo particolarmente travagliato della storia dell’Europa, come un prolungamento dell’opera della Madre di Dio nel mondo, una “alleanza” con Maria per il trionfo di Cristo.

(c) Maria Di Lorenzo – pubblicato sul mensile Madre di Dio – luglio 2004 – all rights reserved

“Morgana” di Turi Vasile

di MARIA DI LORENZO

Il sogno può avere più consistenza del reale? Il miraggio, che per sua natura si sottrae alle categorie del tempo come a quelle dello spazio, in un certo momento della vita può sopraffare la realtà. Accade da giovani, quando si sogna ad occhi aperti la vita che è ancora di là da venire. Accade da vecchi, quando la vita è alle spalle, assai lunga probabilmente ma ancora tutta da decifrare. Da incasellare ordinatamente dentro le mutevoli categorie della memoria.

Il miraggio si chiama Morgana (Avagliano Editore, 2007), ed è il titolo dell’ultimo libro di Turi Vasile. Racconti di vita che sembrano fotogrammi veloci di un’unica pellicola, fotogrammi che scorrono sulla pagina come spezzoni di una memoria che riordina e incessantemente scompagina il caos brulicante dell’esistenza, già vissuta e in parte ancora da vivere.

Con il suo linguaggio e con il suo stile, entrambi inconfondibili, venati di sapiente ironia e di leggerezza pensosa, Turi Vasile consegna alla pagina scritta la sua testimonianza esistenziale, il suo vissuto di uomo e di artista, facendolo passare attraverso le maglie della fantasia e la cruna dell’ago di una dolce affabulazione domestica.

Nato a Messina nel 1922, dal 1940 Vasile vive e lavora a Roma. Ha esordito come autore drammatico (delle sue commedie si ricordano I cugini stranieri e Le notti dell’anima messe in scena da Orazio Costa), ha poi prodotto numerosi film, tra i quali Processo alla città di Luigi Zampa, I vinti di Michelangelo Antonioni, Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli, Anonimo veneziano di Enrico Maria Salerno e Roma di Federico Fellini.

Nella sua lunga e laboriosa vita, si è interessato anche di giornalismo, di radio e di televisione. Ha pubblicato con l’Editrice Sellerio sei raccolte di racconti (Paura del vento, Un villano a Cinecittà, L’ultima sigaretta, Male non fare, Il Ponte sullo Stretto e La valigia di fibra); con Pironti Editore ha pubblicato il suo unico romanzo, Giòn. Tra i molti premi ricevuti: il “Flaiano” per una commedia (Una famiglia patriarcale) e alla carriera; il “Mediterraneo della Cultura”; il “Vittoriani”; il Tascabile e altri.

Turi Vasile è un outsider nel microcosmo culturale italiano. Lo è per nascita, per temperamento, per vocazione: perché è nato in Sicilia, perché coltiva da sempre molteplici interessi che, sottraendolo alla fissità di un ruolo codificato, lo pongono spesso fuori dal coro. Vasile è un artista completo, come ne esistevano al tempo rinascimentale, ma oggi non se ne trovano quasi più, forse si è perduto lo stampo.

Ha navigato e fatto la spola per tutta la vita fra la letteratura e i suoi dintorni, con poetica leggerezza e con sapiente e originalissimo cesello della memoria. Come rivela anche nell’ultima raccolta di racconti data alle stampe, Morgana, che ha riscosso in pochi mesi un successo forse insperato, ma certamente non casuale.

C’è nei suoi racconti una presenza-assenza struggente e fortissima: un’isola chiamata Sicilia, che è il nome dell’anima e del cuore, prima ancora che luogo fisico, geografico. Un sentimento solido, vivo, inestinguibile, che non conosce l’usura del tempo. Un fuoco che la distanza non appanna, ma semmai rafforza ed alimenta, attraverso l’uso quotidiano della memoria. Da tutte le schegge di vita che la penna sottrae all’impetuosa velocità della Storia che travolge ogni cosa, c’è sempre lei che oscuramente rimane, e si erge da un fondo di lontananze remote.

La Sicilia come metafora del cuore. Perché per quanto possa girare il mondo intero, un siciliano non potrà fare altro che tornare, ogni volta, alla sua terra natìa, alla sua natura aspra e selvaggia, alla sua luce meridiana. Perché al mondo non c’è nessun altro luogo in cui ricomporre, armonicamente fuse insieme, le crudeli disarmonie della vita.

(c) MARIA DI LORENZO – pubblicato su “La Voce dell’Isola” – 16 febbraio 2008 – all right reserved