… La poesia era la luce e il pane della sua esistenza. Era uno sguardo (non omologato) levato ogni giorno verso il cielo, quel cielo che noi – tutti noi – abbiamo perso di vista, annegato nei simulacri della modernità. Uno spazio amoroso, trasparente come una fiamma, capace di custodire, dentro il turbine della storia, il semplice segreto della vita, nella lampeggiante incandescenza di un verso…

Un giorno il poeta Biagio Marin era sulla spiaggia di Grado, la sua città, e fotografava il cielo rannuvolato. Gli passò accanto una bambina che gli disse, con velato rimprovero: “No xe fotografa i nuoi (le nuvole).” Al che lui, di rimando, lievemente sorpreso: “Ma mi satu (lo sai) son un poeta…”. E lei, pronta, con l’occhio vispo, ribatte: “Ma va, che i poeti xe tuti morti!!!”
Mi tornava in mente proprio questo episodio l’altro giorno quando mi sono arrivate tra le mani le prime copie del mio nuovo libro, La luce e il grido, dedicato al poeta Elio Fiore. Perchè quel giorno lontano del 1993 in cui io lo conobbi, andando a casa sua per una intervista, era la prima volta che conoscevo un poeta vivente. Anche per me, infatti, i poeti fino a quel giorno erano “tutti morti”, come per quella bambina sul molo di Grado, essendo uscita da poco tempo dall’esperienza degli anni universitari in cui avevo studiato ed amato centinaia e centinaia di autori, necessariamente nati e vissuti in altre epoche. Con Elio Fiore invece avvicinavo un poeta vivente, un poeta con cui anzi da quel giorno avrei stretto una lunga e importante amicizia, che è durata fino alla sua morte e che non si è mai conclusa, perchè oggi prosegue, misteriosamente ma concretamente, su un piano diverso.
Quando lo incontrai, mi accorsi che viveva assai poveramente, eppure mi sembrava l’uomo più ricco dell’universo: aveva dentro una gioia, una gioia pazzesca, irresistibile, e io volevo capire che cosa fosse quella gioia, quel fervore, quella fede. E’ stato molto importante per me poter godere della sua amicizia, e con questo libro io ho adempiuto a una promessa. Elio, infatti, mi fece promettere che dopo la sua morte gli avrei dedicato un libro, me lo fece promettere solennemente. E, come sapete, ogni promessa è un debito.
Così questo volume, La luce e il grido, esce esattamente nel decennale della sua scomparsa ed io spero che vi piaccia e che, soprattutto, vi faccia conoscere un poeta capace di emozionarvi come emozionò me fin dalla prima volta e di farvi scoprire il “segreto” della sua pazzesca felicità.
Agli amici giornalisti, critici letterari e scrittori che pensano di scrivere una recensione del mio libro chiedo di mandarmi il loro indirizzo preciso per poter loro inviare una copia omaggio del volume. Vi ringrazio anticipatamente per il vostro interesse, di vero cuore.
Maria Di Lorenzo
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UNO STRALCIO DEL LIBRO
Ci sono degli uomini che passano attraverso la vita senza difendersi. Uomini che la loro vita la vivono, semplicemente, ma più spesso la patiscono, e qualche volta se ne rallegrano, senza però mai arrivare a possederla, senza mai appropriarsene veramente. Razza di perdenti, di visionari, per alcuni, che giudicano secondo le categorie del mondo; razza di profeti e di mistici, per altri, capaci di leggere attraverso la follia scandalosa della Croce tutta la saggezza che il mondo non è in grado di scorgere.
A quest’ultima tipologia apparteneva il poeta Elio Fiore, morto nella capitale il 20 agosto 2002, all’età di sessantasette anni. Con Fiore è scomparso un poeta, un poeta autentico. Nato a Roma il 12 luglio 1935, bibliotecario al Pontificio Istituto Biblico per oltre un ventennio, dopo molti mestieri, l’esperienza della fabbrica e della malattia discesa come una lunga tenebra nella sua vita per molti anni, Elio Fiore non era un “poeta laureato” e nella moderna babele massmediatica la sua voce di outsider assomigliava a quella della vedetta di cui parla Isaia: “Mi ha detto il mio Signore – Va’ / Sii la Vedetta Notturna / Quello che vedi grida…”(Is 21, 6).
E per oltre un trentennio, dal suo libro d’esordio intitolato Dialoghi per non morire, Elio Fiore ha gridato nei propri versi ciò che ha veduto, ma lo ha veduto lui soltanto, per renderne partecipi tutti gli altri, i “ciechi” dello spirito. Artista delicato e appartato, Fiore godeva dell’amicizia e dell’ammirazione di Eugenio Montale, Giuseppe Ungaretti, Mario Luzi, Carlo Bo. Una voce assolutamente unica e originale nel panorama letterario italiano. Un poeta che ha percorso per tutta la vita una lunga strada solitaria, lontano dalle “conventicole” culturali e dalla grancassa dei mezzi di massa. “Un grande poeta, – disse di lui una volta, con la sua solita arguzia, mons. Claudio Sorgi – ma si sa: i poeti diventano popolari in vita solo se vincono il Nobel o se fanno scandalo…”.
Battezzato in San Pietro, Fiore aveva abitato per più di vent’anni nel cuore della Roma israelita, al Portico d’Ottavia; una circostanza, questa, che ha avuto una grande influenza nella sua produzione poetica, alimentando il suo immaginario e rendendolo compartecipe della storia e della tradizione giudaica, tanto che la Comunità Ebraica fece dono a lui – “cattolico apostolico romano”, come amava definirsi – dell’elenco dei circa duemila ebrei romani catturati dai nazisti e deportati nelle camere a gas nell’autunno del 1943.
La follia dell’Olocausto, la dura memoria dei morti, la ricerca di Dio non in astratto ma “nel sangue e nel grido della Storia”, la fede nella poesia e nei poeti, il bisogno di guardare e di raccontare, perché la scrittura è un dovere, un imperativo morale, così come un dovere è la memoria. Sono i temi portanti della sua produzione letteraria, insieme alla fede nell’invisibile, il primato della persona, la necessità del canto e della profezia, che esprimono il suo stare religiosamente dentro la Storia, con ogni emblema di bene e con ogni metafora del male. “Ecco, la fede e niente altro è la vita – diceva lui – il resto non conta, è Storia”.
Questo libro che vede la luce a dieci anni dalla sua scomparsa vuole essere non un’opera esaustiva sull’intero corpus della sua produzione letteraria, ma una introduzione ai temi essenziali del suo universo poetico, un avvicinarsi a piccoli passi al mondo di questo autore che merita di uscire dal cono d’ombra a cui storie e antologie letterarie contemporanee sembrano voler relegare tante pur meritevoli voci del nostro Novecento.
Personalmente ho conosciuto il poeta Elio Fiore nell’estate del 1993, quando mi recai da lui per un’intervista che fu poi pubblicata sulla terza pagina di un quotidiano lombardo. Ho voluto perciò porre proprio all’inizio del libro quel nostro lungo colloquio di allora perché non c’è cosa migliore, a mio avviso, del permettere a un poeta di parlare lui stesso, in prima persona, del proprio mondo, della propria vita e delle proprie idee. Chi legge ne può ricavare, io credo, una impressione più viva, una conoscenza diretta, di prima mano, che certamente predispone a introdurlo nel modo più ottimale alla comprensione della sua poesia, a varcare quei penetrali spesso segreti della creazione letteraria, a dare del tu a un autore che oggi non è più tra noi ma che la magia delle parole rende – adesso e per sempre – presente e vivo.
(c) Maria Di Lorenzo, La luce e il grido. Introduzione alla poesia di Elio Fiore, Fara Editore, 2012.
Acquistabile on line su: http://www.viadeilibri.it/la_luce_e_il_grido-114464-1017.html
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LA PAROLA ALLA CRITICA
Maria Di Lorenzo l’aveva promesso a Elio Fiore, prima della sua prematura scomparsa: avrebbe scritto di lui. Ha mantenuto adesso la promessa con un libretto denso e bellissimo dal titolo “La luce e il grido”, un’espressione usata dal grande Mario Luzi per condensare in estrema sintesi l’orizzonte poetico del suo collega e amico romano. Che è fatto anzitutto di denuncia del dolore inflitto, il grido appunto, a partire da quello, indicibile e inconsolabile, del 16 ottobre 1943, quando Elio è un bambino di otto anni ed assiste impotente e stupito alla deportazione degli ebrei del ghetto di Roma dalla sua abitazione che è a pochi passi:
Qui nel segreto della mia dimora, scava la voce/della memoria, nel fragore del Tevere cresce la pietà/viva dal 16 ottobre 1943./ Quando il mio piede innocente/fu bagnato dal sangue dei giusti d’Israele./Quando gli empi urlavano,sfondavano le porte coi fucili…
(da In purissimo azzurro 1986)
L’esperienza traumatica resterà per sempre incisa nella sua carne, alimentando nel tempo un’acuta sensibilità verso tutte le sofferenze, a partire da quelle degli emarginati, dei senza casa, della madre di strada che, abbracciata al proprio figlio, chiede inutilmente l’elemosina ai passanti frettolosi, incapaci di riconoscere in quella donna Maria e in quel bambino Gesù, nell’eccitazione cieca e superficiale della vigilia di Natale:
Maria era tutta vestita di nero/stava per terra ferma, composta/tra le braccia stringeva Gesù./Nell’affollato corso i passanti/andavano distratti, senza guardare/senza dare una lira d’elemosina.
(da Myriam di Nazareth 1992 )
Questo è il grido di Fiore, la missione di cui si sente incarnato per essere vedetta, stare sempre all’erta, con gli occhi bene aperti, a scorgere e a testimoniare il male della Storia. Una Storia che procede a tentoni, tra crimini orrendi e inenarrabili ingiustizie ma che faticosamente lascia affiorare dal suo magma di dolore il cammino del riscatto, dell’evoluzione, dell’affermazione lentissima ma certa del progresso.
Fiore, infatti, oltre il grido intravede la luce, la luce dell’Assoluto, che governa misteriosamente il mondo ed instilla nelle sue creature umane il desiderio di cercarlo, di farne la meta del loro faticoso cammino su questa Terra difficile e straordinaria.
Di fronte all’unicità della bellezza terrestre, della vita e della stessa quotidianità, in cui nulla è banale, neppure i gesti più consueti, il poeta romano esprime incanto e stupore. Perché l’esistenza stessa è miracolo e non sussiste soluzione di continuità tra visibile e invisibile, realtà materiale e metafisica.
Maria Di Lorenzo ci racconta con passione questo mondo poetico, che è lirico ed epico insieme, tutto pervaso da una fede salda come roccia e il suo linguaggio plastico, lineare, a volte dimesso, estremamente comunicativo ed efficace; un linguaggio che resta dentro per la fiamma che lo alimenta.
E ci fa conoscere il Fiore uomo: l’amore per i bambini, la riservatezza, il fastidio per i falsi letterati e per chi sgomita per affermarsi, il cristianesimo sempre stillante la sua sorgente ebraica, la gioia per l’amicizia data e ricevuta – Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, Carlo Bo- la venerazione per Leopardi, da cui è preso il titolo della raccolta In purissimo azzurro, settenario della Ginestra che è diventato anche il nome del blog di cultura creato dalla stessa Di Lorenzo.
Insomma un libretto prezioso per conoscere più profondamente un poeta di cui si sono occupati i maggiori intellettuali italiani ma che presso il grande pubblico deve ancora far sentire il suo grido e far risplendere la sua luce.
(c) Maria Gisella Catuogno, in Viadellebelledonne, 16 febbraio 2012 – all rights reserved