La luce e il grido
La poesia era la luce e il pane della sua esistenza. Era uno sguardo (non omologato) levato ogni giorno verso il cielo, quel cielo che noi – tutti noi – abbiamo perso di vista, annegato nei simulacri della modernità. Uno spazio amoroso, trasparente come una fiamma, capace di custodire, dentro il turbine della storia, il semplice segreto della vita, nella lampeggiante incandescenza di un verso.
Maria Di Lorenzo
La luce e il grido
Introduzione alla poesia di Elio Fiore
(Fara Editore, 2012)
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PERCHE’ QUESTO LIBRO
Ci sono degli uomini che passano attraverso la vita senza difendersi. Uomini che la loro vita la vivono, semplicemente, ma più spesso la patiscono, e qualche volta se ne rallegrano, senza però mai arrivare a possederla, senza mai appropriarsene veramente. Razza di perdenti, di visionari, per alcuni, che giudicano secondo le categorie del mondo; razza di profeti e di mistici, per altri, capaci di leggere attraverso la follia scandalosa della Croce tutta la saggezza che il mondo non è in grado di scorgere.
A quest’ultima tipologia apparteneva il poeta Elio Fiore, morto nella capitale il 20 agosto 2002, all’età di sessantasette anni. Con Fiore è scomparso un poeta, un poeta autentico. Nato a Roma il 12 luglio 1935, bibliotecario al Pontificio Istituto Biblico per oltre un ventennio, dopo molti mestieri, l’esperienza della fabbrica e della malattia discesa come una lunga tenebra nella sua vita per molti anni, Elio Fiore non era un “poeta laureato” e nella moderna babele massmediatica la sua voce di outsider assomigliava a quella della vedetta di cui parla Isaia: “Mi ha detto il mio Signore – Va’ / Sii la Vedetta Notturna / Quello che vedi grida…”(Is 21, 6).
E per oltre un trentennio, dal suo libro d’esordio intitolato Dialoghi per non morire, Elio Fiore ha gridato nei propri versi ciò che ha veduto, ma lo ha veduto lui soltanto, per renderne partecipi tutti gli altri, i “ciechi” dello spirito. Artista delicato e appartato, Fiore godeva dell’amicizia e dell’ammirazione di Eugenio Montale, Giuseppe Ungaretti, Mario Luzi, Carlo Bo. Una voce assolutamente unica e originale nel panorama letterario italiano. Un poeta che ha percorso per tutta la vita una lunga strada solitaria, lontano dalle “conventicole” culturali e dalla grancassa dei mezzi di massa. “Un grande poeta, – disse di lui una volta, con la sua solita arguzia, mons. Claudio Sorgi – ma si sa: i poeti diventano popolari in vita solo se vincono il Nobel o se fanno scandalo…”.
Battezzato in San Pietro, Fiore aveva abitato per più di vent’anni nel cuore della Roma israelita, al Portico d’Ottavia; una circostanza, questa, che ha avuto una grande influenza nella sua produzione poetica, alimentando il suo immaginario e rendendolo compartecipe della storia e della tradizione giudaica, tanto che la Comunità Ebraica fece dono a lui – “cattolico apostolico romano”, come amava definirsi – dell’elenco dei circa duemila ebrei romani catturati dai nazisti e deportati nelle camere a gas nell’autunno del 1943.
La follia dell’Olocausto, la dura memoria dei morti, la ricerca di Dio non in astratto ma “nel sangue e nel grido della Storia”, la fede nella poesia e nei poeti, il bisogno di guardare e di raccontare, perché la scrittura è un dovere, un imperativo morale, così come un dovere è la memoria. Sono i temi portanti della sua produzione letteraria, insieme alla fede nell’invisibile, il primato della persona, la necessità del canto e della profezia, che esprimono il suo stare religiosamente dentro la Storia, con ogni emblema di bene e con ogni metafora del male. “Ecco, la fede e niente altro è la vita – diceva lui – il resto non conta, è Storia”.
Questo libro che vede la luce a dieci anni dalla sua scomparsa vuole essere non un’opera esaustiva sull’intero corpus della sua produzione letteraria, ma una introduzione ai temi essenziali del suo universo poetico, un avvicinarsi a piccoli passi al mondo di questo autore che merita di uscire dal cono d’ombra a cui storie e antologie letterarie contemporanee sembrano voler relegare tante pur meritevoli voci del nostro Novecento.
Personalmente ho conosciuto il poeta Elio Fiore nell’estate del 1993, quando mi recai da lui per un’intervista che fu poi pubblicata sulla terza pagina di un quotidiano lombardo. Ho voluto perciò porre proprio all’inizio del libro quel nostro lungo colloquio di allora perché non c’è cosa migliore, a mio avviso, del permettere a un poeta di parlare lui stesso, in prima persona, del proprio mondo, della propria vita e delle proprie idee. Chi legge ne può ricavare, io credo, una impressione più viva, una conoscenza diretta, di prima mano, che certamente predispone a introdurlo nel modo più ottimale alla comprensione della sua poesia, a varcare quei penetrali spesso segreti della creazione letteraria, a dare del tu a un autore che oggi non è più tra noi ma che la magia delle parole rende – adesso e per sempre – presente e vivo.
Maria Di Lorenzo






















































































