Il mistero del dolore in Jacopone da Todi

di MARIA DI LORENZO

Viene recitata in maniera facoltativa durante la messa dell’Addolorata (15 settembre) e le sue parti formano gli inni latini della stessa festa, ma prima della Riforma liturgica era utilizzata nell’ufficio del venerdì della settimana di passione (Madonna dei sette dolori – venerdì precedente la Domenica delle Palme). Era popolarissima soprattutto perchè accompagnava il rito della Via Crucis e la processione del Venerdì Santo. Un canto davvero molto amato dai fedeli, non meno che da intere generazioni di musicisti colti: si pensi per un attimo ad artisti del calibro di Scarlatti, Vivaldi, Pergolesi, Rossini. Stiamo parlando della sequenza Stabat Mater, attribuita all’umbro Jacopo de’ Benedetti, noto come Jacopone da Todi, che è la più potente personalità della nostra storia letteraria prima di Dante Alighieri. 

Una vita divisa in due

Jacopone nacque a Todi intorno al 1236; della sua vita non si conosce quasi nulla fino al momento del suo ingresso nell’ordine francescano, avvenuto nel 1268, se non che esercitò nella sua città natale la professione di procuratore legale.

Dame eleganti, gioielli e feste sfarzose. Uno stile di vita dispendioso e superbo. Un mondo sfolgorante di ricchezze e di ambizioni smodate. Questa era stata la vita del giovane gaudente di Todi fino al giorno della scomparsa accidentale della moglie, Vanna di Bernardino di Guidone, morta in seguito al crollo di un pavimento durante una festa in un castello. Evento drammatico che segnò una svolta decisiva nella vita di Jacopo de’ Benedetti.

Distribuiti i suoi beni ai poveri, per dieci anni andò mendicando per le strade di Todi vestito di poveri stracci, indossando il saio grigio col cappuccio (detto “bizzoco”), scegliendo la povertà estrema con il disprezzo più totale delle vanità del mondo.

Una consolidata tradizione, infatti, narra che la scoperta sul corpo della giovane moglie di un cilicio, strumento di penitenza corporale, aveva turbato enormemente Jacopo tanto da convincerlo ad abbandonare ogni cosa e infine a prendere i voti religiosi. Cosi dopo dieci anni di ascesi e di penitenza, entrò nel 1278 nell’ordine dei Frati minori schierandosi con l’ala più “oltranzista” degli spirituali, contrapposta ai conventuali.

Al principio aristotelico della misura il nostro Jacopone contrappone la dismisura, da intendersi come traboccante amore per Dio, come “santa follia”.

L’elezione al soglio pontificio dell’eremita Pietro da Morrone, che prese il nome di Celestino V, accese fortemente le speranze di un rinnovamento in senso pauperistico della Chiesa di Roma; ma l’abdicazione di Celestino V e l’ascesa di Bonifacio VIII spensero sul nascere tali speranze. Jacopone assunse una posizione di esplicito dissenso rispetto alla politica del nuovo pontefice, venne scomunicato e subì il carcere fino al 1303, anno della morte di Bonifacio VIII. Provato dall’esperienza della prigionia, Jacopone si ritirò nel convento di Collazzone, dove morì nel 1306.

Il dolore umano di Maria

Con Jacopone da Todi la Laude, genere piuttosto in auge nel Duecento, assurge a grande dignità letteraria. Il suo Pianto de la Madonna è una embrionale “sacra rappresentazione” di potente drammaticità. Ma soprattutto di Jacopone ci resta lo straordinario messaggio di partecipazione al dolore espresso potentemente nello Stabat Mater.

La prima parte della preghiera, che inizia con le parole Stabat Mater dolorosa (“La Madre addolorata stava”) è una meditazione sulle sofferenze di Maria, madre di Gesù, durante la crocifissione e la Passione di Cristo. La seconda parte della sequenza, iniziata con le parole Eia, mater, fons amoris (“Oh, Madre, fonte d’amore”), è una invocazione in cui l’orante chiede a Maria di farlo partecipe del dolore provato da Maria stessa e da Gesù durante la crocifissione e la Passione. E’ importante notare che, anche se il testo è in latino, la struttura ritmica è quella del latino medievale e che poi sarà anche dell’italiano: non si hanno sillabe lunghe e brevi, ma toniche e atone, in una serie di ottonari, rimati AABCCB (ma la B è un senario sdrucciolo), con alcune rime interne.

Appassionati squarci lirici  e accensioni dello spirito svelano il grande talento poetico di Jacopone, che nello Stabat Mater rappresenta il dolore umano di Maria, assurgendo a un posto di primo piano fra i più celebri autori di laudi religiose della letteratura italiana. Un grande poeta delle nostre origini, Jacopone da Todi, molto ammirato e imitato dai suoi contemporanei, caduto in disgrazia per così dire nei secoli successivi sul versante della critica letteraria con il De Sanctis che giudicò rozzezza l’immediatezza dei suoi versi.

Ma nella sua sintassi ellittica e ricca di anacoluti, nella forte espressività dei suoi testi, Jacopone è un autore decisamente colto e controllato e quindi assai meno rozzo e immediato di quel che a una superficiale lettura si potrebbe pensare. E dopo la sua morte fu addirittura iniziata una valorizzazione del culto di “frate Jacopone” da parte del vescovo Cesi e della Chiesa locale, che naturalmente non raggiungerà mai la canonizzazione, ma che gli varrà la nomina di “beato dal popolo” e cosi Jacopone sarà ritenuto successivamente degno di essere ritratto con l’aureola dei santi.

© Maria Di Lorenzo – all rights reserved

Articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio – marzo 2011

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2 Pensieri su &Idquo;Il mistero del dolore in Jacopone da Todi

  1. Ho gustato con molto piacere l’articolo su Jacopone, sia per il profilo critico siglato con perizia da Maria, sia per la vita travagliata dell’autore,che Lei ha voluto ricordarci.
    Ogni volta che leggo il toccante ” Stabat Mater” mi si stringe il cuore per come il poeta sia riuscito a immedesimarsi nel profondo tormento della Madre Celeste, nel Suo dolore immenso nel vedere il proprio figlio così straziato per il bene di tutti noi
    Spero che il buon Jacopone da Todi non me ne voglia, e mi abbia scusato, se nello spareggio fra il Suo magnifico Stabat Mater e il mio testo ” Accanto a Te Signore”, la Giuria e il popolo di Castagneto Carducci preferirono di far musicare dal M° Gin Paolo Luppi, la Lauda che avevo composto io, per le Feste del S.S.Crocifisso.
    Ne approfitto ora per chiedere scusa al grande Jacopone, dell’immereritata scelta a mio favore e per augurare una S. Pasqua ricca di luce e di pace.
    M. Teresa

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