Un genio incompreso: James Joyce

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di MARIA DI LORENZO

“Dalla tranquilla chiesetta, di quando in quando, usciva a fiotti nella pace circostante una voce di preghiera per colei che è nel suo immacolato fulgore un faro sempiterno per il cuore umano sbattuto dalle tempeste, Maria, stella del mare”.

Un grande scrittore del Novecento, James Joyce, e la Santa Vergine, Madre di Dio. Accostamento ardito: chi l’avrebbe mai detto? Ma queste righe sopra citate fanno parte della sua opera forse più nota, l’ ”Ulisse”, e ci trasportano con pochissimi tratti in una atmosfera profondamente intima e religiosa.

Romanzo molto controverso, l’ ”Ulisse” di Joyce è oggi riconosciuto come il capolavoro più singolare di tutto il Novecento. Sul filo del cosiddetto “monologo interiore” e di un parallelismo ironico con la “Odissea” omerica, la forma tradizionale del romanzo viene superata per elaborare un linguaggio narrativo dove si incrociano e confluiscono diversi stili, registri, suggestioni, tradizioni e materiali differenti, nel tentativo di abbracciare il paesaggio multiforme della modernità attraverso la dimensione dell’inconscio.

Più volte censurato, fu pubblicato a Parigi nel 1922 e in Inghilterra soltanto molti anni dopo, ma questo destino per certi versi molto tribolato possiamo dire che sarà una caratteristica non solo dell’opera ma di tutta la vita di questo grande scrittore irlandese.

James Joyce era nato a Dublino il 2 febbraio del 1882. Doveva diventare sacerdote ed infatti, giovanissimo, studiò in diverse scuole di gesuiti; tuttavia, in seguito frequentò l’Università di Dublino studiando filosofia e lingue.

Già in questi anni James manifesta un carattere anticonformista e ribelle. Difende con articoli e conferenze il teatro di Ibsen, considerato a quei tempi immorale e sovversivo, e pubblica “Il giorno del Volgo”, un pamphlet nel quale si scaglia contro il provincialismo della cultura irlandese. Si allontana dalla religione cattolica, anche se – come vedremo – il retaggio di tale educazione resterà fermamente ancorato alla sua anima, pur tanto inquieta ed errabonda.

Dopo la laurea ottenuta all’Università di Dublino, decide di iscriversi a medicina e si trasferisce a Parigi per studiare alla Sorbona ma sarà costretto presto a ritornare a Dublino in seguito alla morte della madre. Nella sua città lavora per un certo periodo di tempo come insegnante privato. Intanto sul giornale “Irish Homestead” escono tre racconti che poi saranno compresi in “Gente di Dublino”.

Nel 1904 incontra Nora Barnacle, proveniente dall’Ovest dell’Irlanda per fare la cameriera a Dublino, che gli sarà accanto tutta la vita. Sempre nel 1904 scrive il saggio autobiografico “A Portrait of the Artist che decide poi di trasformare nel romanzo “Stephen Hero: questo costituirà il nucleo centrale del successivo “Ritratto dell’Artista da Giovane”.

Un genio incompreso

A Parigi Joyce aveva approfondito i temi della medicina e delle scienze naturali, ma fra i suoi interessi più urgenti vi era soprattutto la letteratura. In questi anni compone delle poesie che vengono raccolte in “Chamber Music” (1907). Tra il 1911 e il 1914 scrive un poemetto in prosa, quaderno di note per le opere maggiori, che sarà pubblicato postumo con il titolo di “Giacomo Joyce”; questo è l’unico lavoro non ambientato a Dublino ma in Italia.

Ritornato in Irlanda tenta l’impresa di aprire un cinema ma fallisce. Cerca di fare pubblicare “Gente di Dublino” ma continua ad ottenere solo rifiuti. Deluso e sconsolato, lascia l’Irlanda per non farvi mai più ritorno. Vivrà a Trieste (dove conoscerà il nostro Italo Svevo incoraggiandone l’opera), quindi a Parigi e infine a Zurigo, guadagnandosi il pane come giornalista e come insegnante di lingua nelle scuole Berlitz.

Sono anni però molti difficili, assillati dalle ristrettezze economiche, funestati dall’incomprensione verso le opere che egli viene scrivendo, e che oggi in tutto il mondo sono acclamate come degli autentici capolavori. Joyce soffre anche di gravi disturbi alla vista che lo costringono a numerosi interventi chirurgici.

Iniziano a manifestarsi in questi anni anche i primi disturbi mentali della figlia, ma Joyce la vorrà tenere sempre con sè, rifiutandosi di internarla. Possiamo ben dire che lo scrittore attraversò condizioni di vita a volte davvero disastrose sul piano umano, riuscendo tuttavia a creare – come per miracolo – opere di grandissimo valore letterario.

Morì a Zurigo il 13 gennaio 1941, quasi cieco a causa di quella malattia agli occhi che lo aveva afflitto per buona parte della sua vita.

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Un faro per i cuori in tempesta

“Ulysses” è il romanzo che forse più ha inciso sulla storia della letteratura europea contemporanea. E’ il suo capolavoro indiscusso ed è senza dubbio uno dei libri fondamentali della letteratura moderna. In esso Joyce scardina le coordinate tradizionali di spazio e di tempo e presenta una impareggiabile complessità stilistica.

Nel romanzo l’autore cerca di far rivivere in una sola giornata (16 Giugno 1904, giorno in cui Joyce incontrò Nora, il quale viene festeggiato oggi a Dublino come Bloomsday) le ventennali peregrinazioni dell’Ulisse omerico attraverso la vita dell’agente pubblicitario Leopold Bloom.

Gli episodi, le scene e i fatti sono costruiti con più o meno evidente parallelismo rispetto all’epopea omerica e nella creazione dei personaggi Joyce si ispirò a dublinesi realmente esistiti (a Dublino, infatti, nel James Joyce Cultural Centre, si possono leggere le biografie di una cinquantina di questi personaggi).

“Ulisse” mette in scena una vera e propria rivoluzione espressiva: ogni distinzione tra interno ed esterno è abolita, la narrazione tende a fondere il dato percepito e la sua elaborazione mentale. Narratore e lettore si insediano nella coscienza dei personaggi, osservandone il fluire tra pensiero, sentimenti ed eventi. Ne consegue la dissoluzione dell’impianto narrativo tradizionale, in quanto è impossibile costituire un ordine ed una trama, nonché una unità psicologica dei personaggi.

La scrittura narrativa è così una registrazione del caos di voci, gesti, oggetti, sensazioni, eventi, che animano continuamente la dimensione quotidiana, nella quale si intrecciano momenti consapevoli ad altri inconsci. A tratti, la narrazione procede per nessi analogici, mimando lo svolgersi del pensiero inconscio. Con l’Ulisse possiamo ben dire che Joyce ha scritto una sorta di anti-romanzo, che rimane l’archetipo di ogni tipo di sperimentazione nella scrittura.

“La sera estiva aveva cominciato ad avvolgere il mondo nel suo misterioso abbraccio. Lontano, laggiù a occidente, il sole tramontava e l’ultimo barlume del giorno che ahimè fugge veloce indugiava amorosamente sul mare e sulla spiaggia, sul superbo promontorio del nostro caro vecchio Howth, fedele guardiano come sempre delle acque della baia, sopra le rocce coperte d’alghe del litorale di Sandymount e, ultima ma non meno importante, sulla tranquilla chiesetta, da cui, di quando in quando, usciva a fiotti nella pace circostante una voce di preghiera per colei che è nel suo immacolato fulgore un faro sempiterno per il cuore umano sbattuto dalle tempeste, Maria, stella del mare”.

Una spiaggia al tramonto, un’atmosfera romantica e profondamente religiosa nella sua essenza, in cui contemplando il trascolorare del cielo vediamo stagliarsi la luminosa e rassicurante figura di Maria, un “faro sempiterno per il cuore umano sbattuto dalle tempeste”.

Pagine molto preziose, che rivelano la dimensione spirituale di uno scrittore che è tra i più grandi della letteratura di tutti i tempi e che porta nella sua scrittura il retaggio del suo cattolicesimo di matrice irlandese, delicato e robusto come la sua più autentica e genuina ispirazione letteraria.

(c) MARIA DI LORENZO – ALL RIGHTS RESERVED

articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio – gennaio/febbraio 2014 – riproduzione vietata

Padrona del mio cuore

fronte2Principessa rivoluzionaria, finissima intellettuale, femminista ante litteram, riformatrice sociale. Cristina Trivulzio di Belgioioso non ha avuto dalla Storia il riconoscimento che le spetta. Ora un nuovissimo romanzo, scritto da Maria Gisella Catuogno, ce la presenta in tutte le sue molteplici sfaccettature. “Padrona del mio cuore” è un romanzo bello ma soprattutto necessario. E’ una storia che si legge tutta d’un fiato ma che non scivola via, rimane dentro di noi anche dopo aver chiuso l’ultima pagina del libro. Ci fa riflettere sulle vite delle donne, quelle che ci hanno precedute, che soltanto la polvere degli anni ci fa pensare lontane da noi, ed invece ci sono vicinissime, nella forza e nella fragilità dei sentimenti, nella grandezza degli ideali e nella tenacia nel perseguirli. Nell’abbagliante splendore delle loro anime che pulsano – attraverso i penetrali del tempo – e ci indicano una strada che parte dall’amore per arrivare alla consapevolezza, che ci restituisce la segreta bellezza di essere donne, appassionate e sincere come lei, Cristina Trivulzio di Belgioioso.

La mia intervista a Maria Gisella Catuogno uscita oggi sul lit-blog Flannery:

http://flanneryblog.wordpress.com/2014/02/18/padrona-del-mio-cuore/

Franz Werfel, un canto al Mistero

Originally posted on Il mondo di Maria:

cover_6328di MARIA DI LORENZO

“François Soubirous si alza al buio. Sono le sei precise. Il suo orologio d’argento, regalo di nozze dell’avveduta cognata Bernarde Casterot, non l’ha più già da molto tempo. La bolletta di pegno dell’orologio e di qualche altra cosuccia preziosa è scaduta ormai dall’autunno scorso. Ma Soubirous sa che sono le sei in punto, benché le campane della chiesa di Saint-Pierre non abbiano ancora suonato per la prima Messa. I poveri hanno il tempo nel sangue; anche senza quadranti e senza tocchi di campane, sanno che cosa segna l’orologio. I poveri hanno sempre paura di arrivare in ritardo. L’uomo cerca a tasto i suoi zoccoli, li prende, ma li trattiene in mano per non far rumore. Rimane in piedi, scalzo, sull’impiantito freddo come ghiaccio, e ascolta i diversi respiri della sua famiglia che dorme: una musica strana che gli opprime il cuore. Sono in sei a dividere…

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Forte come la roccia: il mondo di Giovanni Verga

VERGAdi MARIA DI LORENZO

“La Longa la portarono a casa su di un carro, e fu malata per alcuni giorni. D’allora in poi fu presa di una grande devozione per l’Addolorata che c’è sull’altare della chiesetta, e le pareva che quel corpo lungo e disteso sulle ginocchia della madre colle costole nere e i ginocchi rossi di sangue, fosse il ritratto del suo Luca, e si sentiva fitte nel cuore tutte quelle spade d’argento che ci aveva la Madonna. Ogni sera le donnicciuole, quando andavano a prendersi la benedizione, e compare Cirino faceva risuonare le chiavi prima di chiudere, la vedevano sempre lì, a quel posto, accasciata sui ginocchi, e la chiamavano anche lei la madre addolorata”.

E’ sicuramente una delle scene più intense de “I Malavoglia”, il grande capolavoro letterario nato dalla penna dello scrittore siciliano Giovanni Verga. Quando Maruzza, detta la Longa, apprende della morte del giovane figlio Luca diviene il ritratto della Madonna addolorata anche lei. Ed è a lei, a Maria, che si aggrappa nel suo dolore, per trovare un senso alla tragedia piombata all’improvviso sulla sua famiglia. Con la fede semplice e sorgiva della povera gente, che sa di non avere difensori in terra ma in cielo. Con la fiducia degli umili che sanno di essere sempre ascoltati, e accolti, da una Madre.

Tale è la fede e il sentimento religioso della plebe siciliana raccontata dal massimo cantore del verismo, una fede rocciosa e aspra, passata continuamente al crogiuolo della prova, scabra come i sassi, tenace come la vita.

Giovanni Verga nacque a Catania il 2 settembre 1840. Lì si svolse la sua prima formazione romantico-risorgimentale, allorchè abbandonando gli studi giuridici, decise di dedicarsi esclusivamente alla letteratura. Dopo aver scritto i primi romanzi di carattere storico (“Amore e patria”, “I carbonari della montagna”, “Sulle lagune”) si trasferì a Firenze, dove frequentò i maggiori salotti letterari e compose le sue prime opere di successo, “Una peccatrice” e “Storia di una capinera”.

Successivamente andò a Milano dove frequentò l’ambiente degli Scapigliati, rappresentando in modo fortemente critico il mondo aristocratico-borghese nelle successive opere “Eva” (1873), “Tigre Reale” (1873), “Eros” (1875). In seguito alla scoperta del naturalismo francese matura in lui la svolta verso il verismo che sarà segnato dai racconti e dai romanzi di ambiente siciliano: “Vita dei campi” (1880), “I Malavoglia” (1881), “Novelle rusticane” (1883), “Mastro don Gesualdo” (1889). Alla produzione narrativa si affiancò quella teatrale, connotata da una forte drammaticità, che diede opere quali: “Cavalleria rusticana” (1884), “La lupa” (1884), “In portineria” (1885), “Dal tuo al mio” (1903).

L’approdo al verismo nasceva in lui anche dall’esigenza di riscoprire un mondo umano più vero, con l’intuizione che l’umanità più autentica era quella che lui si era lasciata alle spalle, nelle desolate terre malariche della Sicilia, quell’umanità che stentava la vita giorno per giorno nelle cave di pietra, nelle saline, o su una barca sgangherata che affrontava i rischi di un mare spietato nella sua violenza e avaro di pesci. La sua cosiddetta conversione al verismo era in realtà lo sbocco naturale della sua personalità di uomo e di artista.

MalavogliaIl suo capolavoro è considerato “I Malavoglia”. La storia si svolge ad Acitrezza nei primi anni dell’unità d’Italia. Al centro una famiglia di pescatori conosciuta e rispettata da tutti che poteva considerarsi in un certo senso agiata grazie ai proventi ricavati dalla pesca con la barca chiamata la “Provvidenza”.

La catena delle disgrazie inizia con l’acquisto a credito di un carico di lupini da trasportare sulla barca. Purtroppo una tempesta fa affondare la nave. Muore così Bastiano, figlio del capo famiglia Padron Ntoni, marito di Maruzza e padre di cinque figli:’Ntoni, Mena, Lia, Luca, Alessi. Tutti cercano allora di arrabattarsi per saldare il debito dei lupini affondati con la barca, ma assai presto durante il servizio militare di leva, nella battaglia di Lissa, muore il giovane Luca. Distrutti dai dispiaceri, i Malavoglia non riescono a saldare il debito e così viene tolta loro la casa di famiglia, detta la “Casa del nespolo”.

A questa seguono altre disgrazie: la morte di Maruzza la Longa per il colera, il traviamento del giovane ‘Ntoni, che, tornato cambiato dal servizio militare, non si adatta alla vita di stenti, si unisce a una compagnia di contrabbandieri e ferisce con una coltellata il brigadiere don Michele, che lo ha sorpreso in flagrante con gli altri. ‘Ntoni è condannato a cinque anni di carcere e la sorella Lia, considerandosi colpevole verso di lui, scappa di casa e si perderà.

Il disonore getta nella costernazione la famiglia dei Malavoglia: padron ‘Ntoni, affranto, si ammala e muore all’ospedale. La nipote Mena rifiuta di sposare compar Alfio, pur essendone innamorata, perché si sente anche lei disonorata per la perdizione di Lia. Solo Alessi, che nel frattempo ha sposato la Nunziata, con la sua laboriosità riesce a riscattare la vecchia casa del Nespolo, dove tornerà ad abitare.

E’ un mondo di vinti, quello che lo scrittore siciliano racconta in questa che è la sua maggiore opera e negli altri testi da lui prodotti. Un mondo di vinti “che la corrente ha deposto sulla riva dopo averli travolti e annegati”. Un mondo di disperati in lotta con il destino avverso cui inesorabilmente soccombono quando si staccano dalla religione, dalla famiglia e dal lavoro.

 La sua è una visione della vita tragicamente pessimistica, arresa al fato, che si pone in netta antitesi con l’ottimismo imperante dei suoi tempi. Tale concezione della vita gli fa credere che tutti gli uomini siano sottoposti a un destino impietoso e crudele che li condanna non solo all’infelicità e al dolore, ma ad una condizione di immobilismo nell’ambiente familiare, sociale ed economico in cui sono venuti a trovarsi con la loro nascita. E chi cerca di uscire dalla condizione in cui il destino lo ha posto, non trova la felicità sognata, ma va incontro a sofferenze più grandi, come succede a ’Ntoni dei Malavoglia o a Mastro Don Gesualdo.

Per Verga allora non rimane che la rassegnazione eroica e dignitosa al proprio destino. Questa concezione fatalistica e immobile dell’uomo sembra in un certo senso contraddire la fede nel progresso propria delle dottrine positivistiche del suo tempo. In realtà, Verga non nega affatto il progresso, ma lo riduce alle sole forme esteriori, non dona la felicità ma solo lacrime. E tuttavia, sembra volerci dire lo scrittore, c’è qualcosa che si erge al di sopra di tutto e che riscatta lo squallore, l’insensatezza dell’esistenza: quel sentimento della grandezza e dell’eroismo che porta il Verga ad assumere verso i “vinti” un atteggiamento misto di pietà e di ammirazione. In secondo luogo, non meno importante, c’è la fede in alcuni valori che sfuggono alla dure leggi del destino e della società: la religione, la famiglia, la casa. A cui si aggiungono la dedizione al lavoro, lo spirito del sacrificio e l’amore nutrito di sentimenti profondi, fatto di silenzi e di pudore, ma forte come una roccia.

E come una roccia è la fede dei personaggi verghiani. I diseredati sanno di potersi affidare solo a Maria, il cui nome ritorna incessantemente nelle loro frequenti invocazioni, che in Sicilia assumono quasi la connotazione di un vero e proprio intercalare. Così il riferimento alla Vergine non manca mai, come quando ne I Malavoglia la Longa raccomanda ai figli di tenersi “sempre sul petto l’abitino della Madonna”. Una esortazione semplice, se vogliamo ingenua, che però esprime il sentimento profondo della gente umile, il suo affidarsi di Maria, il suo naturale bisogno di abbandonarsi a lei, confidando interamente nella sua materna protezione, nel segno della pietà e della carità divina.

(c) MARIA DI LORENZO – ALL RIGHTS RESERVED

Articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio – novembre 2013 – tutti i diritti riservati

 

Contro il vivo cuore

13539071_vernice-per-il-giardino-dei-libri-0Non era solo un romanziere straordinario, il grande autore di un capolavoro impareggiabile come “Il giardino dei Finzi Contini”. Giorgio Bassani è stato anche un poeta di forte e rara intensità.

Questa sua poesia è dedicata al padre.

Sono sicura che non pochi di voi si ritroveranno in queste parole, cariche di nostalgia e di affetto inconsolabile: chi ha perso in questa vita una persona molto cara, in questo caso il padre, sa che cosa si prova e questo mese di novembre ci invita particolarmente alla memoria di chi non è più tra i vivi, ma che vive ancora nel nostro cuore.

I poeti hanno la capacità di dire quello che ciascuno di noi forse ha dentro ma non riesce a tirarlo fuori con le parole giuste. Loro lo fanno in modo straordinario, come se quelle parole fossero anche le nostre, come se sgorgassero dalla nostra anima.

Ecco dunque i versi di Giorgio Bassani che ho scelto per voi:

“Se qui, nel petto, contro il vivo cuore, / s’entro me stesso seppellirti osai, / e offeso ora in me tremi, offesa mai / manchi alla vita che ancora mi resta, // lacrime a questa seppellita fonte / su cui, sospeso, con la fronte stai”.

Una mostra dedicata a “Il giardino dei Finzi Contini”

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Nella sala ‘900 del Museo Ebraico di Roma, fino al 13 febbraio 2014 sarà possibile visitare una mostra dedicata a “Il giardino dei Finzi Contini”, il capolavoro di Vittorio De Sica tratto a sua volta da un altro capolavoro, l’omonimo romanzo scritto da Giorgio Bassani e pubblicato per la prima volta nel 1962.

Vi raccomando di visitare la mostra, se ne avete l’occasione, e soprattutto vi raccomando la visione di questo straordinario film e la lettura di questo libro che è tra i più belli della letteratura non solo italiana, ma oserei dire mondiale.

Romanzo lirico e dolente, dai toni delicati e struggenti, “Il giardino dei Finzi Contini” fa parte del “Romanzo di Ferrara”, opera che comprende anche “Dentro le mura”, “Gli occhiali d’oro”, “Dietro la porta”, “L’airone” e “L’odore del fieno”.  Il filo conduttore è la città, con le sue atmosfere rarefatte e malinconiche, descritte in modo struggente ed appassionato dalla penna dello scrittore, che fa rivivere le incertezze del cuore e della storia attraverso i paesaggi, tratteggiati di lontano, con l’aura magica del ricordo, con quella “ansia che il presente diventi subito passato per amarlo e vagheggiarlo a proprio agio”.

Raccontata in prima persona da Bassani che torna con la memoria agli anni dell’adolescenza e dell’università, la storia de “Il giardino dei Finzi Contini” ruota intorno ad una famiglia ebraica tra le più illustri di Ferrara, dai fasti della fine degli anni ’20 in cui l’io narrante bambino, per la prima volta, varcava i cancelli della splendida villa dal parco immenso sino alla tragica sorte di distruzione e morte nei campi di sterminio nazisti.

Gli orrori della persecuzione razziale e la crudeltà della Storia, da un lato, e dall’altro lo struggente ricordo di Micol Finzi Contini, che il giovane Giorgio ama in silenzio, accettando di esserne solo un amico, nei lunghi pomeriggi trascorsi nel giardino della villa, a ricreare un mondo protetto che assai presto sarebbe stato spazzato via dal turbine degli eventi.

Trovate il romanzo di Giorgio Bassani in tutte le librerie, ed anche su internet:

http://www.ibs.it/code/9788807881084/bassani-giorgio/giardino-dei-finzi.html

E il film di De Sica è reperibile in dvd:

http://www.ibs.it/dvd-film/giardino-dei-finzi/vittorio-de-sica/5051891081086_.html

“L’amore mi ha spiegato ogni cosa” – La poesia di Karol Wojtyła

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di MARIA DI LORENZO

Lo abbiamo conosciuto come papa e lo amiamo come santo, ma di Karol Wojtyła c’è un aspetto che dobbiamo conoscere meglio, il suo essere poeta, ed è un aspetto che illumina tutta la sua vita e la sua figura di una luce nuova, e ulteriore, che ci giunge dai recessi più profondi e segreti della sua anima.

L’essere diventato un sacerdote, e poi un vescovo, e poi il vicario di Cristo sul soglio di Pietro, ha forse messo in secondo piano questa dimensione della sua esistenza, questa vocazione letteraria che era ben forte in lui, fin dai primissimi anni della giovinezza, e che nel corso del tempo gli ha fatto vergare versi di profonda e compiuta bellezza, quali raramente è dato trovarne nella poesia europea del nostro Novecento.

L’attività letteraria di Karol Wojtyła abbraccia un lungo arco temporale, dal 1939 al 2002, ed è stata presentata per lo più sotto pseudonimi. Già nel 1934, all’età di soli 14 anni, egli vince il secondo premio nella gara di lettura di un poema filosofico di Cyprian Norwid, autore polacco tra i suoi più amati.

La sua maturazione letteraria si deve a Mieczysław Kotlarczyk, professore di lingua polacca nel ginnasio di Wadowice, col quale in seguito avrebbe dato vita al “Teatro Rapsodico”.

Nel 1938 Karol ha 18 anni e si iscrive al corso di laurea in Filologia polacca presso l’Università Jagellonica di Cracovia, confermando così la sua chiara predisposizione verso la letteratura. Frequenta il corso di recitazione offerto dall’Università, e continua il suo contatto con Kotlarczyk, che a Cracovia animava incontri di giovani appassionati di poesia e teatro.

Durante questi incontri i partecipanti condividevano l’idea che l’arte non sia “soltanto verità realistica, o solo gioco ma sia soprattutto un’elevazione architettonica, sia uno sguardo in avanti e in alto, sia una compagna della religione e la guida sulla via verso Dio; abbia la dimensione dell’arcobaleno romantico: dalla terra e dal cuore umano fino all’Infinito”.

Nel 1939, che è un anno di intensa ispirazione per Wojtyła, compone una delle sue poesie più note, la seconda in ordine cronologico tra quelle che possediamo, dedicata alla madre Emilia, morta quando egli era piccolo.

Di questo testo esistono alcune varianti, e questa è la più antica: “Sulla tua tomba bianca / sbocciano i fiori bianchi della vita – / – o, quanti anni sono già passati / senza di te – spirito alato. – / Sulla tua tomba bianca / ormai chiusa da tanti anni, / la pace volteggia con forza insolita, / forza, come la morte – ineffabile. / Sulla tua tomba bianca / risplende luminosa quiete, / come se qualcosa ci sollevasse in alto, / come se confortasse la speranza. / Sulla tua tomba bianca / inginocchiato con la mia tristezza / o, quanto tempo è già passato – / eppure oggi mi appare poco. / Sulla tua tomba bianca / o madre – amore spento – / la mia bocca sussurrava esausta: / – Dona eterno riposo –“

1841Nel 1942 il giovane Karol avvisa l’amico e maestro Kotlarczyk di non contare più su di lui, perché l’anno successivo avrebbe chiesto al cardinal Sapieha di cominciare il cammino per l’ordinazione sacerdotale. La risposta di Kotlarczyk sembra sia stata: “Ma che cosa stai facendo? Vuoi forse sprecare il tuo talento?”

Ma ormai il dado è tratto, e Karol non torna indietro. Nel 1946 diviene sacerdote e lo stesso anno pubblica “Canto del Dio nascosto”, scritto durante gli anni del seminario clandestino.

Bellissimi questi suoi versi, contenuti in questa prima e già matura raccolta: “L’amore mi ha spiegato ogni cosa, / l’amore ha risolto tutto per me –  / perciò ammiro questo Amore  / dovunque Esso si trovi.”

E altrettanto belli e profondi sono quelli che scriverà alcuni anni dopo in “La cava di pietra”, a ricordo del primo tempo giovanile, quando dal 1939 al 1944, per evitare la deportazione, aveva lavorato come operaio prima nelle cave, e poi nelle industrie chimiche Solvay, presso Cracovia.

L’esperienza lo aveva segnato profondamente e Wojtyła nel poemetto “La cava di pietra”, composto nel 1957, rivive nei versi quei giorni lontani, e quel lavoro che fu sì una dura realtà, ma che poeticamente gli ritorna nel cuore come limpida metafora in un contrappunto accennato tra grandezza del lavoro e dignità umana: “Ascolta, una scarica elettrica taglia il fiume di pietra, / e in me cresce un pensiero, di giorno in giorno: / che la grandezza del lavoro è dentro l’uomo”.

Da non perdere è poi la lettura del Magnificat, un bellissimo inno nel quale Wojtyła si identifica in Maria. Maria che, cantando il suo inno al “Padre d’immensa Poesia, preannuncia il compimento della Parola. E in questo modo la Vergine diventa figura stessa del poeta e del sacerdote, entrambi servitori della Parola, cioè il Logos.

Quattro mesi prima di divenire vescovo di Cracovia, nel marzo 1958, veniva pubblicato il poema “Profili di Cireneo”. L’opera si concentra sulla figura di Simone di Cirene inteso come una potente immagine dell’uomo contemporaneo. Infatti, egli vi descrive 14 profili di “cirenei” del nostro tempo: l’attore, i fanciulli, lo schizoide, i ciechi, il melanconico, la ragazza delusa in amore, due operai, un intellettuale, un emotivo, un volitivo… Ciascun profilo è quello di un cireneo che ha il proprio giogo da portare sulle spalle e, come egli scrive, “tutti si aggirano ai confini di Dio”.

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“Trittico Romano”, l’unica opera poetica scritta dal papa durante il pontificato, viene pubblicata due anni prima della sua morte, quasi un testamento spirituale in versi.

Il “Trittico Romano” si divide in tre stanze. Nella prima stanza (“Torrente”), Wojtyła si sofferma sull’incanto della Natura. Dallo stupore che l’uomo prova davanti alla bellezza del torrente che scorre, nasce il bisogno di scoprire la sorgente di tanto splendore. Il Papa sublima quel cammino “controcorrente”, a volte difficoltoso, in grado di palesare all’uomo la Verità della vita.

Nella seconda stanza (“Meditazioni sulla Genesi. Dalla soglia della Cappella Sistina”), il Papa poeta si ferma in contemplazione sulla soglia della Cappella Sistina. Michelangelo è colui che è stato in grado di dare immagine al Verbo della Genesi. L’opera del pittore, attraverso una “ricchezza affluente di colori”, ha saputo tradurre in visione concreta quello stupore che vive ed esiste nell’atto straordinario della Creazione. In un passo intenso, Wojtyła si rivolge con chiarezza ed estrema serenità ai cardinali del prossimo Conclave, auspicando che essi vengano illuminati e guidati dalla luce e dalla trasparenza delle immagini di Michelangelo.

Nella terza stanza (“Colle nel paese di Moria”), il Papa si sofferma infine sulla figura di Abramo: “Colui che ebbe fede, sperando contro ogni speranza”.

Giovanni Reale scrive acutamente nella prefazione: “Da tempo i filosofi hanno riconosciuto che l’uomo accede alla verità per tre vie: quella dell’arte, quella della filosofia e quella della religione. Karol Wojtyła ha iniziato con l’essere poeta e drammaturgo, poi ha proseguito il suo cammino come filosofo e come teologo. Wojtyła riunisce dunque in sé le tre grandi componenti del pensiero, e perciò costituisce quella figura emblematica di uomo che in vari modi percorre queste tre vie per raggiungere la Verità.”

E per raggiungere la verità non vi è che una sola strada, quella tracciata dall’amore. Lo aveva ben compreso il poeta e l’uomo Wojtyła scrivendo questi suoi versi folgoranti: “Ai piedi della verità bisogna mettere l’amore, / bisogna collocarlo agli angoli, per terra, per terra, / metterà radici anche là dove non ci sono strade –  / e costruirà, eleverà, trasformerà.”

(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved

articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio – ottobre 2013

Una terra imperfetta

Una-terra-imperfetta1di MARIA DI LORENZO

E’ quasi l’alba e la luna inargenta lo specchio d’acqua davanti al porto di Napoli. È un sentiero luminoso che traccia sul mare. Dentro c’è un tempo sospeso, scosceso, che adesso si avvita.

Adesso lei deve essere forte. Mentre i fotogrammi della sua vita e tutto il passato col suo fragore le scorrono velocemente negli occhi, Anna si avvolge in un pesante mantello nero e chiude i capelli in un cappuccio tirato sulla testa.

Inizia a camminare senza voltarsi. Presto, lo sa, si sarebbe staccata da tutto. Presto il piroscafo avrebbe lasciato il porto e nel primo lucore dell’alba, sotto un cielo ancora scuro, l’avrebbe consegnata al suo avvenire.

Tutta una vita non vissuta. Solo una flebile speranza. Una ferita che non si sarebbe rimarginata mai. Ma lei adesso doveva essere forte. Scrollarsi il passato dalle pieghe del mantello, perchè non le piombasse addosso. Ricostruirsi una vita. Dove la vita è possibile. Dove i palazzi sono decorati da dolci merletti che si specchiano tremuli nelle acque dei canali. Dove la nebbia del mattino si dirada in sfumature rosate che pennellano il cielo.

E passa un tempo, un tempo che sembra infinito. E a respirarlo di fronte al mare aperto dà un senso acuto e dolce di vertigine. Ma adesso comincia ad albeggiare, di nuovo, e il piroscafo fende l’acqua, adesso balugina nel porto di Venezia. Il suono grave della sirena. La nebbia in queste prime ore del giorno è ancora un muro di ovatta, ma le voci sui canali cominciano a intrecciarsi in una lingua musicale, ancora sconosciuta, che somiglia a una tenerissima cantilena.

Anna si stringe nel mantello e chiude gli occhi. Ora lo sa, tutto il passato è alle sue spalle, è tutto cancellato, lontano. Tutto perdonato. E lei è libera, libera come non lo è stata mai nella sua vita.

Scende dal piroscafo e inizia a camminare a passi lenti, poi sempre più decisi. Calpesta il suolo Anna e sorride. Ora può farlo. Nella caligine del mattino che scioglie la nebbia al primo sole il futuro per lei non sarà più un’incognita, ma una carezza lieve, furtiva, sul cuore.

Un nuovo giorno, proprio ora, è incominciato.

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423217_10200254666227782_66246738_nUN COLLOQUIO CON LA SCRITTRICE DELIA MOREA

a cura di MARIA DI LORENZO

Un romanzo ricco di immagini, di voci, di umori, di figure indimenticabili, che si stagliano nette nella calda immaginazione del lettore, e su tutte una in particolare: Anna Diamante, la protagonista della storia, poverissima, dignitosa e testarda. La vediamo per la prima volta che è una bambina e a poco a poco la vediamo diventare una donna. Una donna in balia di un’esistenza sbagliata. Ma Anna ha un carattere forte, volitivo, che saprà riscattarsi dal destino avverso.

Ambizioni umane, passioni, meschinità, sotterfugi, debolezze. Splendori e miserie. Delia Morea ci racconta un mondo e una società, quella della Napoli a cavallo fra i due secoli, Ottocento e Novecento, con una accurata ricostruzione storica e uno scavo non meno profondo nei personaggi, nelle loro ragioni intime, nella loro unicità.

Il romanzo si avvia piano ma ha un piglio sicuro fin dalle prime pagine e ci porta per mano, senza che noi riusciamo più a staccare gli occhi dalla storia, fino al suo epilogo. Una storia avvincente, senza sbavature, tesa e compatta, che fa di “Una terra imperfetta” uno dei romanzi più importanti che io abbia letto negli ultimi anni. Ho rivolto alcune domande all’autrice.

Cara Delia, il tuo nuovo romanzo “Una terra imperfetta” è a mio avviso un’opera perfettamente riuscita, dallo stile maturo e dai profondi significati morali ed esistenziali che sono racchiusi nella vicenda che racconti e che andremo ora ad analizzare. A cominciare da un dato: la passione. A me sembra che tutto il romanzo sia permeato da questa cosa, che coniugata in forme diverse e molteplici sia la passione a dominare su tutto: passione come amore, naturalmente, come sentimento, ma anche passione intesa come dimensione del vivere declinata sia verso un soggetto (uomo o donna) da amare, ma anche verso una città, c’è infatti una grande passione per Napoli nel libro, e infine passione per l’arte, per la magia del teatro e della canzone. Pensi che sia una buona chiave di lettura questa per comprendere il tuo libro?

Cara Maria, è una ottima e giusta chiave di lettura, perché come hai sottolineato e intuito con la sensibilità e la profondità che ti contraddistinguono, la passione è stata una dei motivi che mi ha spinto a scrivere “Una terra imperfetta”. Dapprincipio era un “sentimento” sotteso quasi nascosto, insieme alle altre motivazioni intime che nascono – credo – in chi scrive quando si decide di raccontare, ma nel corso della scrittura la passione è diventata uno stato d’animo fondamentale. Nel senso che questa storia che avevo in mente da molto tempo si è avvolta intorno a me in maniera profonda, appassionata ed io mi sono tuffata in essa, divertendomi, amandola, anche soffrendo. In una parola si è impadronita di me ed ho risposto con ardore e, appunto, passione. Passione per la storia in sé, per i personaggi, per Napoli dove trovo sempre tante ispirazioni, e infine per il teatro e la musica che sono profondamente radicati nel mio dna.

Vi sono molti personaggi nel tuo romanzo, è una storia corale quella che racconti, però il fulcro della narrazione si concentra a mano a mano sempre di più su Annina, che conosciamo nelle prime pagine del libro come una bambina “macilenta con i capelli dai riflessi ramati” e che vediamo crescere e diventare donna, scoprire il suo talento di cantante e lottare per affermarsi. Tu scrivi che Anna “aveva una voglia giovanile e sfrenata di correre verso la vita e non di starla solo a guardare”. E’ una donna testarda e volitiva, che saprà riscattarsi da una vita infelice e ricostruirsi una nuova esistenza a Venezia, lasciando a Napoli il fardello del suo passato fatto di lacrime e di guai. E’ sicuramente una figura molto affascinante, che entra nel cuore di noi lettori. Ti sei ispirata a qualche figura in particolare? Come ti è nato il personaggio di Anna Diamante?

Anna Diamante è un personaggio che amo tanto. E’ frutto d’invenzione, anche se nella mia mente apparivano le memorie dei racconti di mia nonna materna che aveva una bellissima voce, suonava il pianoforte ed era stata una enfant prodige. Aveva avuto, da giovanissima, l’occasione di esibirsi in importanti teatri napoletani d’epoca, diventando conosciuta e famosa tra le cantanti napoletane degli anni ‘20. Una parentesi breve ma indimenticabile. Oltre a lei c’era anche una bisnonna che era stata una quotata attrice di teatro napoletano, avendo recitato al fianco di Eduardo Scarpetta e Raffaele Viviani. C’erano le memorie, i racconti familiari ad attendermi e c’era una profonda volontà di tentare di restituire un mondo scomparso e straordinario attraverso un personaggio come Anna Diamante.

Altri personaggi femminili si incidono fortemente nella nostra memoria. Penso per esempio a Nanà, ribelle e seducente, che assomiglia un po’ a Napoli “femmina nel profondo, colma di luci e ombre, di scure ambiguità e giornate terse”, come tu scrivi. Una donna fuori dagli schemi, che non ha paura di sfidare il mondo. Ma c’erano donne così nell’epoca che tu racconti, a cavallo fra Ottocento e Novecento? E quanto c’è del carattere di Napoli in Nanà? La città che tu descrivi così splendidamente nel romanzo assurge quasi a comprimaria della storia, mi sembra che sia una protagonista a tutti gli effetti.

Nanà è arrivata così all’improvviso. Dapprincipio nel progetto iniziale della storia non esisteva. E’ apparsa scrivendo, come a volte accade per tanti personaggi. Nel senso che mentre pensavo al personaggio di Davide Santocuore, altro perno fondamentale del romanzo, si è preannunciata questa figura femminile seducente, tormentata e affascinante. Forse un contraltare di Annina, così luminosa, mentre lei è in controluce, quasi soffusa ma di carattere. Nanà potrebbe essere metafora di una città che ha sempre avuto un mondo di “sopra” e uno di “sotto”, un mondo che si vede, con i suoi bellissimi panorami, ed uno sotterraneo, nascosto, come le sue stratificate vestigia. Nanà ad onta della sua cattiva fama dimostra poi di essere una donna di sentimenti e di slanci importanti. Mi chiedi se vi erano donne come lei tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900? Penso di si. Credo che sin da allora, e non solo nell’ambiente dell’arte in genere, ci fossero donne all’avanguardia, anche spregiudicate, che avevano voglia di andare avanti, (le successive suffragette lo dimostrano) di affermare la propria personalità in una società molto maschile. Tra l’altro la stessa Annina, così diversa da Nanà, combatte strenuamente per la propria indipendenza, per la libertà.

Mi hai confidato di aver  scritto questo romanzo nell’arco di cinque anni. Un tempo lungo, che ha prodotto una incubazione dai risultati a mio avviso veramente eccellenti. Il libro infatti è un gioiello narrativo che rasenta la perfezione. È un’opera solida, destinata a durare, che rivela per intero le tue grandi doti di narratrice. Si vede anche che hai lavorato molto sulla storia, e che questa ti è entrata dentro al punto che hai potuto raccontarla così bene in tutti i suoi risvolti, nelle sue luci e nelle sue ombre. Spiegaci il tuo rapporto con la scrittura.

Ti ringrazio molto per quello che dici, parli di solidità della scrittura e della storia e questo mi sembra importante per chi scrive. Il mio romanzo è anche frutto di ricerche, di stesure varie, come sempre accade, di pagine scritte e rifatte. C’è stato un primo momento di riflessione, di elaborazione anche mentale, oltre che materiale, di scrittura. Ma devo dire che, successivamente, la storia ha avuto un suo corso fluido, spesso senza inciampi, a volte come un fiume in piena. La scrittura per me è anche questo: entrare  in un mondo altro, farmi coinvolgere nella totalità. Se c’è una idea questa poi si estende e mi travolge. L’idea parte dalla mente e s’incontra con l’anima. Tra l’altro avevo voglia di raccontare una storia che facesse compagnia anche a me stessa, mentre la narravo. In ogni caso devo ammettere che scrivere “Una terra imperfetta” è stata una operazione complessa che ha richiesto tempo e dedizione e voglio ringraziare la casa editrice Avagliano che ha creduto da subito al mio romanzo.

Il teatro è un’altra tua grande passione, visto che sei anche drammaturga oltre che narratrice. E in questo romanzo il teatro, la magia del palcoscenico ha un ruolo molto importante. Ce ne vuoi parlare?

Il teatro è nel mio dna, come ti dicevo. Il romanzo aveva una necessità fondamentale per me, doveva fare il tentativo di raccontare e restituire un mondo di lustrini e coppe di spumante, ma soprattutto di grandi novità culturali, artistiche. Quella Bella Epoque presaga di un terribile conflitto mondiale, dove la cultura, il teatro e la canzone la facevano da padrona. E Napoli era un tassello importante di questo mondo. Una città che viveva nel quotidiano eventi culturali ed artistici fondamentali e, nel contempo, affogava in miserie e mali endemici connaturati, a causa di tante dominazioni che l’avevano profondamente segnata nei secoli.

“Una terra imperfetta, piena di luci e di ombre, visibile e sotterranea, illuminata e ascosa, viva e morta, a cui sapeva di appartenere con certezza e che sarebbe stata sempre sua”. Lo dici di Napoli ed esprimi dei sentimenti che appartengono alla protagonista, Anna Diamante, ma che in fondo – se non sbaglio – sono anche i tuoi. Questa terra imperfetta che è Napoli che cosa rappresenta per te?

In questo caso Napoli rientra nella coralità del romanzo, ne è lo sfondo e, nel contempo, è protagonista, come il titolo che la rappresenta. Napoli è la città dove sono nata e vivo e che amo, naturalmente. È sempre stata per me fonte di ispirazioni: la sua storia così articolata e magmatica, le bellezze architettoniche, le strade, i paesaggi, il mare, elemento fondamentale della città e della mia vita e tanto altro. Cosa dire di più? I sentimenti di Anna Diamante nel descriverla in qualche modo rispecchiano i miei.

Un’ultima domanda, cara Delia. Ho fatto molta fatica, te lo confesso, a staccarmi dal tuo romanzo arrivando all’ultima pagina, mi sono sentita in un certo modo abbandonata dai personaggi della storia, che oramai facevano parte di me, dei miei pensieri. E allora mi viene da chiederti: che cosa hai sentito tu quando hai messo la parola fine al tuo romanzo? Hai in mente ora di scrivere una nuova storia?

E’ bellissimo quello che dici, lo condivido. Ho sentito un vuoto, infatti, questa è la verità. I personaggi del romanzo: dai protagonisti, ai comprimari, alle comparse, mi hanno fatto grande compagnia e anzi devo dire che per alcuni di loro, poco sviluppati, rimasti per così dire nell’ombra, avrei voluto continuare la storia, allargarla. Ma non sarebbe stato possibile, proprio per l’economia finale del romanzo. Forse un domani li riprenderò per inserirli in uno nuovo contesto oppure per continuare questo, come una seconda puntata. Per ora ho in mente qualcosa di molto diverso.  Una storia diversa.

Grazie, Delia… e buon lavoro!

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 (c) pubblicato su Flannery – 30 settembre 2013 / all rights reserved

se ti è piaciuto scrivi il tuo commento sulla pagina di Flannery:

http://flanneryblog.wordpress.com/2013/09/30/una-terra-imperfetta-di-delia-morea/

“Aprirsi vuol dire fare un viaggio nell’altro”

399934_114847425382888_2041676104_nINTERVISTA ALLA SCRITTRICE SIMONA LO IACONO

“APRIRSI VUOL DIRE FARE UN VIAGGIO NELL’ALTRO”

di MARIA DI LORENZO

Come molti di voi già sapete, oggi sono tanti, davvero troppi, quelli che desiderano scrivere, diventare scrittori, ma pochi sono quelli che hanno poi qualcosa di veramente importante da dire. Vogliono scrivere, anzi pubblicare, immaginando forse chissà quali guadagni si possano ricavare dal mestiere di scrittore. O forse, soprattutto, per una velata, ma neanche troppo velata, vanagloria. Ora appunto quello che si definisce il “mestiere dello scrittore” non è però un mestiere tout court ma, mi si passi il termine forse un po’ “chiesastico”, si tratta di una vocazione. E’ un richiamo, preciso e ineludibile, è un essere convocati – spesso, anzi quasi sempre – dalla sofferenza, per i propri casi e per quelli altrui, a causa di un eccesso di sensibilità.

Questa speciale vocazione la possiede Simona Lo Iacono, che a mio avviso è la voce più potente della nostra letteratura contemporanea. Lo ha dimostrato fin dal suo libro di esordio, Tu non dici parole, che vi consiglio di leggere, a cui ha fatto seguito quello che io considero il mio romanzo del cuore, Stasera Anna dorme presto, una storia struggente e vera, che si incide profondamente nella memoria, oserei dire nella carne dei suoi lettori. E oggi Simona Lo Iacono torna in libreria con un nuovo bellissimo romanzo, Effatà (Cavallo di Ferro Editore). L’ho letto tutto d’un fiato, e poi l’ho riletto molto lentamente, perché è una storia che esige riflessione.

E’ un libro molto intenso, Effatà. E’ un romanzo sulla redenzione che opera l’amore e sulla necessità di aprire il nostro cuore agli altri e di condividere il loro destino. E’ un tema forte, che personalmente io sento molto.

Ho intervistato l’autrice per Flannery.

Cara Simona, vogliamo cominciare dal principio? Raccontaci come ti è nato dentro questo romanzo, Effatà, da quale idea o suggestione sei partita per dar corpo alla storia che racconti.

Grazie di questa domanda, carissima Maria! Effatà è nato da un sogno. Una notte ho infatti sognato due bimbi, di circa otto anni ciascuno, uno biondo e l’altro bruno. Mi guardavano con occhi sgranati, erano vestiti con abiti degli anni 40/50 e non parlavano. Mi ha colpito il loro silenzio, l’aria trasognata e triste, il fatto che non pronunciassero parole. Ho capito subito che erano entrambi sordomuti. Svegliatami al mattino e messami a lavorare alle mie sentenze, mi sono imbattuta in un problema  di diritto internazionale. Ho preso il manuale e l’ho aperto casualmente sulle pagine dedicate al processo di Norimberga. Si trattava di alcuni verbali del c.d. “processo ai dottori”, ossia quel sottoprocesso del processo di Norimeberga che si occupò delle imputazioni dei  medici nazisti che misero in atto il programma di eugenetica di Hitler ai danni di categorie di soggetti disabili, tra cui i sordomuti. L’ultima uccisione di un bimbo ebreo morto per mano dei nazisti era datata 29 maggio 1945, quando la morte del Furer era già avvenuta.

Era il 29 maggio 2010.

Ho quindi capito subito che uno dei ragazzini del sogno era proprio quel  bimbo  ebreo. L’altro, biondo e trasparente come vetro, anche lui senza parole, era Nino Smith.

Il titolo del romanzo fa riferimento a un episodio del Vangelo: portarono a Gesù un sordomuto e lui gli pose le dita nelle orecchie e con la saliva gli toccò la lingua, guardando verso il cielo emise un sospiro e gli disse “Effatà” cioè “Apriti”. Non gli dice “ascolta” oppure “parla”, ma proprio “apriti”. Che cosa significa aprirsi, Simona, cosa significa aprire il cuore, e come lo fanno i personaggi della tua storia?

Aprirsi vuol dire fare un viaggio nell’altro. Vuol dire condividerne il destino. Vuol dire commuoversi di fronte al suo mistero, e desiderare piangerlo o riderlo con lui. Vuol dire scoprire che – oltre il proprio sguardo – esiste lo sguardo degli altri sul mondo. Contemplarlo, amarlo, accoglierlo.

Nino esplorerà il mondo, farà esperienza del fatto che la parola può non solo unire, ma anche dividere, capirà che per infrangere il muro della violenza e della durezza non basta parlare. E’ per questo che supererà la propria minorità solo quando sarà oggetto di un atto d’amore vero, spassionato, gratuito. La più grande apertura, infatti, è ciò che comunemente chiamiamo “amore”.

E’ un romanzo, il tuo, che affronta il tema della sordità, e cioè della minorità, vale a dire il tema, specifico ma al tempo stesso alquanto universale, della diversità. Siamo in fondo tutti un po’ minorati, vero Simona? Se non nel corpo quantomeno nello spirito, abbiamo tutti una diversità con cui dobbiamo fare i conti, spesso dolorosa, e che cerchiamo di nascondere, di occultare, spesso dietro i veli ambigui delle parole…

Sì. Siamo tutti bisognosi di quell’Effatà. Gesù è sempre saggio nell’uso delle parole, e le sceglie per il loro profondo significato spirituale. Come hai detto bene anche tu, non dice al sordomuto: “Senti”, “parla”, “ascolta”. Gli dice apriti, perché sa che la minorazione fisica è solo uno degli impedimenti alla comprensione umana. L’altro è la sordità del cuore, l’indifferenza, la durezza. Tutto ciò che – anche se è accompagnato da udito buono – equivale a non sentire la voce degli altri.

Non c’è redenzione senza un gesto d’amore, sembra volerci dire la tua storia. Lo vediamo con il maestro di buca: l’affetto per il piccolo Nino gli fa compiere un gesto che riscatta una vita di errori, una grande colpa. Il tema della redenzione innerva per così dire tutto il romanzo, è così? E’ un tema forte, forse oggi poco presente nella narrativa contemporanea: l’idea della colpa e di una possibile ancorchè necessaria salvezza.

E’ un  tema urgente. E’ fondamentale chiederci che significato ha – nella vita di ognuno di noi – l’errore, la caduta, quella che chiamiamo “colpa”. E’ necessario saperla dire a se stessi, saperla raccontare alla propria anima anche quando ci addolora e ci fa paura. La redenzione è soprattutto questo: un atto di coraggio che parte da un atto di verità. E’ per questo motivo che in calce al romanzo, nei ringraziamenti, riporto una frase di Carl Jung che dice: “ Si può mancare non solo la propria felicità, ma anche la propria colpa decisiva, senza la quale un uomo non raggiunge mai la propria totalità”.

Tu sei un magistrato e in ognuno dei tre romanzi che hai scritto finora c’è un processo, a partire da “Tu non dici parole” con la Santa Inquisizione, passando per il tribunale della coscienza allestito in “Stasera Anna dorme presto”, fino agli interrogatori del processo di Norimberga che sono riecheggiati in “Effatà”. In ognuna delle tue storie vi è la giustizia e un desiderio di verità destinato spesso a dissolversi in tante maschere, una verità sfaccettata, mai intera, una verità che sfugge per sua natura alla vita perché tu dici che in tribunale si afferma una verità di tipo processuale, non la verità “vera”. E’ così? Vuoi parlarcene?

Sì, il tribunale non è il regno della verità vera. E neanche il mondo lo è. Il regno della verità è l’anima, è il confronto con se stessi, con quello scarto dolorosissimo e ferito che esiste tra essere e dover essere. Quello è il regno della ricerca della verità. Ecco perché il romanzo, l’arte in genere, possono essere fondamentali mezzi di ricerca della verità. Perché sono l’espressione della nostra interiorità. Sono una strada che scava dentro di noi, che si dipana in un senso, in un significato. Mentre il mondo è caotico, menzognero, sfaldato, e il processo è limitato dalle strettoie procedimentali, l’anima è libera, potente, ardente. E’ una grande e inesausta aspirante dell’eternità. Pur non sapendolo,  anela  a essere grande, a vivere un destino straordinario. E’ dunque per vocazione una investigatrice della verità, sol che si assecondi la sua natura.

Ancora una domanda, Simona. Come riesci a conciliare la tua vocazione letteraria con il tuo lavoro di magistrato? E che rapporto hai con i tuoi lettori?

Conciliare le mie due “vite” è faticosissimo!!! Il lavoro da magistrato è pressante, impegnativo, assorbente. Ma ho imparato a dividere la giornata, a fare del giorno il regno dell’udienza, e della notte il regno delle storie.

Entrambi i mondi vivono l’uno dell’altro, si respirano addosso, palpitano dello stesso – identico – innamoramento: l’uomo, e con esso il suo mistero.

Il rapporto che ho con i miei lettori? Profonda gratitudine per avermi letta. Mi fanno un grande dono, quando leggono le mie storie. Perché danno ai miei romanzi la possibilità di esistere. E’ la stessa gratitudine che ho per te, cara Maria!

Grazie, Simona.

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(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved

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simoCHI E’ SIMONA LO IACONO

E’ nata a Siracusa nel 1970. Magistrato da 16 anni, attualmente dirige la Sezione distaccata di Avola, tribunale di Siracusa. Ha pubblicato racconti e vinto concorsi letterari di poesia e narrativa. Collabora a riviste e magazine. Riunisce in casa propria un salotto letterario ospitando scrittori e artisti. Cura circoli di lettura e convegni letterario/giuridici. Fa parte dell’EUGIUS, l’associazione europea dei “giudici-scrittori” e della SocietàItaliana di Diritto e Letteratura (SIDL) istituita presso l’Università di Bologna. Cura sul blog Letteratitudine di Massimo Maugeri (Kataweb-L’Espresso) una rubrica fissa a metà tra diritto e letteratura.

Ha pubblicato il racconto “I semi delle fave“, con cui ha vinto il primo premio edito dal convegno “Scrivere Donna 2006”. Il suo primo romanzo “Tu non dici parole” (Perrone, 2008) ha vinto il premio Vittorini Opera prima. Nel 2010 le sono stati conferiti: il Premio Internazionale Sicilia “Il Paladino” per la narrativa e il Premio Festival del talento città di Siracusa. Sempre nel 2010 ha pubblicato il racconto lungo scritto a quattro mani con Massimo Maugeri “La coda di pesce che inseguiva l’amore” (Sampognaro & Pupi). Nel 2011 è uscito il suo romanzo Stasera Anna dorme presto (Cavallo di Ferro) con cui ha vinto il premio Ninfa Galatea per la letteratura. Nel 2012 ha pubblicato il racconto storico Il cancello. Nel 2013 ha pubblicato con Cavallo di Ferro il romanzo Effatà.

La freccia di Grazia Deledda

images (1)di MARIA DI LORENZO

Le sue spoglie riposano a Nuoro, nel luogo che lei aveva più amato da fanciulla, la chiesetta dove si recava spesso in solitudine per ascoltare quello che le dettava il cuore e che aveva ricordato così spesso nei suoi romanzi: la Chiesa di Nostra Signora della Solitudine.

Stiamo parlando di Grazia Deledda, colei che ingiustamente oggi è quasi dimenticata dalle nostre antologie letterarie ma che è stata l’unica donna e scrittrice italiana a ottenere il Premio Nobel per la Letteratura, che le venne conferito nel 1927 con la seguente motivazione: “Per la sua ispirazione idealistica, scritta con raffigurazioni di plastica chiarezza della vita della sua isola nativa, con profonda comprensione degli umani problemi”.

Grazia Deledda era nata a Nuoro il 27 settembre 1871 da Giovanni Antonio e Francesca Cambosu, quinta di sette figli. Autodidatta, esordì appena sedicenne con novelle pubblicate su giornali di moda e per fanciulli. Nel 1895 uscì il suo primo romanzo, “Anime oneste”, che ebbe la prefazione di Ruggero Bonghi, un letterato all’epoca assai noto.

Dopo il matrimonio nel 1900 con un funzionario ministeriale, Palmiro Madesani, abbandonò l’isola natia per trasferirsi a Roma e da lì in poi uscirono i suoi romanzi più famosi come “Elias Portolu” (1903) che Attilio Momigliano definì il romanzo di più alta moralità nella letteratura italiana dopo i Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, “Cenere” (1904), “Canne al vento” (1913), da cui fu tratto uno sceneggiato televisivo di enorme successo, “Marianna Sirca” (1915), “La Madre” (1920), “Il Dio dei viventi” (1922).

Grazia Deledda fu una scrittrice molto feconda. I suoi romanzi venivano pubblicati sulle più prestigiose riviste dell’epoca e poi raccolti in volume, una modalità che allora era riservata solo agli autori di successo del calibro di un Balzac, Tolstoj, Zola.

I motivi ricorrenti della sua narrativa sono il senso della fatalità del destino, la forza primigenia e irriducibile delle passioni che portano alla colpa, il sacrificio eroico che sovente ristabilisce la norma. Il tutto immerso nell’arcaica solennità della Sardegna, sua terra natia, che diventa nelle pagine dei suoi romanzi un territorio mitico e senza tempo dove si svolgono le grandi tragedie umane.

“Accostata ora al verismo ora al decadentismo, la Deledda sfugge alle classificazioni manualistiche”, afferma Neria De Giovanni, che è tra le massime esperte di Grazia Deledda, a cui ha dedicato molti studi, confluiti in vari volumi, tra cui “Come la nube sopra il mare. Vita di Grazia Deledda” (2006); “il suo immaginario letterario – spiega – è ancorato alla cultura della società agro-pastorale della Sardegna con rapporti più stretti con il mondo biblico che con quello del resto della penisola italiana a lei contemporanea”.

Nel 1927 la Deledda ottenne, come si è detto, il Premio Nobel e a tutt’oggi rimane l’unica scrittrice italiana ad aver conquistato tale ambitissimo riconoscimento internazionale.

 images (5)L’ave in montagna

Nei romanzi della grande narratrice sarda le vicende umane si inseriscono in un contesto di continua lotta tra il peccato e la volontà di riscatto. In questa lotta, gli uomini appaiono, come dice il titolo di un suo famoso romanzo, come “canne al vento”, ossia come creature fragili in balia del destino.

Nelle sue opere predominano i sentimenti dell’amore, del dolore e della morte su cui aleggia sempre il senso della colpa e la coscienza di una inevitabile fatalità. I suoi personaggi, irrequieti e spesso travagliati da dissidi interni, sono però ogni volta sostenuti da una profonda intimità religiosa, muovendosi sullo sfondo di un paesaggio arcaico e austero, che quasi sempre è quello sardo.

Vi è una Deledda poi meno conosciuta ed è quella delle liriche (scrisse infatti poesie in sardo nuorese e anche in italiano). In modo particolare, una sua poesia dedicata alla Madonna merita di essere ricordata: L’ave in montagna.

Al centro di questo sonetto c’è una chiesetta dedicata alla Beata Vergine, santuario campestre come ve ne sono molti intorno alla nativa Nuoro e che furono teatro di molte storie uscite dalla sua penna, come il pellegrinaggio espiativo del servo Efix in Canne al vento, solo per ricordarne uno.

Leggiamola: “Ave, o Santa Maria della montagna, / che sogni ne la povera chiesetta, / mentre fuori il bosco, dove stagna / il vespro, l’alba de la luna aspetta. // Ave, o Maria: di chi muore e si lagna / giunga il singulto sino alla tua vetta, / sino al tuo sogno, sino a la tua magna / misericordia, e in Essa si rimetta. // E tu provvedi: l’alta pace arcana / ch’ora inspira la triste mia preghiera / piova su tutti eguale, su la stanca // testa dei vegli come su la bianca / fronte de le fanciulle, e piova intera / con piena grazia, a un’Anima lontana!”

Non è il solo scritto di ispirazione mariana. Tutta la produzione della Deledda è innervata da una forte religiosità, in cui convive il senso misterioso del peccato e della colpa, la bellezza e il raccapriccio, insieme alla triste, ma saggia, consapevolezza che il male è nella vita stessa, come il bene.

Ad un certo punto, si legge in Canne al vento, “Efix s’inginocchia ma non prega, non può pregare, ha dimenticato le parole; ma i suoi occhi, le mani tremanti, tutto il suo corpo agitato dalla febbre è una preghiera”. Ecco che la vita, la vita stessa ed il nostro corpo possono divenire offerta e preghiera, come Cristo in croce. E così, anche all’inizio del romanzo, il narratore racconta riferendosi ad Efix: “Aveva lavorato tutto il giorno e adesso, in attesa della notte, mentre per non perder tempo intesseva una stuoia di giunchi, pregava perché Dio rendesse valido il suo lavoro. Che cosa è un piccolo argine se Dio non lo rende, col suo volere, formidabile come una montagna?”

downloadNostra Signora della Solitudine

Ma dicevamo del sonetto L’ave in montagna, che non rappresenta certo un unicum di carattere mariano nella produzione letteraria della Deledda. Ci viene in mente, a tal proposito, un romanzo, pubblicato nell’anno stesso della sua morte, che avvenne a Roma il 15 agosto 1936.

Il romanzo si intitola “La chiesa della solitudine” ed è la storia di una donna, che si chiama Concezione, la quale viene colpita dal cancro al seno, lo stesso male che ucciderà la scrittrice. A questo punto la donna capisce di non potersi più sposare e allora invoca la Vergine affinchè le dia la forza di allontanare da sé il giovane di cui è innamorata. Per certi versi questa storia ricorda quasi il voto alla Madonna della Lucia manzoniana.

“Maria Vergine, tu che esaudisci chi si rivolge a te con la fede del cieco sicuro di rivedere la luce in un’altra vita, Maria piena di grazia, accogli la preghiera della tua povera Concezione: toglile dal cuore questa freccia”.

Sono pagine delicate e molto belle, soprattutto quando l’autrice tratteggia il pudico sentimento che Concezione comincia a sentire per Aroldo, questo giovane uomo che ha fatto breccia nel suo cuore, così diverso dagli altri suoi pretendenti, con “la bocca fresca che non sapeva né di vino né di tabacco, gli occhi pieni di azzurro, il silenzio prudente e appassionato”.

Tre volte Concezione recitò l’Ave, “poiché la Madre di Dio non nega il suo conforto a chi la saluta come un’amica fedele”, scrive la Deledda.

Ma attorno a lei, alla giovane ammalata, si fanno ressa i pretendenti (“come cani affamati”), che mirano solo alla sua ricchezza, senza sapere del male che già la mina, “annidato come un serpente velenoso” nel suo petto.

Ma Concezione alla fine ripone tutta la sua fiducia nell’intercessione della Madre di Dio. In un atto di supremo abbandono, tre volte recitò l’Ave, e “già alla terza sentiva il calore della protezione divina sfiorarle il cuore”.

(c) Maria Di Lorenzo – articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio – maggio 2013 / all rights reserved

La notte inquieta di Lucia Mondella

Ipromessisposi1989di MARIA DI LORENZO

Uno dei più grandi cantori della Vergine è senza dubbio Alessandro Manzoni. Lo è non soltanto in quel capolavoro costituito dagli “Inni Sacri”, tra cui spicca “Il nome di Maria”(1812-1813), ma lo è anche, e in maniera davvero mirabile, nel grande romanzo storico dei “Promessi Sposi”: il romanzo della Provvidenza, come spesso si è detto, innervato da un sentimento popolare che lo rende estremamente vivo e palpitante ancora oggi, a quasi due secoli dalla sua creazione letteraria.

Nato a Milano nel 1785 (vi morirà nel 1873), aveva ricevuto un’educazione classica nei collegi dei Padri Somaschi e Barnabiti, ma ne era uscito con idee razionaliste e libertarie, avverse alla religione.

A Parigi il giovane letterato entrò in contatto con alcuni ecclesiastici di orientamento giansenista e, in seguito, per la sua conversione religiosa dovette essere decisivo l’incontro con Enrichetta Blondel, figlia di un banchiere ginevrino, che divenne sua moglie. Costei, che era di fede calvinista, sotto la guida dell’abate genovese Eustachio Degola si avvicinò al cattolicesimo, convincendo il marito a risposarsi successivamente secondo il rito cattolico.

Sul ritorno alla fede cattolica Manzoni mantenne sempre un certo riserbo e per questo motivo è pressochè inutile tentare di ricostruirne le fasi interiori. Tuttavia è fuor di dubbio che tale riavvicinamento ebbe immediati effetti sulla sua produzione letteraria.

Siamo nell’800, secolo incredulo e agnostico che sancisce l’inconciliabilità tra fede e ragione, percorso di profondi turbamenti in ogni campo. La glorificazione della Vergine avviene nell’Inno “Il nome di Maria” nel quale vibra la tenerezza tutta speciale di Maria verso il mondo degli offesi e umiliati ed il suo cantore mette in risalto l’accettazione da parte della Vergine del grande compito di diventare Madre di Dio: “ubbidiente l’avvenir rispose”.

Ma non solo. Negli Inni la voce di Manzoni rivela profondità di risonanze nell’indicare il mistero che si addensa su Colei che è scelta dall’Onnipotente: immacolata, madre del Signore, ma anche “stella ai periglianti scampo”. E sotto tale luce il gran Lombardo la raccomandava anche alla devozione della figlia Giulia, a cui nel settembre 1827 scriveva: “Senti una più viva gratitudine, un più tenero affetto, una più umile riverenza per quella Vergine, nelle cui viscere il nostro Giudice s’è fatto nostro Redentore”.

Ma la glorificazione della Vergine avviene anche in quel capolavoro assoluto della nostra storia letteraria che è il grande romanzo dei “Promessi Sposi”. Suggeriamo in modo particolare la rilettura del capitolo XXI dell’opera, quello in cui la giovane Lucia Mondella vive le ore più tragiche della sua vita, dopo essere stata catturata dai bravi di don Rodrigo e portata nel palazzo dell’Innominato.

“Lucia stava immobile in quel cantuccio, tutta in un gomitolo, con le ginocchia alzate, con le mani appoggiate sulle ginocchia, e col viso nascosto nelle mani. Non era il suo né sonno né veglia, ma una rapida successione, una torbida vicenda di pensieri, d’immaginazioni, di spaventi. Ora, più presente a se stessa, e rammentandosi più distintamente gli orrori veduti e sofferti in quella giornata, s’applicava dolorosamente alle circostanze dell’oscura e formidabile realtà in cui si trovava avviluppata; ora la mente, trasportata in una regione ancor più oscura, si dibatteva contro i fantasmi nati dall’incertezza e dal terrore. Stette un pezzo in quest’angoscia; alfine, più che mai stanca e abbattuta, stese le membra intormentite, si sdraiò, o cadde sdraiata, e rimase alquanto in uno stato più somigliante a un sonno vero. Ma tutt’a un tratto si risentì, come a una chiamata interna, e provò il bisogno di risentirsi interamente, di riaver tutto il suo pensiero, di conoscere dove fosse, come, perché.

Tese l’orecchio a un suono: era il russare lento, arrantolato della vecchia; spalancò gli occhi, e vide un chiarore fioco apparire e sparire a vicenda: era il lucignolo della lucerna, che, vicino a spegnersi, scoccava una luce tremola, e subito la ritirava, per dir così, indietro, come è il venire e l’andare dell’onda sulla riva: e quella luce, fuggendo dagli oggetti, prima che prendessero da essa rilievo e colore distinto, non rappresentava allo sguardo che una successione di guazzabugli. Ma ben presto le recenti impressioni, ricomparendo nella mente, l’aiutarono a distinguere ciò che appariva confuso al senso. L’infelice risvegliata riconobbe la sua prigione: tutte le memorie dell’orribil giornata trascorsa, tutti i terrori dell’avvenire, l’assalirono in una volta: quella nuova quiete stessa dopo tante agitazioni, quella specie di riposo, quell’abbandono in cui era lasciata, le facevano un nuovo spavento: e fu vinta da un tale affanno, che desiderò di morire. Ma in quel momento, si rammentò che poteva almen pregare, e insieme con quel pensiero, le spuntò in cuore come un’improvvisa speranza. Prese di nuovo la sua corona, e ricominciò a dire il rosario; e, di mano in mano che la preghiera usciva dal suo labbro tremante, il cuore sentiva crescere una fiducia indeterminata”.

E’ un passaggio straordinario. “Tutte le memorie dell’orribil giornata trascorsa, tutti i terrori dell’avvenire, l’assalirono in una volta”, scrive Manzoni, ma ecco che cosa accade subito dopo: “Tutt’a un tratto, le passò per la mente un altro pensiero; che la sua orazione sarebbe stata più accetta e più certamente esaudita, quando, nella sua desolazione, facesse anche qualche offerta. Si ricordò di quello che aveva di più caro, o che di più caro aveva avuto; giacché, in quel momento, l’animo suo non poteva sentire altra affezione che di spavento, né concepire altro desiderio che della liberazione; se ne ricordò, e risolvette subito di farne un sacrifizio. S’alzò, e si mise in ginocchio, e tenendo giunte al petto le mani, dalle quali pendeva la corona, alzò il viso e le pupille al cielo, e disse: – o Vergine santissima! Voi, a cui mi sono raccomandata tante volte, e che tante volte m’avete consolata! Voi che avete patito tanti dolori, e siete ora tanto gloriosa, e avete fatti tanti miracoli per i poveri tribolati; aiutatemi! fatemi uscire da questo pericolo, fatemi tornar salva con mia madre, Madre del Signore; e fo voto a voi di rimaner vergine; rinunzio per sempre a quel mio poveretto, per non esser mai d’altri che vostra”.

E’ il voto di Lucia Mondella, che lei mette nella mani della S. Vergine per ottenere la salvezza, e dopo averlo fatto, subito ritorna dentro di lei la pace e il suo cuore dilaniato si acquieta: “Proferite queste parole, abbassò la testa, e si mise la corona intorno al collo, quasi come un segno di consacrazione, e una salvaguardia a un tempo, come un’armatura della nuova milizia a cui s’era ascritta. Rimessasi a sedere in terra, sentì entrar nell’animo una certa tranquillità, una più larga fiducia. Le venne in mente quel domattina ripetuto dallo sconosciuto potente, e le parve di sentire in quella parola una promessa di salvazione. I sensi affaticati da tanta guerra s’assopirono a poco a poco in quell’acquietamento di pensieri: e finalmente, già vicino a giorno, col nome della sua protettrice tronco tra le labbra, Lucia s’addormentò d’un sonno perfetto e continuo.”

Questo splendido brano dei “Promessi Sposi” sintetizza quella che potremmo definire la “mariologia” del Manzoni, come già egli l’aveva abbozzata nei versi degli “Inni Sacri”: Maria quale Madre di Dio, mediatrice di grazia e liberatrice degli oppressi.

Risuona in questa prosa limpida e toccante la stessa profonda fiducia, che in Manzoni si fa via via certezza incrollabile, che il Cielo “non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne una più certa e più grande”.

(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved /articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio – marzo 2013

Il mondo dalla parte delle scarpe rotte

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“La città dei ragazzi” di Eraldo Affinati

di MARIA DI LORENZO

Hanno alle spalle famiglie smembrate e passioni recise, le favole che non hanno mai ascoltato, le scarpe rotte. E la dolorosa sensazione di essere sempre con le spalle al muro, a un passo dal nulla. Creature ferite. Specialisti della lontananza, li chiama Eraldo Affinati. Sono quei “minori non accompagnati” che il suo lavoro-vocazione di insegnante di italiano gli fa incontrare ogni giorno lungo i viali e nelle aule della Città dei Ragazzi, la comunità alle porte di Roma fondata nel secondo dopoguerra da Mons. Carroll-Abbing per raccogliere i ragazzi abbandonati che le macerie del conflitto avevano tracimato con sè, dolorosamente, nel nostro Paese.

Tutti italiani, allora, piccoli sciuscià in balia della fame e della miseria. Oggi, di italiani non ce ne sono quasi più, altri hanno preso il loro posto. I ragazzi del deserto. Magrebini, afghani. Ma anche…

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“Sono un pugno di terra viva, ogni parola mi traversa come una spada”

P. David Turoldo con il card. Carlo Maria Martini

Padre David M. Turoldo con il card. Carlo Maria Martini

Il 6 febbraio 1992 si spegneva a Milano dopo una lunga e tormentosa malattia Padre David Maria Turoldo, uno straordinario interprete e testimone dei nostri tempi. Sacerdote e poeta, di se stesso diceva: “Sono un pugno di terra viva, ogni parola mi traversa come una spada”.

Qui potete leggere un mio ricordo:

http://mariadilorenzo.wordpress.com/2012/02/13/turoldo/

“Urge la scelta tremenda: / Dire sì, dire no / A qualcosa che so”. L’itinerario poetico-spirituale di Clemente Rebora

1156di MARIA DI LORENZO

“Un santo nascosto che chiedeva alla poesia la grazia della salvezza. Quella salvezza a cui sarebbe arrivato più tardi, oltre la foresta delle parole, con il balbettio umile delle parole più semplici che Dio ha dato agli uomini”. Così il grande critico letterario Carlo Bo definiva la personalità umana e artistica del poeta, poi divenuto sacerdote, Clemente Rebora.

Rebora è un raro esempio di letterato della prima metà del Novecento. Estraneo per nascita alla cultura cattolica, visse fino a 45 anni nella tormentata ricerca di una scelta che desse senso globale alla vita, finché un giorno capì che era Cristo il senso da lui cercato e si fece sacerdote rosminiano.

Possiamo dire che quella di Clemente Rebora è stata l’avventura di una grande anima in tensione, presa da un’inquietudine divorante, da una “mania dell’eterno” ben ravvisabile fin dalla sua celebre opera d’esordio, i “Frammenti lirici” (1913), che ne hanno fatto uno dei protagonisti della nostra poesia del Novecento, perfettamente innestato nella tradizione della cultura lombarda, animata da una forte tensione morale prima ancora che estetica (non a caso il Manzoni aveva definito la letteratura “un ramo delle scienze morali”). Rebora è figlio di questa nobile tradizione.

Era nato a Milano il 6 gennaio 1885, in una famiglia benestante, ricca di grandi valori umani, ma senza alcun riferimento alla preghiera, ai valori religiosi, alla Chiesa, ai sacramenti. “La mia famiglia, così brava – ricorderà Rebora a Stresa nel 1953 – si era sganciata al tempo di Garibaldi dalla sua tradizione cattolica, pur camminando ancora nella sua scia morale, con grande rettitudine e austerità, ma senza più nulla di soprannaturale. Io ero all’oscuro di ogni nozione di Fede (ma il S. Battesimo, che io avevo ricevuto due giorni dopo la nascita, operava occulto: da fanciullo avevo scritto una poesia con il seguente ritornello: “Sola, raminga e povera / un’anima vagava”)”.

Laureatosi in Lettere presso l’Ateneo della sua città, Rebora insegnò materie letterarie, collaborando al contempo a “La Voce”, “La Riviera Ligure” e altre riviste. Nel 1913 esce la sua prima raccolta di versi “Frammenti Lirici”.

Charitas lucis, refrigerium crucis”

Ma la storia irruppe violentemente nella sua vita. Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale e la partenza per il fronte rivelarono – a lui, come anche a Ungaretti – tutto l’orrore, fatto di sangue e di violenza, celato nella società che egli si era illuso si potesse modificare laicamente, con l’impegno e con il bene.

L’esperienza della grande Guerra e la fine della lunga relazione con la pianista russa Lydia Natus, dalla quale si separò in seguito alla partenza di lei per Parigi, nel 1919, determinarono in lui la profonda crisi spirituale che lo portò nel 1929 ad entrare nel convento dei Padri Rosminiani di Domodossola, dove fu ordinato sacerdote nel 1936.

Molto significativa è la premessa da lui apposta ai “Canti Anonimi”, usciti nel 1922, che testimoniano il lungo travaglio vissuto: “Urge la scelta tremenda: / Dire sì, dire no / A qualcosa che so”. Sono versi che costituiscono un chiaro accenno a quella lunga e sofferta lotta interiore che lo porterà alfine alla conversione, facendo nascere in lui “una certezza di bontà operosa, verso un’azione di fede nel mondo”.

Dopo i “Canti anonimi”, che testimoniano questa profonda e proficua crisi da lui attraversata, Rebora cessò per lunghi anni la sua attività letteraria (che si era pure esplicata nel campo della traduzione di scrittori russi, tra i quali Andreev, Tolstoj, Gogol’, egregiamente resi in lingua italiana), riprendendo soltanto tardi a scrivere poesie, per volontà dei superiori del suo Ordine. Nacquero così “Via Crucis” (1955), “Curriculum vitae” (1955), “Gesù il Fedele” (1956), “Canti dell’infermità” (1957), libri che costituiscono l’espressione di un sentimento religioso intensamente vissuto e sofferto.

Le eterne domande degli uomini – chi siamo? dove andiamo? qual è il senso del nostro vivere? – assumono in Rebora un’imperiosità e un’urgenza che non gli danno tregua e che infine trovano un naturale, anche se sofferto, sbocco nella fede: “Far poesia – lui confessa – è diventato per me, più che mai, modo concreto di amar Dio e i fratelli. Charitas lucis, refrigerium crucis”.

Per Rebora la fede cristiana è stata una lunga e difficile conquista, a cui però, una volta raggiuntala, ha dato un’adesione totale. Il suo itinerario è partito da lontano, dal mazzinianesimo del padre che l’ha educato alla riflessione e all’impegno morale nella società, per passare poi alle inquietudini esistenziali della giovinezza, che si sono accompagnate ad un bisogno profondo di diffondere nel mondo principi di purezza e di bontà.

Tutto questo si riflette nella sua visione poetica e nella sua produzione letteraria, che ha un ‘prima’ e un ‘dopo’, ben distinti, ma tutto sommato speculari e senza vera soluzione di continuità. “Le sue poesie laiche –ha osservato il rosminiano Umberto Muratore -  cantano le lacerazioni cui va incontro l’anima lontana da Dio, mentre quelle religiose cantano il prezzo che bisogna pagare per crescere nella santità”.

Maria invoco, che del Fuoco è Fiamma”

Gli ultimi anni della sua esistenza furono molto difficili, furono anni di purificazione attraverso il dolore fisico e spirituale che gli fecero toccare gli apici dell’esperienza mistica.

Rebora aveva emesso un voto che lo legava alla santa Passione: “Mio Signore e mio Dio, faccio voto di chiederti in ogni tempo la grazia di patire e morire oscuramente, scomparendo polverizzato nell’opera del Tuo Amore. Così sia. Ogni atomo di me stesso, e ogni attimo che mi è concesso, sia amore del tuo Cuore, riconoscenza e lode del tuo Nome, tua vittoria e in tua Gloria, o Gesù Amore, mio Signore mio Dio”.

E Cristo lo prende in parola. Nell’ottobre 1955 è colpito da una grave forma di arteriosclerosi che lo tiene semivivo per due anni. L’olocausto investe anche lo spirito: “Tra me e Dio c’è un muro! Non sento più nulla!”

Composto due anni prima della morte, “Notturno” riecheggia due sentimenti: da una parte la volontà di vivere fino in fondo il suo voto, dall’altra un senso di rimpianto per la mancanza di generosità nella consumazione dell’olocausto.

Inchiodato al muro della sofferenza, tutto crocifisso e insanguinato, il Poeta medita sul suo voto. La grazia di patire e morire oscuramente gli è stata accordata. Ma perché le anime si allontanano da lui? Perché la realtà non si armonizza con le prospettive che gli hanno ispirato il voto? Perché il martirio non è vivificato dall’amore? Agli interrogativi risponde la Madonna: bisogna che la sua preghiera sia nuda e che la sua offerta sembri inutile; bisogna accettare l’agonia del buio interiore e sentirsi “come maledetto”. In tal modo la misericordia di Dio ci si rivela nella sua potenza salvifica.

“Maria invoco, che del Fuoco è Fiamma; / pietosa in volto, sembra dica ferma: / – Penitenza, figliolo, penitenza: / prega in preghiera che non veda effetto: / offriti sempre, anche se invan l’offerta; / e mentre stai senza sorte certa, / umiliato, e come maledetto, / Dio in misericordia ti conferma”.

Nel 1951 chiede ed ottiene di aggiungere al suo il nome di Maria e dal 12 settembre di quell’anno si firmerà Clemente Maria Rebora, a marcare in modo ancor più profondo il suo legame con la Madonna, sotto il cui Manto egli filialmente si pone.

Morì a Stresa alle 6.54 del 1° novembre 1957 dopo 25 lunghi mesi di dolorosa e umiliante malattia. Fu detto di lui: “L’abbiamo visto marcire vivo!”. Le sue spoglie sono ora a Stresa nella Chiesa del Crocifisso, di fronte alla tomba del suo Padre Fondatore, il beato Antonio Rosmini.

© Maria Di Lorenzo – all rights reserved

Articolo pubblicato sul numero di gennaio-febbraio 2013 del mensile Madre di Dio – tutti i diritti riservati

Il coraggio di Irene

20121012irenenemirovsky1“Giovedi’ mattina. Mio amato, mie piccole adorate. Credo che partiremo oggi. Coraggio e speranza. Siete nel mio cuore, miei diletti”. Ha solo 39 anni, e’ una donna minuta e gentile. Ma sul documento che la condanna all’arresto c’e’ una parola che pesa come un marchio: “giudea”. Irene Nemirovsky muore ad Auschwitz, ma ci lascia i suoi libri, tra cui il suo capolavoro “Suite francese”. Lo sto leggendo in questi giorni.

Gloria di luce sopra il mare

di MARIA DI LORENZO

“Perduta la gno vita hè buo la guera, / e la passion incòra no le tase; / Maria – dona al gno cuor ‘na bela sera, / piena de luse calma e tanta pase. // Fâme murî cantando lode a Dio / per la belessa granda del creato, / per la luse che in cuor pur m’ha fiurio / e m’ha fato beato; // e per tu, mai dolsessa, / nuvissa mia e mia dolse creatura,/ ne l’ultima ora, cô ‘l mondo se scura, / no sta fâme mancâ la to caressa”.

Questi splendidi versi del poeta Biagio Marin sono posti come epitaffio sulla sua tomba, a Grado. Un atto di affidamento commovente alla Madonna “ne l’ultima ora” e una richiesta di protezione, perché in quel momento estremo non manchi “la caressa” di lei ed il poeta possa morire cantando le lodi di Dio “per la belessa granda del creato”.

Biagio Marin è uno dei poeti più spirituali del Novecento italiano. La sua parabola esistenziale comincia a Grado, in quel lembo di Friuli Venezia Giulia che alla sua nascita, il 29 giugno 1891, era ancora sotto il dominio asburgico.

Rimasto orfano di madre fin dai primi anni di vita, viene allevato dalla nonna paterna. Nel 1911 si reca a Firenze, dove ha modo di frequentare l’ambiente letterario de “La Voce”, la più importante rivista dell’epoca, che radunava le più diverse forze intellettuali, uniti nella convinzione che la letteratura fosse impegno e dovere morale. Qui incontra scrittori giuliani come lui (Scipio Slataper, Giani e Carlo Stuparich, Umberto Saba); nel 1912 va a Vienna dove frequenta per due anni la facoltà di filosofia.

Allo scoppio della prima guerra mondiale è costretto ad assolvere i suoi obblighi militari come suddito asburgico, ma riesce a disertare in Italia, dove vuole arruolarsi come volontario: ci riuscirà solo dopo Caporetto a causa della tubercolosi che nel frattempo lo aveva colpito.

Alla fine del primo grande conflitto Biagio Marin completa gli studi di filosofia all’Università di Roma dedicandosi poi all’insegnamento per diversi decenni, prima a Gorizia e poi a Trieste.

Già nel 1912 c’era stato il suo debutto letterario con la raccolta di versi “Fiuri de tapo”, scritta – come tutte le opere che verranno dopo – nella lingua materna, l’antico dialetto di Grado. Marin per esprimersi sceglie la lingua del cuore, facendo a meno dell’italiano, una lingua che egli sente non sua, appresa soltanto dopo il tedesco, che era la lingua ufficiale dell’Impero Asburgico.

Il paleo-veneto nel quale si esprime, la lingua gradese, è un dialetto tutto suo, che egli arricchisce di neologismi e che fa vibrare tutti i sentimenti che gli ardono nel cuore. Essi riconducono tutti a Dio. La natura, il cielo, il mare, il vento, il canto degli uccelli, tutto parla il linguaggio dello spirito in cui spazia una universale preghiera. Leggiamo: “Preghiera xe consentimento / al fiurî d’un roser, / dâ-’i l’ala ad un pensier / al vento fâsse bastimento. // Preghiera xe tremor / davanti a un viso ciaro / e xe l’amor / per un radicio amaro. // El caminâ lisiero / ne l’aria marsulina / e scoltâ, la mantina, /el canto d’un oselo”.

Epitaffio sulla tomba del poeta Biagio Marin con sopra incisi alcuni suoi versi dedicati alla “Regina Pacis”

In una suggestiva poesia intitolata “Sancta Dei Genitrix” abbiamo una delle più belle immagini della Natività mai riscontrate nella nostra poesia del Novecento: “Solo un piccol sen de mamolussa / sconto soto un vestito greve, / lontan, no’ visto, / umile comò un fior de bucaneve. // E in quel biancor valìo / d’alga svoda de stele, / xe nato un fantulin, comò in t’un nìo, / pitusso nùo, co’ le son mane bele. // E quele carne d’oro gera Dio, / el sol dei suli, / creator dei firmaminti, / Signor dei canti còldi e i bianchi svuli”.

E’ commovente come il poeta descrive la nascita di Gesù Bambino, “un fantulin”, che è come un pulcino appena uscito dal guscio (“pitusso nùo”), e la sua carne di Uomo-Dio è d’oro. E’ il mistero della Natività, in cui dal seno verginale di Maria, “umile comò un fior de bucaneve”, si è realizzata l’incarnazione del Verbo.

Alla fine della seconda guerra mondiale Marin decide di pubblicare i primi volumi delle sue opere, che finora erano conosciute solo a una ristrettissima cerchia di persone, raccogliendo le sue poesie in un volume intitolato “Le litànie de la Madona”, che uscirà nel 1949.

Solo qualche anno prima, il 25 luglio 1943, c’era stata la tragica morte di suo figlio Falco, in guerra, che lo segnerà profondamente. Biagio Marin nel 1963 decise di fondare la Biblioteca Civica di Grado, dedicandola proprio al figlio scomparso. Nella biblioteca sono conservati più di ventimila volumi e il Fondo Biagio Marin che raccoglie la biblioteca privata del poeta: sono quasi quattromila i volumi donati al Comune, comprendenti i manoscritti poetici e l’epistolario del poeta.

Dopo oltre un decennio di silenzio, Marin pubblicherà nel 1961 un altro volume di poesie (“Solitàe”) e con il libro successivo, “Il non tempo del mare” (1964) vincerà meritatamente il Premio Bagutta nel 1965. Quindi, nel 1970 il poeta inserirà tutte le poesie scritte fino a quel momento in un unico volume che, per l’amore profondo che ha per la sua terra, si intitolerà I canti de l’Isola.

Negli anni Settanta altre opere in lingua gradese, “La vita xe fiama” (1972), “A sol calao” (1974), “El critoleo del corpo fracasao” dedicato a Pasolini (1976), “In memoria” (1978), che lo portano infine alla pubblicazione di una raccolta di versi in italiano dal titolo “Acquamarina” che, uscendo da una dimensione regionale, lo fanno entrare a buon diritto nel firmamento della poesia nazionale.

Il suicidio del suo amato nipote Guido, nel 1977; la morte, appena un anno dopo, della moglie Pina; il decadimento fisico che nel giro di pochi anni lo porterà a diventare sordo e semicieco, sono eventi dolorosi che si abbattono sulla vita del poeta ma che aprono nuove prospettive e una più acuta sensibilità, come si può notare nelle sue ultime tre raccolte di versi “Nel silenzio più teso” (1980), “Poesie” (1981), “La vose de la sera”(1985).

Dopo aver a lungo soggiornato a Trieste, Biagio Marin scelse di vivere l’ultimo arco di tempo della sua vita a Grado, andando ad abitare in una casa vicino al mare, dove si spense, ultranovantenne, nel 1985.

Nella casa in cui aveva visto la luce, nelle vicinanze della Basilica di Santa Maria delle Grazie, oggi vi è una targa che riporta una sua quartina, nel quale il poeta di Grado canta l’amore profondo che lo legò alla sua terra e al suo mare.

Il mare lagunare, col santuario di Barbana poco distante, con le sue distese di luce a inabissarsi a perdita d’occhio su acque continuamente mutevoli nella rifrazione dei colori e con la pianura friulana estesa oltre Aquileia in lontananza, costituisce il luogo essenziale della poesia di Marin, un luogo dell’anima e del cuore.

Il mare è lo spazio infinito da cui sempre il poeta trae ispirazione, dove cercare e trovare il Tutto che è Dio. Nel 1980, in una sorta di confessione letteraria, Marin lo affermò: “Proprio lì, dentro il mio mare – disse – ho avuto la prima, più semplice rivelazione della presenza di Dio”.

E a rimarcare il legame stretto tra il mare e l’eterno, il poeta osa definire “gloria de luse sora ‘l mar” la grande, ineffabile signoria di Maria, la madre amorosa a cui portare soprattutto nel mese di maggio rose e rosari a fior di labbra, nel freddo che circonda i cuori incapaci di germogliare e il tripudio degli altari: “Xe’ rivao su la tera un magio fredo / co’ tanti nuòli che coverze ‘l sol. / I bòculi xe strinti sui roseri, / e i cuori nostri vêrzesse no’ i pol. // Comò, Maria, faremo / a portâte le rose su l’altar, / a cantâ le litànie del to’ regno / che xe gloria de luse sora ‘l mar? // Bisogna che tu sia la bela vampa / che scolda ‘l sangue e che lo fa fiurî. / E dopo, el sol el fa la nova stampa / co’ rose rosse, fresche duti i dì”.

(C) Maria Di Lorenzo – all rights reserved / articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio – novembre 2012 – tutti i diritti riservati

Alla ricerca di un senso alto della vita

di MARIA DI LORENZO

“E la Terra sentii nell’Universo. / Sentii, fremendo, ch’è del cielo anch’ella. / E mi vidi quaggiù piccolo e sperso / errare, tra le stelle, in una stella”. Sono versi, forse tra i meno noti, ma certamente significativi, del maggior poeta italiano di fine Ottocento, Giovanni Pascoli, di cui quest’anno abbiamo ricordato il centenario della sua morte, che avvenne a Bologna nella primavera del 1912.

Il poeta era nato a San Mauro di Romagna (oggi San Mauro Pascoli in suo onore) il 31 dicembre 1855. Trascorse un’infanzia serena tra la fattoria La Torre dei principi Torlonia, di cui il padre Ruggero era amministratore, e Savignano, dove frequentò le scuole elementari. Dal 1862 studiò nel collegio degli Scolopi ad Urbino.

Un grave episodio turbò gli anni della sua pubertà: il 10 agosto 1867 suo padre venne assassinato, per motivi non chiari, da ignoti rimasti poi sempre impuniti. L’anno successivo moriva di dolore anche la madre e la serie dei lutti familiari sarebbe presto continuata con la morte, nel giro di breve tempo, della sorella maggiore e di due fratelli. Questi eventi si incisero a lettere di fuoco nella sua anima, dando anche l’imprinting alla sua successiva produzione letteraria.

La morte è il “mistero” per eccellenza di fronte al quale non si può che arretrare turbati e sgomenti per cercare conforto e rifugio in un mondo fatto di piccole cose, piccole gioie domestiche. Da qui allora il tema del “nido”, che tanta parte avrà nella sua poesia, ossia degli affetti familiari, della casa, come qualcosa di “caldo, chiuso, segreto, raccolto in una esistenza senza rapporti con l’esterno, ma brulicante di complici intimità di istinti e di affetti viscerali” (Barberi Squarotti).

Personalità umana e poetica molto complessa, Zvaní – come affettuosamente lo chiamava sua madre –, fece assai presto esperienza del male. Quell’assassinio del padre rimasto impunito, la dura lotta per la sopravvivenza, il tradimento e la disillusione degli ideali politici, la consapevolezza che la felicità non viene dalla ricchezza ma da un senso della vita modesto e riservato. Un modello bucolico antico, se vogliamo, che impregna i suoi primi bellissimi versi, quelli consegnati alla raccolta Myricae, che già nel titolo allude alla semplicità campestre e alla gioia degli umili arbusti, le tamerici di virgiliana memoria.

C’è appunto una poesia di questa raccolta intitolata Ceppo, che vede per protagonista Maria, la madre di Gesù, in una notte di freddo e di tristezza: “È mezzanotte. Nevica. Alla pieve / suonano a doppio; suonano l’entrata. / Va la Madonna bianca tra la neve: / spinge una porta; l’apre: era accostata. / Entra nella capanna: la cucina / è piena d’un sentor di medicina. / Un bricco al fuoco s’ode borbottare: / piccolo il ceppo brucia al focolare. // Un gran silenzio. Sono a messa? Bene. / Gesù trema; Maria si accosta al fuoco. / Ma ecco un suono, un rantolo che viene / di su, sempre più fievole e più roco. / Il bricco versa e sfrigge: la campana, / col vento, or s’avvicina, or s’allontana. / La Madonna, con una mano al cuore, / geme: Una mamma, figlio mio, che muore! // E piano piano, col suo bimbo fiso / nel ceppo, torna all’uscio, apre, s’avvia. / Il ceppo sbracia e crepita improvviso, / il bricco versa e sfrigola via via: / quel rantolo… è finito. O Maria stanca! / bianca tu passi tra la neve bianca.”

Di fronte alla morte, ancora una volta presente con la dipartita di una mamma, sembra poter far da contraltare allo strazio – quella “scena primaria” che continuamente si riforma nel cuore del poeta – solo l’infinita dolcezza accogliente della Vergine con il suo bambino. Un argine al dolore del mondo, quel mondo che in X agosto Pascoli chiama “atomo opaco del male”. Quel mondo capace solo di distruggere ciò che da lontano pare promettere in termini di felicità e di bellezza.

Nella raccolta di saggi “Le mie letture” (Rizzoli, 1986) don Luigi Giussani prende in esame la dimensione poetica di Giovanni Pascoli usando come chiave di lettura la sua ricerca del trascendente.

Di certo non possiamo definire Pascoli un poeta credente, ma sicuramente possiamo dirlo religioso, perchè fu un uomo – e un poeta – sempre alla ricerca di un senso altro della vita, consapevole del Mistero sotteso alla vita stessa. Tante sue poesie segnano  un percorso euristico di immagini e simboli che costantemente alludono al mistero, al dolore dell’esistenza e alla ricerca di un senso alto delle cose.

Sono versi, i suoi, profondamente attraversati da una tensione escatologica ed esprimono lo stato d’animo di un individuo sempre pronto a interrogarsi sui perché della fede alla quale sembra ambire, ma che alla fine non riesce mai a possedere pienamente.

Tutto ciò è ben documentato nel saggio dello studioso pascoliano Massimo Castoldi, Le ali novelle del cristianesimo. Nota sui rapporti fra Pascoli e Semeria (Edizioni Fiorini), che mette in luce, a 80 anni dalla scomparsa del barnabita Giovanni Semeria morto in concetto di santità, la sua frequentazione col grande poeta romagnolo e i loro intensi colloqui sul tema della fede che appassionava molto l’inquieto Pascoli, desideroso di certezze ultraterrene.

“È fuori di dubbio – dice il filologo Castoldi – che dopo quell’incontro Pascoli intensificò il suo interesse per la figura di Cristo. Non è più il Cristo dei primi anni, anarchico e vittima del potere, ma è portatore di un messaggio di pace e non di contrapposizione”. Il Cristo, per intenderci, di Canzone del Paradiso, del 1909, che sarà lì ad attenderci: “Ed Egli, il Dio vero, l’Uomo Dio, soave, / ci dirà pace, ci dirà: Son io”.

E in una conferenza dal titolo assai significativo, “Esiste un’arte cristiana moderna?”, tenuta nel 1902 a Palermo e a Torino, padre Semeria citava brani di Nel carcere di Ginevra e di I due fanciulli per sostenere che “Pascoli, checché ne sia delle sue idee filosofiche, metafisiche, dogmatiche, è stato sempre, anzi è divenuto ognora più cristiano nelle sue tendenze morali, che sono la vera anima della sua poesia”.

Il saggio di Castoldi racconta le lettere e gli incontri tra i due, da cui emerge che il poeta non era affatto anticlericale come sovente si è scritto, e che – aggiungiamo noi – andrebbe rivista la sua figura sia sotto il profilo spirituale che letterario, giacchè nonostante la fortuna postuma molti aspetti restano ancora nell’ombra, per cui ora come ora le immagini che più sovente saltano fuori dai nostri ricordi scolastici sono quelle, francamente un po’ melense, della “cavallina storna” o della “rondine caduta tra spini”, immagini riduttive di un grande genio letterario che ha aperto la strada al Novecento.

Dalla sua formulazione della poetica del fanciullino come modo di concepire la poesia discendono alcune conseguenze fondamentali, come la dimensione irrazionale della stessa poesia, il suo scopo sociale nel mondo, la scoperta dell’infanzia e delle piccole cose che fanno dell’atto poetico un mezzo per la diffusione di un messaggio di solidarietà e di amore fra gli uomini.

Così la poesia pascoliana canta di volta in volta l’umile fatica delle “lavandare” con i loro stornelli, la famiglia raccolta attorno al desco, i frulli degli uccelli, l’”aratro dimenticato” in mezzo al campo, il tuono e il lampo… Ma in tutte le immagini sonore e visive ce n’è una che sempre ritorna e sovrasta le altre, in luminosa arrendevolezza: la voce dell’Ave che chiama a raccolta il cuore degli uomini, e che al poeta fa scrivere quel verso bellissimo: “E tu nascesti Dio da un piccolo Ave…” in cui si ricapitola il destino del mondo, nell’irruzione dell’eterno in ogni esistenza umana, anche e soprattutto attraverso il duro nonchè comune apprendistato del dolore.

© Maria Di Lorenzo – all rights reserved

Articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio – ottobre 2012

 

 

 

«Allumi questa vita e l’altra adorni»

di MARIA DI LORENZO

Il Rerum vulgarium fragmenta di Francesco Petrarca, che è conosciuto soprattutto con il titolo di Canzoniere, è una specie di “breviario” laico, composto di 366 poesie, come fossero tante preghiere dedicate alla sua Madonna Laura, una per ogni giorno dell’anno, ma la lode finale alla Vergine, messa a suggello dell’opera petrarchesca, è senza dubbio il segno indefettibile di un omaggio e dell’amore del grande poeta nei confronti della Madre di Dio.

Figlio di un notaio fiorentino esiliato per motivi politici, fin da piccolo Francesco Petrarca, nato ad Arezzo nel 1304, fu costretto a seguire i lunghi spostamenti del padre, che lo portarono in altre città toscane e poi ad Avignone, in Francia, dove all’epoca si era trasferito il Papato. L’arrivo di scrittori e dotti provenienti da tutta Europa favoriva il confronto e il dibattito, unitamente alla conoscenza che si poteva accumulare nelle numerose biblioteche private e al fiorente mercato letterario: questi saranno elementi fondamentali per la formazione di Francesco, intellettuale lontano dalla scuola e dalle università. Il suo primo maestro fu il dotto Convenevole di Prato, al cui magistero seguirono gli studi giuridici, presto oscurati dalla passione per i classici greci e latini.

Dopo la morte della madre, Eletta Cangiani, Petrarca decide di prendere gli ordini minori, mentre suo fratello Gherardo voterà la sua esistenza al sacerdozio, nel monastero di Montrieux. Nel 1330, il poeta entra al servizio del Cardinale Giovanni Colonna e ciò favorirà molto la sua futura consacrazione nell’olimpo dei letterati più importanti e famosi d’Europa. Viaggiatore mai pago, Petrarca sarà protagonista di numerosi spostamenti tra il 1347 ed il 1351, che toccheranno città come Parma, Verona, Padova, Mantova, piccoli centri come Carpi e Ferrara. Grande rilevanza avrà il suo viaggio a Roma nel 1350 in occasione del Giubileo. Finchè nel 1351 accetta l’invito di Clemente VI a tornare ad Avignone.

La Provenza lo ospita per altri due anni, un periodo di intenso lavoro, nei quali trovò una nuova vena artistica, ma proprio allora, improvvisa, maturò la decisione di rientrare in Italia. Lasciata la Francia nel 1353, scelse come dimora Milano, una città per lui sconosciuta. Ma fu a Valchiusa che nacque l’idea di raccogliere, con un criterio ordinatore e di ampliamento, le rime sparse, sottoposte fino agli ultimi anni di vita a un’intensa attività di edizione e di riorganizzazione.

Nella redazione definitiva il Canzoniere sarà formato da 366 rime, di cui 317 sonetti, 29 canzoni, 9 sestine, 7 ballate e 4 madrigali. L’innamoramento e la morte di Laura motivano la divisione dell’opera in due parti, in vita e in morte di Madonna Laura. La prima parte è segnata da un grande numero di rime legate alla vicenda d’amore e si conclude con un elogio di Laura, simbolicamente raffigurata attraverso l’alloro, esaltata anche per virtù e castità. La seconda è aperta da una canzone che osserva l’errore dell’infatuazione, I’vo pensando et nel penser m’assale, a causa della quale il poeta ha creduto, sbagliando, in un bene fatuo.

Petrarca rimpiange di aver perseguito per tanti anni “mortal bellezza, atti e parole”, che gli hanno “tutta ingombrata l’alma” fra “miserie e peccati”. Ora che, giunto “forse a l’ultimo anno”, ripone tutta la sua speranza nella Madonna, le chiede di non guardare i suoi meriti e il suo valore, ma «l’alta…sembianza» di Dio impressa come un sigillo anche nel suo misero cuore.

Petrarca aveva già indagato la contrapposizione tra vita contemplativa e vita mondana, che per lui era stata prevalente, giungendo ad una profonda introspezione dell’esistenza, affidata ai temi del Secretum, dialogo in tre libri sulla conflittualità dei suoi sentimenti, avente come interlocutore il grande S. Agostino. Poi, nel De ocio religioso, un trattato sulla vita ascetica nato da una visita al fratello Gherardo, sacerdote a Montrieux, aveva tessuto la consacrazione della felicità monastica, condizione privilegiata nella tradizione cristiana. Durante la lunga e complessa rielaborazione delle rime sparse, aveva concepito anche i Trionfi, un poema in volgare intriso della sua riflessione ideologica, presentata sotto forma di narrazione simbolica.

Il titolo era ispirato dalle spettacolari e successive rappresentazioni, cui il poeta immagina di assistere come in una visione significativa sul vero senso della vita. Le parti del poema – composto di terzine come la Commedia dantesca – sono sei, derivanti dal modello del sommo poeta anche per l’alternarsi di personaggi e situazioni esemplari, illustrate da una guida che accompagna Francesco in questo viaggio immaginario. Attenderà alla stesura dei Trionfi fino agli ultimi anni della sua vita, conclusasi il 19 luglio del 1374 ad Arquà, sui Colli Euganei, dove si era trasferito dal 1370 dopo che Francesco di Carrara gli aveva donato un terreno.

Nella canzone alla Vergine bella con cui si chiude la seconda parte del suo Canzoniere il Petrarca, pur non raggiungendo la forza teologica di Dante, tocca comunque vertici altissimi di poesia. Anche quello del Canzoniere, come la Commedia dantesca,appare ala fine come un percorso in un certo qual modo salvifico. Dalla situazione di difficoltà di «Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono», dal perenne struggimento interiore per l’incapacità di rivolgersi definitivamente al vero Bene l’autore passa all’affidamento del proprio male e della propria malinconia a Colei che volentieri viene in nostro soccorso. Una serie di appellativi mettono in risalto lo splendore e la missione della Madre di Dio: “Vergine bella, che di sol vestita, / coronata di stelle, al sommo Sole / piacesti sì che ‘n te sua luce ascose, /amor mi spinge a dir di te parole; /ma non so ’ncominciar senza tu’aita /e di colui ch’amando in te si pose.”

Petrarca non ci presenta come primo tratto la maternità della Madonna alla maniera di Dante, bensì la sua bellezza con un tocco di sensualità e, nel contempo, un richiamo all’Apocalisse (“di sol vestita, / coronata di stelle”). E’ lei, Maria, la sposa dello Spirito Santo (Colui ch’amando in te si pose), l’immacolata (d’ogni parte intera), figlia e madre di Dio (del tuo parto gentil figliuola e madre), la gioia degli uomini (‘l pianto d’Eva in allegrezza torni). Da lei, “umana e nemica d’orgoglio”, essendo la creatura umile per eccellenza, il poeta implora perdono e protezione: “Invoco lei che ben sempre rispose, /chi la chiamò con fede. / Vergine, s’a mercede / miseria estrema de l’umane cose /già mai ti volse, al mio prego t’inchina; / soccorri a la mia guerra, / ben ch’i’ sia terra e tu del ciel regina”.

L’amore non è più un fine, ma il mezzo per arrivare a capire la verità e giungere al Bene eterno. La voce di Petrarca è velata di pianto e sente la stanchezza per l’incessante lotta in cui è da sempre coinvolto, il dissidio irriducibile tra peccato e Grazia. La tipica invocazione alle muse propria della poesia epica viene sostituita dalla richiesta di aiuto alla Vergine perché il poeta possa incominciare la sua poesia, e Petrarca sente tutta la sproporzione tra la sua pochezza e la grandezza di Maria, che del cielo è regina. E allora implora: “Non guardar me, ma Chi degnò crearme; / no ‘l mio valor, ma l’alta sua sembianza / ch’è in me ti mova a curar d’uom sì basso”.

E all’avvicinarsi della morte, la richiesta della sua materna protezione in lui si tinge di speranza: “Miserere d’un cor contrito, / raccomandami al tuo Figliuol, verace / omo e verace Dio, / ch’accolga il mio spirto ultimo in pace”.

(c) Maria Di Lorenzo – articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio di agosto-settembre 2012 /all rights reserved

Antonia Pozzi, cantare la vita “sulla soglia”

di MARIA DI LORENZO

Il cardinale Gianfranco Ravasi nel centenario della nascita della poetessa milanese Antonia Pozzi ha voluto celebrare una Messa nei luoghi che a lei furono più cari, nella chiesa parrocchiale di Pasturo, in provincia di Lecco, ai piedi delle Grigne, dove aveva trascorso i giorni più belli e spensierati della sua vita. La poetessa, che è tra le autrici preferite del colto porporato, morì ingerendo dei barbiturici il 3 dicembre 1938, a soli 26 anni di età.

Il responsabile della cultura del Vaticano ha precisato: “Celebro questa Messa perché l’atteggiamento che la Chiesa ha attualmente nei confronti dei suicidi presta molta attenzione alle dimensioni interiori della tragedia. Se l’evento drammatico nasce da una superficialità o è causato dal disprezzo dei valori della vita, allora evidentemente non può essere oggetto di una celebrazione esplicita. Ma – puntualizza Ravasi – la Pozzi rappresenta il caso di una persona dotata di forte spiritualità e di intensa ricerca interiore, travolta da una sensibilità estrema”.

La studiosa carmelitana Cristiana Dobner ha dedicato uno studio a questa dimensione di profonda ricerca interiore della giovanissima poetessa lombarda, in un volume: “All’altra riva, ai prati del sole. L’immaginario di Dio in Antonia Pozzi”, edito da Marietti nel 2008, nel quale analizza in filigrana la figura e l’opera della poetessa, i cui scritti ebbero diffusione e fortuna critica soltanto all’indomani della sua morte.

Antonia Pozzi era nata a Milano il 12 febbraio 1912 da una famiglia molto agiata. Diciottenne, nel 1930, si era iscritta alla facoltà di lettere e filosofia dell’ateneo meneghino, trovandovi maestri illustri e grandi amicizie, tra cui Vittorio Sereni, Remo Cantoni, Dino Formaggio, per citarne solo alcuni. Frequentando poi il corso di Estetica, tenuto da Antonio Banfi, aveva deciso di laurearsi con lui, preparando la tesi sulla formazione letteraria di Flaubert, con cui si era laureata cum laude il 19 novembre 1935. Dopo la laurea ottenne di insegnare all’Istituto Schiaparelli di Milano.

Negli anni del liceo e dell’università Antonia conduce una vita che si direbbe normalissima, almeno per una giovane come lei, di rango alto-borghese, colta, piena di curiosità. Aveva avuto le migliori scuole, il pianoforte, l’arte applicata, lo sport (sci, nuoto, scalate in montagna, equitazione). E poi parlava correttamente il francese, l’inglese e il tedesco, leggeva i classici. Aveva delle capacità intellettuali indubbiamente fuori dal comune ma anche la sua sensibilità toccava vette altissime, inaccessibili (“se un raggio di sole, tra la nebbia, può ancora farsi strada – scrive – , esso nasce là dove io sento che il mio cuore ha toccato un altro cuore”), e l’unico rifugio al suo spirito in ricerca poteva essere solo la dimensione della poesia, perché “la poesia – diceva lei – ha questo compito sublime: di prendere tutto il dolore che ci spumeggia e ci romba nell’anima e di placarlo, di trasfigurarlo nella suprema calma dell’arte, così come sfociano i fiumi nella vastità celeste del mare”.

Così tutta la potenza, ma anche il dolore e la ricerca di una dimensione metafisica che nutre in ogni istante il suo essere di donna e di artista è rimasta negli anni legata a un unico libro di poesie, Parole, pubblicato postumo dal padre nel 1939, in un’edizione che, seppur accolta con grande favore dalla critica, “tradiva” in qualche modo il pensiero della poetessa, laddove il padre era intervenuto con tagli e interpolazioni, quando il riferimento poteva essere non consono alla memoria che voleva costruire della figlia. E’ stato grazie al lavoro puntuale di una suora, Onorina Dino, che la verità su Antonia Pozzi è stata fatta conoscere integralmente, con la creazione dell’Archivio dedicato alla poetessa. Infatti alla loro morte, i familiari avevano lasciato in eredità le cose di Antonia, compresa l’amata casa di vacanza a Pasturo, sopra Lecco, in Valsassina, dove la Pozzi è sepolta, alle Suore del Preziosissimo Sangue di Monza. Agli inizi degli anni Ottanta suor Onorina Dino inizia ad occuparsi dei manoscritti della Pozzi, in una ricostruzione conforme all’originale di Parole e con la pubblicazione, via via, negli anni di tutto il corpus poetico.

Dopo un trentennio di studi filologici e di ricerca possiamo dire di avere ora il corpus completo dei suoi scritti, con le poesie, i diari, l’epistolario, fino alla tesi di laurea e alle fotografie, che rappresentavano per Antonia Pozzi un altro modo di raccontare, e di farlo usando lo sguardo e l’immagine invece che le parole.

“Sola / nella notte di rovina e di spavento / restavi tu / Maria – / incolume nell’abside / della tua cattedrale / curva sul crollo orrendo / con il figlio ravvolto / nel suo manto celeste. / Sopra il lamento / dei non uccisi / sopra il fumo e la polvere / delle cose degli uomini distrutte / sopra il muglio del mare / sognavi tu / un’altra dolce casa / vegliata / da un’altra azzurra Maria / in riva a un altro mare / dormente / tra le isole erbose. / La chiesa di Torcello sognavi / e l’oro pallido dei tramonti / sulla laguna / e la tranquilla via delle barche / nelle sere serene. / Di quell’oro nutrivi tu / di quel sereno / Maria / nella spaventevole notte / la solitudine tua / materna / e più fulgente il tuo serto di stelle / più turchino il tuo manto / più soave il tuo Figlio / levavi / dal fondo della Chiesa crollata sulle madri dei morti”.

Sono versi bellissimi, in cui la poetessa ricorda il terribile terremoto di Messina del 1908 quando soltanto i mosaici che raffiguravano la Madonna si salvarono dalla distruzione. Nella poesia Maria è quasi umanizzata, e tra i lamenti di chi ha perduto tragicamente la propria casa, si leva anche il suo pianto insieme alla speranza di avere una chiesa tutta nuova a Torcello.

Pensiamo anche ai versi della lirica Nel duomo (3 marzo) in cui la poetessa si inoltra nella tenebra della cattedrale con gli occhi fissi “a una lucente siepe di ceri”, di fronte a un antico dipinto antico di Madonna con bambino. Sono versi, i suoi, che esprimono tutta la ricchezza e la bellezza della sua anima ed anche tutta la sua forza, la sua potenza di artista. Quella di Antonia Pozzi, infatti, è una delle voci femminili più intense della poesia italiana del secolo scorso. E dopo l’oscurità a cui era stata consegnata finché lei visse, ha finalmente un posto nella nostra letteratura del Novecento.

I testi di Antonia Pozzi “si leggono con il batticuore”, annota Eugenio Borgna in Le intermittenze del cuore. Essi, dice, sono “attraversati da una cascata di emozioni e di riflessioni sconvolgenti e temerarie: ancorate a tematiche esistenziali roventi e attuali ieri come oggi”.

Chiamata all’alto respiro della vita interiore, con la capacità di gioire e di soffrire come pochi per le cose più piccole e umili, quelle cose che nascondono un sentire religioso, ed una profonda pietas, sempre espressa in punta di piedi, rimanendo quasi “sulla soglia”. Questa fu Antonia Pozzi, che non a caso un giorno scriveva: “Io non devo scordare mai che il cielo fu in me…”

E “una mistica laica”, l’ha definita Ravasi. I suoi testi, che furono apprezzati da lettori importanti (basti pensare a Montale che ne patrocinò l’ingresso nella collezione di poesia “Lo specchio” di Mondadori), pongono in primo piano, senza soluzione di continuità, il suo incessante anelito spirituale, come una sorta di febbre interiore che colpisce chi ancora oggi, come lei, cerca la fede. Basta soffermarsi su questi versi, assai significativi: “Ma tutta l’acqua mi fu bevuta, o Dio, / ed ora dentro il cuore / ho una caverna vuota / cieca di te. / Signore, per tutto il mio pianto / ridammi una stilla di Te, / ch’io riviva.”

(c) Maria Di Lorenzo – articolo pubblicato su Madre di Dio di luglio 2012 /all rights reserved 

Il talento della malattia

Uno scrittore guarito da un male raro e crudele, il bisogno di raccontarlo e di raccontarsi. “Il talento della malattia” è un romanzo pubblicato di recente da Avagliano Editore. E’ scritto da Alessandro Moscè, ed è la sua storia: una storia che ha la leggerezza del vetro soffiato e la profondità del mare visto di notte su una spiaggia. Dove il dolore diventa occasione per riaffermare la vita e la grande “epica” del calcio, che fa da filo conduttore alla storia narrata, è un modo per esprimere quella forza misteriosa e vitale che sconfigge la morte.

Questo è il testo della mia intervista a Alessandro Moscè: http://flanneryblog.wordpress.com/2012/06/25/alessandro-mosce

Franz Werfel, un canto al Mistero

cover_6328di MARIA DI LORENZO

“François Soubirous si alza al buio. Sono le sei precise. Il suo orologio d’argento, regalo di nozze dell’avveduta cognata Bernarde Casterot, non l’ha più già da molto tempo. La bolletta di pegno dell’orologio e di qualche altra cosuccia preziosa è scaduta ormai dall’autunno scorso. Ma Soubirous sa che sono le sei in punto, benché le campane della chiesa di Saint-Pierre non abbiano ancora suonato per la prima Messa. I poveri hanno il tempo nel sangue; anche senza quadranti e senza tocchi di campane, sanno che cosa segna l’orologio. I poveri hanno sempre paura di arrivare in ritardo. L’uomo cerca a tasto i suoi zoccoli, li prende, ma li trattiene in mano per non far rumore. Rimane in piedi, scalzo, sull’impiantito freddo come ghiaccio, e ascolta i diversi respiri della sua famiglia che dorme: una musica strana che gli opprime il cuore. Sono in sei a dividere la stanza…”

E’ il folgorante, bellissimo inizio del romanzo Il poema di Bernadette di Franz Werfel, che noi conosciamo soprattutto col titolo La canzone di Bernadette, un’opera da cui il regista Henry King trasse un film di eccezionale impatto emotivo che vinse vari premi Oscar negli Anni Quaranta, di cui uno, meritatissimo, andò alla protagonista della pellicola, l’attrice Jennifer Jones, che impersonava la giovanissima veggente di Lourdes.

“Ho osato cantare la canzone di Bernadette, io che non sono cattolico ma ebreo”. Così scrive Franz Werfel nell’introduzione alla prima edizione del romanzo, uscito nel 1941. Soltanto un anno prima, lo scrittore si trovava assieme alla moglie Alma Mahler in Francia. A giugno le truppe tedesche erano entrate a Parigi con Hitler in testa. I due coniugi avrebbero voluto fuggire negli Stati Uniti, ma non avevano i visti necessari. Decisero allora di provare a far perdere le proprie tracce fra i Pirenei, mischiandosi ai tanti sbandati in fuga dall’esercito invasore.

“A Pau, una famiglia del luogo ci disse che Lourdes era l’unico posto dove qualche beniamino della Fortuna poteva forse trovare ancora alloggio”, racconta Werfel. “Poiché la famosa città era appena a trenta chilometri, ci venne consigliato di tentare e picchiare alle sue porte”.

E le porte di Lourdes si aprirono ai due fuggitivi, che trovarono in essa accoglienza e alloggio. “In questo modo la Provvidenza mi condusse a Lourdes, della cui storia prodigiosa non avevo fino ad allora la più superficiale nozione”. Ma durante le sette settimane di permanenza nella cittadina pirenaica lo scrittore ebreo ebbe modo di conoscere da vicino la vicenda “della giovanetta Bernadette Soubirous e i fatti meravigliosi delle guarigioni di Lourdes”.

“Un giorno”, lui racconta, “tribolato com’ero, feci un voto. Se fossi uscito da quella situazione disperata e avessi raggiunto la costa americana – questo fu il voto che feci – avrei prima di ogni altro lavoro cantato la canzone di Bernadette come meglio avessi potuto”.

Il Canto di Bernadette, scritto per voto e per necessità interiore, diventò un successo mondiale. La riduzione cinematografica, diretta da Henry King fu premiata da ben quattro Oscar ed è entrata a buon diritto nella storia mondiale del cinema.

Franz Werfel era nato a Praga il 10 settembre 1890, al tempo dell’impero austro-ungarico, in una famiglia ebraica. Contemporaneo e collega di altri intellettuali ebrei e autori come Franz Kafka, Max Brod e Martin Buber, nel 1929 aveva sposato la vedova del compositore Gustav Mahler, e nel 1933 aveva ottenuto la fama letteraria con la pubblicazione dell’opera I quaranta giorni del Mussa Dagh, un grande racconto epico sulla resistenza armena e il feroce genocidio di quel popolo perpetrato ad opera dei Turchi.

Fra le altre sue opere scritte sono da ricordare i romanzi Il colpevole non è l’assassino, ma la vittima (1920), Nel crepuscolo di un mondo (1937), Una scrittura femminile azzurro pallido (1955), e inoltre i drammi storici Juarez e Massimiliano (del 1924) e Jacobowsky ed il colonnello, scritto poco prima della morte, che lo colse a Los Angeles nell’agosto del 1945.

Esponente di spicco del movimento espressionista tedesco e convinto pacifista, Werfel fu tra quegli uomini di letteratura che nella prima metà del Novecento seppero esprimere con il loro ingegno artistico una straordinaria ed appassionata partecipazione ai problemi del proprio tempo. Come ha scritto di lui il germanista Claudio Magris: “Werfel cercava l’umanità e la grazia ovunque. E come i suoi romanzi, anche le sue idee hanno un denominatore comune, una calda pietà per gli uomini e per la vita”.

Nella sua produzione letteraria, infatti, sono racchiusi i temi di fondo che l’apparentano a quelli più avvertiti dalla sensibilità popolare: il sentimento religioso, la condanna delle brutalità del mondo, la speranza in un futuro migliore, la fede nell’invisibile. “Sin dal giorno nel quale scrissi i miei primi ver­si – dice Werfel –, giurai a me stesso che avrei re­so onore sempre e dovunque, at­traverso i miei scritti, al segreto divino e alla santità umana”. E, ancora, lo scrittore sosteneva con grande convinzione: “La fede nel divino non è altro che il sostanziale riconoscimento che il mondo ha un senso, che cioè è un mondo spirituale”.

Il 16 luglio 1940, un articolo del «New York Post» annunciava che il famoso scrittore Franz Werfel era stato ucciso dai nazisti. La notizia era del tutto infondata, ma Werfel stava comunque vivendo giorni durissimi e di grande pericolo. Da un po’ di tempo, infatti, con la moglie Alma, era costretto a nascondersi nel sud della Francia, tra carovane di sbandati e profughi in fuga dall’esercito di occupazione tedesco.

Dopo aver lasciato l’Austria a seguito dell’annessione del 1938, la coppia aveva vissuto in Svizzera, a Parigi e infine in Provenza, dove si era raccolta una colonia di espatriati tedeschi. Ma pure lì la pace era durata poco. Sotto la minaccia delle truppe di Hitler, sempre più vicine, Franz e Alma si erano dati a una fuga febbrile, nel tentativo di raggiungere il confine spagnolo. Avevano fatto tappa a Bordeaux e poi, attraverso Pau, erano giunti a Lourdes.

Confusi tra pellegrini e sfollati, erano rimasti lì circa due mesi, condividendo angoscia e speranza. Senza documenti validi per espatriare, era impossibile passare la frontiera e così lo scrittore e la moglie furono costretti a tornare a Marsiglia dove, miracolosamente, ottennero l’agognato visto per gli Stati Uniti.

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Werfel fece il voto, se fosse sopravvissuto, di raccontare la storia di Bernadette. Ed è così che nasce questo romanzo bellissimo, che l’autore presenta al “lettore diffidente” precisando che “tutti gli avvenimenti notevoli che formano il contenuto del libro sono in realtà accaduti”. E, puntualizza lo scrittore, “ho usato del diritto della libertà concesso al poeta solo dove bisognava far scoccare scintille di vita dalla materia trattata”.

Il libro, pubblicato in e­dizione originale nel 1941, arriva in Italia alla fine della guerra, nella prestigiosa collana mondadoriana della “Medusa”; nel 2011 è uscita in Italia una nuova edizione curata dall’editore Gallucci. Un romanzo evergreen, scritto in una prosa calda e raffinata, con punte di virtuosismo stilistico, che si snoda per oltre settecento pagine nel racconto limpido e commovente delle apparizioni di Lourdes. “Ho osato cantare la canzone di Bernardette, io che sono ebreo. Il coraggio per questa impresa mi è venuto da un voto molto più antico e inconscio. Sin dal giorno nel quale scrissi i miei primi ver­si, giurai a me stesso che avrei re­so onore sempre e dovunque, at­traverso i miei scritti, al segreto divino e alla santità umana: no­nostante che l’epoca nostra, con scherno, ferocia e indifferenza, rinneghi questi valori supremi della nostra vita”.

(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved / articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio – maggio 2012

On peut se dire au revoir plusieurs fois

(c) Maria Di Lorenzo - traduzione in lingua francese a cura di Stéphane Leoni 

versione originale in italiano

*

Ca veut dire quoi avoir trente ans et une tumeur au cerveau qui laisse peu de temps à vivre? Avoir une vie, une carrière prometteuse et qui soudain se heurte au mur infranchissable de la maladie. Mais toi par contre ce mur tu veux le franchir, tu veux l’abattre ou mieux, avec tout l’entêtement de ton être fort, et arracher encore des jours, peut-être des années, à la mort qui t’attend. Et tu y parviens, en luttant chaque jour sans te fatiguer comme un soldat qui va en guerre, et les années reviennent, fleurissent de projets et de joies, d’enfants et de livres, et ces années s’accumulent jusqu’à devenir presque vingt. Vingt ans à vivre déchirés au malasorte. Vingt années qu’un jour tu mets dans un livre et ce livre c’est ton testament et il s’intitule On peut se dire au revoir plusieurs fois. Et ce n’est pas une histoire inventée, un roman mais une histoire, une vraie vie, la vie de David Servan-Schreiber.

Une vie, avec son testament final, splendide et poignant, que tous maintenant vous pouvez lire, et connaître, à travers ce livre, On peut se dire au revoir plusieurs fois, sorti récemment en Italie aux éditions Sperling & Kupfer.

Médecin et chercheur de réputation internationale, David est né à Neuilly-sur-Seine le 21 avril 1961. Fils du célèbre journaliste, fondateur de L’Express, écrivain et homme politique Jean-Jacques Servan-Schreiber, il a étudié la médecine à l’hôpital Necker de Paris, où en 1980 il avait ouvert un laboratoire de micro-informatique avec les premiers ordinateurs Apple II. Il avait ensuite continué sa formation médicale au Québec, tout d’abord à Laval University et puis à McGill University, où il s’était spécialisé en psychiatrie. En 1991 il avait obtenu un Ph D. en intelligence artificielle auprès de la Carnegie Mellon University, en utilisant les réseaux neuraux pour étudier les mécanismes neuronali à la base de pathologies psychiatriques comme la dépression et la schizophrénie.

En 1992, à l’âge de 31 ans, il apprit qu’il avait un cancer au cerveau et il réussit à en guérir grâce à de nombreux soins tels que chirurgie, radiothérapie et chimiothérapie. Puis il eut une rechute dont il guérit en 2000. Après avoir longtemps travaillé aux États-Unis comme codirecteur du laboratoire clinique de Neurosciences Cognitives de l’université de Pittsburgh, il revint en France. En 2010 la maladie se représente malheureusement, et dans une forme plus agressive, un glioblastome de degré IV, qui le mène en peu de temps à la mort, le 24 juillet 2011, à l’âge de cinquante ans.

“Tôt ou tard il serait revenu –disait-il- Je pouvais retarder l’échéance, gagner des années, mais je connaissais le pronostic. Cette rechute m’a conduit à me poser les questions les plus sérieuses, peut-être le plus importantes, de toute ma vie.”

Dans l’éternel questionnement humain: quel sens a la vie? quel sens a la mort? se cache depuis toujours l’angoisse des êtres vivants, cette question ultime qui nous taraude et bourdonne continuellement dans nos têtes comme un insecte prisonnier d’un verre renversé. Parce que toute la vie est une quête perpétuelle de sens que cependant rares sont ceux qui préfèrent l’affronter à visage découvert et aujourd’hui nous sommes tellement intoxiqués par les mots et les sentiments hypocrites que quand nous rencontrons une voix profonde et sincère nous en sommes déconcertés, d’abord, et puis à tout jamais subjugués.

Voilà pourquoi les livres de David Servan-Schreiber, ses deux livres précédents, “Guérir” et “Anticancer”, ont été diffusés et traduits à plus d’un million d’exemplaires dans le monde entier, très appréciés de ses nombreux et passionnés lecteurs. Parce que David avait le souci de se présenter toujours avec la plus grande transparence devant les autres et de ne jamais cacher derrière d’inutiles périphrases. Parce qu’il avait la plume facile, David Servan-Schreiber savait écrire, raconter, et il savait transmettre et pas seulement connaitre, ses connaissances scientifiques, mais il réussissait à exprimer aussi avec ton toujours profond et passionnément sincère sa propre intériorité.

Et ce livre On peut se dire au revoir plusieurs fois, arrivé il y a peu dans les librairies italiennes, est son testament. Mais il y n’a rien de triste ou de désespéré dans ce qu’il écrit, juste des mots d’amour. Un grand amour pour la vie. Il n’y a ni défaite, ni résignation dans ses propos, mais pensée après pensée, c’est au fond comme si la nuit était descendue en silence, presqu’en traître, au fond de son cœur qui s’ouvre petit à petit pour laisser entrer la clarté des étoiles.

“Me découvrir fragile, mortel, souffrant, effrayé – a reconnu coupable David – , cela m’a ouvert les yeux sur ce trésor démesuré que sont la vie et l’amour. Toutes mes priorités ont changé, en modifiant la tonalité émotive de mon existence. Je me suis senti, paradoxalement, beaucoup plus heureux qu’avant.”

Parce que face à l’idée de la fin, tout apparaît inévitablement sous une lumière différente. Et, réflexion après réflexion, David Servan-Schreiber nous montre comment l’échéance prochaine de la mort peut donner plus richesse à la vie. Et comme chaque chose que nous faisons, et tout ce que nous donnons, nous fera rester pour toujours dans le cœur de ceux qui nous aiment et que nous aimons.

C’est un livre qui, paradoxalement, bien que nous parlant de la maladie et de la mort, nous transmet un grand amour pour la vie, un espoir heureux et passionné. Une écriture palpitante, sincère à travers laquelle il nous semble presque pouvoir entendre la voix même de David qui dit, avec la confiance inébranlable qui était le propre de son caractère généreux et solaire : «quoi qu’il advienne, j’ai le ferme espoir que cet adieu ne sera pas le dernier».

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(c) Maria Di Lorenzo – traduzione in lingua francese a cura di Stéphane Leoni / all rights reserved

Il talento di Romana Petri

Cari amici, su Flannery oggi conosciamo da vicino una grande scrittrice italiana, Romana Petri, autrice fra i romanzi più belli che siano mai stati pubblicati negli ultimi dieci-quindici anni nel nostro Paese. Romana Petri è scrittrice ed editrice, vive tra Roma e Lisbona, dove con il marito Diogo Madre Deus porta avanti una doppia etichetta editoriale, la Cavallo di Ferro, specializzata in letteratura lusofona. E’ considerata dalla critica, e a buon ragione, una delle migliori autrici italiane contemporanee. Ha ottenuto prestigiosi premi e riconoscimenti, tra i quali il premio Mondello, il Rapallo-Carige e il Grinzane Cavour, è stata inoltre finalista del premio Strega con un bellissimo romanzo, Tutta la vita, uscito appena un anno fa per Longanesi.

Tra gli altri suoi titoli ricordiamo: Alle Case Venie (Marsilio, 1997), I padri degli altri (Marsilio, 1999), La donna delle Azzorre (Piemme, 2001), Dagoberto Babilonio, un destino (Mondadori, 2002), Esecuzioni (Fazi, 2005) e Ovunque io sia (Cavallo di ferro, 2008), che in questi giorni esce ristampato con l’etichetta Beat (Biblioteca Editori Associati Tascabili), e che io vi consiglio caldamente di leggere. Questo romanzo a me, che sono alla terza rilettura, ha preso veramente il cuore. E più lo rileggo e più non mi capacito di quanto sia bello e di quanti sensi reconditi vi scopro di volta in volta.

Ovunque io sia è un assoluto capolavoro, con personaggi femminili che lasciano il segno, in modo particolare Margarida e sua figlia Maria do Ceu, mentre tra i personaggi maschili, tutti alquanto odiosi (Carlos è un truffatore di sentimenti, Manuel un elegantissimo bugiardo, Tiago un uomo cinico e debole che tradisce tutti gli ideali della gioventù), spicca per rara sensibilità e una prossimità emotiva all’universo femminile assai fuori dal comune, solo la bella figura del giovane Vasco, che resta molto impressa nella memoria anche dopo aver chiuso alla parola fine, e molto molto a malincuore, le pagine del romanzo.

Con una scrittura realista, nitida e precisa, molto elegante ma mai cerebrale, e un affondo intenso nella vita delle donne e degli uomini che racconta, Romana Petri pone al centro del proprio universo narrativo le relazioni umane, cosa significa essere donne, cosa significa essere madri, essere figli e figlie. In questo romanzo, Ovunque tu sia, ma anche negli altri, pensiamo per un attimo alla storia narrata in Ti spiego: Cristiana, scrittrice, e Mario, ingegnere idrau­lico, sono due sessantenni separati da molti anni con due figli. Entrambi si sono risposati, ma a un certo punto Mario, trasferitosi in Brasile per costruire dighe, comincia a scrivere alla sua ex moglie. Un sorprendente epistolario, se si pensa che lui è il classico maschio italiano adultero, vanitoso, egolatrico, di totale aridità sentimentale, che torna a scrivere alla ex coniuge, domandandole se sia stato il più grande amore della sua vita. Sono, quelli raccontati dal romanzo, gli anni in cui una intera generazione – quella di Cristiana e Mario – si è persa nel fuoco fatuo di amori sbagliati e in quello della lotta armata e del sangue.

E poi c’è l’incredibile storia d’amore di Alcina e di Spaltero raccontata in Tutta la vita, che sembra quasi troppo bella per essere vera. Alcina è una donna coraggiosa e fiera che ha paura di una sola cosa: i sentimenti, tanto che per non esserne sopraffatta si è dovuta costruire una corazza di orgogliosa solitudine. Nel ’48 ha trentatré anni e una guerra partigiana alle spalle, sembra che il suo destino sia ormai quello di vivere per sempre con lo sguardo rivolto al passato, in un continuo parlare con i propri morti e con un cane selvatico. Ma un giorno Alcina riceve una lettera che sull’onda travolgente del ricordo di un unico, lunghissimo bacio le darà la forza di lasciare il suo casolare in Umbria e di partire alla volta dell’Argentina, dove ad aspettarla c’è Spaltero, con la promessa di un amore eterno e indissolubile.

Romana Petri non ha paura di scegliere un tema tanto forte e di raccontare una storia così controcorrente in un’epoca, come la nostra, dove ogni cosa, e i sentimenti per primi, sono “liquidi” ed evanescenti. La nostra collaboratrice, a sua volta scrittrice di vaglia, Simona Lo Iacono l’ha intervistata per noi, mettendo sapientemente a fuoco tematiche e personaggi esemplari della sua produzione letteraria. Buona lettura!

http://flanneryblog.wordpress.com/2012/05/14/romana-petri/

Giuseppe Catozzella, parole più forti delle pietre

Milano brucia. E con lei l’Italia intera. Brucia. Se voltiamo la testa dall’altra parte. Se non spezziamo la catena del silenzio. Ci sono parole da scrivere che quando sono scritte sono più forti delle pietre. 

Da pochissimi giorni è uscito Fuego (Feltrinelli Editore), il nuovo importante libro di Giuseppe Catozzella. Arriva dopo Alveare, e se voi avete letto Alveare sapete già di che cosa sto parlando. E sapete anche quanta passione civile, quella da cui tutti noi dovremmo essere contagiati, è animata la scrittura di questo giovane e bravo autore. 

Penso che il nostro Paese abbia più che mai bisogno di autori come Catozzella, che sanno guardare in faccia la realtà e raccontarla: per troppo tempo infatti abbiamo vissuto come addormentati nelle nostre comode nicchie, adesso è venuto il momento di svegliarci, e di riprenderci la vita. Nell’esercizio della legalità. [continua]

Nel bacio dell’aurora

di MARIA DI LORENZO

In questa luce occidua d’inizio millennio, ci domandiamo, ha ancora un senso la poesia? E la risposta non può che essere affermativa se si pensa che la poesia è intrinsecamente un atto di fede che può assumere a tutti gli effetti il valore di una “resistenza”, una ribellione al mediocre sciupio dei giorni e al linguaggio moderno della omologazione, vale a dire le parole della “tribù”. Poesia vera e autenticamente cristiana è quella di Pietro Mirabile e Giulio Palumbo, impegnata nella dizione dell’Assoluto attraverso le forme della lirica e della riflessione letteraria. Uniti da forti affinità elettive oltre che da vincoli parentali, quasi “anime a specchio”, i due professori e poeti palermitani hanno diretto a lungo (insieme a Tommaso Romano) la rivista “Spiritualità & Letteratura”, pubblicando nel corso della loro vita numerosi e pregevoli testi letterari, sia in proprio che a quattro mani. In un establishment culturale come quello nostrano, che più laico non si può, dove l’intellettuale credente spesso si vergogna di mostrarsi tale, autosegregandosi talvolta, Giulio Palumbo e Pietro Mirabile non si vergognavano di dirsi cristiani, con i fatti, i gesti, le parole profuse nei lori libri. Un giorno si erano “imbarcati” con Dio, per dirla con Pascal, avevano accettato la scommessa, e fino in fondo, nel buio pesto della fede, nella tenebra del dolore, della malattia, dello strappo, sicuri del fatto che “ogni sera è promessa di aurora”, sicuri che “nulla muore / di quanto nella luce è costruito”.

Guidato dalla stella

Giulio Palumbo, morto il 20 aprile 1997, era nato a Ficarazzi (Palermo) nel 1936. Laureatosi in lettere classiche con una tesi in letteratura francese, insegnante nelle scuole secondarie, aveva esordito nel 1985 con la raccolta poetica Speranza ed Attesa, a cui avevano fatto seguito le opere: Dal dolore la vita (1986), L’Alfa e l’Omega (1987), Il solstizio della fenice (1989), Sogno da comporre (1991), Paradisi amari (1993), Il sogno di Pigmalione (1993), L’intricata trama (1994), Inno a Maria Corredentrice (1994), Il sigillo (1996), La battaglia del tempo (postuma, 1997); e in prosa: Il gigante del Gargano (1986), Vissuti per l’amore (1991). Presente in numerose antologie letterarie, fra cui: “Poeti per la scuola” (1987), “L’impronta del sacro” (1987), “L’altro Novecento” (1995) e “Poeti Europei” (1995), le sue poesie sono state diffuse e tradotte in Francia, Spagna, Romania, Portogallo. Tra i molti riconoscimenti ottenuti è certamente da ricordare il ’Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri’ avuto nel 1994, appena tre anni prima della sua dipartita.

“Una poesia di meditazione, colta, ben costruita, con momenti molto intensi”, ha definito Giorgio Bárberi Squarotti l’opera di Giulio Palumbo. E Gesualdo Bufalino disse a tal proposito: “Dalla sua poesia si levano voci di serenità e di grazia, una medicina per chi frequenta le strade più ampie, più dolorose.” Perché, come ha efficacemente sottolineato il poeta e critico Tommaso Romano, “in Palumbo c’è Cristo vivo, presente nel cuore e nella storia. È questo il senso della sua opera”. Nei suoi versi, infatti, impressiona l’attesa anelante di Dio, il desiderio di contemplare il suo volto (“Se non salti nel buio non arrivi / dove tutto s’accende e si trasforma”), desiderio che convive e fa tutt’uno nella sua poesia con l’amore per la vita, con le sue gioie e i suoi dolori, con le luci e le ombre, intera e al tempo stesso inafferrabile, prodotto di una “intricata trama” che ci sfugge e che conosceremo solo alla fine, quando il nostro viaggio dal mistero verso il mistero sarà finito, e ogni cosa svelata. “Guidato dalla stella / insieme ad altri / salirò il monte / compirò il viaggio / dalla menzogna alla Casa del canto / dove regna l’infanzia / che purifica”.

Un sogno di palingenesi con Maria

Pietro Mirabile era nato a Chiusa Sclafani nel 1926, ed è morto a Palermo nel 2000. Ha pubblicato diverse opere di poesia: Luci ed ombre (1985), Olocausto di labari dissepolti (1986), Apostasia (1987), Cassandra (1988), Il ramo di bosso (1988), L’oro frantumato (1989), L’ombra di Venere (1990), L’anima del polo (1992), Le apoteosi dalle ceneri (1993), La luce del Graal (1995), Oltre la soglia (1996) Il cielo promesso (1994), Versi per Giulio (1998). In collaborazione con Giulio Palumbo ha curato le antologie Impronta del sacro e Frammenti dell’antologia perduta.

Anche lui presente in numerose antologie letterarie, e tradotto in varie lingue, ha avuto molti riconoscimenti in vita aggiudicandosi, fra l’altro, nel 1996 il ’’Premio della Presidenza del Consiglio dei Ministri’ che il cognato e sodale aveva avuto solo due anni prima. Sull’opera letteraria di Pietro Mirabile ha scritto Giorgio Bárberi Squarotti: “Le sue opere, specie La luce del Graal, sono le cose più singolari che io abbia letto da tempo. Al di là della scrittura poetica, c’è dentro un afflato di visione e di ricerca del vero e della fede che spesso coincide col ritmo del racconto. E allora il risultato è davvero esemplare”.

Dei suoi testi scritti a quattro mani con Giulio Palumbo ricordiamo Le Apoteosi (1993), grandioso affresco dai toni mitici e simbolici di intenso e raffinato misticismo. A questo ha poi fatto seguito la raccolta L’ora settima (1997), composta da due sezioni, L’ora settima del mondo (di Pietro Mirabile) e La battaglia del tempo (di Giulio Palumbo), pubblicata a breve distanza dalla scomparsa di quest’ultimo per un male incurabile.

“Cose del tempo pallido riflesso / Sopra l’umanità si china il Verbo / a preparare mistici riposi…”, scrive Giulio Palumbo, prefigurando la gioia riservata dal Vivente ai propri eletti nelle sue dimore ultime, “al di là della soglia” dove ancora esiste e “naviga la scintilla della vita”. A far da controcanto alla speranza di Palumbo, è l’attesa espressa da Mirabile, una attesa quasi spasmodica della “ora settima del mondo”, quella che già nella storia irrompe e annuncia “Cristo Giudice / nelle vesti dell’ultimo Francesco”.

Un sogno di palingenesi che tarda a realizzarsi, pur regalando fuggevoli lampi del “cielo promesso” attraverso il fragore dei secoli (“Le grandi cose iniziano da semi / che lenti cresceranno”), il sogno di una resurrezione anelata dalla bocca dei santi, Francesco e Paolo della Croce, e Massimiliano e “l’invisibile Mikael”, alla fine trionfante “nel bacio dell’aurora”.

Voci fortemente imbevute di Assoluto, testimoni della Parola che non passa, della parola che è Logos e porta in sè il germe dell’eternità (“novità perenne / luce che attrae e non stanca / fiume d’amore”). Con un linguaggio apocalittico, sapienziale, denso di metafore e di echi biblici, fortemente evocativo, viene messo in scena lo spettacolo del mondo, montaliano scialo di triti fatti, il desolante “nulla” quotidiano, dove si annida il trionfo della ruggine, il tabernacolo del male, “una gestante sofferenza / compagna d’un mistero / chiaro solo alla mente creatrice”. Ed è una “gestante oscurità” la vita, in cui “ognuno segue il canto singolare” ed “eroi di puro amore rimangono lontani”, risucchiati dall’ambiguità dominante del “mercato universale”. Qui allora si erge Maria, “la Donna che non cessa d’inseguire / la Storia che rifugge dal suo Centro / per un folle morire”, Maria che dal suo Cuore Immacolato “fa scaturire cascate di grazia” riscattando e portando alla salvezza una umanità così dolente e disperata per “rifondare la città terrena”.

La scrittura, in questo modo, si fa esercizio di verità, vocazione perenne a ripetere nella profondità della carne la traccia dell’eterno che ci vive dentro, nell’anima prosciugata e sorda, nel santo e ordinario dell’esistenza, nella castità del verso che sa riprodurre l’infinita preghiera del mondo col suo respiro di dolore che sale ogni giorno verso il cielo.

(c) articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio – aprile 2012 – all rights reserved

Turoldo, la carezza e la spada dei suoi versi

di MARIA DI LORENZO

Durante gli anni drammatici tra il ’43 e il ’45, nella Milano semidistrutta dai bombardamenti, esce un periodico stampato in clandestinità, dal titolo semplice e didascalico: “l’Uomo”. Fra i suoi animatori annovera un giovanissimo sacerdote, padre David Maria Turoldo, classe 1916, nato in un paesino friulano da un’umile famiglia contadina. Padre David è arrivato a Milano nel 1940 ed è convinto, anzi convintissimo che “la realizzazione della propria umanità è il solo scopo della vita”. Ogni domenica, a mezzogiorno, riempie con voce robusta la sua predicazione nel duomo di Milano.

Padre David scrive poesie, presto saranno pubblicati i primi volumi di versi che lo riveleranno all’universo letterario come una delle voci più grandi del Novecento europeo. A Milano in quegli anni, con padre Camillo De Piaz, ha fondato il centro culturale Corsia dei Servi. Perché Padre Turoldo è un servita: “Io sono un frate dell’Ordine dei Servi di Santa Maria, un Ordine di origine medioevale – dice lui – , figlio di quei famosi Sette Santi fiorentini che sono tra i primi a fondare la ‘compagnia dei laudesi’: gente che si raduna per cantare alla Vergine, nuovi ‘trovadori’, poeti della Grande Madre”.

In poche parole, pochissime righe autobiografiche, David Maria Turoldo traccia le coordinate della sua vita e confida anche quali sono radici e stile della sua identità di poeta e di uomo: sacerdote cantore di Maria, uomo di Dio, mistico e profeta. “Io non ho mani /che mi accarezzino il volto, / (duro è l’ufficio / di queste parole / che non conoscono amori) / non so le dolcezze / dei vostri abbandoni: / ho dovuto essere / custode / della vostra solitudine: / sono / salvatore / di ore perdute”, scrive in una delle sue liriche più belle. “Padre David”, disse di lui Carlo Bo, “ha avuto da Dio due doni: la fede e la poesia. Dandogli la fede gli ha imposto di cantarla tutti i giorni”.

Era nato a Coderno di Sedegliano, in Friuli, il 22 novembre 1916, nono figlio di Giovanbattista e Anna, e al fonte battesimale aveva ricevuto il nome di Giuseppe. Bepo rosso, così lo chiamavano i compagni del noviziato. Trascorsi i primi anni nella piccola casa di formazione dell’Ordine dei Servi nel Triveneto, il 2 agosto 1935 nel convento di Santa Maria del Cengio, a Isola Vicentina, emette la sua prima professione religiosa assumendo il nome di fra David Maria, che lo accompagnerà per tutta la vita.

Diventa sacerdote nel 1940 e arriva a Milano, nel convento di Santa Maria dei Servi in San Carlo, dando inizio al suo appassionato ministero. Si impegna in quegli anni difficili e travagliati della guerra partecipando attivamente alla Resistenza. Nel 1946 discute la sua tesi di laurea all’Università Cattolica sotto la guida di Gustavo Bontadini ed il titolo, assai significativo, della sua tesi è “Per una ontologia dell’uomo”, a dimostrazione di come la passione per Dio e quella per l’uomo in Turoldo abbiano sempre costituito un tutt’uno imprescindibile.

Nel 1948 esce la sua prima raccolta poetica, Io non ho mani, seguita nel 1952 da Udii una voce, con cui Turoldo entra nella prestigiosa collana dello “Specchio” di Mondadori; nello stesso anno viene inserito anche nella “Antologia della poesia religiosa italiana contemporanea” edita da Vallecchi. Un successo fulminante, che gli dà una grande notorietà in poco tempo, e che vede affiancarsi all’itinerario poetico anche una intensa attività culturale di confronto e di dialogo che ha il proprio centro propulsore nella “Corsia dei Servi”, dove i temi di volta in volta proposti e dibattuti avranno una larga diffusione e risonanza nella Milano del tempo e tra le persone e i circoli, in particolare cattolici, volti ad un’opera di rinnovamento e di crescita culturale.

“Cristo, corpo di Dio, coscienza / della terra, figlio / della Bellissima, nostro / ultimo esistere”. Basta un solo aggettivo, “Bellissima”, per evocare la figura di Colei che è al centro del suo canto poetico: Maria. “Vergine, o natura sacra, / piena di bellezza, / tu sei l’isola della speranza. / Vergine, radice e pianta / sempre verde, / colomba dello Spirito nuovo. / Arca della vera alleanza, / tra uomo e natura, ritorna, / caravella che porti il Signore / sotto la vela bianca”.

E ancora il poeta canta: “Neppur tu forse puoi dirci, o madre, / dirci chi mai sia questo tuo figlio? / Ma perché Dio si muove a quel modo? / O si rivela sol quando è nascosto? / Nemmeno tu puoi svelare, Maria, / cosa portavi nel puro tuo grembo: / or la Scrittura comincia a compirsi / e a prender forma la storia del mondo”.

E di una cosa è sicuro: “Certo tu eri la terra promessa / l’isola intatta del santo approdo, / ove lo Spirito scese già prima / a fecondarti del germe divino. / Con noi assisti all’ultimo tempo: / lo stesso vento ora scuote la casa, / lo stesso fuoco dell’Oreb divampa / e apre la via nel nuovo deserto!”

Tra i suoi scritti di ispirazione mariana ricordiamo in modo particolare Laudario della Vergine (Dehoniane, 1980), ma non dobbiamo dimenticare il resto della sua produzione letteraria, che annovera tra le sue opere più importanti: Gli occhi miei lo vedranno (Mondadori, 1955), Preghiere tra una guerra e l’altra (Corsia dei servi, 1955), Se tu non riappari (Mondadori, 1963), Fine dell’uomo? (Scheiwiller, 1976), Impossibile amarti impunemente (Quaderni del Monte, 1982), Ritorniamo ai giorni del rischio (CENS, 1985),  Canti ultimi (Garzanti, 1991),  Mie notti con Qohelet (Garzanti, 1992).

Padre David Maria Turoldo è stato un cantore del Dio che non ammette compromessi, che è del tutto “Altro” rispetto alle nostre false immagini di comodo, e non a caso – come ha detto Gianfranco Ravasi – il profilo che più spesso si è ritagliato sulla figura di questo frate friulano Servo di Maria è stato quello del profeta. La voce del profeta martella e ferisce, e può fare male come una spada, ma è una voce che consola e guarisce, come una carezza che si poggia lieve sul cuore.

La dolcezza dei suoi occhi chiarissimi e la potenza tonante della sua voce, una voce da cattedrale o come quella giovannea che risuona nel deserto: Padre David con il suo timbro forte e severo – come forte e severa era anche la sua fede – ha accompagnato quale coscienza critica e profetica le vicende politiche e sociali del nostro Paese. In questo senso è stato un disturbatore di coscienze, attraverso i suoi scritti e le molteplici collaborazioni a giornali, riviste e televisione.

“Sono un pugno di terra viva, ogni parola mi traversa come una spada”, diceva lui di se stesso. Pochi giorni prima di morire – si spense a Milano il 6 febbraio 1992 dopo una lunga e tormentosa malattia – fu trasmessa in tv la sua ultima Messa dalla clinica San Pio X dove era ricoverato, e le ultime parole della sua omelia, fiaccato nel corpo ma non domo nello spirito, furono: “Cantare portando il Cristo fra le braccia”. Era un lascito, il suo, quasi un testamento, come il saluto finale rivolto ai fedeli: “La vita non finisce mai”.

E mai come in quei momenti doveva sentire accanto a sé la presenza di Lei, quella “divina taciturna” che aveva custodito la Parola nel suo grembo per parteciparla all’umanità intera: “Ritta, discosta appena dal legno, / stava la madre assorta in silenzio, / pareva un’ombra vestita di nero, / neppure un gesto nel vento immobile. / Lo sguardo aveva sperduto lontano: / cosa vedevi dall’alta collina? / Forse una sola foresta di croci? / O anche tu non vedevi più nulla? / O madre, nulla pur noi ti chiediamo: / Tu cattedrale del grande silenzio, / anello d’oro tra noi e l’Eterno, / gl’invalicabili spazi congiungi / e un ponte inarchi sul nostro esilio. / Madre di gloria, ora sei la figura / di come un giorno sarà la sua Chiesa: / la sposa ornata e pronta alle nozze, / la città santa che scende dal cielo”.

(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved

Articolo pubblicato sul mensile “Madre di Dio” – marzo 2012

Elio Fiore, un mistero colmo di musica

di MARIA DI LORENZO

“Qui, nel segreto della mia dimora, scava la voce / della memoria, nel fragore del Tevere cresce la pietà, / viva dal 16 ottobre 1943. Quando il mio piede innocente / fu bagnato dal sangue dei giusti di Israele. / Quando gli empi urlavano, sfondavano le porte coi fucili…”. A voler definire in pochi termini la poesia e la parabola esistenziale di Elio Fiore possono bastare questi versi, emblematici nel loro offrire le coordinate spirituali della storia di un poeta, di un uomo: la follia dell’Olocausto, il dovere della memoria, la tensione inesausta verso l’Eterno la cui voce ventosa soffia nei secoli attraverso i poeti. Sono versi semplici e terribili, come semplice e terribile è tutta la poesia di Fiore, versi che, come scrive Mario Luzi nella prefazione della raccolta In purissimo azzurro (Garzanti, 1986), “affondano nella carne viva del nostro secolo”.

Nato a Roma nel 1935 e battezzato in San Pietro, il poeta Elio Fiore aveva vissuto per oltre vent’anni nel cuore del Ghetto dove aveva assistito, bambino di appena otto anni, alla deportazione di 2091 ebrei compiuta dai nazisti il 16 ottobre 1943. Un evento che non potrà, né vorrà mai dimenticare.L’orrore della Shoah, la dura memoria dei morti, la ricerca di Dio non in astratto ma “nel sangue e nel grido della  Storia”, la fede nella poesia e nei poeti, il bisogno di guardare e di raccontare, perché la scrittura è un dovere, un imperativo morale, così come un dovere è la memoria. Saranno i temi portanti della sua produzione letteraria, insieme alla fede nell’invisibile, il primato della persona, la necessità del canto e della profezia, che esprimono il suo stare religiosamente dentro la Storia, con ogni emblema di bene e con ogni metafora del male. “Ecco, la fede e niente altro è la vita – diceva lui – il resto non conta, è Storia”.

Elio Fiore aveva esordito nel 1964 con una raccolta di versi Dialoghi per non morire (Edizioni Apollinaire), presentata a Roma da Giuseppe Ungaretti, che in quell’occasione disse: “Se poesia è bruciare di passione per la poesia, se è vocazione ansiosa, tormentosa a svelare nella parole l’inesprimibile, nessuno è più poeta di Fiore”. A questa prima raccolta fecero seguito: Maggio a Viboldone, (Viboldone, 1985), In purissimo azzurro, (Garzanti, 1986), Notturni (Scheiwiller, 1987), Nell’ampio e nell’altezza (Recanati, 1987), All’accendersi della prima stella (Scheiwiller, 1988), Improvvisi (ivi, 1990), Miryam di Nazareth, (Ares, 1992), Gli occhi dell’universo (Clean, 1995), Il cappotto di Montale (Scheiwiller, 1996), I bambini hanno bisogno (Interlinea, 1999).

Il poeta, che aveva lavorato come bibliotecario al Pontificio Istituto Biblico, è morto a Roma il 20 agosto 2002. Quest’anno, dunque, ricorre il decennale della sua scomparsa e – mi sia concessa una citazione personale – in questa occasione ho voluto scrivere un saggio letterario, La luce e il grido. Introduzione alla poesia di Elio Fiore (Fara Editore, 2012) allo scopo di far conoscere ai lettori questo artista cristiano tra i più intensi del Novecento. Un poeta delicato e appartato che aveva vissuto tutta la sua vita sotto il segno del dolore e di una chiamata imperiosa, ineludibile alla poesia. In quella chiamata c’era tutta la necessità e il destino di un uomo che ha attraversato la scena del mondo e delle patrie lettere nel segno di una lieta e appassionata speranza.

La poesia era la luce e il pane della sua esistenza. Era uno sguardo (non omologato) levato ogni giorno verso il cielo, quel cielo che noi – tutti noi – abbiamo perso di vista, annegato nei simulacri della modernità. Uno spazio amoroso, trasparente come una fiamma, capace di custodire, dentro il turbine della storia, il semplice segreto della vita, nella lampeggiante incandescenza di un verso. Era preghiera, e sorella della fede. A chi gli domandava il senso della sua poesia, Elio Fiore rispondeva con semplicità: “Il messaggio che voglio trasmettere ai miei fratelli uomini è di attestare Dio e di avere fede, nonostante tutto, nei valori alti della vita”.

Mario Luzi parla allora di Fiore come di un poeta-testimone e afferma che il termine testimonianza è “nello spirito e nella forma la parola più conveniente per rendere l’idea di lui e dei suoi versi. Testimonianza nel senso biblico, intendo. Lampeggia nella sequenza delle sue pagine la storia dei nostri anni, i suoi eventi più patetici: il mondo è però presente anche nelle occorrenze personali più quotidiane e semplici. Il singolare di Fiore è proprio questo: nulla è occasionale, tutto è segno e significato. La sua risposta di scrittore è la stessa, emozionale, di uomo presente e desto alla sollecitazione dei frangenti offeso dai tempi, ma avvertito della sovrastante legge, della soprannaturale giustizia”.

Il poemetto Miryam di Nazareth, dedicato alla Madonna, è fra le sue opere più belle ed è forse in assoluto il testo più intenso che sia stato prodotto nel nostro Novecento sulla Vergine. Elio Fiore vi rilegge i giorni terreni di Maria, o Miryam, il mistero e l’ineffabile fascino della Madre di Dio. Il poeta s’interroga: “E’ morta? Perchè oso parlarne? / Non sono un teologo, non sono / un poeta laureato, ma al Biblico / ho capito, guardando le tre Croci / dei Santi XII Apostoli, che non può / morire la Madre di Dio”.

In una lirica, dal titolo Assunzione di Miryam in Cielo, che è fra le più belle del poemetto, Fiore scrive: “Vergine Madre, io non ti chiedo nulla, / Ma dal Cielo, ti prego, assicura / Mio padre e mia madre che sono attento / Alla legge di tuo Figlio / Al suo amore che mi chiede di perdonare / A chi mi ha fatto del male. / Miryam, in questo antico Ghetto, / Eternamente lordo del sangue di David / Mi preparo con il rosario / Di Lucia dos Santos / Alla tua chiamata improvvisa”.

Alla fine del poemetto appone una nota: “Nella Bibliotheca Domus dei Padri Gesuiti del Pontificio Istituto Biblico, dove lavoro come bibliotecario da quasi vent’anni, ho scoperto nella sezione della Letteratura tedesca un poemetto di Rainer Maria Rilke dedicato alla Vita di Maria con testo a fronte in inglese e tedesco. La lettura mi ha affascinato e ho voluto leggere il poemetto anche nella edizione della Locusta con prefazione di David Maria Turoldo. Così, lentamente è nata l’idea di emulare il grande e insuperabile Rilke, e mi sono accinto a rileggere i Vangeli, soprattutto Luca, e inoltre ho letto la voce “Maria” della Biblioteca Sanctorum”.

Elio Fiore ci fornisce in questa succinta e densa nota posta alla fine del volumetto le coordinate per così dire culturali da cui Miryam di Nazareth ha preso corpo nella sua mente, prima, e poi nei suoi versi: suggestioni che hanno i nomi di Rilke, padre Turoldo, i Vangeli. Ma le ragioni – per così dire – del cuore? Esse sono tutte nel mythos, ossia nel racconto, limpidamente scandito dai versi che costeggiano, con parole semplici e vere, l’itinerario salvifico di Miryam, Madre di Dio e Rosa del Creato: la sua nascita, la presentazione al Tempio, l’Annunciazione, il dubbio di Josef, suo sposo, la nascita divina di Iehoshua-Gesù, la fuga in Egitto, la Resurrezione di Cristo, la discesa dello Spirito Santo.

Un evangelio poetico modulato sui ritmi melodiosi dei salmi, tradotto in una lingua colloquiale, piana, ma che sa accendersi qua e là di ariose vibrazioni interiori, felicemente soffuse di grazia e percorse da un fremito di Assoluto che nella visione escatologica di Elio Fiore si rinnova ogni giorno alla luce della Profezia rivelata col suo “mistero colmo di musica” fino alla fine dei secoli: “Ecco, Miryam la perla del Creato / dunque non è morta, ci guida, / mi guida e quando aprirò per sempre / gli occhi, il Signore mi avrà perdonato”.

Per l’approfondimento: Maria Di Lorenzo, La luce e il grido. Introduzione alla poesia di Elio Fiore, Fara Editore, 2012.

(c) all rights reserved – articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio – Febbraio 2012

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LA LUCE E IL GRIDO

INTRODUZIONE

ALLA POESIA

DI ELIO FIORE

FARA EDITORE 2012

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Il mistero svelato dell’Oltre. La poesia di Margherita Faustini

di MARIA DI LORENZO

“Raggiunto il limite del mio tempo / vorrei andarmene / in una notte stellata / simile al cielo del mio presepe”. Sono versi in qualche modo anticipatori questi di Margherita Faustini, la poetessa genovese venuta a mancare nella sua città nella notte tra il 25 e il 26 gennaio 2009, all’età di 78 anni. Una notte fredda e stellata, nel cuore dell’inverno, come lei aveva immaginato scrivendo la lirica Vorrei andarmene, così, nella raccolta Attimo primo.

Nata a Genova il 12 giugno 1930, Margherita Faustini è stata una personalità di spicco della letteratura italiana del secondo Novecento. Scrittrice e poetessa, ha rappresentato un originale modello di intellettuale cattolica impegnata sul versante della cultura: una ricerca intensa e approfondita sui temi della religiosità, del senso dell’etica e della società, della famiglia e in particolare del rapporto filiale, che sentiva profondamente nelle sue corde emotive ed espressive. Aveva cominciato a scrivere versi assai precocemente, quando era ancora sui banchi di scuola. Ed è lei stessa a dircelo in questa poesia: “Compagna di banco, / il viso acceso dall’entusiasmo, / esaltavi le mie prime, / clandestine poesie…” (Ad una compagna di scuola, dalla raccolta Attimo primo, 1998).

Cominciò a pubblicare agli inizi degli anni ‘70, esordendo con due libri di aforismi: Agenda personale (Editrice Liguria, 1973) e Momenti (raccolta di aforismi e poesie, Sabatelli Editore, 1978), inframmezzati da un libro di racconti, Cielo di ardesia (1975), che ha visto la sua seconda edizione nel 2003. A questi testi si sono aggiunte negli anni altre raccolte: Collana dei giorni (Liguria Edizioni Sabatelli, 1980); Porta antica (Microlito Editrice, 1983), Strada del mattino (EMMEE, 1986); Tirassegno (aforismi, ECIG, 1988); Presenze (EMMEE, 1991); Posso giocar (Microart’s, 1994, 2a ed.1998); Attimo primo (Microart’s, 1998), Il sogno e la memoria (Le Mani, 2002), Unico respiro (Il Libraccio Editore, 2005), Opposte preghiere (Le Mani, 2008).

Ha curato, insieme con Marco Delpino, Caro Colombo (1993), una raccolta di lettere indirizzata al grande Ammiraglio da parte dei maggiori rappresentanti della cultura ligure. Con Liana De Luca ha raccolto un’antologia di racconti e riflessioni sul tema Davanti all’ignoto (titolo stesso del libro) in cui si trovano interventi di noti scrittori italiani. Due suoi atti unici, Gli animali lo fanno e Uno sparo, due moventi, tradotti in inglese, sono stati rappresentati in teatro a New York. E le sue poesie sono presenti in alcune antologie italiane e straniere (in Belgio, Grecia, Romania, Spagna, Ucraina, Cile, Turchia, Usa).

Nel corso della sua lunga carriera artistica Margherita Faustini ha ricevuto molti e significativi riconoscimenti per la sua attività letteraria e giornalistica. Non solo scrittrice e poetessa, infatti, aveva lavorato al “Corriere Mercantile” come correttrice di bozze per poi diventarne collaboratrice nelle pagine della cultura, affiancando a quella letteraria una intensa attività pubblicistica su varie testate con articoli di taglio culturale. Ma è il suo universo poetico quello che vogliamo esplorare in questo articolo, un mondo letterario nonché interiore ricco di spiritualità e denso di acute riflessioni sul destino dell’uomo alla luce della fede e della dimensione trascendente dell’esistenza.

Infrangibile silenzio / d’una notte nel deserto. / Vago in spazi sovrapposti, / senza riva. // Non posso avviarmi verso l’Oltre: / appartengo ancora ai vivi. / Grido il mio sgomento. // Tra i compagni di viaggio, / nella solitudine di tutti, / s’attenua la mia”.

A una notte nel deserto, come dice il titolo stesso di questa poesia, somiglia la vita dell’uomo sulla terra. La poetessa ne percepisce il cupo smarrimento, il non poter raggiungere il mistero svelato dell’Oltre, perché si è ancora tra i vivi, ma è tra questi, compagni di viaggio sgomenti come lei, che la solitudine si fa condivisione. E il canto si tramuta in poesia.

La ricerca del Trascendente nella poesia di Margherita Faustini – scrive la studiosa Liliana Porro Andriuoli (autrice del bel volume La ricerca del Trascendente nella poesia di Margherita Faustini, Le Mani,1999) – è il tema che mi sembrava (e mi sembra tuttora) quello fondamentale della sua poesia. Perché per Margherita la fede fu per diversi anni una ricerca, che approdò solo in seguito ad una definitiva conquista: era infatti una persona intimamente religiosa, ma inizialmente lo era più per istinto che per una reale convinzione, possedendo un sentimento cristiano della vita, che poteva definirsi innato. Alla vera fede arrivò gradualmente”.

E a tal proposito la scrittrice Elena Bono ha anche sottolineato come “quel che di caparbio e scontroso con le creature e il Creatore sottende costantemente il senso teologale, ossia il profondo convincimento di una superiore paternità, e di una grazia che dall’alto si dona a chi ricerca e domanda, si ritrova nella creatura della Faustini che chiede illuminazione al Creatore perché la renda capace dell’incontro con Lui e degna della parola rivelata”.

C’è infatti, bisogna dirlo, nei suoi versi una sorta di continuo, connaturato corpo a corpo con il Trascendente, una interrogazione che si fa travaglio costante per una ricerca di fede mai accettata dogmaticamente dall’autrice, ma sempre filtrata attraverso un’emozione, un sentimento. “La mia costante ricerca del trascendente – affermava la poetessa in una delle ultime interviste – è un’irrinunciabile esigenza interiore. Anche se la ragione più volte mi impone degli angoscianti interrogativi, dentro di me avverto un’inspiegabile forza che mi sospinge oltre il contingente per salire verso spazi celesti di incomparabile quiete e bellezza”.

Vergine Maria, madre nella virtù, / al figlio di Dio hai insegnato / i primi passi, / il valore della parola. / Appena giovinetto, / ti lasciava nell’ansia dell’attesa / per restare coi saggi. / È nato da Te, / ma l’intero Suo essere / era proteso al Padre./ Tuo soltanto il travaglio del parto / lo strazio della Sua agonia./ Madre addolorata, / prendi tra le braccia / il bambino torturato e violentato, / il bambino mutilato / dall’odio dell’uomo contro l’uomo. / Battezza il mondo / col Tuo pianto misericordioso / nel segno della Croce / e della speranza.”

Si intitola Vergine Maria ed è sicuramente tra le più belle poesie del Novecento dedicate alla Madonna, compresa nella raccolta Opposte preghiere. Il tema mariano è certamente tra i motivi ispiratori più importanti del multiforme itinerario poetico di Margherita Faustini, strettamente intrecciato a quello degli affetti familiari, all’attenzione per la vita degli emarginati e alla sensibilità per il trascendente, in special modo l’attesa di un oltrevita in cui ricapitolare ogni cosa, in cui trovare approdo e compimento.

Le memorie, ancor dure, dell’infanzia e della guerra, il rimpianto per gli amici scomparsi, sono altri temi assai presenti nella sua creazione letteraria e sono tuttavia dei leit-motiv che la Faustini riesce sempre a decantare e ad elevare dalla sfera puramente personale, contingente, a quella universale, assurgendo a una più alta e profonda significazione. Ma è la questione-Dio l’elemento che tutto riassume e condensa nella passione dei suoi versi, il bisogno di cercarlo e di trovarlo, di sentirlo Padre e come il padre terreno profondamente sollecito verso il dolore di ciascuno dei suoi figli, perché “l’uomo giunge negli spazi dell’Oltre / Portando con sé il misero bagaglio terreno / Inadatto al volo tra le stelle”.

(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved

Articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio – Gennaio 2012

Quella sera di Natale del 1886

di MARIA DI LORENZO

“C’è una cosa, Dio supre­mo, che Tu non puoi fare. / Ed è di impedire che io Ti ami”. L’amore radicale, oseremmo dire bruciante, che il poeta nutre nei confronti di Dio è espresso da due versi fulminanti in cui la supplica si fa assoluta. Paul Claudel nella primavera del 1900, all’età di 32 anni, si era presentato all’abbazia benedettina di Solesmes, e qualche mese più tardi a quella di Ligugé per un ritiro. Ma aveva compreso di non essere fatto per la vita monastica. “Fu un momento molto crudele nella mia vita”, scrive a Louis Massignon nove anni dopo. “Benché non sia piaciuto a Dio di farmi uno dei suoi preti, amo profondamente le anime”, dirà ad André Gide con cui, insieme a Jacques Rivière, fonderà La Nouvelle Revue française (1909).

Da questo momento Claudel decide di praticare la letteratura come una sorta di sacerdozio. Sente che è questa la sua missione. E per guadagnare le anime a Dio mette in scena le questioni morali e spirituali proprie del cattolicesimo testimoniando i piani divini attraverso le realtà terrestri. A tutt’oggi è riconosciuto come uno dei massimi autori francesi del Novecento e le sue opere teatrali sono ancora rappresentate con successo in tutto il mondo.

Era nato a Villeneuve-sur-Fère il 6 agosto 1868 – giorno della Trasfigurazione, come lui stesso noterà anni più tardi -, e alla nascita viene consacrato alla S. Vergine, come primo maschio. A Villeneuve resta solo due anni, poiché il padre, che era conservatore delle ipoteche, è costretto dal suo lavoro a continui trasferimenti, finché nel 1882, a 13 anni, si trasferisce a Parigi con la madre e le sorelle. Al liceo ‘Louis Le Grand’ è un allievo molto brillante: legge Baudelaire, scopre con passione Goethe, ma è verso il poeta Arthur Rimbaud che sente di avere una sorta di “filiazione spirituale”, forse perché percepisce nel precoce genio letterario, sotto le apparenze di una vita da maudit, la sua stessa sete bruciante di assoluto.

Anche Paul è un ribelle. Tutto gli dà noia. Tutto in quei primi anni giovanili, imbevuto di idee positiviste, gli risulta intollerabile, la morte come la vita, la solitudine e la compagnia. Comincia a cercare delle risposte che sazino la sua fame esistenziale. Simpatizza con il movimento anarchico del suo tempo e inizia a frequentare i “martedì letterari” di Mallarmé. Dai quattordici ai vent’anni vive il tempo difficile della crisi adolescenziale. “Chi sono io?”, si chiede il giovanissimo Paul, e non sa trovare risposta. In questo periodo, abbandonate le pratiche religiose dell’infanzia, non ha punti fermi nella sua vita. E’ introverso e solitario. Nessuno, in famiglia come nella cerchia di amici, sospetta la crisi profonda in cui è immerso.

Legge molto, ma confusamente: i romanzi di Hugo, di Zola, “La vie de Jésus” di Renan. Al liceo ‘Louis Le Grand’ imperversa la moda del positivismo materialista di Taine e di Renan che invece di placare acuisce la sua inquietudine interiore. Del mondo ha una visione tanto cupa e disperata che non ha il coraggio di comunicare ad anima viva. La prima luce gli viene dalla lettura dei versi di Rimbaud, poi accadrà quello che sarà l’evento decisivo della sua vita. A diciotto anni, la sera di Natale del 1886, Paul va ad ascoltare i Vespri a Notre-Dame e lì avviene il “giro di boa”, una conversione così potente, che imprimerà un segno fortissimo non solo alla sua anima ma finirà per avvolgere e racchiudere tutta la sua esperienza letteraria. Colpito dal canto del Magnificat durante la funzione dei Vespri, egli avverte il sentimento vivo della presenza di Dio. “In un istante – scrive – il mio cuore fu toccato e io credetti”. Claudel in quell’istante si è sentito chiamato inequivocabilmente alla scrittura. Si può dire che solo ora comincia la sua attività letteraria, che non sarà mai disgiunta dal suo percorso di fede ma costituirà un tutt’uno con esso, divenendone per questo strumento di conoscenza e di espressione artistica.

Tre anni dopo pubblica l’opera teatrale “Testa d’oro”. “Certamente – gli dirà Mallarmé – il teatro è in lei”. Ma Paul in quegli anni decide di impegnarsi soprattutto nel diritto e nelle scienze politiche; superato un concorso comincia a lavorare presso il ministero degli affari esteri. Viene nominato viceconsole e mandato a New York, successivamente a Boston (1893). Lì stabilisce quella che sarà la sua regola di vita: sveglia ogni mattina alle 6 per pregare o recarsi a Messa; lavori personali fino alle 10, il resto del tempo dedicato alla diplomazia. Scrive due nuove pièces, “La città” e “Lo scambio”, in cui esprime la sua scoperta della città e della società del profitto. Sente di aver trovato nel poema e soprattutto nel teatro la sua personale forma espressiva. Il suo stile è impetuoso, passionale, quasi violento, a tratti impenetrabile. Pensiamo per esempio al primo abbozzo del dramma “La giovane Violaine” che nasce da una antitesi potente, e irrisolta, tra cielo e terra, tra l’attaccamento profondo alle cose del mondo e il desiderio ineludibile di Dio, che nessuna brama terrena, appagata o no, può mai riuscire a saziare.

A 27 anni s’imbarca per la Cina. Su consiglio del suo confessore, porta con sé le due “summe” di Tommaso d’Aquino, che leggerà per cinque anni. Qui scrive la prima parte di “Conoscenza dell’Est”, la sua prima opera in prosa, che i contemporanei definiscono come il massimo traguardo raggiunto dalla lingua francese.

Nel 1909 lascia la Cina per andare a Praga: qui termina “L’Annonce faite à Marie”, una delle più belle pièce teatrali di tutti i tempi, che sarà rappresentato per la prima volta al Théátre de l’Oeuvre di Parigi nel 1912, ricevendo un’accoglienza trionfale da un pubblico costituito soprattutto di giovani. La pièce s’incentra su un tema particolarmente caro a Claudel: ogni essere umano vive nel mondo per volontà di Dio che ha affidato a ciascuno una missione specifica sulla terra. E’ un compito unico che ciascuno ha per sé, diverso da tutti gli altri, ma che concorre alla fine all’armonia di tutto il creato. Lo stesso titolo dell’opera ne spiega la portata: l’annuncio dell’angelo a Maria Vergine fu il segno concreto della volontà divina che chiamava la giovane ad una missione nel mondo che avrebbe non solo sconvolto la sua vita ma cambiato radicalmente le sorti dell’intera umanità. E’ stato il manifestarsi, limpido e concreto, di una vocazione. L’Annuncio di Claudel parte da questo dato per porre in luce l’errore che può compiere l’essere umano di fronte a questo, ritenendo che la propria vocazione dipenda in ultima analisi esclusivamente da se stessi.

Dopo la cessazione dall’attività diplomatica avvenuta nel 1935, Claudel si ritira nel suo castello di Brangues per dedicarsi intensamente all’esplorazione dei segreti e dei misteri di quella che per lui è la fonte di ogni poesia e di ogni grazia, la Bibbia, scrivendo numerosi commenti alla Sacra Scrittura: “L’Introduction au Livre de Ruth” (1937), “Un poète regarde la Croix” (1938), “Le Cantique des Cantiques” (1948-1954), “L’Apocalypse” (1952), solo per citare i più noti.

Per il teatro realizza altre pièces, come “La crisi meridiana”, “La scarpina di raso” e l’oratorio drammatico “Il libro di Cristoforo Colombo”. Ma rimane “L’Annuncio a Maria” l’opera che Claudel amava di più. Quando, nel 1955, venne rappresentata alla Comédie-Française, si organizzò la replica nel suo appartamento. La prima ebbe luogo il 17 febbraio, di fronte al presidente della Repubblica. Ma solo cinque giorni più tardi il cuore di Paul Claudel cedette. Morì infatti il 23 febbraio 1955, poco dopo aver ricevuto la comunione. Le ultime parole che il figlio maggiore intese dalla sua bocca furono: “Non ho paura”.

(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved

articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio – dicembre 2011

Giacomo Leopardi. Nella lontananza infinita di Dio

di MARIA DI LORENZO

Neopagano, nichilista, mistico senza Dio. Lo hanno definito in molti modi, ma di certo non è possibile racchiudere la sfaccettata personalità umana e letteraria del maggior poeta italiano dell’Ottocento in una rigida nonché univoca gabbia interpretativa.

Tutto in Giacomo Leopardi agisce e si muove secondo la logica degli opposti (vita-morte, Dio-nulla, immaginazione-‘arido vero’) così da non poter assolutamente essere rappresentato dalla parzialità delle riduzioni ideologiche, che si sono via via sovrapposte nel corso di quasi due secoli. Come scrisse il De Sanctis, Leopardi è quell’autore che “odia la vita e però te la fa amare”.

Ma c’è di più. Se accade che “in Dante il cristianesimo è la forma di una civiltà, in Manzoni la visione di un mondo guidato dalla Provvidenza. In Leopardi il mondo – tutto: la storia, la società, il progresso – è scomparso. Non rimane che l’uomo, ma la solitudine dell’uomo è come il segno di una presenza”. Lo scrive assai efficacemente don Divo Barsotti nel suo studio sul poeta recanatese (“La religione di Giacomo Leopardi”, San Paolo, nuova ed. 2008) stabilendo il nesso inequivocabile tra il pessimismo del poeta e la ricerca del trascendente che in questo irriducibile pessimismo si annida.

E’ lecito allora parlare di religione nell’opera di Giacomo Leopardi?

Il poeta è stato sovente dipinto dalla critica ufficiale come l’assertore del nulla e della “infinita vanità del tutto”. Ma il sentimento religioso della vita, lo sappiamo bene, è qualcosa di più della pura e semplice appartenenza a una fede. E in tal senso, seppure Leopardi non fu mai cristiano – giacchè non conobbe mai il vero volto del cristianesimo, ridotto a un vuoto formulario di regole dall’educazione formalistica ricevuta in famiglia – non si può certo ignorare la potente interrogazione metafisica che pervade l’intero corpus delle sue opere.

Nato a Recanati il 29 giugno 1798, Giacomo Leopardi aveva trascorso l’infanzia e la prima giovinezza studiando nella ricca biblioteca del padre, il conte Monaldo, che era un bibliofilo, e in quelli che lui stesso ebbe a definire “sette anni di studio matto e disperatissimo” (dal 1809 al 1816) si era impadronito grandemente della cultura classica, elaborando (tra il 1816 e il 1819) il primo passaggio dall’erudizione al bello, e dal bello al vero, mentre si acuivano i problemi di salute e la sua crescente insofferenza verso l’asfittico luogo natio.

Nel 1819 si ammala agli occhi, malattia che condurrà il suo fisico già debole a soffrire per il resto della vita, e c’è un primo tentativo di fuggire da Recanati, divenutagli insopportabile, tentativo andato a vuoto giacchè il padre scopre e blocca la sua fuga.

Nel 1822 compie un viaggio a Roma, che carica di aspettative presto deluse: la vita in casa di uno zio materno riproduce lo stesso ambiente asfittico da cui era fuggito. Torna allora a Recanati, per poi lasciarla e trasferirsi a Milano, quindi a Bologna, Firenze e Pisa. Nel 1828 torna nuovamente a Recanati, per poi abbandonarla definitivamente nel 1830. Gli ultimi anni della sua vita il poeta li trascorre tra Firenze e Napoli, dove morirà nel 1837, a soli 39 anni di età.

“Giacomo Leopardi mi aveva fatto giurare di chiamargli il prete, se lo vedessi in pericolo; e così ho fatto, ed ebbe il prete, e il Viatico e tutti i sacramenti”. Così avrebbe testimoniato l’amico che a Napoli lo ospitò nell’ultimo scorcio della sua vita, Antonio Ranieri, avvalorando la tesi di una sua dipartita “da cristiano”. Ma, credente oppure no, que­llo che è chiaro è che nell’opera leopardiana c’è una domanda continua che risuona, il senso ineludibile di un’inquietudine me­tafisica.

Uno dei componimenti più significativi della sua produzione poetica è il Canto notturno di un pastore errante per l’Asia: “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi che fai, / Silenziosa luna?/ Sorgi la sera, e vai, / Contemplando i deserti; indi ti posi. / Ancor non sei tu paga / Di riandare i sempiterni calli? / [...] Dimmi [...] a che vale /… la [...] vita mortale? / … ove tende / Questo vagar mio breve / [...] Se la vita è sventura, / Perché da noi si dura? / …Forse in qual forma, in quale / Stato che sia, / dentro covile o cuna, / È funesto a chi nasce il dì natale”.

In esso, come vediamo, si fondono tutte le domande fondamentali dell’esistenza, in una interrogazione cosmica che non trova risposta. Per questo il poeta è stato anche definito un “ateo religioso”, per tale suo costante interrogarsi sulla vita destinato a non avere mai altra risposta che il silenzio.

“Nella lontananza infinita di Dio”, scrive don Barsotti, “il poeta sentì che la sua parola si perdeva soltanto nel silenzio”. E fu così che la sua religione divenne rivolta. Nel pensare leopardiano nessuno prende il posto di Dio, nessun mito di progresso umano, nessuna illusione sulle magnifiche sorti e progressive dell’umanità, nessuna filosofia. Il mondo è vuoto. E in questo vuoto il poeta lancia il suo grido, quasi una bestemmia verso il cielo, ed è il grido di chi non accetta le facili consolazioni del mondo, le sue “illusioni”.

Così il senso religioso si rivela proprio là dove sembrerebbe che sia negato. Leopardi, sostiene il critico P. Ferdinando Castelli, mostra ”l’aspirazione a una realtà trascendente; ciò che la vista provoca, il silenzio indica e il ricordo suscita è l’esistenza di un altro mondo che attrae tutta l’anima a sè e già in qualche modo misteriosamente si fa presente nel cuore”. Di qui il carattere “eminentemente religioso, più che filosofico” del pensiero leopardiano, secondo P. Castelli. Dio resterebbe il soggetto della poesia e del pensiero di Leopardi “perchè tutto in lui rimanda a quello che è oggetto e fine del desiderio, tanto più presente e vivo, dolorosamente, quanto meno è creduto, quanto è più negato”.

Tra il novembre e il dicembre del 1816, Giacomo Leopardi scrive un componimento intitolato L’appressamento della morte, composto in terzine dantesche. Il richiamo a Dante è non solo nell’uso della forma metrica. In maniera sorprendente, infatti, il testo si conclude come la Commedia dantesca con un’invocazione alla Madonna. Scrive: “O Vergin Diva, se prosteso mai/ Caddi in membrarti, a questo mondo basso, / Se mai ti dissi Madre e se t’amai,/ Deh tu soccorri lo spirito lasso/ Quando de l’ore udrà l’ultimo suono, / Deh tu m’aita ne l’orrendo passo”.

Leopardi invoca la Madonna perché possa soccorrerlo nell’ora della morte, e questa invocazione fa il paio con quella contenuta negli abbozzi degli Inni cristiani, progettati e mai attuati da Leopardi nell’estate del 1819. Il critico Giovanni Getto la commenta così: “Sono poche righe, ma di una pienezza e di una sincerità tali da farne una preghiera unica, quale non è dato di trovare facilmente nella letteratura di devozione. Una preghiera che invita a pregare, come non invitano evidentemente, per la loro elaborata natura artistica, le celebri invocazioni di Dante, di Petrarca, Manzoni”.

La Madonna, invocata sotto il titolo di Consolatrice degli afflitti, era venerata nella cappella gentilizia dei conti Leopardi, in un dipinto eseguito nel 1737 a Vienna e portato a Recanati dal cappuccino P. Giovanni Biscia. Era questa l’immagine davanti a cui aveva pregato tante volte Giacomo bambino. A lei, dunque, il poeta poteva rivolgersi con fiducioso abbandono: “A Maria. È vero che siamo tutti malvagi, ma non ne godiamo, siamo tanto infelici. È vero che questa vita e questi mali sono brevi e nulli, ma noi pure siam piccoli e ci riescono lunghissimi e insopportabili. Tu che sei già grande e sicura, abbi pietà di tante miserie.”

(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved

Articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio – novembre 2011

Stasera Anna dorme presto

di MARIA DI LORENZO

Anna la sera non va mai a letto presto. Legge in cucina, abbarbicata sullo sgabello, sotto una luce pallida, e i libri la tengono sveglia fino all’alba. Una “mania” che Carlo, suo marito, non le ha mai perdonato. Non va mai a letto presto perché lei di notte allestisce un mondo, quello che avrebbe voluto abitare. E per farlo ha bisogno delle stelle. Di notte si va ad sidera, alle stelle che sono i desideri. Anna un giorno ha chiuso i suoi sogni in un cassetto per sposare un brillante avvocato, che la tradisce con una collega volitiva e rampante. Ma i desideri a casa di Anna si presentano puntuali ogni notte, vestiti di parole fruscianti, tra i gatti che si appisolano sui fogli e il disordine di quell’attico a due passi da piazza San Pietro dove i rumori giungono ovattati, come protetti da un alta barriera, e che – almeno finchè Carlo vi abiterà, ma solo con il corpo, perchè la sua mente è già altrove da tempo – sarà il regno della perfezione e del nitore esteriore, “il terrazzo con le piante alte e curate”, gli arredi di lusso, i quadri d’autore, i pavimenti incerati senza neanche una graffiatura, “le pentole della cucina specchianti il lindore delle mattonelle bianche”, il frigo ben diviso in reparti: un ambiente così perfetto da sembrare asettico come una sala chirurgica, nel quale Anna invece finisce per covare dentro di sè, un giorno dopo l’altro, un senso di crescente, dolorosa estraneità. Da quando ha capito, cioè, proprio ascoltando le voci che salgono dalla notte verso di lei, che è l’imperfezione che attira la vita e che questa “si afferra solo scrivendo”. [continua]

Le due vite di Elsa

Isteria, sentenziano. E con questa parola pensano di aver detto tutto. Di aver circoscritto la natura di Elsa. E, mettendola in una nicchia precisa, di aver neutralizzato la forza eversiva che cova dentro di lei. Che non è certo ‘matta’, ma più semplicemente è una ‘donna’. Una giovane donna timida e graziosa abitata da un “mondo sanguigno e rovente” che gli altri non comprendono e che rigettano bollandola nell’unico modo che sanno… [continua]

Gertrud von Le Fort: scrittura e trascendenza

di MARIA DI LORENZO


Quando Edith Stein decise di lasciare il mondo per entrare nel Carmelo di Colonia furono in molti a stupirsi di quella scelta: lei che era stata una filosofa, un’intellettuale, con il suo grande bagaglio culturale e un passato di brillante studiosa, abbandonava ogni cosa per inabissarsi in una vita totalmente povera, oscura, senza privilegi. Una vita nascosta, fatta di immolazione e di sacrificio. Tante persone allora le scrivevano e cominciarono a farle visita, secondo le possibilità e gli orari del Carmelo, e tra queste la scrittrice tedesca Gertrud von Le Fort, una aristocratica protestante che a Roma si era convertita al cattolicesimo, autrice di romanzi assai famosi, fra cui L’ultima al patibolo. Un giorno Gertrud andò a trovare la Stein al convento per vedere con i propri occhi se Edith fosse davvero felice al Carmelo: davanti a sé trovò una creatura radiosa, trasfigurata dalla gioia.

Gertrud von Le Fort, la “più grande poetessa trascendentale contemporanea“, ed Edith Stein, “la più grande donna nel cielo dei filosofi tedeschi” del Novecento, come le definirono i loro contemporanei, divennero amiche. Erano due convertite: l’una dal protestantesimo, l’altra dall’ebraismo. Fu il padre gesuita Erich Przywara il mediatore, per così dire, di questa singolare amicizia umana ed intellettuale. La scrittrice tedesca ebbe a dire: “Nella mia vita ho visto solo due volte un volto umano che mi travolgesse: suor Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, e Papa Pio X”.

Gertrud von Le Fort nacque nel 1876 in Westfalia. Il padre era un ufficiale prussiano, e lei potè studiare privatamente fino all’età di 14 anni in casa per poi intraprendere alcuni viaggi. Studiò Teologia evangelica, filosofia e storia, ma senza immatricolarsi perché priva del titolo statale per accedere all’Università. Nel 1914 frequentò ad Heidelberg un seminario del giovane C. Jaspers dedicato a Kierkegaard e la definì “la tappa più importante e decisiva della mia vita”.

Allieva prediletta del celebre filosofo delle religioni Ernst Troeltsch, del quale nel 1925 curò la pubblicazione del libro Dottrina della fede (Glaubenslehre), la coltissima baronessa tedesca di confessione protestante abbracciò la fede cattolica durante un viaggio a Roma quando era alla soglia dei cinquant’anni. Evento misterioso e segreto, come ogni conversione che si rispetti, ma di cui abbiamo una lieve traccia in uno dei suoi testi: “Quel vecchio, rigido crocefisso a metà cancellato, quel crocefisso della più cadente basilica di Roma, vuota di preghiere improvvisamente mi aperse le braccia e mi costrinse a inginocchiarmi. Mi sembrò che qualcuno alzasse una tenda sul fondo della mia anima, in cui riconobbi, simile a stigmata d’amore, la stessa immagine dinanzi alla quale mi trovavo inginocchiata: ricevuta, rinnegata, dimenticata eppure intatta, perché quell’amore si era conservato per me”.

E ancora lei scrive: “Sapevo che né in cielo né in terra né fino alla fine dei tempi né nell’eternità, mai vi potrebbe essere cosa alcuna capace di eguagliare quell’amore in forza e dolcezza. Avviluppata ad esso, strappata a me stessa, e già quasi immersa nella sua immensità, credetti di morire. Ma lo stesso infinito mi teneva in vita con un comando dolce e commovente: amami ancora“.

Soltanto un anno prima della sua conversione, e forse non a caso, Gertrud von Le Fort aveva pubblicato gli Inni alla Chiesa (Hymnen an die Kirche), versi solenni come Salmi, che della Chiesa cantavano nascita e natura, missione e santità, amore e destino. Esaltandone l’eterna, universale e soprannaturale potenza ordinatrice, l’autrice intendeva riconoscere alla Chiesa il fatto di aver raccolto e purificato in sé ogni pensiero e fermento religioso della storia millenaria del mondo. Pagano o profano, ateo o agnostico fosse stato il passato contesto dell’intera umana avventura, da Cristo in poi tutto è stato posto sotto il segno della Redenzione del mondo.

“Poetessa della trascendenza”, l’ha definita il critico P. Ferdinando Castelli SJ. Per la forte tensione metafisica che pervade tutta la sua opera, per il rigore della ricostruzione storica che molto spesso le fa da sfondo, per il vigore dell’ideale cristiano cui questa si ispira nonché dei personaggi in cui si incarna, oltre che per la profondità dell’analisi psicologica, la Von Le Fort è senza dubbio una delle figure più interessanti della cultura cattolica tedesca del secolo scorso. La sua opera narrativa forse più importante, L’ultima al patibolo (1931), su una vicenda di suore ghigliottinate durante la rivoluzione francese, da cui successivamente lo scrittore francese Georges Bernanos trasse ispirazione per I dialoghi delle carmelitane, la rese celebre in tutto il mondo.

Le sue pagine vengono accostate senza esitazioni a quelle di Claudel, Bernanos, Mauriac, Dostoevskij, Péguy. Prolifica e raffinata, Gertrud von Le Fort fu autrice di oltre venti libri, raccolte di poesie, romanzi e racconti che, tra l’altro, sembra abbiano contato molto anche nella formazione culturale di Joseph Ratzinger. Nel 1949 Hermann Hesse, insieme con Martin Buber, la propose per il premio Nobel. Prima della conversione aveva scritto gli Inni alla Chiesa. Dopo scriverà molti romanzi, fra i quali: La fontana di Roma (in due riprese: Il lino della Veronica, 1928 e La corona degli angeli, 1946), Il Papa del Ghetto (1930), Le nozze di Magdeburgo (1938), La donna eterna (1934), L’estasi di suor von Barby (1940), La Consolata (1947), La figlia di Farinata (1950).

Il fascino delle opere della scrittrice è quello di seminare elementi biografici nei suoi scritti, ma di non lasciare traccia autobiografica, tanto che i critici hanno a lungo cercato ed indagato, e chiesto a contemporanei che la conobbero di persona, e perlustrato archivi ed articoli alla ricerca di elementi biografici. Rimane a nostro avviso una lettera assai significativa, vergata di pugno della stessa Gertrud, e datata 27 dicembre 1947, in cui rivolgendosi ad una studentessa laureanda sulle sue opere, la scrittrice spiega che “di autobiografico esiste poco, perché io credo che l’autore sia responsabile di fronte al pubblico con la sua opera e non con la sua persona… Del resto – lei dice – questo mio modo di comportarmi è in stretta relazione con il mio libro “La donna eterna” e cioè non si può esigere che caratteristica della missione della donna sia il velo senza che essa lo porti”.

La scrittrice pensava alla donna come al canale dei grandi misteri del cristianesimo nel mondo: la nascita di Cristo, l’annuncio della Pasqua, la discesa dello Spirito Santo che “mostra l’uomo nell’atteggiamento femminile di chi riceve”, e che è la “cellula primogenita della Chiesa”. Il femminile che innerva tutta la creazione, come viene bene espresso in “La donna eterna”.

E a buon ragione allora Bonaventura Tecchi potè parlare di un “velo” che si stende su tutta l’opera dell’autrice tedesca: caratteristica e compito della donna è di conservare cioè un velo, qualcosa di misterioso, non solo nel suo corpo ma anche nella sua anima, nell’abbandono e nella dedizione, nell’amore totale, come accadde a Maria quando pronunciò il suo Fiat. Maria, la Donna per eccellenza, da Gertrud tanto amata e che aveva celebrato nei suoi splendidi versi: “Rallegrati, vergine Maria,/ figlia della mia terra,/ sorella dell’anima mia,/ rallegrati, gioia della mia gioia./ Sono come un vagabondo nella notte,/ ma tu sei un tetto sotto il firmamento./ Sono una coppa assetata,/ ma tu sei il mare aperto del Signore./ Rallegrati Vergine Maria,/ ala della mia terra,/ corona dell’anima mia;/ rallegrati, gioia della mia gioia:/ felici coloro che ti proclamano felice!”.

(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved

Articolo pubblicato sul mensile “Madre di Dio” – ottobre 2011

Thérèse e la moneta del santo bevitore

di MARIA DI LORENZO

Parigi, aprile 1934. E’ freddo sotto i ponti della Senna e Andreas, un vagabondo senza tetto né legge, cerca riparo, come ogni sera, sotto un mucchio di giornali per proteggersi dal gelo pungente della notte. E’ ancora giovane, ma vivacchia come può tra lavoretti precari, piuttosto rari, e grandi bevute di vino.

Perché vive così? E qual è il suo passato?

Un giorno, un distinto signore lo avvicina sul lungosenna per offrirgli la somma di duecento franchi. Andreas ha fame, ma fa fatica ad accettare il denaro dello sconosciuto, proprio non vuole, e alla fine acconsente ad un patto, quello di riconsegnare i duecento franchi nella Chiesa di Santa Maria di Batignolles, come offerta alla statua di santa Teresa di Lisieux. Un patto davvero singolare, ma Andreas, che è un uomo d’onore, pur senza indirizzo, lo assume come un impegno assoluto. Vivrà solo per questo, per riportare i soldi alla “signorina Thérèse“.

La cosa è assai più facile a dirsi che a farsi. Da questo momento, infatti, gli succedono tante e tante di quelle vicende, strampalate e incredibili, che ritardano ogni volta l’esecuzione della promessa solenne da lui fatta all’anziano benefattore.

Poco alla volta veniamo a scoprire il suo passato.

Andreas Kartak aveva abbandonato la Slesia polacca, nella quale era nato e faceva il minatore, per andare in Francia. Qui era stato ospitato da una famiglia di connazionali, i coniugi Schebiec, che gli avevano offerto un alloggio mentre lavorava in miniera. Si era però innamorato di Caroline Schebiec e, per evitare che il marito, venuto a conoscenza del tradimento, la massacrasse a legnate, l’aveva colpito a sua volta, uccidendolo.

Dalla galera era uscito un uomo distrutto e senza progetti: solo, senza la prospettiva di un lavoro, Andreas aveva finito col fare la vita del clochard, dormendo sotto i ponti della Senna.

Ora, dopo l’incontro col misterioso benefattore, il vagabondo in cuor suo si sente “ricco” e per prima cosa, l’indomani, decide di radersi e di comprare un giornale per sapere che giorno fosse quello. Mentre fa colazione viene avvicinato da un signore che gli chiede se può aiutarlo nel trasloco, venendo pagato immediatamente con cento franchi e con altri cento dopo aver completato il lavoro. Questo lavoro dura due giorni e al termine, la domenica, Andreas decide che è ora di andare a pagare il suo debito alla cappella di Santa Teresa. Ma mentre si dirige verso la chiesa incontra Caroline, la sua vecchia “fiamma”, e passa la giornata con lei dimenticandosi completamente del debito da saldare. Il giorno dopo se ne torna a dormire sotto i ponti.

Una notte, però, Andreas sogna santa Teresina che gli chiede i duecento franchi del debito: destandosi dal sonno s’accorge di avere nel portafoglio l’incredibile cifra di mille franchi. Nella tabaccheria in cui corre a farsi cambiare i soldi gli sembra di riconoscere un suo vecchio compagno di scuola, ora ritratto in vesti di calciatore famoso. Decide così di andare al cinema, e poi di cercare il suo vecchio amico, Kanjack: lo trova in un albergo di lusso dove il suo compagno alla fine della giornata gli affitterà una stanza.

Il debito con santa Teresina è ancora una volta dimenticato. Infatti, dopo essersi lavato, Andreas incontra fuori dalla sua camera una bella ragazza di cui s’invaghisce all’istante, passando la notte con lei, ed anche il giorno seguente. L’indomani però è domenica e lui se ne va, con l’intenzione di raggiungere finalmente la chiesa dove Teresina lo aspetta. Sulla strada, però, incontra Woitech, un suo compagno di miniera: va da sé che mollerà i suoi buoni propositi per andare a sbronzarsi con lui nel bar proprio vicino alla chiesa. Woitech gli chiede dei soldi e lui gli dà tutti quelli che aveva messo da parte, così alla fine non gli resta che tornare sotto i ponti. Ma un signore, saputo che lui è molto devoto a santa Teresa, gli consegna duecento franchi perché Andreas possa pagare il suo debito.

Il lupo, però, come si dice, perde il pelo, ma non il vizio: Andreas passa le notti seguenti al Tari-Bari, un locale sulla Senna, dove la domenica mattina, al momento di saldare il conto, non gli resta più uno spicciolo per il suo debito.

A questo punto, che fare?

Il clochard, a cui non fa certo difetto la fiducia nella Provvidenza, una fiducia pari quasi alla sua sventatezza, si presenta ugualmente nella chiesa di Santa Maria di Batignolles, speranzoso di riuscire in qualche modo a trovare i duecento franchi che gli occorrono. E, infatti, un poliziotto lo ferma e gli consegna un portafoglio non suo, dicendogli che l’aveva appena perso.

La circostanza, come le altre del resto, sa proprio di miracolo, ma l’incorreggibile Andreas Kartak viene distratto ancora una volta dall’amico Woitech, con il quale va ad ubriacarsi in un bar. Qui c’è una bimba di nome Thérèse che, ormai brillo, gli ricorda la santa e il suo debito d’onore.

Andreas è ormai allo stremo delle forze, il suo cuore malandato non regge più l’alcol e il vagabondo, a un certo punto, crolla a terra svenuto. Non essendoci neppure un medico nelle vicinanze, il barbone viene portato nella cappella di santa Teresa di Gesù Bambino dove, prima di spirare, si tocca i soldi nella tasca dicendo “Signorina Thérèse!”.

Ha pagato il suo debito, finalmente.

La leggenda del santo bevitore è un romanzo poetico e molto suggestivo, che ha il suo cuore narrativo nel mistero della grazia e della gratuità dell’amore. E’ testo narrativo che lo scrittore ebreo austriaco Joseph Roth lasciò come testamento spirituale, morendo pochi giorni dopo averlo composto, a Parigi nel maggio del 1939, consumato dall’alcol e dalla disperazione per l’ondata di odio, di antisemitismo e di furore autodistruttivo che stava avvolgendo l’Europa alla vigilia della seconda guerra mondiale con la tragica ascesa al potere di Hitler.

Una vicenda, quella del santo bevitore, dall’intenso sapore autobiografico, nella quale Joseph Roth, uno dei più grandi autori del Novecento, ebreo di nascita ma fortemente affascinato dal cattolicesimo, affida al personaggio di santa Teresina il ruolo sicuramente più importante della storia: è lei il demiurgo, quella specie di nocchiero invisibile che traghetta l’anima di Andreas sulla sponda dell’eternità, nell’abbraccio con Dio.

Ma perchè proprio Teresina?

Forse per l’esperienza, certamente singolare, vissuta dalla santa di Lisieux nel suo farsi compagna di strada e sorella di tanti uomini e donne privi di Dio, per aver vissuto come loro, e insieme a loro, sentinella dell’invisibile, la terribile esperienza di vuoto che nasce dal buio della fede, dentro le viscere segrete dei loro giovani anni indecisi.

Perchè un giorno Teresina aveva accettato di sedere a “quella tavola colma di amarezza alla quale mangiano i poveri peccatori”, condividendo con tanti uomini del suo (e nostro) tempo “i ragionamenti dei peggiori materialisti”, e potendo proprio per questo testimoniare, dall’interno del dramma dell’ateismo contemporaneo, il miracolo della solidarietà e dell’intercessione.

Andreas, il “santo bevitore”, nella sua cocciuta determinazione di riconsegnare il denaro ricevuto in dono alla statua della santa di Lisieux, sembra svelarci, alla fine della storia, il più misterioso dei segreti dell’esistenza umana, che è poi l’essenza stessa, la radice del cristianesimo: Dio è un amore mendicante.

Dio è quell’amore, senza “se” e senza “ma”, che sempre aspetta, che sempre accoglie, e non si stanca mai, e mai si rifiuta di aprire le braccia ai figli peccatori, a questa umanità fragile e dolente, che gli trafigge il cuore con le sue infedeltà, con l’incoerenza della propria vita, dono incommensurabile eppure sciupato spesso con giovanile noncuranza in mille cose futili, di questo tempo da lui donato a piene mani, dono prezioso anch’esso, eppure anch’esso buttato via, tante volte, come oro di scarso valore, moneta falsa.

Come Andreas, il vagabondo che dopo aver sperperato con disperata allegria la sua esistenza fra bistrot e bordelli, muore col nome di Thérèse sulle labbra. Il suo desiderio di riscatto lo fa più forte della sua incoerenza: la vita lo ha travolto senza togliergli l’originaria innocenza, che neppure l’alcol e la miseria hanno oscurato. Confusamente, infatti, egli sa che una luce c’è per lui, da qualche parte. Un amore più grande che lo attende. Che ci attende.

Come si fa allora a vivere senza il mistero?

*

(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved – tratto dal volume: “Nasconditi dentro il mio cuore” (2009)

*

book1MARIA DI LORENZO

NASCONDITI DENTRO IL MIO CUORE

Il messaggio della Divina Misericordia per l’umanità del terzo millennio

Edizioni dell’Immacolata, Bologna 2009

pp. 176, € 12,00

Disponibile in tutte le librerie italiane a vostra richiesta, dal vostro libraio di fiducia, e sul web nei negozi IBSLaFeltrinelliInMondadoriAmazonLibreria ColettiLibreria universitariaUnilibroWebster.

Una cattedrale fatta di versi

di MARIA DI LORENZO

Nella sua stanza, appesa sulla porta, in bella evidenza, teneva la stupenda preghiera di San Bernardo alla Vergine tratta dal Paradiso di Dante (canto 33°, vv. 1-21) che lui stesso aveva ricopiato a mano con cura, in bella calligrafia, per poterla avere sempre davanti agli occhi. Pier Giorgio Frassati la recitava spesso, ad alta voce com’era solito fare, e con la Salve Regina questa era la preghiera mariana che amava di più. Pier Giorgio era un vero appassionato di Dante Alighieri, il sommo poeta della Divina Commedia che voleva una Chiesa santa e che amava, anche lui, la Madre di Dio, Colei, scriveva, il cui volto “a Cristo / più si somiglia” (cfr. Paradiso, canto 32°, vv. 85-86).

Ma Frassati non era e non è certamente l’unico ad aver nutrito questa venerazione tutta speciale per il padre della nostra letteratura, veramente un gigante delle patrie lettere che ha saputo infiammare con i suoi versi i cuori e le menti di generazioni e generazioni di lettori, in Italia e nel mondo, con il suo capolavoro immortale, la “Divina Commedia”.

La Commedia di Dante Alighieri è una “cattedrale” poetica, affidata alla bellezza dei versi, in cui egli traccia il proprio itinerario personale di liberazione e di ascensione a Dio. Come ha scritto a tal proposito Romano Guardini, “l’opera di Dante, come le cattedrali del medioevo e le somme dei filosofi scolastici, si prefigge il gigantesco compito di costruire quel mondo strutturato, in cui la ricchezza dell’esistenza perviene all’unità”.

E il grande Hans Urs von Balthasar ha ribadito il medesimo concetto affermando che Dante “sembra farsi posto fra i grandi costruttori di cattedrali medievali nei quali, per un’ultima volta, estetica ed etica coabitano in modo così indivisibile, si postulano e si promuovono a vicenda”.

Il sommo poeta era nato a Firenze il 29 maggio 1265 da una famiglia della piccola nobiltà. A 20 anni aveva sposato Gemma Di Manetto Donati, appartenente a un ramo secondario di una grande famiglia nobile, dalla quale avrà quattro figli, Jacopo, Pietro, Giovanni e Antonia. Si era consacrato assai presto e completamente alla poesia studiando anche filosofia e teologia, in modo particolare Aristotele e Tommaso d’Aquino. A partire dal 1304, per vicende politiche legate alla sua città, era iniziato per Dante il lungo e doloroso esilio, che l’avrebbe portato a vagare di città in città e di corte in corte per guadagnarsi da vivere, scoprendo come “sa di sale lo pane altrui”.

Invitato a Ravenna da Guido Novello da Polenta, signore della città, nel 1319, due anni più tardi era stato inviato da questi a Venezia come ambasciatore. Fu proprio rientrando dal viaggio a Venezia che Dante venne colpito da un attacco di malaria: morì all’età di 56 anni nella notte tra il 23 e il 24 settembre 1321 a Ravenna, dove oggi si trova ancora la sua tomba.

Nell’anno 1306 l’Alighieri aveva intrapreso la redazione della “Divina Commedia”, opera gigantesca alla quale avrebbe lavorato praticamente per tutto il resto della sua vita. Una grande opera mariana, è stata definita da qualcuno, perché Maria vi ha un posto assolutamente unico, presente in primo luogo nel cuore di Dante e da lui pienamente inserita nel disegno della Redenzione. L’assunto del capolavoro dantesco, nei suoi molteplici piani di lettura, da quello descrittivo a quello simbolico, allegorico e metaforico, è l’esaltazione del ruolo di mediazione della Vergine: si va a Dio per Cristo, ma a Cristo per Maria.

La prova di questa tesi è costituita dal viaggio di Dante, che è anche la parabola del pellegrinaggio terreno dell’uomo verso il Cielo. E’ una storia di cadute e di purificazione, di peccato e di grazia, sigillata dalla più bella preghiera alla Vergine Madre, che tutto orienta, protegge, anima con la sua presenza attiva di mediatrice. La sua iniziale discesa agli inferi, dove il poeta scopre tutto il male di cui il mondo è capace e di cui ogni uomo può macchiarsi, arriva poi alle sponde del Purgatorio dove Dante vede la bellezza della comunione e della condivisione delle anime purganti, che procedono tutte insieme per “ire a farsi belle”, anticamera del Paradiso, dove sono le anime felici dei santi.

Per salire fino alla visio Dei il poeta dovrà essere aiutato e poiché neppure Beatrice, che è già santa e in cielo, può farlo, ecco che entra in scena la figura di San Bernardo, grande santo e mistico del Duecento, autore di quel Memorare che rappresenta il vertice della fiducia nella Madonna come soccorritrice dell’umanità sofferente. San Bernardo in Paradiso rivolge alla Vergine Maria una delle preghiere più belle che mai le siano state dedicate.

«Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio,

tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ‘l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore.

Qui se’ a noi meridïana face
di caritate, e giuso, intra ‘ mortali,
se’ di speranza fontana vivace.

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar sanz’ ali.

La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fïate
liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s’aduna
quantunque in creatura è di bontate.»

*

La sua celebre orazione si colloca significativamente in apertura al XXXIII canto del Paradiso, l’ultimo della Commedia, il canto nel quale si realizza l’evento che costituisce la meta del cammino di salvezza del poeta: la visione di Dio, il “sommo piacer” (v.33) e il “fine di tutti i disii” (v.46). Il viaggio ultraterreno di Dante verso il Cielo, che è l’ultima salute, per la visione beatifica di Dio, è un cammino che avviene per Maria e con Maria.

Maria è fonte di salvezza per l’umanità, perché in lei storicamente si è compiuto il mistero dell’Incarnazione. Così Maria diventa “termine fisso d’etterno consiglio” (v.3), punto stabilito nel tempo dal disegno di Dio, perché si compia l’umana salvezza. Maria, giovane e umile donna di Nazareth è, nel fluire della Storia, quel punto fermo a cui Dio affida fin dall’eternità il cambiamento del mondo con l’ingresso del Figlio nel Tempo. La grandezza della Vergine (“umile e alta più che creatura”, v. 2) è tutta nella sua umiltà, riflesso dell’obbedienza a Dio. Maria è grande perché quaggiù è per noi “meridiana face” (v.10), cioè volto visibile della bontà invisibile di Dio. In lei infatti si rispecchia il volto della misericordia di Dio, quell’amore gratuito, traboccante, materno, che “non pur soccorre / a chi domanda, ma molte fiate / liberamente al dimandar precorre (vs. 16-18).

Ciò significa che la Madonna è per noi continua fonte di speranza, a cui poter guardare sempre, anche nei momenti di grande difficoltà. E se qualcuno, sostiene Dante, volesse una grazia e non ricorresse a lei, sarebbe come se un essere vivente fosse sprovvisto di ali e pur volesse a ogni costo volare. Perché in definitiva Maria è la madre di Cristo, certo, ma è anche madre nostra, e in quanto tale, ella non può non ascoltare i suoi figli in cammino nel mondo e non venire in loro soccorso nelle tenebre e nelle tribolazioni di questa vita terrena.

(c) Maria Di Lorenzo – pubblicato sul mensile Madre di Dio – agosto/settembre 2011 – all rights reserved

“Morgana” di Turi Vasile

di MARIA DI LORENZO

Il sogno può avere più consistenza del reale? Il miraggio, che per sua natura si sottrae alle categorie del tempo come a quelle dello spazio, in un certo momento della vita può sopraffare la realtà. Accade da giovani, quando si sogna ad occhi aperti la vita che è ancora di là da venire. Accade da vecchi, quando la vita è alle spalle, assai lunga probabilmente ma ancora tutta da decifrare. Da incasellare ordinatamente dentro le mutevoli categorie della memoria.

Il miraggio si chiama Morgana (Avagliano Editore, 2007), ed è il titolo dell’ultimo libro di Turi Vasile. Racconti di vita che sembrano fotogrammi veloci di un’unica pellicola, fotogrammi che scorrono sulla pagina come spezzoni di una memoria che riordina e incessantemente scompagina il caos brulicante dell’esistenza, già vissuta e in parte ancora da vivere.

Con il suo linguaggio e con il suo stile, entrambi inconfondibili, venati di sapiente ironia e di leggerezza pensosa, Turi Vasile consegna alla pagina scritta la sua testimonianza esistenziale, il suo vissuto di uomo e di artista, facendolo passare attraverso le maglie della fantasia e la cruna dell’ago di una dolce affabulazione domestica.

Nato a Messina nel 1922, dal 1940 Vasile vive e lavora a Roma. Ha esordito come autore drammatico (delle sue commedie si ricordano I cugini stranieri e Le notti dell’anima messe in scena da Orazio Costa), ha poi prodotto numerosi film, tra i quali Processo alla città di Luigi Zampa, I vinti di Michelangelo Antonioni, Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli, Anonimo veneziano di Enrico Maria Salerno e Roma di Federico Fellini.

Nella sua lunga e laboriosa vita, si è interessato anche di giornalismo, di radio e di televisione. Ha pubblicato con l’Editrice Sellerio sei raccolte di racconti (Paura del vento, Un villano a Cinecittà, L’ultima sigaretta, Male non fare, Il Ponte sullo Stretto e La valigia di fibra); con Pironti Editore ha pubblicato il suo unico romanzo, Giòn. Tra i molti premi ricevuti: il “Flaiano” per una commedia (Una famiglia patriarcale) e alla carriera; il “Mediterraneo della Cultura”; il “Vittoriani”; il Tascabile e altri.

Turi Vasile è un outsider nel microcosmo culturale italiano. Lo è per nascita, per temperamento, per vocazione: perché è nato in Sicilia, perché coltiva da sempre molteplici interessi che, sottraendolo alla fissità di un ruolo codificato, lo pongono spesso fuori dal coro. Vasile è un artista completo, come ne esistevano al tempo rinascimentale, ma oggi non se ne trovano quasi più, forse si è perduto lo stampo.

Ha navigato e fatto la spola per tutta la vita fra la letteratura e i suoi dintorni, con poetica leggerezza e con sapiente e originalissimo cesello della memoria. Come rivela anche nell’ultima raccolta di racconti data alle stampe, Morgana, che ha riscosso in pochi mesi un successo forse insperato, ma certamente non casuale.

C’è nei suoi racconti una presenza-assenza struggente e fortissima: un’isola chiamata Sicilia, che è il nome dell’anima e del cuore, prima ancora che luogo fisico, geografico. Un sentimento solido, vivo, inestinguibile, che non conosce l’usura del tempo. Un fuoco che la distanza non appanna, ma semmai rafforza ed alimenta, attraverso l’uso quotidiano della memoria. Da tutte le schegge di vita che la penna sottrae all’impetuosa velocità della Storia che travolge ogni cosa, c’è sempre lei che oscuramente rimane, e si erge da un fondo di lontananze remote.

La Sicilia come metafora del cuore. Perché per quanto possa girare il mondo intero, un siciliano non potrà fare altro che tornare, ogni volta, alla sua terra natìa, alla sua natura aspra e selvaggia, alla sua luce meridiana. Perché al mondo non c’è nessun altro luogo in cui ricomporre, armonicamente fuse insieme, le crudeli disarmonie della vita.

(c) MARIA DI LORENZO – pubblicato su “La Voce dell’Isola” – 16 febbraio 2008 – all right reserved

“Paura del vento” di Turi Vasile

di MARIA DI LORENZO

“All’età di sei anni mi capitò di abitare, insieme con la mia famiglia, un semaforo solitario posto sulla cima di Capo d’Orlando, in faccia alle Eolie”. Comincia così, con questo tono vagamente favolistico, a metà strada fra la prosa del quotidiano e l’affabulazione della memoria, la raccolta Paura del vento e altri racconti di Turi Vasile con cui, a distanza di cinque anni, l’autore riannoda i fili cangianti della memoria, riandando sui passi perduti di un’infanzia isolana (la precedente raccolta Paura del vento è stata, infatti, riproposta – sull’onda del crescente interesse dei lettori – con l’aggiunta di dieci nuovi racconti).

Regista, produttore cinematografico, sceneggiatore, critico, commediografo (con La famiglia patriarcale si è aggiudicato nel 1987 il Premio Flaiano per il teatro), Turi Vasile si è rivelato in questi racconti un narratore finissimo, al tempo stesso lucido e asciutto, lirico e assorto, in possesso di una koinè dei sentimenti (e della memoria) che raramente è oggi dato riscontrare nel panorama delle lettere italiane.

“Quando si era bambini e si viveva in un’isola chiamata Sicilia, le feste di Natale avevano un senso oggi perduto”. Un’isola chiamata Sicilia: il nome dell’anima e del cuore, prima ancora che luogo fisico, geografico; un sentimento solido, vivo, che non conosce (né mai può conoscere) l’usura del tempo. Un fuoco inestinguibile che la distanza non appanna, ma semmai rafforza ed alimenta, attraverso l’uso quotidiano della memoria.

La Sicilia, metafora del cuore. E’ ad essa che bisogna necessariamente fare riferimento per comprendere appieno la Weltanschauung di questo eccellente narratore, così da poter ottenere alla fine – attraverso i volti, le storie, i ricordi e i pensieri che animano questi racconti – il prodigioso mosaico di un coro: il padre autodidatta, che però “sa forte” socialista e anticlericale, depositario di un’antica e irriducibile purezza ideale (“l’amore per il padre – scrive a un certo punto Vasile – è sempre atto di fede”); la madre Maria, “argentu vivu”, appassionata e romantica, che gli insegna l’aspetto più ludico dell’esistenza, la vita come gioco; lo zio Miciazzo, la zia Agatina, zio Ciccu e zia Cicca, “villani” dal cuore d’oro (si legga il bellissimo racconto I miei parenti più poveri), che affiorano, e si stagliano in cifre di assoluto candore, dal fondo incandescente della memoria.

Giornate di attese e di sogni, di emozioni segrete e di continue scoperte in cui – bambino – lo attanaglia la paura del vento, la sua voce terribile, insieme allo scatenarsi degli elementi, in quel lembo di terra, sospeso fra cielo e mare, che è il semaforo solitario di Capo d’Orlando.

Giornate in cui – adolescente – lo assale il tremendo morbo isolano, la “lissa”, la vertigine oscura del sangue che pulsa dentro le vene, e che – adulto – saprà come stemperare nella malinconia del ricordo. Giornate in cui non accade mai niente di veramente eccezionale: semplicemente la vita, l’avvicendarsi naturale del giorno e della notte, il geometrico alternarsi delle stagioni; ed è già molto.

Giorni in cui la vita è come un’erma bifronte e il sogno vi possiede lo stesso spessore della realtà: quella fantasia visionaria che – da bambino – lo teneva chiuso in casa, divorato da un’ansia spasmodica di conoscenza, a leggere e fantasticare il proprio futuro, e che – da grande – tradurrà in creazione fantastica, in quell’immaginazione che, tornando ai giorni perduti di ieri, spalanca la credenza dei profumi segreti di un’isola a forma di cuore.

(c) MARIA DI LORENZO – pubblicato su “Abruzzo Letterario” – Numero 2/93 – Agosto 1993 – all rights reserved

“Un villano a Cinecittà” di Turi Vasile

di MARIA DI LORENZO

Turi Vasile è un outsider nel microcosmo culturale italiano. Lo è per nascita, per temperamento, per vocazione: perché è nato in Sicilia, perché coltiva da sempre molteplici interessi che, sottraendolo alla fissità di un ruolo codificato, lo pongono fuori dal coro; perché non appartiene a nessuna cordata pseudo-intellettuale e può concedersi il lusso di fare soltanto le cose in cui crede veramente: Un villano a Cinecittà, appunto, che si potrebbe definire un ideale proseguimento della raccolta di racconti Paura del vento (Sellerio Editore, Palermo, 1986).

Lì c’era un bambino dal cuore gonfio di sogni che scrutava i confini del mondo dal semaforo solitario di Capo d’Orlando, davanti alle Eolie, immaginando un futuro a misura di quei sogni infantili; adesso il bambino del faro siciliano è cresciuto, è un ragazzo volitivo e romantico a Roma, nel furore della guerra, che per sbarcare il lunario si getta nell’avventura di Cinecittà, la fabbrica dei sogni di celluloide e delle speranze affidate alla rinascita economica e morale del Paese.

“C’è una strada nel fondo della nostra memoria, porta dritta al passato come al futuro”, scrive Vasile, ed è la strada della stidda ca curri, la stella di un destino già segnato a cui non è possibile sottrarsi e che per lui sarà quella del cinema, dei mille viaggi e occasioni, degli incontri che restano nel cuore ed ogni tanto ritornano, emergendo dal fondo magmatico della memoria, incastonati in un presente incorruttibile ed eterno.

Ecco allora stagliarsi le immagini vivaci, e un po’ gaglioffe, di Rossellini e Vittorio De Sica, “maestro di inganni”, di una famiglia arcaica e unitissima, di un se stesso corrucciato e schivo: temperamento insulare, tutto slanci e timidezze improvvise, che ora rivede con gli occhi della memoria, con tenerezza e con pudore, contrassegni dell’appartenenza isolana.

Ma da queste schegge di vita che la penna sottrae all’impetuosa velocità della Storia che tutto travolge, c’è qualcosa che oscuramente rimane, e si erge da un fondo di lontananze remote: una Sicilia come luogo dell’anima, come genius loci che lo segue in tutti i vagabondaggi per mare e per terra (si legga il bellissimo Bentornato alle sabbie nere) e che neppure i fantasmagorici bagliori della “provincia Cinema” riusciranno mai ad offuscare nel ricordo e nel desiderio inesausto del ritorno.

Per quanto possa girare il mondo il siciliano non potrà fare altro che tornare, ogni volta, alla sua terra natìa, alla sua natura aspra e selvaggia, alla sua luce meridiana: perché al mondo non esiste nessun altro luogo in cui poter ricomporre, armonicamente fuse insieme, le crudeli disarmonie della vita.

(c) MARIA DI LORENZO – pubblicato su “Oggi e Domani” – Anno XXI – Numero 8 – Agosto 1993 – all rights reserved

Arco di luminara

di MARIA DI LORENZO

Con il romanzo autobiografico Arco di luminara, ultimo anello di una trilogia ideale che comprende L’ultima provincia (1983) e Le dorate stanze (1985), la toscana Luisa Adorno riprende il proprio affresco di una classe sociale, la placida borghesia italiana del dopoguerra, attraverso le memorie di una famiglia siciliana trapiantata a Roma, divisa tra partenze e ritorni, estate dopo estate, nel podere avito alle falde dell’Etna. Anno dopo anno la vita trascorre leggera, punteggiata da piccole gioie e da altrettanto fugaci tristezze. Un’esistenza scandita da rituali quotidiani: quello, per esempio, della verdura serale, il cui odore “si dilatava quieto e preciso come un richiamo” negli inverni romani, ritmando in questo modo l’avvicendarsi dei giorni e delle ore.

La cottura serale della verduredda in quella sorta di perimetro sacrale che è la sala da pranzo (vero cuore narrativo della storia raccontata dalla Adorno) è una delle immagini più belle del romanzo, e non a caso abbiamo parlato di immagini: Arco di luminara ha, infatti, una struttura così ariosa e nitida da somigliare a un film, e di questo film corale sono le parole a suggerirne le immagini; lo fanno con l’occhio affettuoso e complice dell’autrice, capace di dar vita a un lessico familiare che si affida interamente a un dettato semplice e piano, a una lingua dimessa e colloquiale, mai sciatta ma ricca invece di vibrazioni interiori.

I personaggi sono disegnati con grande finezza, con toni acquerellati e leggeri che fanno risaltare le notevoli qualità narrative della Adorno: la stanca dolcezza della suocera, il piglio burbero ma in fondo affettuoso del suocero, prefetto in pensione, i silenzi e i borbottii di Cosimo, svagato professore con la testa immersa nei libri, a cui fa da contrappunto la bonaria ironia della moglie (che del romanzo è la voce narrante), assistita nelle faccende quotidiane dalle fedeli domestiche Concetta e Marina, affettuosamente integrate nella famiglia.

La straordinaria felicità narrativa della Adorno è racchiusa nella sua capacità di far parlare le cose, gli eventi più semplici e quotidiani, osservandoli in controluce, con gentilezza e con pudore, che risultano essere infine gli autentici tratti distintivi del carattere isolano, assorbiti e forse già compresi nelle corde emotive dell’autrice toscana.

La metafora dell’arco di luminara (che dà il titolo al romanzo) è in tal senso esemplare: tanti lumi, messi uno vicino all’altro, per creare alla fine un’unica luce, dentro gli umori e i profumi di un’isola millenaria, esprimono il senso della coralità della vita cementata dagli affetti domestici e dal fiorire di nuove presenze familiari, proprio come gli archi di luminara che punteggiano le solitarie contrade siciliane rischiarandole di una luce antica e segreta.

(c) MARIA DI LORENZO – pubblicato su “Oggi e Domani” – Anno XX – Numero 11 – Novembre 1992 – all rights resered

Bagheria

di MARIA DI LORENZO

Il paese dei limoni e dei carretti. Il paese delle case di tufo e degli ulivi digradanti verso il mare. Può mai esistere una rappresentazione della Sicilia che non debba necessariamente fare i conti con la consueta retorica della lupara, dei fichi d’India dolci come il miele e dello scacciapensieri notturno? La domanda si affaccia spontanea nel momento in cui andiamo a prendere in mano questo nuovo romanzo di Dacia Maraini, Bagheria, nel quale viene ripreso quel discorso sulla Sicilia materna già compiutamente espresso nel precedente e fortunato affresco di La lunga vita di Marianna Ucria. L’autrice torna a raccontare la Sicilia e lo fa mettendo per così dire “il cuore indietro”, regolando i suoi pensieri sull’orologio della memoria per poter assecondare il flusso continuo e indistinto dei ricordi.

A una prima lettura di Bagheria ciò che maggiormente colpisce chi scrive queste note è la sua radicale impossibilità a essere “ingabbiato” in una qualsivoglia categoria narrativa: romanzo breve o racconto lungo, rivisitazione biografica, diario sentimental-geografico, confessione appassionata e sincera, Bagheria è tutte queste cose messe insieme e nessuna di esse in particolare. Una memoria che è innanzitutto memoria di odori, di colori, di suoni, di fragranze perdute, la quale affonda le sue radici in una terra dal cuore materno e funereo: Bagheria, piccolo centro rurale alle porte di Palermo, che Dacia bambina conosce per la prima volta nel ’47, di ritorno con la propria famiglia dall’allucinante prigionia giapponese.

Perchè non ne ho mai scritto prima?“, s’interroga l’autrice fin dalle prime pagine del libro: “Quasi che a metterla su carta, la bella Bagheria, a darle una forma, me la sentissi cascare addosso con un eccessivo fragore di lontananze perdute”. E comincia così il suo solitario viaggio nelle stanze luminose e segrete della memoria: l’arrivo spaurito alla grande villa barocca dei Valguarnera, i nobili e sussiegosi parenti materni, la prima scoperta del mare, e poi del sesso; i gelati siciliani con il loro tripudio di colore e di gusto, un voluttuoso trionfo della gola, e gli abiti che sapevano anch’essi di profumi leggeri, invitanti, fragranze di menta, di pistacchio, di panna.  Giornate di ore troppo lente a passare nelle quali la realtà scontorna sovente nei sogni o, viceversa, è lo splendore corrusco del sogno a invadere l’orrore del quotidiano. E ancora: le feste in paese, le Vampe di San Giuseppe (patrono di Bagheria), il primo cinematografo in piazza – un lenzuolo bianco come schermo, i film estivi all’arena, l’incendio del cinema Moderno: tutti grani di quel rosario della memoria collettiva da cui Peppuccio Tornatore, altro figlio di Bagheria, avrebbe fatto scaturire la poesia del suo celebratissimo Nuovo Cinema Paradiso, adombrando l’amatissima città natale nelle coordinate spaziali di una immaginaria Giancaldo.

E accanto alla Bagheria di ieri, restituita inviolata dalla memoria, quella di oggi, purtroppo irriconoscibile, dalle colline sventrate, deturpata dal massacro urbanistico, oltraggiata da una classe politica arruffona e gattopardesca che, guardando solo al proprio tornaconto, ha finito per disperderne l’immenso patrimonio artistico e naturale. Una realtà che la Maraini analizza con sguardo indignato e con dolente partecipazione emotiva.

Tutto si perde, si consuma, finisce. A riprova di quella legge crudele di morte, di consunzione feroce che investe ineluttabilmente ogni cosa e le persone prima di tutto – amate e dolorosamente perdute. Persone che riemergono dal fondo della memoria, dai giacimenti tellurici dell’anima, da un passato che si credeva ripudiato, rigettato per anni in un angolo oscuro, e che adesso ritorna attraversando le plaghe dell’oblio: il padre Fosco, etnologo di fama, irrequieto e giramondo, amato da sua figlia di un amore struggente e solitario; la madre Topazia, volitiva e ribelle, “dalla bellissima bocca di geranio”; la nonna materna Sonia, cilena dal temperamento teatrale, capricciosa e selvatica, “dai grandi occhi cerchiati di nerofumo come le eroine dei film di Murnau”; il nonno Enrico, enologo dal cuore mite e gentile; la zia Felicita, visionaria ed eremita, e soprattutto lei, la misteriosa Marianna Ucria, l’antenata sordomuta “mezza dea, mezza scriba sapiente” che nel ritratto della villa materna stringe fra le dita un foglietto, unico mezzo di comunicazione con gli altri, nel quale è forse segnata “una parte sconosciuta e persa” del suo passato isolano.

Di questa terra tanto difficile da raccontare, perchè indecifrabile, ricca di contrasti apparentemente insanabili: terra di mafia, di morti ammazzati, di soprusi quotidiani, di menzogne e di istinti bestiali, calpestata dal piede di cento popoli diversi ma rimasta sempre impermeabile a tutto, “sconosciuta a se stessa, chiusa in una sfiducia senza rimedio, preda di un dolore senza voce”. Ma non solo: terra anche di cuori generosi, di candidi, di artisti suoi figli, razza visionaria – come Guttuso, Buttitta, Tornatore; terra di confine, di leggende, di miti, di impossibili speranze affidate al futuro: “l’isola dei gelsomini e del pesce marcio, dei cuori sublimi e delle lame taglienti” alla quale fare ritorno, in memoria, come all’ultimo limen dell’anima, prima del disfacimento e della ineluttabile fine di tutto.

(c) MARIA DI LORENZO – pubblicato su “Oggi e Domani” – Anno XXI – N. 4 – Aprile 1993 – all rights reserved

Residenze invernali

di MARIA DI LORENZO

Della giovane autrice romana Antonella Anedda sono comparse negli ultimi anni alcune liriche pubblicate da prestigiose riviste italiane (come “Poesia” e “Nuovi Argomenti”) ma soltanto adesso esse hanno visto la luce in una raccolta organica dal titolo Residenze invernali.

Affacciandosi sulla ribalta convulsa di un millennio che sta per concludersi, la poesia della Anedda ne riflette la violenta ansia conoscitiva; la necessità, diremmo l’urgenza, di mettere ordine alle forme molteplici del Caos attraverso una scrittura che si fa disciplina del dolore ed esercizio di carità.

Quella di Residenze invernali è una poesia nutrita di ossessioni, popolata di presenze assidue, zeppa di immagini ricorrenti: l’osso, il cucchiaio, il recinto, l’ospite, il freddo. E poi ancora: la malattia, gli angeli, la talpa, il silenzio. Sono i grumi poetici dentro cui si coagula il discorso esistenziale della Anedda e attraverso i quali si costruisce il tessuto visionario di una poesia scandita da sequenze oracolari (“Sfere sono le ombre questa notte / mantelli che i corpi avvolgono nel rame. / Pensale adesso che un lume ci divide / e mi lascia tra i vivi”).

Se è vero che ogni poesia è un certo tipo di sguardo (sulla vita, sulle cose, sul mondo), quella di Antonella Anedda rappresenta la coscienza lucidissima del nostro tempo contemporaneo, il “moto interno / che affina e rende i corpi radici”, quello in cui si decifra a stento la memoria, indifferente e neutro (“Nessun tempo ha bisogno di noi”), un paesaggio interiore che si popola di presagi oscuri (“le assi si curvano sotto le ginocchia dei nuovi bambini”), di attese in cui si può, e si deve, saper coniugare esperienza e saggezza per farsi sordi al fragore minaccioso del mondo: “Allora occorrerà avvicinarsi forse salire / lì dove il futuro si restringe / alla mensola fitta di vasi / all’aria rovesciata del cortile / al volo senza slargo dell’oca / con la malinconia del pattinatore notturno / che a un tratto conosce / il verso del corpo e del ghiaccio / voltarsi, / andare”.

In questo tempo, osservato “nella velocità del crollo”, si deve necessariamente procedere “col passo dei sopravvissuti”, attenti alla forza propulsiva di un pensiero “invernale” che non si arresta mai, che in nessun modo abdica alla sua capacità di sondare gli enigmatici abissi della redenzione, ma che è invece in continuo movimento, vigile e al tempo stesso salvifico, se si vuole guardare con occhi asciutti il presente, senz’alcuna voluttà di pianto, ascoltando le “voci per alleati” che ci permettono ogni giorno di toccare, inavvertitamente, le ineffabili sponde dell’assoluto: “Di lato c’era come un recinto / e lì duravano le cose”.

(c) MARIA DI LORENZO – pubblicato su “Arenaria” – N. 23/24- Maggio-Dicembre 1992 – all rights reserved

La parola esteriore

di MARIA DI LORENZO

Una volta c’era nel nostro Paese, come in altri Paesi del mondo, la religione delle lettere (chi non rammenta Carlo Bo e il suo programmatico saggio dal titolo Letteratura come vita?); esisteva un’idea romantica, sacrale e nobile della scrittura. Poi è cominciata l’inarrestabile decadenza: il supermercato delle lettere, la disaffezione alla lettura (di pari passo con il progressivo sfascio delle istituzioni scolastiche), l’omologazione culturale, tendente verso il basso, che già Pasolini aveva vaticinato, invocando provocatoriamente l’abolizione della tv, colpevole di aver concluso l’era della “pietà”, inaugurando quella dell’edonè.

Plinio Perilli, poeta e saggista, s’interroga sulle ragioni di tale mutamento epocale e lo fa attraverso le riflessioni di interlocutori scelti fra linguisti, filosofi, giornalisti, poeti, sociologi, insegnanti, dirigenti editoriali, romanzieri, in “una vasta inchiesta – spiega l’autore – sulla crisi del concetto stesso di letteratura fra i giovani, sempre più distratti e comunque sritualizzati, per così dire, verso la parola”.

Una parola che tende, perciò, a farsi “esteriore” (in antitesi alla “parola interiore” che dà il titolo a un famoso saggio di fine ’800 del filosofo Victor- Emile Egger, fautore della psicologia pura), inquinata com’è tutti i giorni dai mass-media, dalla pubblicità, dai molteplici codici linguistici – canzone, fumetto, videoclip – dell’attuale “villaggio globale”.

Di chi la colpa? Della scuole o della televisione, dell’industria editoriale forse? Anche, se si pensa alla logica perversa di talune strategie di vendita (libri “usa-e-getta”, scrittori “mondani”, privi di spessore, allevati come polli di batteria per fini più commerciali che culturali in senso stretto). Ecco allora che si frantuma e si perde nelle nuove generazioni il piacere della lettura, una disaffezione che ha radici nell’infanzia: “sottile ma inesplorato malessere – scrive Perilli – che va, andrebbe capito, sciolto in caparbia, sincera comprensione”.

“Schiacciati, verrebbe di dire tacitati, fra “oralese” e “videomania”, i giovani cercano di salvarsi dalla palude del culturame di massa tirandosi su per i capelli, come il Barone di Munchausen”, continua il critico; computers, videogiochi, canzoni fanno la lingua ecumenica giovanile, una lingua standard, ridotta all’osso, stereotipata, “alla Blob” per intenderci, in cui la contaminatio è imperante così come il grado di conformismo e di massificazione.

Quale futuro allora per la parola? Pessimisti si dichiarano, a tal proposito, Goffredo Fofi, Alberto Bevilacqua, Grazia Cherchi; più fiduciosi Luigi Malerba, Gesualdo Bufalino, Tullio De Mauro.

Perilli evita accuratamente i giudizi sommari e le aprioristiche condanne (o assoluzioni), ma conduce fino alla fine – legando fra loro i vari interventi – la sua inchiesta con l’intento annunciato (e mantenuto) della ricognizione esplorativa, che non si nutre di idee preconcette ma – partendo da un semplice assunto, che si potrebbe sintetizzare nella domanda: “Ma come si fa a vivere senza Cechov?“, in cui prorompe l’anziano e disorientato Professore del film Verso sera di F. Archibugi (sequenza ricordata dall’autore nell’ultimo capitolo del pamphlet) – si propone come punto di snodo verso la comprensione di problematiche aperte su inquietanti e densi interrogativi del nostro tempo.

(c) MARIA DI LORENZO  - pubblicato su “Idea” – Anno L – N. 10/12 – ottobre-dicembre 1994

Marco Guzzi, nel silenzio della perfezione

di MARIA DI LORENZO

“La Vergine potente di Liguria / Mi guardava. E se scambiavo / Con lei uno sguardo /Ero nel campo / Suo, immacolato. /Assolto senza condizioni. / Ero libèrta, /Libellula, ero l’aureola / Vibrante, il tuo salterio./ E rispondevo / A te sommessamente. / Ero il tuo salmo /Responsoriale. /“Fenomenale / Parto rinascevi: Marco: / Figlio di Dio”.

Sono i versi semplici e potenti di una delle più belle liriche di Marco Guzzi, dal titolo Intercessione della Madonna della Guardia.

Marco Guzzi è uno dei maggiori poeti italiani dell’età contemporanea, dalla forte vena cristiana nonchè autore di splendidi versi dedicati a Maria. Nato a Roma nel 1955, ha compiuto gli studi in Filosofia e Giurisprudenza specializzandosi a Freiburg e a Bonn. Ha condotto per anni trasmissioni di dialogo con gli ascoltatori di Radio Rai (come la notissima “3131”), ha diretto centri culturali e riviste, e da più di 10 anni porta avanti la sperimentazione, presso l’Università salesiana di Roma, dei Gruppi Darsi Pace (www.darsipace.it). Nel 2009 Benedetto XVI lo ha nominato membro della pontificia Accademia di Belle Arti e Lettere dei Virtuosi al Pantheon.

Ha esordito come poeta nel 1988 con una raccolta intitolata Il Giorno (Scheiwiller Ed.) sviluppando nell’arco di vent’anni una singolare ricerca espressiva, nel duplice solco della poesia e della saggistica, per arrivare al suo ultimo lavoro, Nella mia storia Dio (Passigli Ed.), con cui ha vinto il prestigioso “Premio Pasolini” e che rappresenta sicuramente la punta più alta della sua ricerca poetica.

“Ho incominciato a scrivere tra i 13 e i 14 anni – dice di sé il poeta – perché nella scrittura trovavo un luogo, uno stato mentale in cui respirare, una dimensione libera in cui placare la mia ansia ma anche dare voce alla mia gioia a volte incontenibile, pazzesca. Chiamavo i miei testi pensieri o sogni, e non li mettevo affatto in relazione con le poesie che ci facevano studiare a scuola… Da ragazzo ero un mistico, ma verso i diciassette anni abbandonai la Chiesa cattolica per cercare da solo la mia verità. Mi innamorai del pensiero di Nietzsche e conobbi il fascino e la scoperta di altri maestri, prima di incontrare quell’unico Maestro che poteva parlare al mio cuore”.

“Nel bianco ruscello delle mie notti / Ridestato / Come se le cinque fossero un orto / In bilico sul mare / Il francescano conobbe la carne / Con la pupilla dell’occhio scorporato. / Era l’acqua più antica delle stelle, / La distillata, la sospirata / Venere, immacolata / Vergine Maria”.

Guzzi ha scritto molti testi di ispirazione mariana. Sono versi, i suoi, che esprimono il mistero di Maria e si inseriscono in una ricerca poetica fuori dagli schemi, ma capace di coniugare tutta la bellezza e le difficoltà del nostro tempo.

“Com’è difficile restare nel silenzio / Della perfezione, nell’assuefatto / Dondolio, senza riserve, in grembo / A un mondo canterino che non stona. / “La mia verginità è questo cuore / Che dice la realtà senza inflessioni / E senza riflessioni osa il canto.” Così scrive nella lirica Madre, sorella e sposa.

E nei versi toccanti di “L’incoronazione” fa dire ancora a Maria: “Sulla corda del pensiero più vibrato / Qualcuno mi parlava / O a qualcun’altra: / “Rallègrati! / Oh piena di grazia. / Il Signore per sempre è con te. / Ti fa monarca. / Perché un re / Soltanto dà la pace / Essendone il principio. / Tu sei l’arca / Della mia alleanza./ E questa gabbia / Per te / Non c’è mai stata”.

Guzzi è nato il 25 marzo, nella festa cristiana dell’Annunciazione. Da qui nasce, probabilmente, il legame, duplice e molto forte, con la Madre del Verbo e con il Figlio, il Logos incarnato. La Parola per eccellenza. “Per me la pratica poetica non è altro che una pratica ‘incarnazione della parola’. La parola si incarna sempre, è un dialogo. Bisogna allora imparare a parlare ascoltando la fonte della parola che costantemente dice l’inedito…”.

C’è allora un’altra sua poesia che è quasi una confessione, in cui è la stessa Maria, la madre di Gesù, a parlare e con versi veramente splendidi: “L’angoscia stirò tutte le mie vele. / Tolse le pieghe ai margini degli occhi. / Mi sentivo inconcepibile a me stessa. / Forse per questo concepii / Un pensiero più grande di me. / Poi me ne andai per tutta la terra / Senza più macchia, e senza paura. / Ero la pura / Idea, la tua mamma,/ Gesù.”

Le pubblicazioni principali di Guzzi sono in ambito poetico: Il Giorno (Scheiwiller 1988); Teatro Cattolico (Jaca Book 1991), Figure dell’ira e dell’indulgenza (Jaca Book 1997); Preparativi alla vita terrena (Passigli 2002); Nella mia storia Dio (Passigli 2005). Ma Guzzi è anche autore di saggi importanti come: La Svolta – La fine della storia e la via del ritorno (Jaca Book 1987); L’Uomo Nascente – La trasformazione personale alle soglie del nuovo millennio (RED 1997); Cristo e la nuova era (Paoline 2000); Darsi pace – Un manuale di liberazione interiore (Paoline 2004).

Nella sua più recente raccolta di versi, Nella mia storia Dio, che non è solo il punto più alto della sua riflessione poetica ma chiude anche, idealmente, un ciclo, al tempo stesso esistenziale e artistico, l’autore si muove verso un’esperienza di integrazione nel quale l’Eterno Amore e la sua carne terrena possano coniugarsi fino in fondo. Tutta la poesia di Marco Guzzi, come la tensione immaginativa che vi è sottesa, è infatti fortemente “coniugale”.

“Chiara, te lo prometto, risorgeremo./ Io, te, mamma, e Gloria e Gabriele/ Rideremo in eterno e un nuovo gioco/ Impareremo a vivere tra Sirio/ E l’Orsa Maggiore”. Sono versi splendenti, dedicati alla moglie e  ai suoi tre figli, versi che fanno molto riflettere e che rispecchiano anche la personale Weltanschauung di Marco Guzzi: i suoi libri stimolano a riscoprire con occhi nuovi la fede cristiana, a cui il poeta è arrivato con molta fatica e dopo una traversata, che si intuisce aspra e solitaria, dentro i mari perigliosi del mondo.

Da qualche anno il poeta, che ha lavorato a lungo nei mass-media, ha affiancato alla ricerca poetica e filosofica un’intensa attività di comunicazione culturale attraverso seminari e conferenze. Dal 1985 al 2002 ha diretto i seminari poetici e filosofici del Centro Internazionale Eugenio Montale di Roma e dal 2004 dirige presso le Edizioni Paoline la collana “Crocevia”.

Tutte queste esperienze di ricerca creativa e di elaborazione di linguaggi comunicativi (si veda a tal proposito il suo bel sito personale: www.marcoguzzi.it) sono confluite nell’attuale sperimentazione di gruppi di autotrasformazione, in cui si cerca di favorire quel processo di liberazione interiore “che il tempo collettivo – dice – sollecita in ciascuno di noi”.

Se la grandezza di una fase storica è data dalla complessità e dalla difficoltà delle sfide che essa si trova a dover affrontare, quella in cui viviamo è, secondo il poeta, un’epoca davvero decisiva e unica. “Salire costa, cantava Ungaretti, ma è l’unico modo per arrivare in vetta, là dove la nostra gioia sarà piena. Credo che dovremmo ricordarcelo sempre, specialmente in quanto cristiani: solo la gioia convince e solo la libertà fa crescere. Questo è il tempo più propizio per capirlo e per sperimentarlo fino in fondo.”

A tal proposito il poeta scrive, con limpida franchezza: “Non so /Se ci sarà una poesia /Ancora per me, e in questa nuova / Era che si apre. Non so / Cosa sarà della mia vita. / Ma cosa importa? Io so /Che Dio è questa gioia / Che si espande, questa vita / Eterna e terrena, questa poesia / Che è scritta nella carne / Per rischiararla / E farne il nostro cielo”.

(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved

Articolo pubblicato sul mensile “Madre di Dio” – giugno 2011

La Tigre Assenza

di MARIA DI LORENZO

Il volume edito recentemente dalla Adelphi, a cura di Margherita Pieracci Harwell, raccoglie l’opera omnia di una grande e appartata poetessa italiana, quale fu per tutta la vita Cristina Campo, pseudonimo di Vittoria Guerrini (nata a Bologna nel 1923, morta a Roma nel 1977). Fine traduttrice di Eliot, Pound, Donne (a cui la legavano forti e invisibili affinità elettive), la Campo condusse un’esistenza solitaria e schiva, ma spiritualmente intensa, “oltre” il proprio tempo, in una dimensione di sublimata inquietudine e di rarefatta meditazione esistenziale: “Due mondi – e io vengo dall’altro”, annota infatti l’autrice in Diario Bizantino.

La Tigre Assenza, l’immagine metaforica che dà il titolo al suo corpus poetico è il nome di un’angoscia indicibile “pro patre et matre”, i suoi cari genitori, scomparsi a breve distanza l’uno dall’altra, e perciò divorati da un sentimento di perdita che azzanna il cuore e la mente e che lascia, miracolosamente intatta, la bocca soltanto: “La Tigre Assenza, / o amati, / ha tutto divorato / di questo volto rivolto /a voi! La bocca sola / pura / prega ancora”.

Ciò sta a significare che al destino di devastazione a cui tutte le cose sono condannate solamente la bocca può osare di resistere, vale a dire la possibilità del canto (“Quante volte / raccoglieremo questa nostra vita / nella pietà del verso”). Soltanto la poesia possiede il miracolo di preservarsi dal disfacimento e dalla fine di tutto per diventare preghiera.

Leggiamo: “E’ rimasta laggiù, calda, la vita / l’aria colore dei miei occhi, il tempo / che bruciavano in fondo a ogni vento / mani vive, cercandomi… / Rimasta è la carezza che non trovo / più se non tra due sonni, l’infinita mia pazienza in frantumi. E tu, parola / che tramutavi il sangue in lacrime”.

La poesia è un progetto salvifico nella dizione perfetta del dolore, il metafisico viatico della Bellezza (che dostoevskianamente salverà la terra), il fuoco primordiale di un Amore che esige il sacrificio di sè in vista di una gioia più grande e più vera.

(c) MARIA DI LORENZO – pubblicato su “Portofranco” – Gennaio-Marzo 1993 – all rights reserved

Dialogo del poeta e del messaggero

di MARIA DI LORENZO

Quando sarà scritta una storia completa della poesia italiana del Novecento, quella di Giuseppe Conte (nato a Imperia nel 1945) sarà ricordata come una delle voci poetiche più limpide e profonde della seconda metà del nostro secolo. Fin dagli esordi, con L’ultimo aprile bianco (1979) e passando attraverso i versi di L’Oceano e il Ragazzo (1983) e de Le stagioni (1988), egli ha portato avanti un personale discorso poetico nel quale il proprio talento introspettivo, attraverso i rasoi della ratio e il timpano metafisico della memoria, si sposa con l’inesausta ricerca di un possibile unisono fra natura e cultura, finito e infinito, nel segno scansivo di un Tempo che governa ab aeterno i cicli riproduttivi degli uomini e delle stagioni.

Nel Dialogo del poeta e del messaggero questo primigenio dissidio si compone nelle forme spoglie e colloquiali di un dialogo fra il Poeta e un non meglio precisato Messaggero, prefigurazione insondabile di una Alterità sempre vagheggiata. Finiti i viaggi e lo splendore corrusco del Mito, è giunto ormai per il Poeta il tempo doloroso del nostos (“Ma ora sei tornato: sei soltanto / te stesso”), il ritorno nel carcere di una identità insopprimibile dentro cui si decanta, goccia a goccia, il male di vivere, la coscienza di non essere altro che ombra, fluttuante fra il cielo e la terra, alla mercè dell’infinitamente mutevole: un riflesso di vita dentro il prisma di un’anima.

Il Poeta è rimasto fermo a Ieri (“la vita / allora aveva di una musica / intuita appena il tiepido // cuore”), le stanze incantate del dio Passato che rivisita, in memoria, col cuore sbranato dall’Oggi.

Leggiamo, a tal proposito, La figlia dei burattinai:

Ti è rimasta la brama di verità
e quella di giocare, di fingere.
Chi sei, Giuseppe, oltre quel piccolo

che studiava tutte le sere, ai vetri
della grande veranda con un binocolo
da teatro, le stelle – era il cortile

dei fichi e dei nespoli già tutto
buio, e il pozzo che ti faceva
tanta paura, cancellato.

Che cosa credi, il tempo passa
ma mica così in fretta come dicono.
Sei ancora lì, che piangi nella cucina

senza sapere il perchè, che guardi
con una gioia sgomenta quella bambina
- la figlia dei burattinai, che venivano

tutti gli inverni nella tua città
da oltre le montagne, che davano
spettacoli di cavalieri e maghi -

e copri tutte quelle lentiggini
e le sue trecce, di lontano, di baci.

Dalla sponda sicura di un infantile ricordo riemerge un’eternità d’infanzia gelosamente sottratta alla violenza corruttrice della storia, al turbine rapinoso della vita che passa attraverso la cruna del Tempo. La malattia, il male oscuro dei versi (“la razza / forte dei sogni”) può farsi esercizio di verità, assiduamente anelata nel volo verticale verso il “porto senza moli, senza mare” che appartiene all’Eterno.

Turbamenti e terrori dell’infanzia, l’assenza, le diaspore, il desiderio di Assoluto, il rimpianto per gli amici scomparsi, frantumi di cose che furono, voci e volti amati e desiderati, l’innocente leggerezza dell’Eros, il mistero inviolato dell’amore, la coscienza di finitudine dell’Uomo e la violenta ansia conoscitiva con cui si attraversano i mari procellosi del vivere, l’angoscia del Nulla che è alle origini del mondo e che ci risucchia alla fine nel vortice immemore, senza certezza di Luce: sono molti i motivi che poeticamente si sovrappongono in Dialogo del poeta e del messaggero, nel cerchio di una parabola esistenziale aperta ancora a nuove partenze verso le strade meno frequentate dell’Essere, nel progetto salvifico della gioiosa e segreta inquietudine che sgorga ogni volta dai versi: “Tra il desiderio e il rimpianto / eterni, c’è questa che si chiama / esistenza mortale / dolcissima breve fragile / dove ogni oggi è già ieri / dove si costruiscono gli Imperi / e si scrivono i libri”. Tutto il resto, è niente.

(c) MARIA DI LORENZO – pubblicato su “Abruzzo Letterario” – Anno V – N. 1 – Aprile 1993 – all rights reserved

Ada Negri, spirito e carne per celebrare la vita

di MARIA DI LORENZO

Quel mattino in cui era partita da Lodi con “Dio nel cuore” e non sapeva ancora quale sarebbe stato il suo futuro, Ada Negri aveva però una certezza, una sola certezza, ma fatta di granito: il suo destino, la sua missione, era scrivere.

Aveva cominciato a nove anni e, crescendo, i suoi primi versi degni di essere pubblicati erano apparsi nell’Illustrazione popolare diretta da Raffaello Barbiera: avevano subito commosso e stupito i lettori, creando attorno alla giovanissima poetessa lodigiana un alone di profonda simpatia.

Le liriche furono radunate in un volume, dal titolo “Fatalità“, nel 1892 e questa prima raccolta poetica con le edizioni Treves darà un successo strepitoso alla “portinaretta” di Lodi, che ad appena un anno di vita era rimasta orfana del padre ed era cresciuta in una modesta portineria con la nonna, mentre la madre si sacrificava fino all’eroismo in una fabbrica tredici ore al giorno per permetterle di studiare.

Così Ada poté frequentare nel 1883 la Scuola Normale femminile di Lodi ottenendo il diploma di maestra elementare e insegnò, a partire dal 1888, nella scuola elementare Motta Visconti, di Pavia. Il grande successo arriso al suo primo libro fece sì che alla Negri venne attribuito il titolo di “professoressa”, per poter insegnare nei licei, trasferendosi in seguito con la madre a Milano.

Ma il riscatto sociale non le fece mai dimenticare le sue umilissime origini (“Io non ho nome. – Io son la rozza figlia / dell’umida stamberga; / plebe triste e dannata è la mia famiglia, / ma un’indomita fiamma in me s’alberga”, scrive lei nella lirica Senza nome), e ciò riesce forse a spiegare la sua forte, straordinaria attenzione per i diseredati e la sua accentuata sensibilità verso la vita miserevole del “quarto stato” di cui la Negri divenne la voce poetica del suo tempo.

Una voce che veniva a rompere un silenzio secolare e che si inseriva in un ideale libertario di impronta socialista, a cui l’autrice lodigiana aderì allora con tutto l’ardore dei suoi vent’anni e del suo cuore impulsivo. Anelito civile che poi sarebbe maturato in uno spirito di cristiana compassione negli anni e nelle raccolte successive, a mano a mano che le esperienze della vita le avrebbero dischiuso nuovi orizzonti di riflessione e di canto. 

Avevo due rosari / d’argento, con la piccola medaglia / della Beata Vergine di Lourdes. / Uno a te lo donai perchè ti fosse / compagno nelle notti in cui più il male / t’era martirio, e con lo scorrer dolce / dei chicchi fra le dita, nel pensiero / di Dio placasse in te spirito e carne, / fratello”.

E la prima strofa di una delle liriche più belle della Negri, “I due rosari”, composta per ricordare la morte dello scrittore Fernando Agnoletti (1875-1933). La poetessa aveva ricevuto in dono due rosari d’argento dall’amica, il soprano Rosina Storchio. Uno aveva deciso di regalarlo ad Agnoletti che era ricoverato in un ospedale milanese per una malattia terminale, e glielo portò un giorno andandolo a trovare.

Gli ho parlato di Dio – ricorda lei nell’epistolario -: ma bisogna farlo piano e con tono lieve…”. Agnoletti infatti era molto lontano dalla pratica religiosa e refrattario a discorsi di tal genere. Ada Negri pregò molto per lui e offrì rosari alla Madonna per la sua salvezza, tanto che alla fine l’amico scrittore chiese i conforti religiosi prima di spirare, volendo portare con sé nella tomba il rosario che gli aveva donato la poetessa lodigiana.

Fu così che la Negri scrisse nei suoi versi: “All’un de’ polsi tu volesti / quel rosario scendendo al tuo riposo / primo ed estremo: ché altra sosta al mondo, / fuor della tomba, aver non ti concesse. / Ed io sull’altro a me rimasto senza sgrano / a sera le solinghe Avemarie / te ripensando e le procelle e il santo / vero amor di tua vita, amor di patria / scritto col sangue; e il tuo lungo patire / e il tuo morir, su di te chiamando / la luce eterna”. 

Amata in vita dai suoi lettori, osteggiata e spesso fraintesa dai critici, anche a motivo dei suoi rapporti col fascismo. Nel 1940, infatti, ormai settantenne, Ada Negri aveva ricevuto la nomina di Accademica d’Italia. Il riconoscimento tributatole avrà un valore ancor più alto perché per la prima volta nella storia dell’Accademia una donna veniva chiamata a farne parte. E veniva in un certo qual modo a “risarcirla” del mancato Nobel, assegnato invece alla Deledda, che forse le era stato rifiutato proprio per “sfregio” al Regime.

Ma alla poetessa che pure in gioventù aveva sognato e assaporato la gloria, tutto questo non interessava più. La morte si impadroniva in quegli anni di ogni cosa, delle persone amate, delle case ridotte ormai a un cumulo di macerie, l’Italia tutta era messa a ferro e fuoco. E lei era già “oltre”, proiettata in un’altra dimensione. Una dimensione in cui faceva capolino l’eternità.

La sua scomparsa avvenne quasi all’improvviso, l’11 gennaio 1945, in una Milano devastata dalla guerra. I funerali, seguiti dai familiari e da pochi intimi, furono assai semplici. Verranno tributate in seguito le commemorazioni in suo onore, ma dell’ultimo passaggio della poetessa per le vie gelide di Milano ben pochi si erano accorti. Il Comune dispose la sepoltura nel famedio del Cimitero Monumentale, dal quale fu poi trasferita a Lodi, la “sua” Lodi, nel 1976. 

Qual era stata la parabola della sua vita e della sua esperienza poetica? La prima tappa del suo percorso era stata quella di un socialismo lirico e umanitario, senza supporto di ideologie. Di qui era passata a una fase di umanesimo intenso e commosso – basti pensare ai versi di Maternità (1904) – in cui aveva esaltato il ruolo universale della madre sotto il profilo spirituale ed educativo. Infine, era giunta alla fase più propriamente religiosa, mistica. Quella a cui, inconsciamente, aveva puntato tutta la vita.

E non a caso proprio con una preghiera si chiude la postuma Fons Amoris: “Fammi uguale, Signore, a quelle foglie / moribonde che vedo oggi nel sole / tremar dell’olmo sul più alto ramo. / (…) Fa ch’io mi stacchi del più alto ramo / di mia vita, / cioè, senza lamento / penetrata di te come del sole”.

Tutto il suo percorso letterario era stato accompagnato dalla necessità vitale di “scrivere per istinto, come le detta l’anima”. Un’inappagata brama di vivere, un inesauribile bisogno d’amore e di gloria. Per anni erano stati la fiamma che avevano acceso il suo canto, la sua virile, risentita, poesia civile.

Ma quella sua parola poetica dotata di limpidezza estrema, nel travaglio doloroso della vita – in cui non le furono risparmiati lutti, separazioni, malattie e sofferenze – doveva condurla all’incontro rigenerante della fede. La sua giovanile attenzione alla sofferenza degli altri, il suo ribellismo sociale, divenivano infine sincera vocazione a indagare il mistero di Dio, sciogliendosi in canto di lode a Maria: “Quella ch’è Vergine Madre, e in sé porta // il pianto di tutte le madri” (Litanie).

Erano avvisi di eternità sulla soglia della vita, dove tutto si ricapitola e trova pace, placandosi, in un salvifico approdo finale: “Quando anch’io sarò / dentro la terra con le mani giunte / sul petto, all’un de’ polsi avrò un rosario: / questo. E gran pace, finalmente, in cuore, / fratello”.

(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved

Articolo pubblicato sul mensile “Madre di Dio” – maggio 2011

 

 

 

 

 

 

Miryam di Nazareth

di MARIA DI LORENZO

Una voce assolutamente unica e originale del nostro tempo, Elio Fiore, rilegge con lo sguardo aurorale e la sapienza del cuore che egli solo possiede, i giorni terreni di Maria, o Miryam (nella sua antica accezione ebraica), il mistero e l’ineffabile fascino della Madre di Dio, “Poetessa che spinge il suo sguardo / nei secoli dove la chiameranno beata”.

Il poeta s’interroga: “E’ morta? Perchè oso parlarne? / Non sono un teologo, non sono / un poeta laureato, ma al Biblico / ho capito, guardando le tre Croci / dei Santi XII Apostoli, che non può / morire la Madre di Dio”.

E il poeta, che scrive con voce vibrante ed invitta certezza che “il Signore / è fedele e ascolta le preghiere che sgorgano / dal cuore”, è egli stesso, da sempre, fedele come poeta, da cui in nessun istante è possibile scindere l’uomo, a una poesia che si avvera, in termini di profezia e di carità, ogni giorno come atto di fede, sciogliendosi nel limpido canto delle sillabe eterne: poesia come preghiera, che pronunciata da un bambino può salvare il mondo se ha il cuore leggiadro di un poeta che si chiama Elio Fiore.

(c) MARIA DI LORENZO – pubblicato su  “Giornale di Poesia Siciliana” – Anno VI- N. 7 – Luglio 1993 – all rights reserved

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“Nella Bibliotheca Domus dei Padri Gesuiti del Pontificio Istituto Biblico, dove lavoro come bibliotecario da quasi vent’anni, ho scoperto nella sezione della Letteratura tedesca un poemetto di Rainer Maria Rilke dedicato alla Vita di Maria con testo a fronte in inglese e tedesco. La lettura mi ha affascinato e ho voluto leggere il poemetto anche nella edizione della Locusta con prefazione di David Maria Turoldo. Così, lentamente è nata l’idea di emulare il grande e insuperabile Rilke, e mi sono accinto a rileggere i Vangeli, soprattutto Luca, e inoltre ho letto la voce “Maria” della Biblioteca Sanctorum”.

Elio Fiore ci fornisce nella nota a fine libro le coordinate per così dire culturali da cui il suo poemetto Miryam di Nazareth ha preso corpo nella sua mente, prima, e poi nei suoi versi: suggestioni che hanno i nomi di Rilke, padre Turoldo, i Vangeli. Ma le ragioni – per così dire – del cuore?

Esse sono tutte nel mythos, ossia nel racconto, limpidamente scandito dai versi che costeggiano, con parole semplici e vere, l’itinerario salvifico di Miryam di Nazareth, Madre di Dio e Rosa del Creato: la sua nascita, la presentazione al Tempio, l’Annunciazione, il dubbio di Josef, suo sposo, la nascita divina di Iehoshua (i nomi della nostra tradizione cristiana sono stati tutti suggestivamente traslitterati dall’ebraico antico), la fuga in Egitto, la Resurrezione di Cristo, la discesa dello Spirito Santo.

Un evangelio poetico modulato sui ritmi melodiosi dei salmi, tradotto in una lingua colloquiale, piana, ma che sa accendersi qua e là di ariose vibrazioni interiori, felicemente soffuse di grazia e percorse d un fremito di Assoluto che nella visione escatologica di Elio Fiore si rinnova ogni giorno alla luce della Profezia rivelata col suo “mistero colmo di musica” fino alla fine dei secoli.

(c) MARIA DI LORENZO – pubblicato su “Portofranco” – Luglio-Settembre 1993 – all rights reserved

Poesie e racconti di Arsenij Tarkovskij

di MARIA DI LORENZO

Per la prima volta vengono tradotti in Italia i versi e i più importanti racconti del grande poeta russo Arsenij Tarkovskij (1907-1989) e lo si deve alla lodevole iniziativa della casa editrice Tracce di Pescara con l’eccellente lavoro di traduzione, corredata di note molto puntuali, della curatrice Paola Pedicone. Arsenij Tarkovskij fu giornalista, traduttore e, soprattutto, poeta. Cominciò a pubblicare i suoi versi su alcune riviste letterarie fin dal 1926, ottenendo subito notevoli consensi, ma la sua prima raccolta, Prima della neve, che doveva farlo conoscere al grande pubblico, vede la luce soltanto nel 1962, lo stesso anno in cui il figlio Andrej avrebbe acquistato fama internazionale come regista con L’infanzia di Ivan, bellissimo affresco lirico sulle tragedie della guerra con cui conquistò il Leone d’oro a Venezia.

Temperamento schivo e appartato, Arsenij Tarkovskij ebbe una vita assai intensa che, poi, avrebbe trasfigurato fedelmente nella sua poesia: tre mogli (dalla prima ebbe Andrej e Marina), l’esperienza terribile della guerra da cui tornerà mutilato, l’amicizia di Marina Cvetaeva e Anna Achmatova, le due maggiori poetesse russe del suo tempo. La sua poesia vive quattro grandi stagioni liriche: l’adesione “fisica” allo spettacolo della natura della raccolta L’ospite è una stella, restando nell’alveo della tradizione e di una ricerca formale espressionistica, a cui segue il dettato più asciutto e solenne, con punte di maggiore realismo, di Prima della neve, con la riflessione del poeta-soldato sui temi della vita e della morte. L’anno dopo [1963] Tarkovskij pubblica Alla terra ciò che è terreno e nel 1969 Il messaggero, quasi completamente incentrato sul recupero memoriale dell’infanzia.

Nell’ultima raccolta, Giornata invernale (1980), il poeta si viene avvicinando ai grandi temi della tradizione cristiana, verso una ricerca di verità assolute a cui soltanto la poesia può tentare di attingere: “da sotto il palmo della mano / guardo a te, mio destino, / sguarnito alla difesa / come nel libro della Genesi”.

“La poesia si fa voce dell’esperienza metafisica dell’uomo – scrive Paola Pedicone nelle note a fine libro – limpidissima voce dell’anima che, per essere udita, esige di farsi sordi al rumore del mondo”. Poesia tessuta di metafore, di immagini ricorrenti (la candela, le ali, lo specchio), che, nel materico addensarsi di referenti simbolici, si apre al mistero, si fa epifania di una redenzione purificatrice e lungamente attesa.

Arsenij Tarkovskij è “un poeta in forma pura, per il quale la cosa più importante è la propria concezione interiore della vita”. Sono parole del figlio Andrej, indimenticato regista di Nostalghia, prematuramente scomparso qualche anno fa e indissolubilmente legato alla visione paterna del mondo: l’anima russa che si dispone a far vibrare con tutta l’intensità possibile, nonostante il dolore e le avversità del destino, le corde emotive di quella impareggiabile balalaika che è il cuore dell’uomo.

(c) MARIA DI LORENZO – pubblicato su “Oggi e Domani” – Anno XX – N. 5 – Maggio 1992 – all rights reserved

“O Regina di ogni promessa…”

di MARIA DI LORENZO

Appartiene a quella incredibile stagione della prima metà del ‘900 francese che annovera scrittori del calibro di Mauriac, Claudel, Bernanos, Maritain, solo per citarne alcuni. Ma Charles Péguy, in mezzo a loro, è un caso a parte.

Pochi Paesi come la Francia hanno prodotto tra la fine dell’800 e la prima metà del ’900 una così imponente messe di scrittori che si sono incontrati (e scontrati) col Vangelo in quella terra che fu la patria dei Lumi. Una vera fucina di cercatori di Dio, di coscienze inquiete e di penne devote, tra cui ha un posto speciale quello che può essere ricordato come uno dei più grandi cantori di Maria: il poeta Charles Péguy.

Nato a Orléans il 7 gennaio 1873, Péguy ancora in fasce perse il padre, falegname, sicchè sua madre per sopravvivere dovette imparare il mestiere di impagliatrice di sedie. Charles così potrà studiare grazie alle borse di studio. A vent’anni si trasferisce a Parigi, e a quel tempo ha già abbandonato ogni pratica religiosa. È un giovane colto, intelligente, che diventerà discepolo di Bergson. Sensibile alle questioni sociali, è acceso da un ideale che nell’ultimo scorcio dell’Ottocento ha i contorni rivoluzionari del socialismo.

Péguy aderisce al credo socialista con tutto l’ardore della gioventù, ma ne resterà presto deluso. Da tale disillusione prenderà corpo la crisi, salutare e risolutiva. È l’irruzione nella sua vita della Grazia. Evento misterioso, come ogni conversione, ma evento indubbiamente segnato da Maria. La storia di tanti convertiti sta lì a dimostrarlo: dietro ogni “caduta da cavallo”, dietro ogni ritorno alla fede, c’è sempre lo zampino di Lei, della Madonna.

Ascolta, bimba mia, ora ti spiegherò, ascoltami bene, / ora ti spiegherò perché, /come, in che / la Santa Vergine è una creatura unica, rara. / Di una rarità infinita, fra tutte precellente, / unica fra tutte le  creature. / Seguimi bene…”.

Lo scrive all’inizio di quell’opera che è un autentico inno a Maria, Il portico del mistero della seconda virtù. Un canto che comincia quasi in sordina per poi avvitarsi, con accenti sempre più appassionati, in uno splendido canto d’amore alla Vergine.

A colei che è infinitamente grande / perché è anche infinitamente piccola… / A colei che è infinitamente ricca / perché è anche infinitamente povera… / A colei che è infinitamente alta / perché è anche infinitamente discendente… / A colei che è infinitamente salva / perché a sua volta salva infinitamente… / A colei che è tutta Grandezza e tutta Fede / perché è anche tutta Carità… / A colei che è la più imponente / perché è anche la più materna… / A colei che è infinitamente celeste / perché è anche infinitamente terrestre… / A colei che è infinitamente gioiosa / perché è anche infinitamente dolorosa… / A colei che è con noi / perché il Signore è con lei… / Colei che è infinitamente regina / perché è la più umile delle creature…”.

Un canto affascinante, il suo, che parla della grandezza e del mistero di Maria e che ha l’andamento e il sapore di certe antiche litanie.

È Maria che riconduce a Dio, per sentieri segreti e imprevedibili che solo Lei conosce. Persino il peccatore più incallito e con un piede già nell’abisso, come ci rammenta il Montfort, si converte ed è salvo per intercessione della Vergine, che sa come sciogliere i cuori più induriti. Come accade appunto al colto e indifferente scrittore di Orléans. A un certo punto, infatti, Péguy scrive all’amico Joseph Lotte, della sua cerchia parigina di intellettuali socialisti, e gli confessa: “Ho ritrovato la fede. Sono cattolico”.

Nella sua breve, tumultuosa e feconda avventura esistenziale Péguy ha attraversato la letteratura europea del Novecento come una meteora, ma questa meteora, lungi dall’esaurirsi, brilla ancora. E ci consegna un’eredità di fede davvero straordinaria, capace di toccare le corde più profonde del nostro spirito.

E’ un cattolicesimo, quello di Péguy, vissuto in forma mistica e rivoluzionaria, che ha il suo centro di luce in Maria, icona della speranza. I suoi versi, spesso ieratici, a volte ridondanti, conservano tracce di echi biblici molto forti, tra l’epico e il profetico.

“Quando avremo recitato la nostra ultima parte,/ quando avremo deposto cappa e mantello, /quando avremo gettato maschera e coltello, /ricorda il nostro lungo peregrinare./ Quando ci caleranno nella fossa / e ci avranno offerto assoluzione e messa, / ricorda, o Regina di ogni promessa, / il nostro lungo cammino, il nostro peregrinare…”.

Ma, ci chiediamo, da dove nasceva un elogio tanto appassionato della Vergine?

Charles Péguy fu un convertito, e del convertito la sua dimensione di scrittore avrà sempre l’impronta, negli aspetti di assoluto rigore come nelle fulminanti accensioni liriche. Come ha efficacemente scritto Carlo Bo, la voce di Péguy “possiede l’esplosivo sufficiente a mandare per aria tutti gli edifici costruiti dalla tranquillità”.

Il teologo svizzero Hans Urs Von Balthasar, che  fu pure un suo grande estimatore,  osservò che “tutta l’arte e la teologia di Péguy sfocia sempre più in preghiera. È la forma della teologia come dialogo trinitario, un dialogo che prima di Péguy non è mai stato ideato e in cui il poeta ha potuto avventurarsi solo grazie a uno stile di popolare semplicità che evita ogni apparenza di elevatezza, ma che mai neppure per un attimo degenera in piaggeria o in falsa familiarità. Solo una fede nello Spirito Santo può far parlare Dio così”.

“Quando avremo lasciato sacco e corda, / quando avremo tremato gli ultimi tremiti, / quando avremo rantolato gli ultimi dolori, / ricorda la tua misericordia. / Nulla ti chiediamo, o Rifugio dei peccatori, / solo l’ultimo posto nel tuo purgatorio, / per piangere a lungo la nostra tragica storia, / e contemplare da lontano il tuo splendore…”.

E per Charles quel giorno si fa presto presente nella sua vita, spezzata a soli 41 anni agli albori della Prima Guerra Mondiale: il 5 settembre 1914, primo giorno della battaglia della Marna, Péguy muore combattendo nei pressi di Villeroy. Solo due anni dopo la sua morte, nel 1916, l’editore parigino Gallimard iniziò a pubblicare tutte le sue opere.

Péguy aveva trovato la pace e la serenità così a lungo cercate poche settimane prima della sua morte: in una lettera a un amico infatti egli confidava di aver lasciato Parigi “con le mani pure”. In un certo senso era ritornato fanciullo, reso ormai pronto a quell’Incontro che aveva temuto e atteso per tutta la vita.

“A tutte le creature – aveva scritto -  manca qualche cosa, e non soltanto di non essere Creatore. / A quelle che sono carnali, lo sappiamo, manca di essere pure. / Ma a quelle che sono pure, bisogna saperlo, manca di essere carnali./ Una sola è pura essendo carnale. / Una sola è carnale essendo pura. / E’ per questo che la Santa Vergine non è solo la più grande benedizione che sia caduta sulla terra. / ma la più grande benedizione discesa in tutta la creazione…”.

A lei pertanto si ricorre nell’ora estrema della vita per trarne speranza di salvezza, poiché la Madre di Dio, che un giorno è diventata anche madre nostra (“perché il Figlio ha preso tutti i peccati /ma la Madre ha preso tutti i dolori”), ci riceve  sempre fra le sue braccia accoglienti e ci guida al porto sicuro della volontà di Dio, se soltanto abbiamo l’ardire – “l’audacia”, come la chiamava lui – di affidare a lei la nostra vita, fino all’ultimo respiro. E con tale consolante certezza il poeta di Maria si congedava dal mondo.

© Maria Di Lorenzo – all rights reserved

Articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio – aprile 2011

L’ora settima

di MARIA DI LORENZO

Nella luce occidua di questo fine millennio, che senso ha ancora la poesia? E’, essa, un atto di fede che può assumere il valore di una “resistenza”, una ribellione al mediocre sciupio dei giorni e al linguaggio moderno della omologazione, le parole della tribù. Poesia vera e autenticamente cristiana è quella di Pietro Mirabile e Giulio Palumbo, da vari anni direttori della rivista “Spiritualità & Letteratura”, impegnata nella dizione dell’Assoluto attraverso le forme della poesia e della riflessione letteraria del nostro secolo.

Uniti da vincoli parentali e da forti affinità elettive, quasi “anime a specchio”, i due professori e poeti palermitani hanno già realizzato in passato testi a quattro mani, come Le Apoteosi (Ed. Thule, Palermo, 1993), grandioso affresco dai toni mitici e simbolici di intenso e raffinato misticismo. Ora, nella collana di testi letterari “Alcyone 2000″ diretta da Bruno Maier, ha appena visto la luce il loro ultimo comune lavoro, L’ora settima, ultimo in senso assoluto, poichè delle due sezioni di cui la raccolta si compone, L’ora settima del mondo (di P. Mirabile) e La battaglia del tempo (di G. Palumbo), quest’ultima viene fatalmente pubblicata postuma, a breve distanza dalla scomparsa del suo autore per un male incurabile.

Cose del tempo pallido riflesso / Sopra l’umanità si china il Verbo / a preparare mistici riposi…”, egli scrive, prefigurando la gioia riservata dal Vivente ai propri eletti nelle sue dimore ultime, “al di là della soglia” dove ancora esiste e “naviga la scintilla della vita”. A far da controcanto alla speranza di Palumbo, è l’attesa espressa da Mirabile, una attesa quasi spasmodica della “ora settima del mondo”, quella che già nella storia irrompe e annuncia “Cristo Giudice / nelle vesti dell’ultimo Francesco”.

Un sogno di palingenesi che tarda a realizzarsi, pur regalando fuggevoli lampi del “cielo promesso” attraverso il fragore dei secoli (“Le grandi cose iniziano da semi / che lenti cresceranno”), il sogno di una resurrezione anelata dalla bocca dei santi, Francesco e Paolo della Croce, e Massimiliano e “l’invisibile Mikael”, alla fine trionfante “nel bacio dell’aurora”. Voci fortemente imbevute di Assoluto, testimoni della Parola che non passa, della parola che è Logos e porta in sè il germe dell’eternità (“novità perenne / luce che attrae e non stanca / fiume d’amore”). Con un linguaggio apocalittico, sapienziale, denso di metafore e di echi biblici, fortemente evocativo, viene messo in scena lo spettacolo del mondo, montaliano scialo di triti fatti, il desolante “nulla” quotidiano, dove si annida il trionfo della ruggine, il tabernacolo del male, “una gestante sofferenza / compagna d’un mistero / chiaro solo alla mente creatrice”.

Una “gestante oscurità” la vita, in cui “ognuno segue il canto singolare” ed “eroi di puro amore rimangono lontani”, risucchiati dall’ambiguità dominante del “mercato universale”. Qui allora si erge Maria, “la Donna che non cessa d’inseguire / la Storia che rifugge dal suo Centro / per un folle morire”, Maria che dal suo Cuore Immacolato “fa scaturire cascate di grazia” riscattando e portando alla salvezza una umanità così dolente e disperata per “rifondare la città terrena”. La scrittura, in questo modo, si fa esercizio di verità, vocazione perenne a ripetere nella profondità della carne la traccia dell’eterno che ci vive dentro, nell’anima prosciugata e sorda, nel santo e ordinario dell’esistenza, nella castità del verso che sa riprodurre l’infinita preghiera del mondo col suo respiro di dolore che sale ogni giorno verso il cielo.

(c) MARIA DI LORENZO – pubblicato su “Prospettiva Persona” – Numero 27 – Anno 1999 – all rights reserved