Péguy cento anni dopo

Il 5 settembre 1914, un secolo fa, moriva poco dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, nella battaglia della Marna, il grande poeta francese Charles Péguy. Vita breve, la sua, appena quarantuno anni, ma molto tumultuosa: Péguy ha attraversato come un lampo la scena del mondo e della letteratura, lasciandovi un solco indelebile. Difatti, egli è rimasto una voce pressoché unica nel panorama della letteratura europea del Novecento. I suoi versi, ieratici, molto potenti, con tracce di echi biblici molto forti, tra l’epico e il profetico, formano tutti insieme la cifra del suo stile, personalissimo, e perciò impossibile da imitare. Come ha efficacemente scritto Carlo Bo, la voce di Péguy «possiede l’esplosivo sufficiente a mandare per aria tutti gli edifici costruiti dalla tranquillità…»

Il mio articolo:

PEGUY CENTO ANNI DOPO

*

Charles Peguy

di MARIA DI LORENZO

Una fucina di cercatori di Dio, di coscienze inquiete e di penne devote. Questa è stata la Francia tra la fine dell’800 e la prima metà del ’900. Pochi Paesi hanno prodotto una tale messe di scrittori che si sono incontrati e scontrati col Vangelo come la terra che pure fu la patria dei Lumi. Tra di essi merita di essere ricordato quello che si può considerare a buon diritto il grande cantore di Maria: il poeta Charles Péguy.

Nella sua breve ma feconda avventura esistenziale Péguy ha attraversato la letteratura europea del Novecento come una meteora, ma questa meteora, lungi dall’esaurirsi, brilla ancora. E ci consegna un’eredità di fede davvero straordinaria, capace di toccare le corde più profonde del nostro spirito.

«Ascolta, bimba mia, ora ti spiegherò, ascoltami bene, / ora ti spiegherò perché, / come, in che / la Santa Vergine è una creatura unica, rara. / Di una rarità infinita, fra tutte precellente, / unica fra tutte le creature. / Seguimi bene…».

Lo scrive all’inizio di quell’opera che è un autentico inno a Maria, Il portico del mistero della seconda virtù. Un canto che comincia quasi in sordina per poi avvitarsi, con accenti sempre più appassionati, in uno splendido canto d’amore alla Vergine.

«A colei che è infinitamente grande / perché è anche infinitamente piccola… / A colei che è infinitamente ricca / perché è anche infinitamente povera… / A colei che è infinitamente alta / perché è anche infinitamente discendente… / A colei che è infinitamente salva / perché a sua volta salva infinitamente… / A colei che è tutta Grandezza e tutta Fede / perché è anche tutta Carità… / A colei che è la più imponente / perché è anche la più materna… / A colei che è infinitamente celeste / perché è anche infinitamente terrestre… / A colei che è infinitamente gioiosa / perché è anche infinitamente dolorosa… / A colei che è con noi / perché il Signore è con lei… / Colei che è infinitamente regina / perché è la più umile delle creature…».

Un canto affascinante, il suo, che parla della grandezza e del mistero di Maria e che ha l’andamento e il sapore di certe antiche litanie. Ma, c’è da chiedersi, da dove nasceva questo elogio appassionato della Santa Vergine?

Per comprenderlo, dobbiamo gettare uno sguardo sulla vita – in verità assai breve, appena quarantuno anni, ma altrettanto tumultuosa – di questo grande poeta francese. Charles Péguy fu un convertito, e del convertito la sua dimensione di scrittore avrà sempre l’impronta, negli aspetti di assoluto rigore come nelle fulminanti accensioni liriche.

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Nato a Orléans il 7 gennaio 1873, ancora in fasce perse il padre, sicché sua madre per sopravvivere dovette imparare il mestiere di impagliatrice di sedie. Charles potrà studiare grazie alle borse di studio.

A vent’anni si trasferisce a Parigi, a quel tempo ha già abbandonato ogni pratica religiosa. È un giovane colto, intelligente, che diventerà discepolo di Bergson. Sensibile alle questioni sociali, è acceso da un ideale che nell’ultimo scorcio dell’Ottocento ha i contorni rivoluzionari del socialismo. Péguy aderisce al credo socialista con tutto l’ardore della gioventù, ma ne resterà presto deluso. Da tale disillusione prenderà corpo la crisi, salutare e risolutiva.

È l’irruzione nella sua vita della Grazia. Evento misterioso, come ogni conversione, ma indubbiamente segnato da Maria. La storia di tanti convertiti sta a dimostrarlo: dietro ogni “caduta da cavallo”, dietro ogni ritorno alla fede, c’è sempre lo zampino di lei, della Madonna.

È Maria che riconduce a Dio, per sentieri segreti e imprevedibili che solo lei conosce. Persino il peccatore più incallito e con un piede già nell’abisso, come rammenta il Montfort, si converte ed è salvo per intercessione della Vergine, che sa come sciogliere i cuori più induriti.

Come accade appunto al colto e indifferente scrittore di Orléans. A un certo punto, infatti, Péguy scrive all’amico Joseph Lotte, della sua cerchia parigina di intellettuali socialisti, e gli confessa: «Ho ritrovato la fede. Sono cattolico».

È il 1908. Ha 35 anni. Da questo momento fino al giorno della sua morte – che avverrà nell’estate del 1914, in guerra, durante la battaglia della Marna – Péguy si dedicherà a diffondere la fede ritrovata in scritti di forte ispirazione religiosa. Solo due anni dopo la sua morte, nel 1916, l’editore parigino Gallimard iniziò a pubblicare tutte le sue opere.

È un cattolicesimo, quello di Péguy, vissuto in forma mistica e rivoluzionaria, che ha il suo centro di luce in Maria, icona della speranza. I suoi versi, spesso ieratici, a volte ridondanti, conservano tracce di echi biblici molto forti, tra l’epico e il profetico. È uno stile personalissimo, il suo, e perciò impossibile da imitare. Difatti egli è rimasto una voce pressoché unica nel panorama della letteratura europea del Novecento. Come ha efficacemente scritto Carlo Bo, la voce di Péguy «possiede l’esplosivo sufficiente a mandare per aria tutti gli edifici costruiti dalla tranquillità».

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«Quando avremo recitato la nostra ultima parte, / quando avremo deposto cappa e mantello, / quando avremo gettato maschera e coltello, / ricorda il nostro lungo peregrinare. / Quando ci caleranno nella fossa / e ci avranno offerto assoluzione e messa, / ricorda, o Regina di ogni promessa, / il nostro lungo cammino, il nostro peregrinare…».

Il portico del mistero della seconda virtù rappresenta la seconda parte di un trittico in versi che il poeta volle dedicare alle virtù teologali: fede, speranza e carità, comprendente Il mistero della carità di Giovanna d’Arco e Il mistero dei Santi Innocenti.

Delle virtù teologali, secondo il poeta, è la speranza la più gradita a Dio, forse perché è anche la più difficile: «La Fede è una sposa fedele. / La Carità è una Madre / la Speranza è una bambina da nulla», dice lui, «eppure è questa bambina che traverserà i mondi».

La speranza, quindi, precede la fede e la carità, e corrisponde alla “infanzia del cuore”. È qualcosa di «più dolce del sottile germoglio d’aprile», dice il poeta; essa «vede quello che non è ancora e che sarà, / ama quello che non è ancora e che sarà», ed è per l’appunto la “seconda virtù” a cui si fa cenno nel titolo. Una virtù che discende da Maria, la quale «ha preso a carico e in tutela / e in commenda per l’eternità / la giovane virtù Speranza».

Che cosa vuol dire? Vuol dire che la Madre di Dio un giorno è diventata anche madre nostra e, tra le sue braccia accoglienti, ci riceve e ci guida al porto sicuro della volontà di Dio, se appena abbiamo l’ardire – «l’audacia» scrive lui – di affidarle le nostre vite.

«E lei, che li aveva presi – continua – aveva / tanti figli sulle braccia. / Tutti i figli degli uomini. / Da quel primo piccino che aveva portato in braccio / Quel piccolo uomo che rideva come un tesoro / e che dopo le aveva causato tanto tormento /perché era morto per la salvezza del mondo…».

Maria è l’immagine della tenerezza di Dio verso tutti noi, suoi figli, «noi che non siamo nulla, noi che entriamo nella vita e subito ne usciamo, / come dei girovaghi entrano in una fattoria per un pasto soltanto, / per una pagnotta e per un bicchiere di vino». Creature effimere che durano un giorno, infelici, a contatto col dolore e la morte, anelanti a una difficile se non impossibile innocenza del cuore.

Eppure, dice Péguy, proprio all’uomo, a questo «pozzo d’inquietudine», Dio ha fatto dono di sé, «spaventoso amore, spaventosa carità». È questo il suo mistero, il mistero della seconda virtù: che «il Creatore ha bisogno della sua creatura… / Colui che è tutto ha bisogno di ciò che non è nulla…».

A pensarci bene, è il mistero di Dio, l’essenza per noi assolutamente inspiegabile della sua gratuità, che poi fa tutt’uno col mistero di Maria, il suo essere compresenza e armonia degli opposti: purezza e al tempo stesso coscienza della miseria umana, senso di finitudine e salvezza donata a piene mani.

«A tutte le creature – scrive il poeta – manca qualche cosa, e non soltanto di non essere Creatore. / A quelle che sono carnali, lo sappiamo, manca di essere pure. / Ma a quelle che sono pure, bisogna saperlo, manca di essere carnali. / Una sola è pura essendo carnale. / Una sola è carnale essendo pura. / È per questo che la Santa Vergine non è solo la più grande benedizione che sia caduta sulla terra. / Ma la più grande benedizione discesa in tutta la creazione…».

Anche gli angeli sono puri, dice Péguy, però non conoscono la materia, non hanno corpo, questo nostro corpo impastato di fango e di cenere che sempre ci inchioda alla terra. Maria, al contrario, pur essendo immacolata, «pura come Eva prima del primo peccato», ha sperimentato la realtà della carne, ed è in grado di capire quella pesantezza tutta umana del vivere.

«Quando avremo lasciato sacco e corda, / quando avremo tremato gli ultimi tremiti, / quando avremo rantolato gli ultimi dolori, / ricorda la tua misericordia. / Nulla ti chiediamo, o Rifugio dei peccatori, / solo l’ultimo posto nel tuo purgatorio, / per piangere a lungo la nostra tragica storia, / e contemplare da lontano il tuo splendore…».

(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved

articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio – agosto / settembre 2008 – tutti i diritti riservati

Il riflesso nell’acqua e il vento

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E’ con molto piacere che presentiamo oggi su Flannery la terza raccolta poetica di Alberto Mancini, Il riflesso nell’acqua e il vento (Edizioni Polistampa, 2012).

Le poesie non vanno spiegate troppo, vanno lette. E quelle di Mancini sono poesie che parlano all’intelligenza e al cuore, che intessono un dialogo muto, ma quanto ricco di significati, fra la mente e l’anima. E’ stato molto difficile scegliere le poesie da presentarvi, sono poesie bellissime e profonde, e tutte meritavano di essere pubblicate, ma poichè ciò non era, e non è, possibile, vi invito, amici, a conoscere meglio l’opera poetica di Alberto Mancini, partendo da qui, da questo piccolo pugno di versi che vi presento, come il primo approdo di una lunga traversata in quel mare profondo fatto di pensieri, emozioni e sentimenti che è la vita cantata poeticamente. Buona lettura a tutti voi!

Il post: http://flanneryblog.wordpress.com/2014/07/06/alberto-mancini/

Luigi Pirandello: c’è un oltre in tutto

Pirandello

di MARIA DI LORENZO

“Sono caduto, non so di dove nè come nè perchè, caduto una notte di giugno in un’arida campagna di secolari olivi saraceni, di mandorli e di viti affacciata sotto l’ondata azzurra del cielo, sul nero mare africano”. Questa notte così poeticamente evocata era quella del 28 giugno 1867 ed il luogo era il “Caos”, una contrada a 4 km da Agrigento dove nacque il grande drammaturgo Luigi Pirandello, l’autore che forse più di ogni altro ha impresso un segno forte, agli albori del Novecento, alla letteratura non solo italiana ma europea, con le sue innovazioni stilistiche, il suo ricco immaginario, i suoi romanzi e soprattutto le sue commedie, ancora oggi rappresentate in tutto il mondo.

“Tre scrittori hanno attraversato questo secolo dando nome – il loro nome – alle nostre inquietudini, ai nostri smarrimenti, alle nostre paure e al tempo stesso, per quella catarsi o misura di contemplazione che è nelle rivelazioni dell’arte, permettendoci di viverle con temperata ansietà e disperazione. Sono, questi tre scrittori, Pirandello, Kafka, Borges.” Lo sosteneva Leonardo Sciascia, profondo conoscitore della letteratura, e in modo particolare dell’opera del suo più illustre conterraneo.

Luigi Pirandello, secondo di sei figli, era nato il 28 giugno 1867 ad Agrigento (l’antica colonia greca di Akragas che si chiamerà Girgenti fino al 1927) da Stefano Pirandello e da Caterina Ricci-Gramitto, in una casa colonica che si trovava nella tenuta paterna denominata “Caos”, qualche chilometro fuori dalla città, sulla strada che conduce verso Porto Empedocle, in una contrada suggestiva che dall’alto di un costone da un lato guarda verso il mare e dall’altro è delimitata da una ripido e piccolo valloncello che porta direttamente alla spiaggia.

Assai precoce nella scrittura, pubblica la sua prima raccolta di poesie, “Mal giocondo”, nel 1889. Il 1892, invece, è l’anno delle sue prime novelle, appena conseguita la laurea in Germania, e in cui incomincia pure a comporre quello che sarà il suo primo romanzo, “L’esclusa”. Due anni più tardi, nel 1894, il definitivo trasferimento a Roma a seguito del matrimonio con Antonietta Portulano, figlia di un socio in affari del padre, da cui avrà tre figli: Stefano, Fausto e Lietta.

Nel 1903 l’allagamento di una miniera di zolfo causa alla famiglia Pirandello un grave dissesto economico: il padre Stefano perde insieme al proprio capitale anche la dote della nuora. In seguito alla notizia dell’improvviso disastro finanziario, Antonietta, già sofferente di nervi, cade in una gravissima crisi che durerà per tutta la vita sotto la forma di una grave paranoia. Vani saranno i tentativi di Pirandello di dimostrare che la realtà non è come invece pare alla moglie. Abbandonata la tentazione del suicidio, che sublimerà nel romanzo “Il fu Mattia Pascal”, lo scrittore cerca di fronteggiare la disperata situazione, assistendo la moglie Antonietta (che verrà internata in una casa di cura soltanto vari anni dopo, nel 1919) e per arrotondare il magro stipendio di professore, impartisce lezioni private ed intensifica la sua collaborazione a riviste e a giornali.

Sono anni molto difficili, che mettono a dura prova il suo spirito e durante i quali elabora quella sua personale poetica letteraria che riverserà in poesie, saggi, romanzi e novelle, ma soprattutto nelle opere teatrali, affermandosi come massimo drammaturgo negli anni successivi alla prima guerra mondiale. “Liolà”, “La giara”, “Il berretto a sonagli”, “Pensaci, Giacomino!”, “Così è (se vi pare)”, “Il piacere dell’onestà” sono i lavori più significativi del periodo 1915-20, mentre è del 1921 la prima rappresentazione dei “Sei personaggi in cerca d’autore” con cui la fama del drammaturgo siciliano varca i confini dell’Italia, acquisendo il consenso unanime di pubblico e di critica.

Un’arcana voce profonda

“Batte nel cuor di tutti una campana; / ma della vita nel vario frastuono / il dolce suono / nessuno ascolta. / Pure, talvolta, d’un tratto giunge come un’arcana / voce profonda, non udita mai. / È la lontana / chiesetta antica dell’abbandonata / nostra città… / “Ave Maria… Ave Maria…” – Che fai, / anima sconsolata? / Lagrime amare ha chi pregar non sa”.

Sono versi limpidi e accorati di una sua poesia intitolata “Che fai?”. Versi che esprimono quella interrogazione metafisica che permea tutta l’opera pirandelliana. La dialettica dell’Oltre è infatti al cuore della sua potente espressione artistica. Pirandello non è un nichilista, perché conosce la pietà, è un autore ma prima ancora un uomo che dalla constatazione dell’assurdo del vivere trae motivo di dolorosa fraternità con l’uomo.

Il problema religioso allora è il problema centrale della sua opera perché tutta la sua opera è un’interrogazione metafisica, è una domanda di senso sull’esistenza che fuori da una fede si percepisce solo come assurda. Personaggi che si dibattono nel carcere della loro solitudine, con l’angoscia di non poter sapere perché si debba amare, perché si debba morire, con la sofferenza di non poter comunicare e di non poter dare il proprio amore perché non c’è nessuno pronto a riceverlo e a capirlo. Sono i temi, a ben vedere universali, della sua scrittura.

Il contrasto tra apparenza e realtà, lo sfaccettarsi della verità (tante verità quanti sono coloro che presumono di possederla), l’assurdità della condizione dell’uomo, fissato – pur nella molteplicità del suo sentire e del suo agire – nel letto di Procuste della catalogazione (adultero, innocente, ladro ecc.) in una forma che impastoia e soffoca la vita, come nota il critico letterario S. Guglielmino, sono i cardini dell’espressione letteraria pirandelliana, coniugata drammaticamente in una ricerca continua di senso, che viene sempre delusa o illusa, in un tormento che genera una sete inestinguibile che poi, scavando ogni giorno negli abissi di solitudine degli uomini, altro non è se non sete, sete ardente, seppur misconosciuta, di Dio.

Ne “I quaderni di Serafino Gubbio operatore”, Pirandello scrive: “C’è un oltre in tutto. Voi non volete o non sapete vederlo”.

C’è un oltre in tutto. Lo comprende anche il protagonista di “Dono della Vergine Maria”, e il dolce colloquio di Nuccio con la Madonna è fra i suoi testi più belli e più toccanti: “Tanto ho penato, tante ne ho viste, e ancora non ho finito… Vergine Santa, e sempre V’ho lodata! Morire io prima, no, Voi non avete voluto: sia fatta la Vostra santa volontà! Comandatemi, e sempre, fino all’ultimo, V’ubbidirò! Ecco io stesso, con le mie mani sono venuto a offrire l’ultima mia figlia, l’ultimo sangue mio: prendetevela presto, Madre degli afflitti; non me la fate penare più. Lo so, né soli né abbandonati: abbiamo l’aiuto Vostro prezioso, e a codeste mani pietose e benedette ci raccomandiamo. O sante mani, o dolci mani, mani che sanano ogni piaga: beato il capo su cui si posano in cielo!”

Il testamento

La fama del drammaturgo siciliano si consolida sempre di più e negli ultimi anni Pirandello gira per il mondo, al seguito delle sue opere che vengono rappresentate con grande successo nei più importanti teatri. Nel 1934 riceve il premio Nobel per la letteratura. Due anni dopo, nel dicembre del 1936 si ammala di polmonite e muore nella sua casa romana: non ha ancora compiuto settant’anni.

Il regime fascista avrebbe voluto per lui le esequie di Stato. Invece vennero rispettate le sue volontà così come le aveva espresse nel suo testamento: essere avvolto nudo in un lenzuolo e messo in una cassa sul carro dei poveri. Lui, un premio Nobel, uno scrittore di fama internazionale, morire alla stregua dei più derelitti della terra. Ma questo era il suo sentire, ciò che esprimeva il suo stare religiosamente dentro la vita del mondo, la sua incessante ansia di assoluto, che finalmente adesso trovava un approdo.

(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved / articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio di luglio 2014 – tutti i diritti riservati.

 

I giorni e le strade

covergiornistradewCari amici, vi segnalo che oggi su Flannery c’è Carla De Angelis. Una poetessa che voi avete già imparato a conoscere. Ve l’abbiamo presentata infatti (sempre su Flannery) nel 2011, dopo che uscì in libreria la sua raccolta di versi “A dieci minuti da Urano”, pubblicata nel 2010 da Alessandro Ramberti per Fara Editore. Ed ora, a distanza di quattro anni, sempre per lo stesso editore, esce una sua nuova opera poetica, dal titolo asciutto e stringatamente evocativo: “I giorni e le strade”. Rime scabre, essenziali, eppure quanto dense di vita e di pensiero. Una poesia ventosa e terrena, la sua, che segretamente parla alle radici profonde del nostro essere. Ascoltiamola…

http://flanneryblog.wordpress.com/2014/06/23/carla-de-angelis/

Molto fragile, incredibilmente forte

1487255_10200841003377024_1135626811_nViviamo in tempi così miserabili, così privi di pietà come anche di umana giustizia, che non appena avviene qualcosa di buono si è portati a gridare al miracolo, tanto abbiamo perso dimestichezza con la naturale bontà della vita.

Succede che nel fragore degli scandali che ripetutamente azzannano l’Italia, ogni tanto spunta fuori qualche notizia che ci conforta. Una è arrivata ieri pomeriggio e ha acceso i sorrisi nel prefabbricato di via San Francesco, a Tricesimo, dove abita il poeta Pierluigi Cappello. Il governo Renzi gli ha concesso il vitalizio della legge Bacchelli.

Pierluigi Cappello non ha bisogno di presentazioni, è forse il più grande dei poeti che abbiamo oggi in Italia. Una vita difficile, tutta in salita, ma senza mai arrendersi, senza mai perdere il soffio della speranza. Ha scritto versi bellissimi, ha raccontato la vita da una prospettiva tutta particolare: la sua sedia a rotelle. Ed è riuscito a parlare al cuore di tutti.

Su questo blog ho pubblicato qualche tempo fa questa sua poesia che io amo molto, e sul lit-blog Flannery di recente abbiamo pure parlato del suo ultimo, bellissimo libro: Questa libertà (Rizzoli, 2013).

 

 

Le attitudini dell’amore

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Anche quando si sono amati, c’è sempre stato un segreto a dividerli, una parte di sé che lei non ha rivelato. Un passato oscuro, che implorava la cautela dell’indicibile. Ma adesso la donna è morta e tutto quello che la riguarda è lì, chiuso in una triste cartelletta da ospedale. Basterebbe sfogliare il fascicolo per ricostruire la storia. Qualche indizio c’è già, qualche segnale di tenebra al quale l’uomo non ha saputo sottrarsi. È un giovanotto sveglio e la malattia ha fatto il resto, acuendo la sua sensibilità. Forse è questa saggezza da convalescente a guidarlo verso la stufa. Apre lo sportello, getta le carte tra le fiamme. Decide di non sapere. Avrebbe fatto lo stesso, se lei fosse stata ancora viva? Gesualdo Bufalino non ha mai sciolto questo dubbio, ma le pagine finali di “Diceria dell’untore” (il suo romanzo d’esordio, apparso nel 1981 e subito considerato un classico) conservano un fascino che va al di là dell’ambiguità compiaciuta o della mera sospensione del giudizio. Non prendere — e non pretendere — quello che non viene donato è una delle attitudini dell’amore. Priva di garanzie, perché non è detto che a tanta pazienza corrisponda poi una qualche soddisfazione. Ma amare non è questione di dare e avere. Non può esserci partita doppia per chi sceglie di vivere nell’attesa.

Alessandro Zaccuri

La felicità, l’amicizia e il desiderio

41xOkxCTAoL._SY445_Quando vieni tradito dagli unici amici che hai, quando all’improvviso le persone piú care ti voltano le spalle senza una spiegazione, nel tuo cuore si spalanca un abisso dentro il quale è facile precipitare. Tazaki Tsukuru ha convissuto con il dolore di quell’abbandono per troppo tempo. Dopo sedici anni capisce che non può nascondersi per sempre: deve rintracciare gli amici della giovinezza e scoprire il motivo di quel gesto. Il nuovo romanzo di Haruki Murakami è una meditazione sulla natura della felicità, sull’amicizia e il desiderio. Sul prendere coscienza di una cosa: che iniziamo a vivere davvero soltanto quando iniziamo a morire un po’.

A Nagoya abitano cinque ragazzi, tre maschi e due femmine, che tra i sedici e i vent’anni vivono la piú perfetta e pura delle amicizie. Almeno fino al secondo anno di università, quando uno di loro, Tazaki Tsukuru, riceve una telefonata dagli altri: non deve piú cercarli. Da quel giorno, senza nessuna spiegazione, non li vedrà mai piú: non ci saranno mai piú ore e ore passate a parlare di tutto e a confidarsi ogni cosa, mai piú pomeriggi ad ascoltare la splendida Shiro suonare Liszt, mai piú Tsukuru avrà qualcuno di cui potersi fidare. Il dolore è cosí lacerante che nel cuore del ragazzo si spalanca un abisso che solo il desiderio di morire è in grado di colmare.

Dopo sei mesi trascorsi praticamente senza mangiare né uscire di casa, nelle tenebre di un’infelicità senza desideri, Tsukuru torna faticosamente alla vita ma scopre di essere cambiato. Non solo nel fisico – piú magro, dai lineamenti piú duri e taglienti – ma anche, soprattutto, nell’animo. Ancora oggi, quando ormai ha trentasei anni, continua a vivere con l’ombra di quel rifiuto che lo accompagna sempre, come una musica che resta sospesa nell’aria anche quando non c’è piú nessuno a suonarla. L’incontro con Sara, che intuisce l’inquietudine nascosta dietro l’apparente ordinarietà di Tsukuru, sarà l’occasione per rispondere a quelle domande che per sedici anni l’hanno ossessionato ma che non ha mai avuto il coraggio di affrontare.

Murakami regala al lettore quello che forse è il suo romanzo piú complesso, profondo, eppure allo stesso tempo delicato, capace di illuminare i momenti piú bui della vita di ognuno.  In Giappone ha venduto un milione di copie in otto giorni. In Italia esce oggi per Einaudi: “L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio”. Non vedo l’ora di leggerlo!