Se tu sei il vento che mi scompiglia i capelli…

alda_merini2UN RICORDO DI ALDA MERINI

di Maria Di Lorenzo

Moriva il primo novembre di cinque anni fa a Milano la poetessa Alda Merini. Voce poetica tra le più intense del Novecento italiano, ci ha lasciato splendidi versi di carattere spirituale, muovendo dall’esperienza che aveva segnato fortemente la sua vita, vale a dire la lunga permanenza in manicomio, oltre dieci anni, che furono per lei l’incubatoio di tanti dolori, e di tanti orrori, che l’arte, insieme alla fede, seppe trasfigurare in versi di rara bellezza, rimasti a noi in dono per sempre. Sì, perché la Merini aveva una fortissima fede, dai toni quasi mistici, che mai le venne meno, nonostante le tribolazioni della sua vita, e che anzi è stata il collante di tutto il suo cammino esistenziale.

Una fede che le ha ispirato bellissimi versi dedicati a Cristo e ai santi, come pure a Maria, cui dedicò tante pagine della sua produzione ed in particolare un libro, “Magnificat. Un incontro con Maria”, uscito nel 2002 per l’editore Frassinelli.

“Maria, / ci sono dei venti / che ardono e gemono in noi, / e dividono / le nostre intime parti / in tanti flagelli / e ci rompono le ossa / e sono le tentazioni, / i progetti sbagliati, / le orme indisciplinate, / i feretri dei morti / che secondo noi / non hanno resurrezione. / Quanto è immodesto l’uomo / che pensa che l’inverno congeli tutto / e non spera nella primavera. / L’uomo beve il proprio odio / come un buon vino, / e più odia e più si sente ebbro, / e più si sente ebbro / più abbandona / le rive della tua giovinezza.”

Come restare indifferenti davanti a versi così sinceri e profondi?

“Quando il cielo baciò la terra nacque Maria. / Che vuol dire la semplice, / la buona, la colma di grazia. / Maria è il respiro dell’anima, / è l’ultimo soffio dell’uomo. / Maria discende in noi, / è come l’acqua che si diffonde / in tutte le membra e le anima, / e da carne inerte che siamo noi / diventiamo viva potenza”.

Versi semplici, e al tempo stesso molto intensi. “Sei la povertà e la ricchezza – scrive ancora la poetessa rivolgendosi alla Madre di Dio – , / il sogno e la contraddizione, / la volontà di Dio e la volontà dell’uomo, / che tu educhi alla contemplazione. / Il dolore è la tua casa, è la casa del mondo, / eppure tu sei la regina degli angeli, / la regina nostra, la regina di tutti i tempi”.

Nascere “folle”

Aimageslda Merini vide la luce a Milano il 21 marzo 1931. Della sua nascita diceva: “Sono nata il ventuno a primavera / ma non sapevo che nascere folle, / aprire le zolle / potesse scatenar tempesta…”. Aveva iniziato a comporre le prime liriche già all’età di quindici anni e non ne aveva neppure venti quando Giacinto Spagnoletti pubblicò nell’antologia “Poesia italiana contemporanea 1909-1949” le sue due liriche “Il gobbo” e “Luce”. Nel ’51, queste liriche insieme ad altre due vengono incluse da Vanni Scheiwiller nel volume “Poetesse del Novecento”, su consiglio di Eugenio Montale e Maria Luisa Spaziani.

Si prefigurava già un grande ed insolito talento. In questi primi versi, seppur giovanili ed acerbi, si intuiscono i motivi ricorrenti della sua poesia, quell’intreccio di temi mistici e sensuali, di luce e di ombra, amalgamati da una concentrazione stilistica potente, che nell’arco degli anni lascerà spazio a un dettato più immediato e intuitivo.

Nel 1953 la poetessa sposò Ettore Carniti, da cui avrà le figlie Emanuela, Flavia, Simona e Barbara. Lo stesso anno del matrimonio esce la sua prima raccolta poetica, “La presenza di Orfeo”, seguita nel ’55 da “Paura di Dio” e “Nozze romane”. Ma dopo la silloge “Tu sei Pietro”, pubblicata nel 1961 dall’editore Scheiwiller, seguì un silenzio lunghissimo, quasi vent’anni, la maggior parte dei quali la Merini li trascorse nell’ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano(“Per me è stato un miracolo di Dio essere uscita viva da lì. Ho visto morire tanti ragazzi…”).

Nel 1979 il lungo silenzio editoriale è spezzato dalla stesura di quell’opera che tutti considerano il capolavoro della Merini, la raccolta intitolata “La Terra Santa,” che nel ’93 vince il prestigioso Premio Librex Montale. Sono liriche di un’intensità molto potente, dove la realtà lascia il posto all’idea del reale, sublimata e deformata dal delirio della follia. “Le più belle poesie – dice la poetessa dei Navigli – / si scrivono sopra le pietre / coi ginocchi piagati / e le menti aguzzate dal mistero”.

“La Terra Santa” segna l’inizio di una poetica nuova, impregnata della devastante esperienza manicomiale (“il manicomio è il monte Sinai, / maledetto, su cui tu ricevi / le tavole di una legge / agli uomini sconosciuta”), ma il suo valore all’inizio non venne recepito dal mondo editoriale. La prima proposta di stampa dell’opera, infatti, fu accolta da un’indifferenza assoluta. Solo Paola Mauri accettò di pubblicare trenta liriche, scelte su un dattiloscritto di oltre un centinaio di testi composti dalla Merini durante l’internamento, e lo fece nell’82 sul n.4 della rivista «Il cavallo di Troia».

Due anni più tardi Scheiwiller riprese quelle trenta liriche e, con l’aggiunta di altre dieci, diede alle stampe la prima edizione de “La Terra Santa”, decretando di fatto la fine dell’ostracismo editoriale verso l’artista milanese.

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Mistero di misericordia

“Quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita”, diceva sovente la poetessa, con la lucidità e la sincerità che le erano proprie. Tornata a vivere, nella seconda metà degli anni Ottanta, nella sua amatissima Milano, dopo una parentesi di alcuni anni a Taranto, la Merini ricominciò a scrivere con assiduità, alternando testi in versi e in prosa, dentro una casa piena di libri, quadri e fotografie, in Ripa di Porta Ticinese, sulle rive del “suo” Naviglio.

Questi sono per lei anni molto fecondi, dove si contano sempre maggiori pubblicazioni ed interventi pubblici, e in cui le vengono assegnati diversi premi letterari come pure una laurea honoris causa dall’Università di Messina.

Escono “Delirio amoroso”(1989), “Ipotenusa d’amore” (1992) e il volume in prosa “La pazza della porta accanto”(1993). Nel ’95 viene data alle stampe la raccolta “Ballate non pagate” e nel ’96 le viene assegnato il Premio Viareggio per la Poesia. Lo stesso anno la Merini viene proposta per il Premio Nobel per la Letteratura dall’Academie française.

Del ’97 è la raccolta “La volpe e il sipario”, che è forse la più alta dimostrazione del suo originale stile poetico: una poesia che nasce dall’emozione, sull’onda del pensiero che si fa man mano sempre più astratto e simbolico. E poi, nel 2002, esce per Frassinelli quel bellissimo libro che è “Magnificat. Un incontro con Maria”, dove la Merini evoca la Vergine Madre indagandone soprattutto l’aspetto umano e femminile, opera che, nel settembre dello stesso anno, le fa vincere il Premio Dessì per la Poesia.

In questi versi la Madre di Dio ci viene presentata come una giovinetta, rivisitata soprattutto nella sua interiorità, nel suo smarrimento, nel suo materno stupore.

Sigillo della cristianità e al tempo stesso icona di amore e di fede, Maria introduce al mistero della grande misericordia di Dio: “Se Tu sei la mia mano, / il mio dito, / la mia voce, / se Tu sei il vento / che mi scompiglia i capelli, / se Tu sei la mia adolescenza / io ho il diritto di servirti / e il dovere, / perché l’adolescenza / non ha mai chiesto nulla / alle sue stagioni. / Tu mi hai presa / perché io non ero una donna / ma solo una bambina. / E le bambine si accolgono / e si avvolgono di mistero./ Tu mi hai resa donna, Signore, / e la donna è soltanto / un pugno di dolore./ Ma questo pugno / io non lo batterò / verso il mio petto,/ lo allargherò verso di Te / come una mano / che chiede misericordia”.

© Maria Di Lorenzo – all rights reserved

Articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio – novembre 2014 / tutti i diritti riservati

Elena Bono: il bene è la scelta difficile

di MARIA DI LORENZO

“Madonna di Belvedere, / giardino di ombre / fresche nell’aria, / e là riluce / l’oro solare / e qua la perla / della rugiada, / giardino chiuso intorno al tuo unico fiore, / o solitudine verdesognante / o silenzio che ascolti / il silenzio di Dio”.

Sono i versi che la poetessa Elena Bono dedicava alla contemplazione di un dipinto in S. Maria dei Servi a Siena raffigurante la Madonna di Belvedere. Un piccolo giro di versi che dicono tutto il talento di Elena Bono e la sua profonda spiritualità.

img-_innerArt-_libro-elena-bonoLa scrittrice è scomparsa il 26 febbraio scorso a Lavagna, in Liguria, all’età di 92 anni. Autrice finissima, dolorosamente misconosciuta nel mondo contemporaneo, ha impresso un segno originale e potente nella letteratura italiana del nostro Novecento. Tra poesia, narrativa e teatro, la Bono ha raccontato per oltre mezzo secolo l’eterno dilemma del cuore umano di fronte al silenzio e all’immensità di Dio e la sua eterna speranza, a dispetto dei graffi violenti della Storia.

Il 28 febbraio, due giorni dopo la sua dipartita, sono stati celebrati in forma solenne i funerali. E nell’omelia funebre il vescovo di Chiavari, Mons. Tanasini, ha detto: “Vogliamo finalmente rompere quell’incomprensibile silenzio che ha avvolto una voce così alta; silenzio da lei accettato pur nella consapevolezza di avere molto da dire agli uomini nella forma dell’arte, servizio alla bellezza; silenzio che l’ha seguita fino alla corsia di ospedale dove si è spenta l’altra sera”.

La vicenda umana e letteraria di Elena Bono, infatti, aveva conosciuto una strana parabola. Scrittrice di punta della casa editrice Garzanti negli anni Cinquanta, assieme all’allora giovane Pier Paolo Pasolini, la Bono aveva avuto subito un grande successo con le sue prime opere. Nel 1952 aveva pubblicato la raccolta di liriche “I galli notturni” e quattro anni dopo, nel 1956, il romanzo ”Morte di Adamo”, che era stato tradotto in diverse lingue e considerato un capolavoro da critici e uomini di cultura del tempo.

Poi la sua fama editoriale si era interrotta, evidentemente per l’avvio di quel nuovo e nefasto corso dell’industria culturale – lo stesso che, per inciso, ha prodotto lo sfacelo in cui versa oggi il mondo dell’editoria italiana – dove probabilmente non c’era più posto per una voce alta e spirituale come quella di Elena Bono, per il suo profondo afflato religioso.

Una fede molto robusta, la sua. Una spiritualità vissuta pienamente come terziaria francescana che gli faceva dire: “Senza l’esperienza religiosa, l’uomo è una bestia, allora tanto vale non essere mai nati”. E ancora: una scrittrice che credeva profondamente nella Parola (con la maiuscola), e che con questa fede nel cuore ha scritto testi memorabili, che un giorno – si spera, non lontano – saranno annoverati tra i classici della letteratura italiana del Novecento.

In dialogo col Mistero

bono giovaneElena Bono era nata a Sonnino, in provincia di Latina, il 29 ottobre 1921. La sua famiglia si era presto trasferita a Recanati, dove il padre, illustre grecista e latinista, aveva ottenuto un incarico, e la piccola Elena avrebbe trascorso tutta la sua prima infanzia nei luoghi di “Giacomino”, come confidenzialmente lo chiamava lei, il grande poeta recanatese cantore dell’Infinito che riempirà molte delle sue riflessioni di bambina. Poi, all’età di dieci anni, si era trasferita nuovamente con i genitori in Liguria, a Chiavari, ponendo in essa la sua dimora per tutta la vita.

Giovanissima, divenne una staffetta partigiana. Dopo l’8 settembre del ’43, infatti, Elena era entrata in contatto con la Resistenza ligure e da questa esperienza erano scaturiti fra i suoi testi più significativi, intrisi di passione e di commovente pietas, tanto da essere oggi ricordata anche come la “poetessa della Resistenza”.

La sua silloge poetica più nota è infatti “Piccola Italia”, che racchiude, secondo la definizione del critico Giovanni Casoli, “i più bei versi sui fatti reali e sui valori ideali più alti della Resistenza”.

Elena Bono aveva compreso, nonostante la sua verdissima età, l’importanza e l’urgenza di fare la propria scelta, dopo l’8 Settembre ’43. Era necessario assumersi anche lei la propria parte di responsabilità nella storia che stava vivendo, scegliendo di lottare per la libertà. “O libertà o schiavitù”, ripeteva spesso ricordando quei momenti cruciali, e invitando specialmente i giovani a riflettere: “Il problema è quello della scelta. Il bene è la scelta difficile”.

Era già allora una ragazza coraggiosa, Elena Bono, e dopo la morte di tanti suoi compagni di scuola, caduti per la libertà, ha continuato per loro ed in loro memoria a combattere, l’ha fatto scrivendo innumerevoli poesie e soprattutto quella straordinaria trilogia, nota come “Uomo e Superuomo”, che racconta la guerra vista dalla parte dei tedeschi. Una complessa stesura narrativa, che ha l’estensione di un grande romanzo classico e che abbraccia un ventennio, dal 1921 al 1940, viene raccontata da Fanuel Nuti, il personaggio che fa da io narrante, traduttore di un diario di un soldato tedesco da lui ritrovato.

“Io, in tutta la mia opera – confessava la Bono -, ho raccontato la Passione di Cristo che si rinnova nella storia, dei singoli e dei popoli. Lo sguardo di Gesù flagellato, così pieno di amore e di dolore nello stesso tempo, è l’incontro fondamentale che ha dato senso e unità alla mia vita personale e artistica”.

E lo ripeteva nei suoi versi: “Mi ha insegnato mio padre / che il cuore dell’uomo/ è un altare/ dove ogni giorno / ogni istante – della notte e del giorno – / discende Gesù / agnello sacrificale / che porta sopra di sé / i peccati del mondo.”

“Chiudere gli occhi e guardare”

Dopo un lungo oblio, a partire dagli anni Ottanta la casa editrice Le Mani di Recco ha iniziato a pubblicare tutta la sua vasta produzione letteraria, che comprende numerosi drammi e collezioni poetiche.

Tutta la sua poetica, riflessa tanto nell’opera in versi quanto in quella in prosa, l’ha definita lei stessa in poche semplici parole: “Chiudere gli occhi e guardare”.

Per la Bono, infatti, scrivere non è mai un mestiere ma “un’azione che appartiene alla dimensione del mistero”, come ha scritto il critico Andrea Monda. “Forse è proprio questa dichiarata adesione ad una dimensione religiosa e cristiana ad aver determinato il disamore da parte della critica e dell’editoria nei suoi confronti”.

La sua morte ci invita a riprendere in mano le sue pagine, dove è raccontato il viaggio dell’uomo e il suo dialogo drammatico con il Mistero. Tra le sue opere, “Morte di Adamo” (Garzanti 1956), una raccolta di otto racconti a sfondo biblico-evangelico, resta tutt’oggi fra i suoi testi più significativi e profondi, anzi possiamo definirlo tranquillamente, e senza tema di essere smentiti, il suo assoluto capolavoro.

Ma la Bono va ricordata anche per le altre sue opere: per la raccolta di versi “Alzati Orfeo” edita da Garzanti nel 1958, che rinnovò i consensi intorno al suo nome dopo l’opera d’esordio, “I Galli notturni”. L’anno prima, nel 1957, era stata rappresentata a Roma da Emma Grammatica una sua opera drammatica di grande spessore, “Ippolito”, edita anch’essa da Garzanti nel 1954.

“Io prego, perché le mie parole arrivino al cuore del lettore, senza mai ferirlo, cercando di non scrivere mai una sola parola inutile”, diceva la scrittrice con umiltà.

Sorretta da una fede profonda, che è stata la fedele compagna di tutta la sua lunga vita, Elena Bono considerava la morte come il “momento in cui conosceremo noi stessi e i grandi misteri della vita umana.” E così, da terziaria francescana, ha voluto essere sepolta con il suo inseparabile rosario dai grani mille volte consumati fra le dita, come pegno ed amoroso dialogo con Maria.

© Maria Di Lorenzo – all rights reserved

Articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio – agosto 2014 / tutti i diritti riservati

 

Paul Verlaine e l’amore essenziale

Tra fughe e vagabondaggi, da un ospedale all’altro, trascinò gli ultimi anni della sua esistenza fra mille difficoltà, morendo in povertà assoluta. In poco più di cinquant’anni di vita aveva conosciuto e cantato le esperienze più opposte: la bellezza e la povertà, l’ovattata infanzia borghese e la degradazione della prigione, la dissoluzione e la gloria…

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di MARIA DI LORENZO

“Voglio amare ormai solo Maria./ Sono, gli altri, amori di precetto./ Ma benché necessari, mia madre soltanto/ Può accenderli nei cuori che l’amarono.

“Solo per Lei ho cari i miei nemici,/ Per Lei ho promesso questo sacrificio,/ E la mitezza di cuore e lo zelo al servizio,/ Fu Lei a concederli, a me che la pregavo.

“E poi ch’ero debole ancora e malvagio, vili le mie mani/ Gli occhi abbacinati dalle strade,/ Ella mi chinò gli occhi, mi giunse le mani/ E m’insegnò le parole che sanno adorare.

“Per Lei ho voluto queste mestizie,/ Per Lei il mio cuore è nelle Cinque Piaghe,/ D’ogni mio sforzo buono verso croci e tormenti,/ Poi che La invocavo, Ella mi cinse i fianchi.

“Voglio ormai pensare solo a mia madre Maria,/ Sede della Saggezza, fonte di ogni perdono,/ E Madre anche di Francia, poi che da Lei attendiamo/ Incrollabilmente l’onore della patria.

“Maria Immacolata, amore essenziale,/ Logica della fede cordiale e vivace,/ Amando voi, ogni bontà non è forse possibile,/ Amando voi, Soglia del cielo, unico amore?”

Ritrovata la fede della sua infanzia, il poeta si affida alla Madre Celeste, convinto che solo lei può aiutarlo a procedere sui sentieri del bene. E questi versi sono tra i più belli e profondi che la letteratura di tutti i tempi ci abbia mai regalato sulla Vergine Maria. E non si tratta certo dell’opera di un poeta qualunque, ma di quel Paul Verlaine che è considerato tra i più grandi poeti europei dell’Ottocento.

Nella seconda parte della sua raccolta poetica più nota, “Sagesse”, vi è appunto questa lirica alla Madonna che resta fra le cose più belle che lui ha scritto, nel tempo successivo alla sua conversione alla fede cattolica.

6842354-MPaul Verlaine era nato a Metz nel 1844 (morirà poco più che cinquantenne a Parigi, nel 1896) e dopo gli studi liceali si era impiegato al Comune di Parigi come spedizioniere, cominciando assai presto a frequentare gli ambienti letterari della capitale e a collaborare alle varie riviste del tempo.

Aveva esordito come poeta nel 1866 con iPoèmes saturniens”, di impronta parnassiana, a cui era seguita la raccolta di liricheFêtes galantes” (1869), ispirate a pittori del Settecento come Watteau, e – appena un anno dopo – era stata la volta di “La bonne chanson”, una raccolta di rime d’amore dedicate alla fidanzata, Mathilde Manté, che sposò nel 1870, e da cui ebbe un figlio.

Tra i suoi scritti sono anche da ricordare: “Amour”(1888), “Parallèlement” (1889), “Chansons pour elle” (1891), “Bonheur”(1891), “Liturgies intimes”(1892),  “Dans les limbes”(1894), “Épigrammes”(1894), opere disuguali e di varia ispirazione.

Dei suoi scritti in prosa, “Les poètes maudits” (1884), un saggio che presenta i profili di alcuni poeti “irregolari”, vagabondi e irrequieti, decisi a confinarsi tra rivolta ed emarginazione, ebbero una vasta eco nella critica militante; mentre negli ultimi anni della sua vita i testi di ispirazione autobiografica “Mémoires d’un veuf” (1886) “Mes hôpitaux” (1891), “Mes prisons” (1893) e  “Confessions” (1895) raccontano il carattere e le vicissitudini dell’uomo.

Come poeta, Verlaine è sicuramente tra i più grandi dell’Ottocento francese, soprattutto per la semplicità e la bellezza delle sue liriche. In esse c’è la trasparenza dell’anima: il poeta è un fanciullo che contempla il mondo e ne canta le bellezze e le miserie, in versi cristallini, ricchi di risonanze e di armonia.

Il gusto per il non definito e per le sfumature, caratteristica principale della scrittura di Verlaine, si traduce in una poetica che pone al centro l’esigenza della musicalità: tramite il ripudio dell’eloquenza, del tono declamatorio, della rima, la poesia aspira non a descrivere ma a suggerire, a dissolvere la realtà in sogno, in immagini sempre più vaghe. In tal modo la poesia conduce al di là dell’esperienza sensibile e coglie l’essenza profonda e nascosta delle cose.

All’interno di questa poetica, che esprime evidentemente le esigenze del simbolismo, la sua lirica trova i suoi accenti più personali nella tonalità cromatica del grigio, colore della “fadeur”, della malinconia, dell’ambiguità.

Purezza cristallina da un lato, e dall’altro una vibrante ed ambigua malinconia, che rispecchiava fatalmente l’esistenza irrequieta del poeta.

“Quale tempesta fu la mia vita!”, ebbe a scrivere di sé. E davvero la sua vita fu una tempesta di vicende degradanti, storie sordide, malattie fisiche e morali, ma anche di una grande nostalgia di Dio, un bisogno estremo di redenzione e di molteplici sforzi per scuotersi di dosso il fango della vita e soprattutto delle passioni. Come l’ambigua amicizia con il poeta Arthur Rimbaud, che ebbe come epilogo due colpi di rivoltella, a cui seguirono gli anni del carcere e dell’espiazione.

Fu proprio nel silenzio della prigione che Verlaine sentì tutta la vergogna della propria vita e si convertì alla religione cattolica, deciso a far riemergere il fuoco del suo battesimo dal “mucchio di cenere” del suo passato.

Da questo slancio dell’animo nacquero le sue poesie più belle. Durante la reclusione, infatti, il poeta aveva iniziato a maturare una nuova forma espressiva, più personale e musicale, fuggevole e suggestiva, che si manifesta nei volumi  “Romances sans paroles”,  del 1874 “Sagesse”, del 1879, e “Jadis et naguère”, del 1884, che sono fra i più notevoli di tutta la lirica francese dell’Ottocento.

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Ma presto le vecchie abitudini ritornarono, in modo particolare il vizio del bere, e finirono per travolgerlo, in un lento scivolare verso il basso, verso la degradazione del vivere. Il poeta passava lunghe ore nei caffè di Saint-Germain, fra un soggiorno e l’altro nelle desolate camere degli ospedali pubblici.

Tra fughe e vagabondaggi, alla fine Verlaine si era stabilito definitivamente a Parigi, godendo solo negli ultimi anni di un generale riconoscimento come principe dei poeti.

Da un ospedale all’altro, da una pensione all’altra, trascinò gli ultimi anni della sua esistenza tra mille difficoltà, morendo in povertà assoluta. In poco più di cinquant’anni di vita aveva conosciuto e cantato le esperienze più opposte: la bellezza e la povertà, l’ovattata infanzia borghese e la degradazione della prigione, la vita del vagabondo e la gloria, la miseria e la conversione religiosa.

Il giorno prima di morire, l’8 gennaio 1896, fece chiamare un sacerdote e si confessò.

Lo scrittore Anatole France in una sua novella parla di Paul Verlaine e lo descrive come un “cattivo soggetto” che però sapeva comporre “le più dolci canzoni del mondo”. Un poeta derelitto che viveva tra l’ospedale e la stanzuccia di una locanda, in un vecchio povero quartiere parigino. Tra tutte le viuzze, scrive Anatole France, “una era secondo il suo cuore”, fiancheggiata di stamberghe e bugigattoli, “portava, sul cantone di una casa, una Madonna dietro una grata, in una nicchia azzurra”.

Verlaine, il poeta che aveva cantato la bellezza e la fatica del vivere, che aveva tradotto la sua ispirazione poetica in una musicalità struggente e purissima consegnata per sempre ai suoi versi, amava più di ogni cosa quella strada da nulla perché essa custodiva in un angolo, dentro una nicchia color del cielo, una cara immagine votiva della Madonna.

Nella bufera della sua vita, c’era un piccolo lume mai spento, una fiamma che aveva continuato ad ardere, nonostante tutto, nel suo cuore. Era un rifugio e una speranza. Ci sembra di ravvisare in tutto questo un’eco di quei limpidi versi da lui dedicati un giorno alla grande Consolatrice Celeste: “Voglio ormai pensare solo a mia madre Maria,/ fonte di ogni perdono…/ Maria Immacolata, amore essenziale, / Amando voi, ogni bontà non è forse possibile,/ Amando voi, Soglia del cielo, unico amore?”

(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved / articolo pubblicato sul mensile “Madre di Dio“, aprile 2014 – tutti i diritti riservati

Péguy cento anni dopo

Il 5 settembre 1914, un secolo fa, moriva poco dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, nella battaglia della Marna, il grande poeta francese Charles Péguy. Vita breve, la sua, appena quarantuno anni, ma molto tumultuosa: Péguy ha attraversato come un lampo la scena del mondo e della letteratura, lasciandovi un solco indelebile. Difatti, egli è rimasto una voce pressoché unica nel panorama della letteratura europea del Novecento. I suoi versi, ieratici, molto potenti, con tracce di echi biblici molto forti, tra l’epico e il profetico, formano tutti insieme la cifra del suo stile, personalissimo, e perciò impossibile da imitare. Come ha efficacemente scritto Carlo Bo, la voce di Péguy «possiede l’esplosivo sufficiente a mandare per aria tutti gli edifici costruiti dalla tranquillità…»

Il mio articolo:

PEGUY CENTO ANNI DOPO

*

Charles Peguy

di MARIA DI LORENZO

Una fucina di cercatori di Dio, di coscienze inquiete e di penne devote. Questa è stata la Francia tra la fine dell’800 e la prima metà del ’900. Pochi Paesi hanno prodotto una tale messe di scrittori che si sono incontrati e scontrati col Vangelo come la terra che pure fu la patria dei Lumi. Tra di essi merita di essere ricordato quello che si può considerare a buon diritto il grande cantore di Maria: il poeta Charles Péguy.

Nella sua breve ma feconda avventura esistenziale Péguy ha attraversato la letteratura europea del Novecento come una meteora, ma questa meteora, lungi dall’esaurirsi, brilla ancora. E ci consegna un’eredità di fede davvero straordinaria, capace di toccare le corde più profonde del nostro spirito.

«Ascolta, bimba mia, ora ti spiegherò, ascoltami bene, / ora ti spiegherò perché, / come, in che / la Santa Vergine è una creatura unica, rara. / Di una rarità infinita, fra tutte precellente, / unica fra tutte le creature. / Seguimi bene…».

Lo scrive all’inizio di quell’opera che è un autentico inno a Maria, Il portico del mistero della seconda virtù. Un canto che comincia quasi in sordina per poi avvitarsi, con accenti sempre più appassionati, in uno splendido canto d’amore alla Vergine.

«A colei che è infinitamente grande / perché è anche infinitamente piccola… / A colei che è infinitamente ricca / perché è anche infinitamente povera… / A colei che è infinitamente alta / perché è anche infinitamente discendente… / A colei che è infinitamente salva / perché a sua volta salva infinitamente… / A colei che è tutta Grandezza e tutta Fede / perché è anche tutta Carità… / A colei che è la più imponente / perché è anche la più materna… / A colei che è infinitamente celeste / perché è anche infinitamente terrestre… / A colei che è infinitamente gioiosa / perché è anche infinitamente dolorosa… / A colei che è con noi / perché il Signore è con lei… / Colei che è infinitamente regina / perché è la più umile delle creature…».

Un canto affascinante, il suo, che parla della grandezza e del mistero di Maria e che ha l’andamento e il sapore di certe antiche litanie. Ma, c’è da chiedersi, da dove nasceva questo elogio appassionato della Santa Vergine?

Per comprenderlo, dobbiamo gettare uno sguardo sulla vita – in verità assai breve, appena quarantuno anni, ma altrettanto tumultuosa – di questo grande poeta francese. Charles Péguy fu un convertito, e del convertito la sua dimensione di scrittore avrà sempre l’impronta, negli aspetti di assoluto rigore come nelle fulminanti accensioni liriche.

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Nato a Orléans il 7 gennaio 1873, ancora in fasce perse il padre, sicché sua madre per sopravvivere dovette imparare il mestiere di impagliatrice di sedie. Charles potrà studiare grazie alle borse di studio.

A vent’anni si trasferisce a Parigi, a quel tempo ha già abbandonato ogni pratica religiosa. È un giovane colto, intelligente, che diventerà discepolo di Bergson. Sensibile alle questioni sociali, è acceso da un ideale che nell’ultimo scorcio dell’Ottocento ha i contorni rivoluzionari del socialismo. Péguy aderisce al credo socialista con tutto l’ardore della gioventù, ma ne resterà presto deluso. Da tale disillusione prenderà corpo la crisi, salutare e risolutiva.

È l’irruzione nella sua vita della Grazia. Evento misterioso, come ogni conversione, ma indubbiamente segnato da Maria. La storia di tanti convertiti sta a dimostrarlo: dietro ogni “caduta da cavallo”, dietro ogni ritorno alla fede, c’è sempre lo zampino di lei, della Madonna.

È Maria che riconduce a Dio, per sentieri segreti e imprevedibili che solo lei conosce. Persino il peccatore più incallito e con un piede già nell’abisso, come rammenta il Montfort, si converte ed è salvo per intercessione della Vergine, che sa come sciogliere i cuori più induriti.

Come accade appunto al colto e indifferente scrittore di Orléans. A un certo punto, infatti, Péguy scrive all’amico Joseph Lotte, della sua cerchia parigina di intellettuali socialisti, e gli confessa: «Ho ritrovato la fede. Sono cattolico».

È il 1908. Ha 35 anni. Da questo momento fino al giorno della sua morte – che avverrà nell’estate del 1914, in guerra, durante la battaglia della Marna – Péguy si dedicherà a diffondere la fede ritrovata in scritti di forte ispirazione religiosa. Solo due anni dopo la sua morte, nel 1916, l’editore parigino Gallimard iniziò a pubblicare tutte le sue opere.

È un cattolicesimo, quello di Péguy, vissuto in forma mistica e rivoluzionaria, che ha il suo centro di luce in Maria, icona della speranza. I suoi versi, spesso ieratici, a volte ridondanti, conservano tracce di echi biblici molto forti, tra l’epico e il profetico. È uno stile personalissimo, il suo, e perciò impossibile da imitare. Difatti egli è rimasto una voce pressoché unica nel panorama della letteratura europea del Novecento. Come ha efficacemente scritto Carlo Bo, la voce di Péguy «possiede l’esplosivo sufficiente a mandare per aria tutti gli edifici costruiti dalla tranquillità».

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«Quando avremo recitato la nostra ultima parte, / quando avremo deposto cappa e mantello, / quando avremo gettato maschera e coltello, / ricorda il nostro lungo peregrinare. / Quando ci caleranno nella fossa / e ci avranno offerto assoluzione e messa, / ricorda, o Regina di ogni promessa, / il nostro lungo cammino, il nostro peregrinare…».

Il portico del mistero della seconda virtù rappresenta la seconda parte di un trittico in versi che il poeta volle dedicare alle virtù teologali: fede, speranza e carità, comprendente Il mistero della carità di Giovanna d’Arco e Il mistero dei Santi Innocenti.

Delle virtù teologali, secondo il poeta, è la speranza la più gradita a Dio, forse perché è anche la più difficile: «La Fede è una sposa fedele. / La Carità è una Madre / la Speranza è una bambina da nulla», dice lui, «eppure è questa bambina che traverserà i mondi».

La speranza, quindi, precede la fede e la carità, e corrisponde alla “infanzia del cuore”. È qualcosa di «più dolce del sottile germoglio d’aprile», dice il poeta; essa «vede quello che non è ancora e che sarà, / ama quello che non è ancora e che sarà», ed è per l’appunto la “seconda virtù” a cui si fa cenno nel titolo. Una virtù che discende da Maria, la quale «ha preso a carico e in tutela / e in commenda per l’eternità / la giovane virtù Speranza».

Che cosa vuol dire? Vuol dire che la Madre di Dio un giorno è diventata anche madre nostra e, tra le sue braccia accoglienti, ci riceve e ci guida al porto sicuro della volontà di Dio, se appena abbiamo l’ardire – «l’audacia» scrive lui – di affidarle le nostre vite.

«E lei, che li aveva presi – continua – aveva / tanti figli sulle braccia. / Tutti i figli degli uomini. / Da quel primo piccino che aveva portato in braccio / Quel piccolo uomo che rideva come un tesoro / e che dopo le aveva causato tanto tormento /perché era morto per la salvezza del mondo…».

Maria è l’immagine della tenerezza di Dio verso tutti noi, suoi figli, «noi che non siamo nulla, noi che entriamo nella vita e subito ne usciamo, / come dei girovaghi entrano in una fattoria per un pasto soltanto, / per una pagnotta e per un bicchiere di vino». Creature effimere che durano un giorno, infelici, a contatto col dolore e la morte, anelanti a una difficile se non impossibile innocenza del cuore.

Eppure, dice Péguy, proprio all’uomo, a questo «pozzo d’inquietudine», Dio ha fatto dono di sé, «spaventoso amore, spaventosa carità». È questo il suo mistero, il mistero della seconda virtù: che «il Creatore ha bisogno della sua creatura… / Colui che è tutto ha bisogno di ciò che non è nulla…».

A pensarci bene, è il mistero di Dio, l’essenza per noi assolutamente inspiegabile della sua gratuità, che poi fa tutt’uno col mistero di Maria, il suo essere compresenza e armonia degli opposti: purezza e al tempo stesso coscienza della miseria umana, senso di finitudine e salvezza donata a piene mani.

«A tutte le creature – scrive il poeta – manca qualche cosa, e non soltanto di non essere Creatore. / A quelle che sono carnali, lo sappiamo, manca di essere pure. / Ma a quelle che sono pure, bisogna saperlo, manca di essere carnali. / Una sola è pura essendo carnale. / Una sola è carnale essendo pura. / È per questo che la Santa Vergine non è solo la più grande benedizione che sia caduta sulla terra. / Ma la più grande benedizione discesa in tutta la creazione…».

Anche gli angeli sono puri, dice Péguy, però non conoscono la materia, non hanno corpo, questo nostro corpo impastato di fango e di cenere che sempre ci inchioda alla terra. Maria, al contrario, pur essendo immacolata, «pura come Eva prima del primo peccato», ha sperimentato la realtà della carne, ed è in grado di capire quella pesantezza tutta umana del vivere.

«Quando avremo lasciato sacco e corda, / quando avremo tremato gli ultimi tremiti, / quando avremo rantolato gli ultimi dolori, / ricorda la tua misericordia. / Nulla ti chiediamo, o Rifugio dei peccatori, / solo l’ultimo posto nel tuo purgatorio, / per piangere a lungo la nostra tragica storia, / e contemplare da lontano il tuo splendore…».

(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved

articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio – agosto / settembre 2008 – tutti i diritti riservati

Il riflesso nell’acqua e il vento

mancini

E’ con molto piacere che presentiamo oggi su Flannery la terza raccolta poetica di Alberto Mancini, Il riflesso nell’acqua e il vento (Edizioni Polistampa, 2012).

Le poesie non vanno spiegate troppo, vanno lette. E quelle di Mancini sono poesie che parlano all’intelligenza e al cuore, che intessono un dialogo muto, ma quanto ricco di significati, fra la mente e l’anima. E’ stato molto difficile scegliere le poesie da presentarvi, sono poesie bellissime e profonde, e tutte meritavano di essere pubblicate, ma poichè ciò non era, e non è, possibile, vi invito, amici, a conoscere meglio l’opera poetica di Alberto Mancini, partendo da qui, da questo piccolo pugno di versi che vi presento, come il primo approdo di una lunga traversata in quel mare profondo fatto di pensieri, emozioni e sentimenti che è la vita cantata poeticamente. Buona lettura a tutti voi!

Il post: http://flanneryblog.wordpress.com/2014/07/06/alberto-mancini/

Luigi Pirandello: c’è un oltre in tutto

Pirandello

di MARIA DI LORENZO

“Sono caduto, non so di dove nè come nè perchè, caduto una notte di giugno in un’arida campagna di secolari olivi saraceni, di mandorli e di viti affacciata sotto l’ondata azzurra del cielo, sul nero mare africano”. Questa notte così poeticamente evocata era quella del 28 giugno 1867 ed il luogo era il “Caos”, una contrada a 4 km da Agrigento dove nacque il grande drammaturgo Luigi Pirandello, l’autore che forse più di ogni altro ha impresso un segno forte, agli albori del Novecento, alla letteratura non solo italiana ma europea, con le sue innovazioni stilistiche, il suo ricco immaginario, i suoi romanzi e soprattutto le sue commedie, ancora oggi rappresentate in tutto il mondo.

“Tre scrittori hanno attraversato questo secolo dando nome – il loro nome – alle nostre inquietudini, ai nostri smarrimenti, alle nostre paure e al tempo stesso, per quella catarsi o misura di contemplazione che è nelle rivelazioni dell’arte, permettendoci di viverle con temperata ansietà e disperazione. Sono, questi tre scrittori, Pirandello, Kafka, Borges.” Lo sosteneva Leonardo Sciascia, profondo conoscitore della letteratura, e in modo particolare dell’opera del suo più illustre conterraneo.

Luigi Pirandello, secondo di sei figli, era nato il 28 giugno 1867 ad Agrigento (l’antica colonia greca di Akragas che si chiamerà Girgenti fino al 1927) da Stefano Pirandello e da Caterina Ricci-Gramitto, in una casa colonica che si trovava nella tenuta paterna denominata “Caos”, qualche chilometro fuori dalla città, sulla strada che conduce verso Porto Empedocle, in una contrada suggestiva che dall’alto di un costone da un lato guarda verso il mare e dall’altro è delimitata da una ripido e piccolo valloncello che porta direttamente alla spiaggia.

Assai precoce nella scrittura, pubblica la sua prima raccolta di poesie, “Mal giocondo”, nel 1889. Il 1892, invece, è l’anno delle sue prime novelle, appena conseguita la laurea in Germania, e in cui incomincia pure a comporre quello che sarà il suo primo romanzo, “L’esclusa”. Due anni più tardi, nel 1894, il definitivo trasferimento a Roma a seguito del matrimonio con Antonietta Portulano, figlia di un socio in affari del padre, da cui avrà tre figli: Stefano, Fausto e Lietta.

Nel 1903 l’allagamento di una miniera di zolfo causa alla famiglia Pirandello un grave dissesto economico: il padre Stefano perde insieme al proprio capitale anche la dote della nuora. In seguito alla notizia dell’improvviso disastro finanziario, Antonietta, già sofferente di nervi, cade in una gravissima crisi che durerà per tutta la vita sotto la forma di una grave paranoia. Vani saranno i tentativi di Pirandello di dimostrare che la realtà non è come invece pare alla moglie. Abbandonata la tentazione del suicidio, che sublimerà nel romanzo “Il fu Mattia Pascal”, lo scrittore cerca di fronteggiare la disperata situazione, assistendo la moglie Antonietta (che verrà internata in una casa di cura soltanto vari anni dopo, nel 1919) e per arrotondare il magro stipendio di professore, impartisce lezioni private ed intensifica la sua collaborazione a riviste e a giornali.

Sono anni molto difficili, che mettono a dura prova il suo spirito e durante i quali elabora quella sua personale poetica letteraria che riverserà in poesie, saggi, romanzi e novelle, ma soprattutto nelle opere teatrali, affermandosi come massimo drammaturgo negli anni successivi alla prima guerra mondiale. “Liolà”, “La giara”, “Il berretto a sonagli”, “Pensaci, Giacomino!”, “Così è (se vi pare)”, “Il piacere dell’onestà” sono i lavori più significativi del periodo 1915-20, mentre è del 1921 la prima rappresentazione dei “Sei personaggi in cerca d’autore” con cui la fama del drammaturgo siciliano varca i confini dell’Italia, acquisendo il consenso unanime di pubblico e di critica.

Un’arcana voce profonda

“Batte nel cuor di tutti una campana; / ma della vita nel vario frastuono / il dolce suono / nessuno ascolta. / Pure, talvolta, d’un tratto giunge come un’arcana / voce profonda, non udita mai. / È la lontana / chiesetta antica dell’abbandonata / nostra città… / “Ave Maria… Ave Maria…” – Che fai, / anima sconsolata? / Lagrime amare ha chi pregar non sa”.

Sono versi limpidi e accorati di una sua poesia intitolata “Che fai?”. Versi che esprimono quella interrogazione metafisica che permea tutta l’opera pirandelliana. La dialettica dell’Oltre è infatti al cuore della sua potente espressione artistica. Pirandello non è un nichilista, perché conosce la pietà, è un autore ma prima ancora un uomo che dalla constatazione dell’assurdo del vivere trae motivo di dolorosa fraternità con l’uomo.

Il problema religioso allora è il problema centrale della sua opera perché tutta la sua opera è un’interrogazione metafisica, è una domanda di senso sull’esistenza che fuori da una fede si percepisce solo come assurda. Personaggi che si dibattono nel carcere della loro solitudine, con l’angoscia di non poter sapere perché si debba amare, perché si debba morire, con la sofferenza di non poter comunicare e di non poter dare il proprio amore perché non c’è nessuno pronto a riceverlo e a capirlo. Sono i temi, a ben vedere universali, della sua scrittura.

Il contrasto tra apparenza e realtà, lo sfaccettarsi della verità (tante verità quanti sono coloro che presumono di possederla), l’assurdità della condizione dell’uomo, fissato – pur nella molteplicità del suo sentire e del suo agire – nel letto di Procuste della catalogazione (adultero, innocente, ladro ecc.) in una forma che impastoia e soffoca la vita, come nota il critico letterario S. Guglielmino, sono i cardini dell’espressione letteraria pirandelliana, coniugata drammaticamente in una ricerca continua di senso, che viene sempre delusa o illusa, in un tormento che genera una sete inestinguibile che poi, scavando ogni giorno negli abissi di solitudine degli uomini, altro non è se non sete, sete ardente, seppur misconosciuta, di Dio.

Ne “I quaderni di Serafino Gubbio operatore”, Pirandello scrive: “C’è un oltre in tutto. Voi non volete o non sapete vederlo”.

C’è un oltre in tutto. Lo comprende anche il protagonista di “Dono della Vergine Maria”, e il dolce colloquio di Nuccio con la Madonna è fra i suoi testi più belli e più toccanti: “Tanto ho penato, tante ne ho viste, e ancora non ho finito… Vergine Santa, e sempre V’ho lodata! Morire io prima, no, Voi non avete voluto: sia fatta la Vostra santa volontà! Comandatemi, e sempre, fino all’ultimo, V’ubbidirò! Ecco io stesso, con le mie mani sono venuto a offrire l’ultima mia figlia, l’ultimo sangue mio: prendetevela presto, Madre degli afflitti; non me la fate penare più. Lo so, né soli né abbandonati: abbiamo l’aiuto Vostro prezioso, e a codeste mani pietose e benedette ci raccomandiamo. O sante mani, o dolci mani, mani che sanano ogni piaga: beato il capo su cui si posano in cielo!”

Il testamento

La fama del drammaturgo siciliano si consolida sempre di più e negli ultimi anni Pirandello gira per il mondo, al seguito delle sue opere che vengono rappresentate con grande successo nei più importanti teatri. Nel 1934 riceve il premio Nobel per la letteratura. Due anni dopo, nel dicembre del 1936 si ammala di polmonite e muore nella sua casa romana: non ha ancora compiuto settant’anni.

Il regime fascista avrebbe voluto per lui le esequie di Stato. Invece vennero rispettate le sue volontà così come le aveva espresse nel suo testamento: essere avvolto nudo in un lenzuolo e messo in una cassa sul carro dei poveri. Lui, un premio Nobel, uno scrittore di fama internazionale, morire alla stregua dei più derelitti della terra. Ma questo era il suo sentire, ciò che esprimeva il suo stare religiosamente dentro la vita del mondo, la sua incessante ansia di assoluto, che finalmente adesso trovava un approdo.

(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved / articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio di luglio 2014 – tutti i diritti riservati.

 

I giorni e le strade

covergiornistradewCari amici, vi segnalo che oggi su Flannery c’è Carla De Angelis. Una poetessa che voi avete già imparato a conoscere. Ve l’abbiamo presentata infatti (sempre su Flannery) nel 2011, dopo che uscì in libreria la sua raccolta di versi “A dieci minuti da Urano”, pubblicata nel 2010 da Alessandro Ramberti per Fara Editore. Ed ora, a distanza di quattro anni, sempre per lo stesso editore, esce una sua nuova opera poetica, dal titolo asciutto e stringatamente evocativo: “I giorni e le strade”. Rime scabre, essenziali, eppure quanto dense di vita e di pensiero. Una poesia ventosa e terrena, la sua, che segretamente parla alle radici profonde del nostro essere. Ascoltiamola…

http://flanneryblog.wordpress.com/2014/06/23/carla-de-angelis/