Premiato il mio libro “La luce e il grido”

Amici, mi piace condividere con voi la motivazione del premio che mi è stato assegnato nei giorni scorsi. Si tratta del premio di saggistica 2012 riservato ai giornalisti che si è aggiudicato il mio testo “La luce e il grido. Introduzione alla poesia di Elio Fiore“, pubblicato da Fara Editore nel gennaio 2012.

La motivazione dice: “Maria Di Lorenzo intende dare del poeta Elio Fiore un’immagine reale, in un testo rivelatore, forte, coinvolgente, essenziale. La potenza della parola poetica è come un gomitolo di sentimenti che si snodano lungo i frammenti incandescenti disvelandone la sua più segreta essenza, i significati più nascosti dell’anima per risalire dall’abisso alla luce. Un profondo sentimento religioso alimenta ed illumina interiormente il suo dolore. La parola come arma della testimonianza, strumento del comunicare, del resistere, segnato dalla visione straziante della persecuzione ebraica del ghetto di Roma, per non dimenticare la memoria, nell’impegno di permettere a ogni ebreo di essere sempre un uomo libero”.

Il libro: http://mariadilorenzo.wordpress.com/2012/01/13/la-luce-e-il-grido/

Per Elio: alè!

Il mio editore mi ha appena comunicato che mi è stato assegnato il premio della saggistica edita riservato ai giornalisti per il mio volume “La luce e il grido. Introduzione alla poesia di Elio Fiore (Fara Editore, 2012). Si tratta del Premio Letterario Internazionale Arché Anguillara Sabazia 2012, un premio riservato ai giornalisti che hanno scritto saggi letterari. Condivido con voi questa bella notizia :-)

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Nei giorni scorsi sono stata sommersa da messaggi di congratulazioni per questo premio, lettere private che tengo per me e messaggi pubblici su Facebook. Ne riporto alcuni, ringraziando tutti, ma proprio tutti per la loro attenzione affettuosa…

Paola Mirella Giacalone
Grande Maria! Congratulazioni!!!
lunedì alle 10.24

Sebastiano Girlando
Rallegramenti vivissimi :-)
lunedì alle 10.27

Francesca D’Orazio Buonerba
Bravissima Maria, congratulazioni
lunedì alle 10.57

Paola Lombardini
Complimenti Maria ….. !!!!!
lunedì alle 11.03

Roberta Palopoli
Brava !!! Ora non vedo l’ora di leggere il romanzo che avevi introdotto da Omero :)
lunedì alle 11.07

Marina Vaccaro
Auguri brava!
lunedì alle 11.41

Elisabetta Lo Iacono
Complimenti Maria!
lunedì alle 11.46

Maria Teresa Santalucia Scibona
Vivi complimenti per il meritato Premio,
lunedì alle 11.47

Claudio Zerbetto
Congratulazioni Maria Bravissima. Un abbraccio. A presto. cla’
lunedì alle 12.49

Maria Lucia Riccioli
Brava!
lunedì alle 12.55

Alberto Mancini
Brava Maria. I più vivi complimenti.
lunedì alle 13.56

Maria Pasqua Maizzi
Bravissima. I miei complimenti!
lunedì alle 14.04

Grazia Nannetti
congratulazioni carissima!!!
lunedì alle 14.48

Marcel Velazco
Felicitaciones Maria, que sigan los exitos
lunedì alle 17.53 ·

Alessia Cornacchio
complimenti!!!
lunedì alle 18.17

Antonella Vara
Congratulazioni!Non avevo dubbi che avresti beccato un premio…del resto sei bravissima!
lunedì alle 20.55

Laura Borghesi
complimenti!
lunedì alle 21.44

Rosa Elisa Giangoia
complimenti!
lunedì alle 21.54

Mariapia Quintavalla
bravissima Maria!complimenti e baci e molto calore per te!
lunedì alle 22.23 ·

Irene Maria Cavalli
Maria carissima, inviarti i rallegramenti mi sembra davvero poco. Vorrei essere vicino a te per abbracciarti, per conoscerti, per alimentarmi della tua sensibilità. ho subito capito , fin dall’inizio, che eri una persona speciale.
martedì alle 0.58 ·

Carlo Climati
Ciao Maria tantissimi auguri e complimenti per questo meritato premio.
martedì alle 8.45

Adriana Marciante
complimenti :-)
martedì alle 8.52

Clelia Angelelli
Che grande EMOZIONE Carissima Maria….Complimenti ♥
martedì alle 10.45

Pina La Salandra
Complimenti Augurissimi !!!!Ad Maiora ad Maxima semper ….
martedì alle 11.31

Marcello Tosi
che bella notizia. Tanti complimentiii …ciaoo
lunedì alle 10.46

Carlo Taddeo
ale` per te e per elio!!
lunedì alle 10.59

Guglielmo Peralta
Complimenti.
lunedì alle 12.29 ·

Mario A. Iannaccone
Complimenti. Un premio vinto fa bene al cuore e all’ispirazione!
lunedì alle 13.28

Fernando Vertemara
Da quello e da come scrivi, credo meritatissimo!
lunedì alle 15.40 ·

Alessandra Corsini
cara ne sono felice, la gioia di uno può nutrire molti. Un grande abbraccio
lunedì alle 14.25

Lucia Bellaspiga
COMPLIMENTI, LO MERITI!!!
lunedì alle 16.14 ·

Anna Maria Campello
Una bellissima meritata soddisfazione!! Un Premio prestigioso, congratulazioni.
lunedì alle 16.26 ·

Cinzia Prudente
Un premio a te che rappresenti molte di noi! Complimenti!
lunedì alle 17.25

Violetta Nicolai
Bellissima news!
lunedì alle 22.25

Marziani Ufo Paoletta
che bella notizia Maria….complimenti di cuore!
martedì alle 0.04 ·

Annalucia Lorizio
Complimenti Maria! Sono felice per questo premio che sottolinea il valore della tua analisi critica che ha avuto il merito di farci i conoscere ed apprezzare un poeta di grande profondità interiore. Un abbraccio
martedì alle 16.44 ·

Alberto Mancini
Sono molto felice per te, Maria! Tutti i miei complimenti più belli.
lunedì alle 13.38 ·

Davide Valecchi
complimenti! ora non mi resta altro che procurarmi il libro :)
lunedì alle 13.50 ·

Tommaso Romano
complimenti meritatissimo premio tommaso romano,palermo
martedi ore 9,40

Maria Rita Massetti
Complimenti ♥
lunedì alle 14.44 ·

Gino Cappannini
Complimenti
lunedì alle 19.53 ·

Maria Elena Padan
Congratulazioni, Maria.
lunedì alle 23.18

Walter Festuccia
Bravissima!
martedì alle 20.07

Antonio G. Sangineto
Evidentemente, te lo meritavi. E allora vivissimi complimenti!
martedì alle 20.17 ·

Stevanato Renzo
Complimenti vivissimi da tutta FIDCST a Maria Di Lorenzo per il prestigioso riconoscimento. Il Presidente Stevanato Renzo da Venezia.
lunedì alle 11.08 ·

Alessandro Zaccuri
complimenti!
lunedì alle 12.37 ·

Moreno Gussoni
complimenti… premio meritato
lunedì alle 14.00 ·

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LA LUCE E IL GRIDO

INTRODUZIONE

ALLA POESIA

DI ELIO FIORE

FARA EDITORE 2012

EURO 11, 00

Ordina on line:

http://www.viadeilibri.it/la_luce_e_il_grido-114464-1017.html

Una voce fuori dal coro

di DELIA MOREA

Con una scrittura densa, magmatica e vibrante, nel contempo lucida e analitica che simbolizza come due anime: quella dello scrittore, colta nell’emozionalità dell’argomento e, insieme, quella del critico, nella sua attenzione sapiente, erudita, Maria Di Lorenzo ci conduce attraverso questa sua recente prova letteraria: La luce e il grido. Introduzione alla poesia di Elio Fiore (Fara Editore, 2012).

Il saggio ha un primo grande pregio, quello di fare emergere una figura umana e poetica di grande valore e spessore, un poeta come Elio Fiore, lontano dai riflettori di un abusato presenzialismo salottiero che spesso ha connotato l’intellettuale intellighenzia degli anni d’oro della cultura italiana (anni ’60 e ’70 del secolo scorso), in specie di quella capitolina, essendo lo stesso Fiore romano di nascita. Una voce fuori dal coro, un uomo con un forte senso della religiosità, dello spendersi per gli altri attraverso il mezzo della poesia, che ha vissuto per più di vent’anni nella Roma israelitica, in quel Portico d’Ottavia testimone dell’epurazione ebraica e di cui lui stesso, bambino di otto anni, ne aveva assistito alla deportazione in un gelido 16 ottobre del 1943. [continua]

La luce e il grido

… La poesia era la luce e il pane della sua esistenza. Era uno sguardo (non omologato) levato ogni giorno verso il cielo, quel cielo che noi – tutti noi – abbiamo perso di vista, annegato nei simulacri della modernità. Uno spazio amoroso, trasparente come una fiamma, capace di custodire, dentro il turbine della storia, il semplice segreto della vita, nella lampeggiante incandescenza di un verso… 

Un giorno il poeta Biagio Marin era sulla spiaggia di Grado, la sua città, e fotografava il cielo rannuvolato. Gli passò accanto una bambina che gli disse, con velato rimprovero: “No xe fotografa i nuoli (le nuvole).” Al che lui, di rimando, lievemente sorpreso: “Ma mi satu (lo sai) son un poeta…”. E lei, pronta, con l’occhio vispo, ribatte: “Ma va, che i poeti xe tuti morti!!!”

Mi tornava in mente proprio questo episodio l’altro giorno quando mi sono arrivate tra le mani le prime copie del mio nuovo libro, La luce e il grido, dedicato al poeta Elio Fiore. Perchè quel giorno lontano del 1993 in cui io lo conobbi, andando a casa sua per una intervista, era la prima volta che conoscevo un poeta vivente. Anche per me, infatti, i poeti fino a quel giorno erano “tutti morti”, come per quella bambina sul molo di Grado, essendo uscita da poco tempo dall’esperienza degli anni universitari in cui avevo studiato ed amato centinaia e centinaia di autori, necessariamente nati e vissuti in altre epoche. Con Elio Fiore invece avvicinavo un poeta vivente, un poeta con cui anzi da quel giorno avrei stretto una lunga e importante amicizia, che è durata fino alla sua morte e che non si è mai conclusa, perchè oggi prosegue, misteriosamente ma concretamente, su un piano diverso.

Quando lo incontrai, mi accorsi che viveva assai poveramente, eppure mi sembrava l’uomo più ricco dell’universo: aveva dentro una gioia, una gioia pazzesca, irresistibile, e io volevo capire che cosa fosse quella gioia, quel fervore, quella fede. E’ stato molto importante per me poter godere della sua amicizia, e con questo libro io ho adempiuto a una promessa. Elio, infatti, mi fece promettere che dopo la sua morte gli avrei dedicato un libro, me lo fece promettere solennemente. E, come sapete, ogni promessa è un debito.

Così questo volume, La luce e il grido, esce esattamente nel decennale della sua scomparsa ed io spero che vi piaccia e che, soprattutto, vi faccia conoscere un poeta capace di emozionarvi come emozionò me fin dalla prima volta e di farvi scoprire il “segreto” della sua pazzesca felicità.

Agli amici giornalisti, critici letterari e scrittori che pensano di scrivere una recensione del mio libro chiedo di mandarmi il loro indirizzo preciso per poter loro inviare una copia omaggio del volume. Vi ringrazio anticipatamente per il vostro interesse, di vero cuore.

Maria Di Lorenzo

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LA LUCE E IL GRIDO

INTRODUZIONE

ALLA POESIA

DI ELIO FIORE

FARA EDITORE 2012

EURO 11, 00

Ordina on line:

http://www.viadeilibri.it/la_luce_e_il_grido-114464-1017.html

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UNO STRALCIO DEL LIBRO

Ci sono degli uomini che passano attraverso la vita senza difendersi. Uomini che la loro vita la vivono, semplicemente, ma più spesso la patiscono, e qualche volta se ne rallegrano, senza però mai arrivare a possederla, senza mai appropriarsene veramente. Razza di perdenti, di visionari, per alcuni, che giudicano secondo le categorie del mondo; razza di profeti e di mistici, per altri, capaci di leggere attraverso la follia scandalosa della Croce tutta la saggezza che il mondo non è in grado di scorgere.

A quest’ultima tipologia apparteneva il poeta Elio Fiore, morto nella capitale il 20 agosto 2002, all’età di sessantasette anni. Con Fiore è scomparso un poeta, un poeta autentico. Nato a Roma il 12 luglio 1935, bibliotecario al Pontificio Istituto Biblico per oltre un ventennio, dopo molti mestieri, l’esperienza della fabbrica e della malattia discesa come una lunga tenebra nella sua vita per molti anni, Elio Fiore non era un “poeta laureato” e nella moderna babele massmediatica la sua voce di outsider assomigliava a quella della vedetta di cui parla Isaia: “Mi ha detto il mio Signore – Va’ / Sii la Vedetta Notturna / Quello che vedi grida…”(Is 21, 6).

E per oltre un trentennio, dal suo libro d’esordio intitolato Dialoghi per non morire, Elio Fiore ha gridato nei propri versi ciò che ha veduto, ma lo ha veduto lui soltanto, per renderne partecipi tutti gli altri, i “ciechi” dello spirito. Artista delicato e appartato, Fiore godeva dell’amicizia e dell’ammirazione di Eugenio Montale, Giuseppe Ungaretti, Mario Luzi, Carlo Bo. Una voce assolutamente unica e originale nel panorama letterario italiano. Un poeta che ha percorso per tutta la vita una lunga strada solitaria, lontano dalle “conventicole” culturali e dalla grancassa dei mezzi di massa. “Un grande poeta, –  disse di lui una volta, con la sua solita arguzia, mons. Claudio Sorgi – ma si sa: i poeti diventano popolari in vita solo se vincono il Nobel o se fanno scandalo…”.

Battezzato in San Pietro, Fiore aveva abitato per più di vent’anni nel cuore della Roma israelita, al Portico d’Ottavia; una circostanza, questa, che ha avuto una grande influenza nella sua produzione poetica, alimentando il suo immaginario e rendendolo compartecipe della storia e della tradizione giudaica, tanto che la Comunità Ebraica fece dono a lui – “cattolico apostolico romano”, come amava definirsi – dell’elenco dei circa duemila ebrei romani catturati dai nazisti e deportati nelle camere a gas nell’autunno del 1943.

La follia dell’Olocausto, la dura memoria dei morti, la ricerca di Dio non in astratto ma “nel sangue e nel grido della Storia”, la fede nella poesia e nei poeti, il bisogno di guardare e di raccontare, perché la scrittura è un dovere, un imperativo morale, così come un dovere è la memoria. Sono i temi portanti della sua produzione letteraria, insieme alla fede nell’invisibile, il primato della persona, la necessità del canto e della profezia, che esprimono il suo stare religiosamente dentro la Storia, con ogni emblema di bene e con ogni metafora del male. “Ecco, la fede e niente altro è la vita – diceva lui – il resto non conta, è Storia”.

Questo libro che vede la luce a dieci anni dalla sua scomparsa vuole essere non un’opera esaustiva sull’intero corpus della sua produzione letteraria, ma una introduzione ai temi essenziali del suo universo poetico, un avvicinarsi a piccoli passi al mondo di questo autore che merita di uscire dal cono d’ombra a cui storie e antologie letterarie contemporanee sembrano voler relegare tante pur meritevoli voci del nostro Novecento.

Personalmente ho conosciuto il poeta Elio Fiore nell’estate del 1993, quando mi recai da lui per un’intervista che fu poi pubblicata sulla terza pagina di un quotidiano lombardo. Ho voluto perciò porre proprio all’inizio del libro quel nostro lungo colloquio di allora perché non c’è cosa migliore, a mio avviso, del permettere a un poeta di parlare lui stesso, in prima persona, del proprio mondo, della propria vita e delle proprie idee. Chi legge ne può ricavare, io credo, una impressione più viva, una conoscenza diretta, di prima mano, che certamente predispone a introdurlo nel modo più ottimale alla comprensione della sua poesia, a varcare quei penetrali spesso segreti della creazione letteraria, a dare del tu a un autore che oggi non è più tra noi ma che la magia delle parole rende – adesso e per sempre – presente e vivo.

(c) Maria Di Lorenzo, La luce e il grido. Introduzione alla poesia di Elio Fiore, Fara Editore, 2012.

Acquistabile on line su: http://www.viadeilibri.it/la_luce_e_il_grido-114464-1017.html

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OGGI 23 LUGLIO 2012

Il mio editore mi ha appena comunicato che mi è stato assegnato il premio della saggistica edita riservato ai giornalisti per il mio volume “La luce e il grido. Introduzione alla poesia di Elio Fiore”. Si tratta del Premio Letterario Internazionale Arché Anguillara Sabazia 2012, un premio riservato ai giornalisti che hanno scritto saggi letterari. Condivido con voi questa bella notizia :-)

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LA LUCE E IL GRIDO. MARIA DI LORENZO E LA POESIA DI ELIO FIORE

di SIMONA LO IACONO

Era un cristiano del ghetto, e a chi gli chiedeva stupito il perché di questa commistione per i più inaccettabile tra il Dio degli ebrei e quello del Cristo, opponeva  la disarmata realtà di Miryam di Nazareth. In lei -  diceva – ebrea e al tempo stesso madre del Cristo, ogni disarmonia della storia sfumava come un balocco, o come un fastidioso giro di nebbia.

Abitava dunque, Elio Fiore, al Portico d’Ottavia, nel cuore del ghetto di Roma. Di esso, dei suoi anfratti segnati dai nomi delle corporazioni – via dei falegnami, via dei funari – ed eretto in onore di Giove e Giunone, amava il silenzio, una mancanza di rumore che si immetteva nella ricerca del senso dell’esistenza, e che restituiva all’orecchio il suono dei versi.

Era un silenzio che copriva come una lapide pietosa le oscenità del dolore, le barbariche incursioni nella vita dell’uomo, la violenza del tempo. Era infatti ancora un bambino quando, il 19 luglio del 1943, rimase sotto le macerie della propria casa bombardata e – messo in salvo – assistette impotente alla deportazione ebrea: file di convogli verso una destinazione sconosciuta, uomini come feretri che oscillavano già morti senza saperlo.

Da questo momento Elio Fiore diventa più che poeta, diventa testimone, nunzio che non tace. Diventa grido. Non a caso la sua raccolta “In purissimo azzurro” reca come epigrafe le tuonanti parole di Isaia: “Va’, sii la vedetta notturna, quello che vedi grida” (Is. 21,6).

Adesso la sua parabola di poeta e uomo è riportata sapientemente alla luce dalla delicatissima mano di Maria Di Lorenzo, che ne dipinge la natura appartata e tuttavia sorridente, la misticità tutta venata di speranza, l’ottimismo coltivato a dispetto del “sangue e del grido della storia”.

Elio Fiore è poeta dell’invisibile, ma di un invisibile non lontano, non distante, tutto partecipe – al contrario -  del dolore dell’uomo, incarnato nelle sue cadute e nel suo desiderio di espiazione. “Ecco, diceva, la fede e nient’altro è la vita. Tutto il resto è Storia”.

Chiedo quindi a Maria di Lorenzo di parlarci di lui.

-     “Cara Maria, il tuo saggio “La luce e il grido” (Fara Editore) ricostruisce meravigliosamente la vicenda di un poeta altrimenti dimenticato, e che – invece – godeva dell’ammirazione di artisti come Eugenio Montale, Giuseppe Ungaretti, Mario Luzi, Carlo Bo. Parlaci di lui, del suo percorso poetico”.

-     Elio Fiore, morto nel 2002, era nato a Roma nel 1935 e aveva esordito in poesia nel 1964 con la raccolta “Dialoghi per non morire” tenuta a battesimo dal grande Giuseppe Ungaretti, quasi una “investitura” poetica. Visse per motivi di lavoro in varie città italiane finchè potè tornare a Roma, dove svolse la mansione di bibliotecario, e andò ad abitare al Ghetto, che tanta importanza poi rivestirà per la sua dimensione poetica e prima di tutto umana. Fiore viveva nel culto dei poeti del passato e di quelli a lui contemporanei, ma non imitava nessuno né assomigliava a nessuno. Il suo percorso quindi è estremamente originale, e si snoda per circa un quarantennio attraverso i temi della profezia, della memoria, della fede, della necessità di scrivere, di guardare e di raccontare. Una missione al tempo stesso poetica e personale.

-     “I temi della poesia di Elio Fiore sono la memoria intesa come dovere morale, la sua tensione verso l’eterno, la sua capacità quasi ascetica di vivere il presente attraverso la lezione del cielo. Ci vuoi raccontare di quando lo hai incontrato in casa sua per intervistarlo?”

-     Ho un ricordo molto vivo di quell’intervista, nonostante siano trascorsi da allora quasi vent’anni. Ricordo quel caldo pomeriggio di giugno, le strade assolate del Ghetto, i ragazzi che sciamavano al Portico d’Ottavia appena usciti da una scuola vicina, il silenzio denso e profondo che mi investì non appena varcai il portone di legno corroso, con i ballatoi deserti e un uscio che si apriva e vi compariva il poeta: una persona umile e raccolta, ma anche piena di arguzia e di grazia. L’intervista fu molto piacevole, a un certo punto si ruppe il registratore e io trascrissi tutto sul quaderno, le sue parole erano così vive e profonde che le avrei potute ripetere a memoria una per una tanto mi erano rimaste impresse. Quel giorno io compresi due cose: che si poteva amare la scrittura, la poesia, con una passione pura e incondizionata, come faceva lui, che di poesia viveva, si nutriva, come le piante si nutrono di luce, e che si poteva anche essere felici credendo in Dio. Non lo ritenevo una cosa possibile, personalmente ero rimasta a un’idea piuttosto ammuffita di religione, quella orecchiata da bambina al catechismo, una serie di precetti e di doveri senza nessuna gioia. Quel poeta che vedevo quel giorno per la prima volta parlava molto di Dio e aveva dentro una gioia incontenibile, pazzesca, assolutamente incomprensibile per me. Io dovevo capire a tutti i costi da dove venisse quella gioia, quel fervore. Per fortuna quell’incontro non fu un caso isolato, ebbi modo di frequentarlo e di godere fino alla sua morte della sua amicizia, che è stata molto significativa per me e che mi ha dato molto, sul piano e umano e letterario. Un giorno mi fece promettere che dopo la sua morte avrei scritto un libro su di lui, ed è quello che ho fatto: con questo libro sento di aver mantenuto una promessa.

-     “L’esperienza della guerra ha toccato Elio Fiore quasi come un insegnamento universale. Suoi sono questi magnifici versi: “Qui, nel segreto della mia dimora, scava la voce / della memoria, nel fragore del Tevere cresce la pietà, / viva dal 16 ottobre 1943. Quando il mio piede innocente / fu bagnato dal sangue dei giusti di Israele. / Quando gli empi urlavano, sfondavano le porte coi fucili…”. La guerra assurge dunque a simbolo  della condizione dell’uomo, della sua perenne lotta tra bene e male. E’ così, cara Maria?”

-     Dici bene, Simona. Da un lato c’è la guerra, la grande guerra, quella che Elio bambino ha vissuto sulla sua pelle con le sue atrocità e i suoi orrori, e poi c’è la guerra, l’altra, quella quotidiana, quella perenne lotta tra bene e male come dici tu, quella guerra che si scatena principalmente dentro noi stessi, che siamo spesso lacerati, divisi, desiderosi di andare verso la luce ma impantanati il più delle volte nelle tenebre più fitte. Questo conflitto, a pensarci bene, è eterno. “La storia partorisce dei mostri – diceva Fiore -, ma nella storia, a dispetto di tutto, si pone il provvidenziale cammino dell’Uomo verso la luce”.

-     “Infine, cara Maria, parlaci del ruolo che secondo Elio Fiore doveva avere il poeta. Un suo verso recita infatti: “La poesia è una chiamata per captare la voce della giustizia”. Chi è il poeta, secondo Elio Fiore?

-    Ti rispondo con le sue stesse parole: “È poeta – diceva Elio Fiore – colui che vede la vita con occhio diverso dagli altri ed è possessore di una verità che deve trasmettere ai suoi fratelli uomini. In questo consiste la missione del poeta, il suo messaggio: testimoniare il suo tempo, il tempo della bellezza, il tempo della poesia”.

(c) Simona Lo Iacono – all rights reserved [intervista pubblicata su: Letteratitudine]

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LA PAROLA ALLA CRITICA

(c) recensione di Salvo Zappulla

Ci sono essere umani che nascono indifesi, impossibilitati a difendersi, perché di animo nobile, col cuore di bambino, refrattari alle tentazioni materialistiche di questa società perversa e votata al protagonismo, all’apparire a tutti i costi. Sono i poeti, i sognatori, spesso avulsi dal contesto che li circonda, immersi nel loro mondo magico. Sono persone destinate all’immortalità, la loro presenza su questa terra ha lasciato un segno indelebile, ha contribuito a rendere migliori quanti li hanno conosciuti, hanno sparso ricchezza di sentimenti, luce da attingere, acqua pura in cui dissetarsi. Elio Fiore è stato uno di questi. E il libro di Maria Di Lorenzo (Fara editore, pagg. 71 € 11,00) è un atto di giustizia nei confronti di quest’uomo.

Chi meglio di lei poteva tracciarne il percorso esistenziale e poetico? Maria è donna sensibilissima, oltre che intellettuale autentica, sa discernere la pula dal grano, sa addentrarsi nelle miniere profonde e impervie per estrarne le pepite più preziose. In questo libro, a dieci anni della scomparsa del poeta, ha voluto riportare all’attenzione la sua arte, il suo esempio di essere umano, il suo desiderio di solitudine, lontano dalle contaminazioni, ai margini di una società falsamente brillante e maleodorante.

Eppure Elio Fiore era capace di porsi al centro dell’universo, portatore di verità incomprensibili agli altri, messaggero di fede e di etica. La sua poesia lo liberava da uno stato di apparente staticità, percorreva un itinerario sacrale dell’anima, un canto di fede ed esultanza, un inno di lode e di gratitudine. Un uomo che coltivava dentro di sé una ricchezza straordinaria, la fede e la speranza. Un pellegrinaggio spirituale il suo, che assurge a simbolo di ricerca della Verità.

Un’inquietudine che potrà placarsi soltanto quando potrà scoprire la propria identità profonda, del mistero insondabile che egli è. Come scrive la stessa Maria Di Lorenzo: “La poesia era la luce e il pane della sua esistenza. Era uno sguardo (non omologato) levato ogni giorno verso il cielo, quel cielo che noi – tutti noi – abbiamo perso di vista, annegato nei simulacri della modernità. Uno spazio amoroso, trasparente come una fiamma, capace di custodire, dentro il turbine della storia, il semplice segreto della vita, nella lampeggiante incandescenza di un verso. Era preghiera e sorella della fede”.

Maria ha avuto modo di conoscerlo di persona, sicuramente è stato un incontro tra due spiriti eletti, che ha arricchito entrambi. Elio Fiore ha conosciuto anche gli orrori della guerra, i bombardamenti, la deportazione degli ebrei, tutto il male che gli uomini sono in grado di esercitare sui propri simili. Esperienze che hanno segnato il suo carattere e hanno inciso sulla sua produzione poetica, oggi frettolosamente dimenticata. Eppure Elio Fiore riscuoteva la stima di letterati come Mario Luzi, Carlo Bo, Eugenio Montale, Giuseppe Ungaretti.

(c) Salvo Zappulla, Art-litteram, 24 marzo 2012 / La voce dell’isola, 30 maggio 2012 – all rights reserved

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(c) recensione di Maria Gisella Catuogno

Maria Di Lorenzo l’aveva promesso a Elio Fiore, prima della sua prematura scomparsa: avrebbe scritto di lui. Ha mantenuto adesso la promessa con un libretto denso e bellissimo dal titolo “La luce e il grido”, un’espressione usata dal grande Mario Luzi per condensare in estrema sintesi l’orizzonte poetico del suo collega e amico romano. Che è fatto anzitutto di denuncia del dolore inflitto, il grido appunto, a partire da quello, indicibile e inconsolabile, del 16 ottobre 1943, quando Elio è un bambino di otto anni ed assiste impotente e stupito alla deportazione degli ebrei del ghetto di Roma dalla sua abitazione che è a pochi passi: Qui nel segreto della mia dimora, scava la voce/della memoria, nel fragore del Tevere cresce la pietà/viva dal 16 ottobre 1943./ Quando il mio piede innocente/fu bagnato dal sangue dei giusti d’Israele./Quando gli empi urlavano,sfondavano le porte coi fucili… (da In purissimo azzurro 1986)

L’esperienza traumatica resterà per sempre incisa nella sua carne, alimentando nel tempo un’acuta sensibilità verso tutte le sofferenze, a partire da quelle degli emarginati, dei senza casa, della madre di strada che, abbracciata al proprio figlio, chiede inutilmente l’elemosina ai passanti frettolosi, incapaci di riconoscere in quella donna Maria e in quel bambino Gesù, nell’eccitazione cieca e superficiale della vigilia di Natale: Maria era tutta vestita di nero/stava per terra ferma, composta/tra le braccia stringeva Gesù./ Nell’affollato corso i passanti/andavano distratti, senza guardare/senza dare una lira d’elemosina. (da Myriam di Nazareth 1992 )

Questo è il grido di Fiore, la missione di cui si sente incarnato per essere vedetta, stare sempre all’erta, con gli occhi bene aperti, a scorgere e a testimoniare il male della Storia. Una Storia che procede a tentoni, tra crimini orrendi e inenarrabili ingiustizie ma che faticosamente lascia affiorare dal suo magma di dolore il cammino del riscatto, dell’evoluzione, dell’affermazione lentissima ma certa del progresso.

Fiore, infatti, oltre il grido intravede la luce, la luce dell’Assoluto, che governa misteriosamente il mondo ed instilla nelle sue creature umane il desiderio di cercarlo, di farne la meta del loro faticoso cammino su questa Terra difficile e straordinaria.

Di fronte all’unicità della bellezza terrestre, della vita e della stessa quotidianità, in cui nulla è banale, neppure i gesti più consueti, il poeta romano esprime incanto e stupore. Perché l’esistenza stessa è miracolo e non sussiste soluzione di continuità tra visibile e invisibile, realtà materiale e metafisica.

Maria Di Lorenzo ci racconta con passione questo mondo poetico, che è lirico ed epico insieme, tutto pervaso da una fede salda come roccia e il suo linguaggio plastico, lineare, a volte dimesso, estremamente comunicativo ed efficace; un linguaggio che resta dentro per la fiamma che lo alimenta.

E ci fa conoscere il Fiore uomo: l’amore per i bambini, la riservatezza, il fastidio per i falsi letterati e per chi sgomita per affermarsi, il cristianesimo sempre stillante la sua sorgente ebraica, la gioia per l’amicizia data e ricevuta – Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, Carlo Bo- la venerazione per Leopardi, da cui è preso il titolo della raccolta In purissimo azzurro, settenario della Ginestra che è diventato anche il nome del blog di cultura creato dalla stessa Di Lorenzo.

Insomma un libretto prezioso per conoscere più profondamente un poeta di cui si sono occupati i maggiori intellettuali italiani ma che presso il grande pubblico deve ancora far sentire il suo grido e far risplendere la sua luce.

(c) Maria Gisella Catuogno, in Viadellebelledonne, 16 febbraio 2012 – all rights  reserved

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(c) recensione di Vincenzo D’Alessio

Alla scrittrice e giornalista Maria Di Lorenzo si deve l’unanime riconoscenza per aver messo al mondo questo libriccino dall’emblematico titolo La luce e il grido, quasi ottanta pagine di memorie, significati e significanti, tratti dall’incontro con il poeta Elio Fiore (1935-2002).

Quando i poeti nascono intorno a loro c’è un’aura che poche persone riescono a scorgere. Quando il poeta scompare c’è una folla di parole che lo accompagnano in una processione aurorale che stilla nel firmamento della Letteratura degli umani la nascita di un’altra stella: la cui luce durerà nei secoli a venire anche se essa è esplosa in un fragore multicolore in quel milionesimo di tempo insondabile della galassia.

Il poeta nasce dal dolore dell’infanzia: è successo a molti. Per Elio Fiore, come rivela l’intervista realizzata da Maria Di Lorenzo, accade nell’ottobre 1943, a Roma, quando i nazisti rastrellano più di duemila ebrei e le loro tracce scompariranno nel fumo dei campi di concentramento sparsi in Europa. Il Nostro poeta è un ragazzo di otto anni: scopre in quell’evento, incredulo, l’inverosimile verità che l’uomo è lupo verso l’altro uomo. Il dramma si fissa in quel “grido” soffocato in un anima piccola, che crescendo imparerà a soffrire senza parlare.

Nasce il racconto, la testimonianza, la memoria. Per essere vere, queste forze, hanno bisogno di energia. L’energia per Elio Fiore è la Poesia: “È poeta colui che vede la vita con occhio diverso dagli altri ed è possessore di una verità che deve trasmettere ai suoi fratelli uomini” (pag. 21). Queste sono le parole dette dal Nostro nell’incontro con l’autrice di questo prezioso volumetto. Non c’è negatività nelle parole del Nostro, continua a chiamare fratelli quegli uomini che hanno sfondato, con i calci dei fucili, le porte di quei bambini come lui: “I bambini sono assetati d’affetto, i bambini amano la poesia: il mio rapporto con loro è molto bello, è spontaneo, forse perché sono rimasto un bambino, dentro non sono cresciuto: e quindi sono uguale a loro” (pag. 25).

A quanti poeti cosiddetti “maggiori” potremmo far somigliare, Elio Fiore, di quest’ultima rivelazione? La letteratura mondiale n’è piena. Come accade da troppi secoli, nessuno ascolta il bambino nascosto nelle spoglie dell’adulto, è troppo difficile, è fuori dal comune ordine del vivere insieme. Eppure c’è chi ascolta, chi coglie nei versi la sete di affetto dell’uomo “sempre solo” perché sconfitto dall’inizio dal peso grande della violenza degli uomini. C’è negli occhi del poeta una luce che pochi scorgono e che il grande poeta Alfonso Gatto chiamò: “La forza degli occhi”.

Questa tessera musiva, fuori dalla logica dei “Poeti laureati”, rivela la grande storia di un’altra voce, nel coro del XX secolo, che speriamo verrà inserita nelle prossime Antologie redatte ad uso scolastico, accanto ai nomi dei suoi migliori amici: Giuseppe Ungaretti, Carlo Levi, Ornella Sobrero, Carlo Bernari, Mario Luzi, Camillo Sbarbaro e altri ancora. Scrive la Di Lorenzo: “alla presentazione della sua prima raccolta Dialoghi per non morire, nel 1964, Giuseppe Ungaretti così si espresse sulla poesia di Fiore: «Se poesia è bruciare di passione per la poesia, se è vocazione ansiosa, tormentosa a svelare nella parola l’inesprimibile, nessuno è più poeta di Fiore»” (pag. 30); e non si sbagliava!

Grazie alla cura e all’amore che Maria Di Lorenzo ha voluto profondere in questo lavoro possiamo vedere brillare la fiamma del poeta Fiore in tutta la sua grandezza, in tutta la sua umiltà, che lo ha accompagnato in ogni passo della sua sudata esistenza:

(…)
Eterna era stata l’attesa
mentre la terra mi divorava:
la polvere mista ad acqua
apriva i miei occhi, il cielo
e le stelle trasformavano la mia preghiera,
e il corpo perfetto dell’universo
spirava nella carne bruciata.
(dalla raccolta In purissimo azzurro)

(c) Vincenzo D’Alessio – 10 aprile 2012 / http://farapoesia.blogspot.it/2012/04/maria-di-lorenzo-la-luce-e-il-grido.html

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UNA VOCE FUORI DAL CORO

di DELIA MOREA

Con una scrittura densa, magmatica e vibrante, nel contempo lucida e analitica che simbolizza come due anime: quella dello scrittore, colta nell’emozionalità dell’argomento e, insieme, quella del critico, nella sua attenzione sapiente, erudita, Maria Di Lorenzo ci conduce attraverso questa sua recente prova letteraria: La luce e il grido. Introduzione alla poesia di Elio Fiore (Fara Editore, 2012). Il saggio critico – che contiene anche una lunga intervista della giornalista-scrittrice al poeta, fatta nell’estate del 1993, in seguito apparsa sulla terza pagina dell’ ”Eco di Bergamo” (25 agosto 1993) – doveroso e sentito omaggio a dieci anni dalla scomparsa di Elio Fiore: “vuole essere non un’opera esaustiva sull’intero corpus della sua produzione letteraria, ma una introduzione ai temi essenziali del suo universo poetico, un avvicinarsi a piccoli passi al mondo di questo autore che merita di uscire dal cono d’ombra a cui storie e antologie letterarie contemporanee sembrano voler relegare tante pur meritevoli voci del nostro Novecento”, come sottolinea Maria Di Lorenzo nella premessa.

Il saggio ha un primo grande pregio, quello di fare emergere una figura umana e poetica di grande valore e spessore, un poeta come Elio Fiore, lontano dai riflettori di un abusato presenzialismo salottiero che spesso ha connotato l’intellettuale intellighenzia degli anni d’oro della cultura italiana (anni ’60 e ’70 del secolo scorso), in specie di quella capitolina, essendo lo stesso Fiore romano di nascita. Una voce fuori dal coro, un uomo con un forte senso della religiosità, dello spendersi per gli altri attraverso il mezzo della poesia, che ha vissuto per più di vent’anni nella Roma israelitica, in quel Portico d’Ottavia testimone dell’epurazione ebraica e di cui lui stesso, bambino di otto anni, ne aveva assistito alla deportazione in un gelido 16 ottobre del 1943. La follia e il dramma dell’Olocausto saranno, poi, presenti molto nella sua opera poetica a cominciare dal 1964 con il libro di esordio Dialoghi per non morire (Edizioni Apollinaire).

Uomo schivo, si diceva, e poeta necessario per la sua vocazione ad essere nunzio, testimone, che pubblica per la prima volta nel 1964 a cui fa seguire un silenzio espressivo lungo venti anni per ripubblicare nel 1985 ed è del 1986 la sua raccolta più significativa In purissimo azzurro (Garzanti). Lo stesso poeta così chiarisce le ragioni di questo silenzio alla domanda conclusiva dell’intervista rilasciata a Maria Di Lorenzo: “L’ultima domanda prima di congedarci: se si dovesse voltare indietro e riconsiderare tutta la sua esistenza, c’è qualcosa che cambierebbe o la rivivrebbe uguale?”

“La rivivrei tale e quale ma se proprio mi fosse concesso di modificare qualcosa, eliminerei il lungo silenzio poetico, durato dal 1964 al 1986: un silenzio editoriale piuttosto che creativo, perché ho sempre scritto poesie e molte di esse sono poi confluite nelle successive raccolte, soprattutto nel volume garzantiano del 1986 In purissimo azzurro. Ma avevo deciso così in quegli anni, più di venti: semplicemente, volevo pensare e vivere, volevo meditare, volevo starmene in disparte, lontano dalla società letteraria. Forse è stato un errore: mi avrebbero conosciuto prima, avrebbero apprezzato le mie poesie e sarebbe stato meglio.”

Soprattutto ciò che emerge dal volume, scritto con mano sapiente e fortemente partecipata da Maria Di Lorenzo, è un forte senso di religiosità “sociale” che permea l’opera di Fiore: una poesia che sa stare religiosamente nella storia. Una poesia che, come si diceva, si spende anche per gli altri, vettore d’inquietudine che riferisce non solo dell’Olocausto ma anche di altre mostruosità generate dalle guerre: i massacri di Sabra e Chatila, Piazza Tiananmen, il Sudafrica tormentato dalle violenze razziali, la Polonia sofferente di Padre Popieluszko.

Tutto questo e molto altro racconta Maria Di Lorenzo, facendo emergere tra le pagine la figura umana e poetica di un artista a tutto tondo; con una scrittura avvolgente, tersa e nello stesso tempo di grande spessore, la scrittrice percepisce bene e lo restituisce altrettanto, il senso della vita e dell’opera di Fiore, quella sua elevata umanità che nulla concede ai clamori ma che si rende fattiva nel grande dono del testimoniare con la poesia – novello Omero, aedo – le ingiustizie sociali, le tremende guerre e del suo delicato intimismo, teso alla immensa sfida di tramandare il forte senso della religione, vale a dire il credere fermamente in Dio.

Se nella prima parte la materia “viva” dell’intervista riporta la voce di Elio Fiore, il suo assunto sull’esistenza e sulla poesia, con un incalzare di domande vivaci, accattivanti e pertinenti, nella seconda parte del volume, squisitamente saggistica, la Di Lorenzo traccia un esperto excursus dell’opera di Fiore attraverso il suo tempo, i suoi numi tutelari come Giacomo Leopardi e i maestri/amici Sibilla Aleramo, Ungaretti, Montale, i suoi versi, completando un sentiero che dall’epicità, passando attraverso la testimonianza, si concreta, appunto, sempre più con un desiderio che si coniuga con le ragioni del cuore e si trasforma in un forte ed alto senso poetico/etico/religioso e di cui il poemetto Miryam di Nazareth (Ares, Milano 1992), è uno dei più suggestivi esempi.

Un poeta testimone delle cose del mondo ma anche proiettato verso l’Eterno, verso quel mondo che ci attende, quel dopo a cui saremo chiamati, con un credo religioso potente e imperioso. Ci piace citare, ancora,  le parole conclusive di Maria Di Lorenzo: “Lui che è vissuto per quasi trent’anni, da cattolico apostolico romano, nel cuore della Roma israelita […] guardando dal suo ballatoio i tre cortili del ghetto, soprannominati come le cantiche dantesche Inferno, Purgatorio, Paradiso, preparandosi ogni giorno alla chiamata divina con in mano il rosario di Lucia dos Santos, è convinto in modo assoluto che il male alla fine non vincerà perché perdonare è il succo della vita e la speranza, come scrive alla fine lui, ha sempre il fior del verde”.

Dunque un grande merito attraversa questo scritto/omaggio, ed è quello di farsi esso stesso poesia, attraverso le parole di Maria, scrittrice sensibile e poliedrica, nel raccontare, nel descrivere una vita ed un opera poetica di valore che, in una Italia di oggi così dedita all’apparire, all’immagine, colma un vuoto, scolpendo nella memoria una figura centrale e necessaria, come Elio Fiore, del mondo poetico del Novecento.

(c) Delia Morea – all rights reserved (pubblicato su Flannery – 27 maggio 2012)

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CARA MARIA…

Ho appena concluso la lettura del tuo testo che trovo dal punto di vista umano molto bello per il senso di amicizia che traspare, dal punto di vista letterario interessante ed esauriente.

Non conoscevo il poeta Elio Fiore prima che tu me ne parlassi e scrivessi su di lui e sulle sue poesie, per fortuna l’hai fatto rendendo un gradito servizio non solo alla sua memoria, ma a tutti noi che abbiamo potuto apprezzare, grazie alle testimonianze da te raccolte in prima persona, un poeta al di fuori del coro, forse per questo poco noto ai più.

La sua vita, come si dipana nel tuo racconto, è stata infatti sommessa, ma non certo poco significativa, anzi esemplare e “profetica” se per profeta intendiamo non colui che compie vaticini o esterna apocalittiche anticipazioni, quanto colui che vuol fare di sé trasparenza di una Parola che lo colma e lo trascende.

Ho gustato molto l’intervista che apre il volumetto, essa mette a nudo un’umanità candida, ma non astratta, calata in una storia di sangue e carne, ma sempre all’ombra dell’Eternità. In questo senso hai ben messo in luce la consonanza del poeta, profondamente cristiano e convinto cattolico, con l’ebraismo biblico, non solo per la sua frequentazione del ghetto romano dove ha risieduto a lungo, ma per la sua forte partecipazione alla tragedia dell’olocausto a cui cui ha voluto scientemente rendere memoria per non dimenticare.

Come egli afferma nell’intervista, la storia può insegnarci molto, ma può pure, attraverso corsi e ricorsi, generare “mostri”, ciòè ripetere gli errori del passato, perchè il percorso storico dell’umanità ( e qui emerge l’esperienza cattolica) è sempre un rischio della libertà, non un cammino necessario verso il progresso. L’ idea di una sorta di evoluzionismo materiale e morale, si è rivelata illusoria alla luce dei tremendi avvenimenti che hanno insanguinato i tempi moderni; ciò non toglie che per Fiore la prospettiva ultima sia sempre quella della salvezza, del prevalere del progetto buono di Dio, sulla fragilità delle costruzioni umane.

La tua analisi della cifra poetica di Elio Fiore è molto puntuale ed esaustiva con la citazione di numerosi illustri personaggi che hanno avuto con lui relazioni di un certo spessore, da Montale a Luzi, con il riferimento ai critici che si sono occupati di questo autore che, pur non avendo mai avuto una grande risonanza mediatica, è stato evidentemente apprezzato e commentato. Con ricchezza di riferimenti il tuo testo presenta anche il panorama molto vario degli autori che hanno costituito l’entroterra formativo di Fiore e hanno contribuito a costituire il suo universo letterario, poeti moderni, anche molto dissimili fra loro per concezione di vita e stile, poeti del passato come Dante e in particolar modo Leopardi.

Il capitoletto che dedichi al rapporto privilegiato fra Fiore ed il poeta di Recanati mi ha preso molto, proprio perché evidenzia lo stretto legame fra i due autori, nonostante la concezione desolata dell’uno e la visione escatologica dell’altro, fondata su una fede ferma, ma non sentimentale.

Ciò che più mi è rimasto nel cuore è però quel cenno alla poesia come “progetto salvifico”, io credo proprio che la poesia, quando non si fermi al semplice funambolismo delle parole, ma vada a scavare nel fondo dell’umanità di ogni persona, si riveli proprio come un progetto salvifico, come l’istanza ultima dell’essere verso una finale salvezza, nebulosamente intuita oppure positivamente definita in una fede, ma sempre anelata come come il fiorire di quel seme di eternità che ciascuno sente in sé , sia che voglia rinnegarlo come proiezione di un desiderio fallace o voglia accoglierlo come “segno” di un’impronta divina.

Credo che Elio Fiore quel seme di eternità l’abbia accolto per farsene testimone e “nunzio” a tutti gli uomini.

Annalucia Lorizio

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LA LUCE E IL GRIDO

INTRODUZIONE

ALLA POESIA

DI ELIO FIORE

FARA EDITORE 2012

EURO 11, 00

Ordina on line:

http://www.viadeilibri.it/la_luce_e_il_grido-114464-1017.html